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Full text of "La Rivista europea, Volume 2"

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LA 



RIVISTA EUROPEA 



itnno ¥1. - Volume II. - Fascicolo I. 




-FIRENZE 
Tipografia Editrice dell'Associazione 

Via Valfonda, 79 

1875 



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Anno 6.*" - Volume 2/" - Fascìcolo 1.^ 



KIYIST^IJKOPEA 




ROMA E L'AGRO ROMANO 



I. 

Sentii dire da persone autorevoli: « Che bisogno v'è di pen- 
« sarà al miglioramento dell' Agro Romano ? I proprietari del 
« suolo sono paghi della meschina rendita che ne ritraggono; se 
« esso é malsano, ciò non reca danno ad alcuno^ poiché è disa- 
€ bitato. » Cosi la pensano, ne sono persuaso, non pochi Roma- 
ni, e non già del popolino ignorante, ma bensì di cospicuo ceto. 

L'argomento che adducono per rimanersene inerti è specioso, 
e può abbagliare chi, per pigrizia o per altra qualsivoglia ragio- 
ne, non vuol mettersi a rivangare il fondo delle cose. Farmi 
dunque siavi grande interesse a mostrare quanto importante rie- 
sca per la città di Roma che venga migliorata l'agricoltura 
della sua Campagna, 

Un fatto grave, che salta agli occhi dei meno chiaroveggenti, 
si è che, mentre Torino e Firenze, nel breve tempo in cui cia- 
scuna di esse fu capitale del Regno d'Italia, presero rapidissimo 
incremento, il quale perdura anche dopo che sono ridivenute 
città di provincia; Roma, da quattro anni che fa proclamata Ca- 
pitale alla sua volta, progredì così lentamente, che può dirsi, 
senza grave errore, essere essa rimasta in gran parte qual era. 



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-6- 

Non visse tampoco delle industrie, che non vi 'poterono mai 
attecchire, ritraendo essa dalle provincie tutti gli oggetti di lusso 
ed anche di uso comune, perfino per gli schiavi. Niuna cosa che 
si fabbricasse in Roma ebbe e conservò rinomanza. Roma pren- 
deva ma non produceva. I ricchissimi cittadini romani tiravano 
a se tutti i metalli preziosi delle provincie, alle quali ne riman- 
davano una parte, in pagamento degli oggetti fabbricati e delle 
strane ghiottonerie che pur ne ricevevano, ma gran parte al- 
tresì di questi era assorbita dall'ultimo Oriente che mandava, per 
la via del Mar Rosso e di Alessandria, le merci più preziose e 
più ricercate. Roma cosi impoveriva prima le provincie per po- 
scia impoverire so stessa. 

Di commercio non puossi neanche parlare per la nostra città, 
avegnachd, sebben Mommsen pensi che l'antichissima Roma fosse 
un emporio del Lazio, nei tempi storici il commercio fu sde- 
gnato ed abbandonato a. mani servili, cioè di schiavi e liberti 
non romani. Soltanto l'usura era nobilitata dai Cavalieri, che pur 
accudivano alle grandi industrie agricole, escavazioni delle minie- 
re, e via discorrendo, nelle provincie. Ma tutto ciò produceva 
denaro pei ricchi, non sostentamento col lavoro per la plebe, che 
viveva alla giornata, infamandosi nelle lascivie dei grandi e fa- 
cendo assegno sulle pubbliche distribuzioni. 

L'immensa accumulazione de'capitali durante il tempo delle 
conquiste e dei ladroneggi dei pretori e dei governatori, cosi ben 
resi manifesti dall'Orazione di Cicerone contro Verro, mantenne 
Roma florida della vita altrui fino a che i Barbari scesero a 
portar via ciò che ancora vi rimaneva di tante ricchezze. 

Dopo ciò, Roma divenne Capitale del Cattolicismo, e poscia del 
Papato; ma le cose non mutarono nel fondo loro. Gli spettacoli 
del Circo e dell'Arena furono surrogati dalle processioni; i tri. 
onfi si cambiarono in incoronazioni di Pontefici e d'Imperatori 
oltramontani, ed altresì in funzioni nelle Chiese. Vi fu certa- 
mente miglioramento morale ben grande, ma non già economico 



le pubbliche distribuzioni di grano, poiché leggasi in Salustio, avere lo 
stesso Augusto lasciato scritto, che ebbe l'idea di sopprimerle, perchè 
su d^esse fidando, lasciavasi negletta la coltura dei campi. 



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-T - 

poiché il popolo ointinuava a vivere senza lavorare. Cessarono 
é vero> per mancanza di mezzi, le pubbliche distribuzioni, ma in 
loro vece si ebbero le elemosine. Venivano a stormi, nel medio 
evo, i forestieri a inginocchiarsi davanti il Sepolcro dei Santi 
Apostoli, ad orare nella città dei martiri, ed il popolo viveva 
delle loro largizioni: sempre denaro ricevuto e non guadagnato 
col sudore della fronte. Poscia i Papi imposero decime, annate, 
ed ogni sorta di angherie sull'universalità dei credenti, ed il de* 
naro affluì abbondantissimo in Roma, traendosi dietro artisti ed 
artigiani per contentare i capricci di chi ne aveva il maneggio, 
ma un'industria, un'agricoltura romane non sorsero; il popolo 
continuò a vivere o servendo ai ricchi, o di elemosine, andando 
a mendicare due volte al giorno la minestra alla porta degli o- 
pulenti e numerosissimi conventi. Roma papale visse come Tim- 
periale della vita altrui. La prova ne è che, quando i Papi fran- 
cesi portarono la loro sede in. Avignone, esauste cosi per essa 
le s(H'genti della sua vita, Roma si ridusse a soli 17 mila abi- 
tanti; eppure erano allora i tempi della grande attività industria- 
le e commerciale delle Repubbliche Italiane ì 

Cosi andarono le faccende fino a'giorni nostri. Roma visse sem* 
pre su ciò che riceveva dal di fuori; agognando continuamente 
alla dominazione universale per essere mantenuta a spese al- 
trui. 

Tale continuato stato di cose reagì suiragricoltura dell'Agro 
Romano ; esso fu dap])rima coperto di magnifiche ville e di grandi 
poderi mal coltivati, poscia vi si anidarano prepotenti baroni, che 
facevano perfino castelli degli antichi monumenti per isvaligiarsi 
e distruggersi reciprocamente; infine se ne fecero grandi retaggi 
per famiglie principesche, e beni di mani morte per Corporazioni 
religiose ed Opere pie; ma dell'Agricoltura non si ebbe pensiero al- 
cuno; e, se molto se ne parlò, nulla si fece, perchè, l'effetto di- 
ventando causa alla sua volta, mancavano le braccia per coltiva- 
re. E dapprima l'estendersi della malaria, la quale, sebbene esi- 
stesse ne' tempi antichi, permetteva peraltro di abitar la campa- 
gna, estendersi che ebbe luogo col protendersi del delta del Te- 
vere, e più di tutto col non curare lo scolo dei terreni, finì col 
rendere del tutto inabitabile durante l'estate l'Agro Romano. E 
la malsania diede auge ad un genere di coltivazione, che può fare 



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— 8 — 
a meno di braccia indigene, ma che alla sua volta lascia rapida- 
mente aumentare le sorgenti della malaria. E questa non fu paga 
d'infestare l'Agro e le vigne suburbane, serpeggiò pure in Città. 
È tal fatto innegabile, ed innegabile pure è che, se tutto il male 
non proviene dalla infetta comarca, vi ha pur questa la sua buo- 
na parte. 

Oggi, senza una popolazione agricola stabile, la città deve prov- 
vedersi del più delle derrate che le abbisognano*da lontani paesi, 
e quindi ne risulta il caro dei viveri. La popolazione si rinnova 
con gente venuta dal di fuori e non con robusti lavoratori indi- 
geni. L'intensa malsania che ne è la conseguenza e si stende 
tutt'allo intorno di Roma, impedisce lo stabilimento di vasti o- 
piflci industriali, e tutto ciò rende impossibile al popolo romano 
di vivere di vita propria, quand'anche una lunga abitudine di ri- 
cevere rimbeccata dal di fuori non gli impedisse di riscuotersi e 
di domandare alle sue braccia ed al suo ingegno la propria sus- 
sistenza. 

Àrroge: che la Roma papale era convegno di ricchissimi por- 
porati, magnati e che so io, i quali, coi pervertiti costumi degli 
ultimi secoli, ne facevano una sentina di servitorame, servi- 
torame venuto da ogni paese per imbrattarla; che le fortu- 
ne vi si facevano rapidamente ma con mezzi indiretti ed anche 
inforni; e che se ciò succedeva anche in altre opulenti città, qui 
mancava un'onesta borghesia, o medio ceto che voglia dirsi, per 
tenere alto il vessillo della incorruttibilità, e rendere onorati i 
commerci e le industrie che trasformano in ricchezza il lavoro. 
Invece la malsania, le corporazioni religiose, i frati mendicanti 
il carattere mondiale del Governo, erano cagioni che tendevano 
a rinnovarne continuamente la popolazione, portandovi, non già 
agricoltori ed industriali per seriamente stabilirvisi col loro la- 
voro, ma bensì artisti di vaglia, chiamati dai Pontefici per ab- 
bellirla, orafi ed operai per le cose di lusso, ma più di tutti le- 
gulei ed intriganti dì null'altro ghiotti che di lascivie e di su- 
biti guadagni. 

Ben altrimenti sarebbero andate le cose se un nucleo di ope- 
rosi agricoltori avesse onestamente sudato nella cultura dell'Agro 
Romano, il quale avrebbe altresì dato robuste braccia indigine 
alle indu8trie> ed avrebbe rinvigorito la popolazione cittadina col- 



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— 9 — 
rintrodurvi continuamente nuovi elementi attivi e capaci di com^ 
batterne l'ignavia e la noncuranza del domani. Roma invece, do- 
po Leon X, fecesi superba pei suoi monumenti, ma non seppe 
mettere un soldo alla cassa di risparmio dell'Agricoltura e del- 
rindustria> e continuò a vivere su ciò che le pioveva dal Cielo, 
senza darsi briga di guadagnarlo col sudore dei suoi figli. 

Da qui proviene altresì l'altro brutto guaio della proporzione 
microscopica del suo ceto medio, che ne faceva una città bipar- 
tita fra principi e popolaccio. 

Scorgasi, dopo ciò, come Roma sia città che alle altre d'Italia 
non somiglia; ed ecco perchè sono dai Romani chiamati buzzurri 
gli operosi italiani che vi vennero con la Capitale, e perchè que- 
sti non vi soggiornino di buon animo. 



II. 



Parlai lungamente del passato, ed eccomi giunto al presente 
che deve preparare l'avvenire. Possiamo adesso ritenere che il pes- 
simo stato dell'agricoltura nella Campagna di Roma abbia ben 
grande influenza sullo stato attuale della Città. Ora essa è Ca- 
pitale del Regno d'Italia, condizione bella quant'altra possa es- 
serlo, ma che più non le permette di pensare al suo passato per 
vederlo risorgere, sia sotto la forma dell'Impero Romano, sia 
sotto quella della dominazione religiosa. Chi con simili speranze 
la delude, la trae alla sua rovina. Aspirar più non deve a ridi- 
venire Dominatrice delle genti, che più tali non sono le Capi- 
tali moderne d'Europa; sia pur prosaica quanto vuoisi Tetà no- 
stra tale è il suo andamento, che conviene accettare qual'è. Ca- 
pitale d'Italia, Roma è semplicemente il centro di un'associazione 
politica di Città e paesi tutti fra loro uguali. Riceverà gran lu- 
stro ed anche beneficio non poco dell'essere Sede del Governo e 
delle principali sue Amministrazioni ; ma non può sperare di &re 
imporre gravezze al rimanente del paese per servirsene in goz- 
zoviglie. 

Ben so che, cosi esprimendomi, possono esservi Romani che mi 



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- 10-- 
dicano : ben altra cosa speravamo dall'anìtà d'Italia^ ma stimo 
miglior partito il disingannarli mostrando loro le cose come 
stanno, che cullarli di vane speranze, solleticando il < misero or- 
goglio di un un tempo che fu; » tempo che Dio ci liberi dal ve- 
der mai. ritornare ! Roma dunque deve mutar faccia, e da città 
conquistatrice colle armi, da città dominatrice con la religione, 
deve diventare città robusta per vivere col suo lavoro, senza più 
imporre o mendicare ciocché è necessario alla sua sussistenza- 
Ma della città propriamente detta tratterò nel seguito; ora sol- 
tanto la studio nelle sue relazioni con l'Agro Romano, il quale 
deve, a parer mio, essere principale sorgente della sua vita nuo- 
va. L'Agro Romano é sede di miserabile agricoltura che sol- 
tanto si confà alle sue miserabili condizioni; esso è deserto in 
estate, e vi sudano, nelle altre stagioni, braccia venute di fuori, 
che romane non sono. Poche parole bastano a dimostrare verità 
che saltano agli occhi di chi non è acciecato dalla passione o 
interessato a trovar bene il male di cui profitta. 

Il suolo intorno a Roma è fertile, se non in estremo grado, 
più certamente di quello di molte provincie italiane ove l'agri- 
coltura è fiorente ; più, per esempio, dei contomi di Firenze « di 
case popolati e di oliveti; » ne ò prova che il frumento seminato 
senza ingrasso, vi produce da 12 a 20 ettoUitri di grano per et- 
tare. Il terreno, come è coltivato, rende pochissimo ai suoi pro- 
prietari ; stimo che in media non si afiStti a più di 30 lire all'et- 
tare. Ciò risulta altresì dal basso prezzo cui si vendono i beni 
delle soppresse Corporazioni religiose. 

Duecentoquarantamila ettari di Campagna deserta, ove convien 
pure mantenere strade, fare la polizia, e vìa discorrendo, pesano 
terribilmente sul Municipio e sui cittadini, che pochissimo se ne 
avvantaggiano. Nessun vuol credere che tale immensa superficie 
di terreno, conservata a pascolo, non dia a Roma abbondanza di 
carni; eppure cosi non è; circa i tre quinti della carne che vi 
si consuma proviene dalle Marche, dal Val di Chiana, e perfino 
da Jtologna e Modena. Il signor Accoramboni, in notevoli arti- 
ticoli, inseriti nel Ballettino del Comizio Agrario di Roma, di- 
mostrò che quasi doppia è la quantità di bestiame mantenuto su 
di una data superficie nelle Marche, ove tutto il suolo è coltiva- 
to, che nel triste Agro Romano co'suoi estesissimi pascoli. Le or- 



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— 11 - 

taglie si coltivano quasi esclusivamente dentro le mura della città^ 
ma non bastano al suo consumo, e molte ve ne vengono da Ter- 
racina, dalla Maremma toscana ed anche da Napoli, non già pri- 
maticcie soltanto, ma anche per la vendita giornaliera. Nemme- 
no le vigne di Tivoli, di Frascati e via discorrendo, sono van- 
gate dagli abitanti, tanto vi è radicato l'uso di non lavorare 
che con braccia estranee ! Farmi adesso aver dimostrato che un 
tale stato di cose non può durare, a meno che Roma rinunci ad 
occupare quel posto che le compete quale Capitale di un grande 
Stato. 

Io non sono certo della stampa di taluni che vorrebbero tutto 
fosse fatto dal Goveno, e che il Governo accagionano di ogni 
qualunque male che s'abbia a lamentare. Dirò dunque che Roma 
stessa, per la prima, deve curare la rigenerazione della sua Cam- 
pagna, ma cosi parlando non intendo che ciò possa intieramente 
farsi dall'attuale sua popolazione indigena, che all'agricoltura e- 
ducata non è, e che non potrà mutarsi che col succedersi di 
nuove generazioni; intendo accennare ai numerosi italiani che 
vi sono tratti dai loro affari e che l'amore dell'agricoltura può 
spronare ad applicarsi alle migliorie agricole; penso agli attuali 
Mercanti di Campagna, nome che si dà ai fittavoli, che se san- 
no comprendere il loro interesse, diventeranno poi proprietari 
di tenute che avranno allora interesse di migliorare. Non è che 
col tempo che si potranno avere braccia indigene sufficienti, ma 
le migliorie agricole ed igieniche sono il solo mezzo di rac- 
coglierle, e devono spianar loro la strada. 

Ciò premesso, dovrà inerte rimanere il Municipio, inerte il 
Governo e la Provincia? mai no. Essi devono facilitare la via, 
aiutare nei primordi le operazioni d'interesse generale, educare 
le popolazioni, facilitare agli altri italiani il compito di coltivare 
e far mutar d'aspetto la Campagna. Essi devono spingere ed in* 
coraggiare, facendo in modo che esempi pratici mostrino il tor- 
naconto dei miglioramenti agricoli. In tale via entrò già il Go- 
verno e non trattasi che di proseguire. 

Ed in vero notiamo che il mutamento delle leggi e dei rego- 
lamenti, dopo il 1870, spianò grandi difficoltà che si opponevano 
alle migliorìe. Più non possono i Mercanti di Campagna far con* 
to su leggi proibitive o protettrici per vendere ad un prezzo 



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— 12 - 

quasi uBiforme il loro grano. Se ne lamentarono sulle prime, ne 
giubilarono Tanno scorso, che raccolsero assai frumento, mentre 
dovunque altrove oravi carestia, e poterono così venderlo a prez- 
zo ben più elevato che non l'avrebbero fatto sotto il passato go- 
verno, ma dimentichi oggi del benefizio d'ieri, oggi che v'è ab- 
bondanza dovunque, vorrebbero leggi proibitive per Tintroduzione 
dei grani esteri, perchè essend'essi in piccolo numero, potrebbero 
tenere, accordandosi, più alto in Roma il prezzo del grano. 

Tali leggi, dette annonarie, avevano infatti la proprietà di fa- 
cilitare il compito degli incettatori, che trovansi stabiliti in Ro- 
ma per ogni sorta di derrate, e che concorrono a renderne il 
prezzo più alto che nelle altre nostre città. La mancanza di col- 
tivazione dell'Agro è altra causa che agevola la biasimevole loro 
speculazione. Leggevasi ultimamente nei giornali che due soli Ba- 
garini (cosi chiamansi a Roma gli incettatori) disponevano del 
mercato delle uova, facendone alzare e sbassare il prezzo secon- 
do lor giovava; ciò non succederebbe se numerosi coloni educasse- 
ro galline intorno alla Città e vi portassero essi stessi al mer- 
cato i loro prodotti. Il più curioso si è che le leggi draconiane 
dell'Annona, che andavano fino a vietare di vendere il frumento 
a chicchessia, dovendosi tutto comprare da un Magistrato che 
ne fissava il prezzo, avevano per iscopo di far vivere il popolo 
romano a buon mercato, scopo che, spicciamoci a dirlo, non rag- 
giunsero mai, ma che dimostra la falsa via economica seguita 
dal Governo pontificale, che pretendeva obbligare i coltivatori 
a seminar grano per averlo a miglior mercato in Roma, mentre, 
diminuendo il profitto di tale coltura, spingevansi invece ad au- 
mentare i pascoli. Ben è vero che questi pure non andavano e- 
senli da restrizioni consimili; talvolta si fissava il nunaero dei 
vitelli che potevansi macellare, tal'altra il numero delle vacòhe 
per ogni tenuta, e cosi via via. Di tutto ciò la conseguenza fu 
il deplorevole attuale stato dell'Agro Romano. Ora più non v'è 
da temere il ritorno di simili stramberie economiche, e gli agri- 
coltori possono coltivare come meglio loro talenta, e Dio voglia 
che lo facciano come meglio conviene ai loro interessi. 

Ma oltre a ciò, che chiamerei volentieri conseguenza dell'an- 
damento ineluttabile delle cose, pensò di proposito deliberato il 
Governo a fare risorgere l'Agricoltura dell'Agro Romano. Esso 



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— 13 - 
nominò una Commissione nel 1870 per istudiarne il migliora- 
mento igienico ed agricolo. Tale Commissione adempì al suo in- 
carico concretando i risultamenti de'suoi studii in uno schema di 
legge che rassegnò al Ministero. Ma dopo ciò nulla quasi fu fat- 
to, se non è la vendita ad enfiteusi di poche tenute provenienti 
da Corporazioni religiose, di cui parlerò fra breve. 

Se vuoisi veder risorgere l'agricoltura nella Campagna, credo 
debbasi, prima d'ogni altra cosa, combattere, per quanto è possi- 
bile, la malsania: poscia facilitarne ed incoraggiarne i migliora- 
menti perchè possano servir d'esempio e di sprone a migliora- 
menti maggiori. 

Cause della malaria sono, in primo luogo, le grandi paludi di 
Ostia e di Maccarese, ed alcune altre, molto più ristrette, situate 
sulla periferia dell'Agro Romano; e queste dovrebbero prosciugarsi 
al più presto, perchè il sensibile miglioramento che cosi otterreb- 
besi permetterebbe d'intraprendere con maggiore facilità gli altri 
lavori di migliorie igieniche ed agricole che indicherò nel seguito. 

La sopra mentovata Commissione aveva scritto nell'art. 2® del 
suo progetto di legge. « Dairufl3cio del Genio Civile governativo 
€ sarà redatto, entro sei mesi dalla pubblicazione di questa .legge, 
« il piano tecnico regolatore dei lavori delle bonifiche etc. » e 
l'egregio Ministro dei Lavori Pubblici, sig. comm. Devincenzi, 
prendendone lo spirito, incaricò una Commissione composta degli 
Ispettori del Genio Civile Brauzzi e Pareto, e dall'allora ingegnere 
capo, ora ispettore, Bompiani, di studiare il bonificamento delle 
sopradette paludi; la quale presentò in breve tempo allo stesso 
Ministro un progetto di massima di cui i principali risultamenti 
sono : 

Per colmare, colle torbide del Tevere, le bassure di Ostia e 
di Maccarese, una parte delle quali è sottoposta al livello del mare, 
si richiederebbero circa 70 anni di tempo ; ne risulta che V ope- 
razione potrebbe giovare aumentando la superficie coltivabile del- 
l'Agro, ma rimetterebbe alle caleude greche il miglioramento 
dell'aria, e quindi quello della coltivazione attuale. 

Per colmare a braccia tali bassure, con terra presa sui limi- 
trofi colli, la spesa ammonterebbe a 60 milioni almeno; e per 
iscavarle e renderle laghi abbastanza profondi di acqua salsa, met- 
tendole in comunicazione col mare, e rialzandone le gronde per 



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- 14 — 
renderne possibile lo scolo, si dovrebbero almeno spendere 40 mi- 
lioni. L'enormità della spesa per ottenere soltanto in parte il bo- 
nificamento dell'aria non permette di appigliarsi a questi due 
partiti. 

La Commissione propose dunque il prosciugamento con mac- 
chine idrovore, come praticasi in Olanda ed anche su larga scala 
fra noi nella bassa valle del Po. Ecco i principali dati del Pro- 
getto : 

Per lo stagno d'Ostia si propose una macchina a vapore di 
89 cavalli di forza, che vuoterà lo stagno attuale in 15 giorni, e 
poscia lavorerà quando farà di bisogno per mantenerne il fondo 
asciutto e coltivabile. La spesa primitiva per affossamenti, fab- 
briche, macchine etc. è calcolata in lire 1,083,431; quella annua, 
manutenzione della macchina compresa, L. 29,451; cioè lire an- 
nue 13, 73 per ettaro prosciugato. 

Per Maccarese: forza della macchina 180 cavalli; tempo pel 
primo vuotamente 15 giorni; spesa primitiva lire 855,641; spesa 
annua lire 50,881; cioè annue lire 11, 67 per ettare prosciugato. 

Per le altre paludi sulla periferia dell'Agro, che possono facil- 
mente scolare per mezzo di fossi, la spesa è minima secondo il 
progetto, poiché non ascende che a poco più di 50,000 lire. Ri- 
mangono soltanto certe antiche cave di pietra, sotto Tivoli, la 
cui colmata a braccia importerebbe la spesa di lire 180,000. 

In riassunto la spesa, facendo anche larga parte agli impreve- 
duti, non supererebbe i tre milioni. 

Tali lavori dovrebbero essere eseguiti dopo averne fatto esami- 
nare dal competente Congresso il progetto. Non parlo di chi debba 
sopportare la spesa, che il Governo ed il Parlamento ripartiran- 
no nel modo che giudicheranno più equo, sebbene a parer mio 
una buona parte ne dovrebbe essere assunta dal Governo, il quale 
in varie proporzioni, concorre ai grandi bonificamenti toscani, na- 
poletani e di altre parti d'Italia. 

Ma ciò non è tutto; trovansi pure sparsi in numero grandis- 
simo nell'Agro Romano acquitrini e pozzanghere, che sono pure 
fomite potentissimo di malsània, ma che non presentano difl3coltà 
tecnica di sorta per essere bonificati. Se non lo sono, egli è che 
il coltivatore attuale non trova alcun beneficio nel loro prosciu- 
gamento. Stimo dunque, che non potendo essi dar luogo a lavori 



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— 15 - 

d'iógegneria, non scompariranno che davanti ad una migliorata 
coltivazione, la quale trovandoli nocivi si sbrigherà di sbarazzar- 
sene. 

Tale miglioramento nella coltura, ed infine la sua trasforma- 
zione in quella usata nelle altre parti d'Italia, non può a parer 
mio ordinarsi per legge, ma sarà la conseguenza de' primi .mi- 
glioramenti igienici ottenuti col prosciugamento delle grandi pa- 
ludi ; ed altresì dell'andamento delle cose e delle mutate condizio- 
ni economiche. Ad esso gioverà non poco la vendita od enfiteusi 
dei beni delle Corporazioni religiose conservate, già iniziata dal 
Governo, e nella quale conviene sperare che progredisca. In tali 
yendite si assoggettano i compratori a certe condizioni che, per- 
mettendo ai mercanti di campagna romani ed agli altri agricol- 
tori non romani di diventare proprietatri, non impongono si muti 
dairoggi al domani la coltivazione attuale in altra diversissima 
ciocchà esigerebbe l'impiego di capitali esorbitanti, e non sarebbe 
possibile per la mancanza delle braccia, stante le attuali pessime 
condizioni igieniche, ma gli avvia a modificarla migliorandola 
gradatamente nei limiti del possibile, giacché la diminuzione della 
malsania deve progredire simultaneamente col miglioramento 
agricolo, non potendo essere la prima che il frutto del secondo, 
mentre il secondo non può progredire che col progredire della 
prima. 

Di tal fetta può sperarsi di vedere redenta l'agricoltura romana 
ma vi si richiede il tempo necessario, ciocché non vuol dire che 
debbasi rimaner nell'inerzia, perchè non può tutto ottenersi in 
un batter d'occhio. L'acqua abbonda intorno a Roma, e si po- 
tranno praticare bene intese irrigazioni per aumentare i prodotti, 
ma conviene aspettare per farlo che sia profondamente mutato il 
sistema di coltura, essendoché, colle male abitudini attuali, si 
creerebbero nuove paludi. Conosco infatti veri perniciosi pantani 
prodotti nell'Agro Romano dalle acque irrigatorie, che si gettano 
sui prati per rinfrescarli, e delle quali non si cura nullamente lo 
scolo, ciocché dà luogo alla formazione di tali pantani pericolosi 
perfino per gli uomini e pei grossi animali che vi aflfondano tra- 
versandoli. 

La cascata di Tivoli rappresenta ben 20,000 cavalli di forza mo- 
trice. Qual centro d'industria potrebbe essa diventare, se ai piedi 



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— le- 
dei colli l'aria cessasse di essere mortìfera, se ritornasse qual'era 
quando Adriano vi stabiliva la sua magnifica villa I e qual bene- 
fizio ne risulterebbe per Roma! 

I colli del cosi detto altopiano possono produr frutta abbondante 
e scelta, la quale ora manca, perché soltanto è coltivata^ ed an- 
che senza cura, nelle vigne del suburbio, mentre la buona pro- 
viene dal Napoletano e da altre provincie. Le ortaglie più sva- 
riate non sarebbero più esclusivamente coltivate nell'interno delle 
mura o nei campi ma giungerebbero abbondanti nel mercato : au- 
menterebbe la carne in quantità ed in qualità, mentre quella dei 
dintorni di Roma è al dì d'oggi magra, dura, ed infine pessima; 
si avrebbe forse un po'meno dì selvaggina, ma si abbonderebbe 
di polleria, che ora si ritrae da lontanissimi paesi ed a prezzi 
esagerati^ essendo essa convenientissima per le operazioni degli 
incettatori. 

Questo sia detto riguardo all' Agro Romano in relazione colla 
ricchezza e col ben essere della città. 



IH. 



L'uomo non vive soltanto di pane ; tale adagio della sapienza 
antica aumentò di valore con la civiltà moderna; e si potrebbe 
più prosaicamente esprimere dicendo che : la sola buona cucina non 
rende sola facile ed aggradevole la vita. A Roma mancano in buon 
numero le agevolezze e le comodità del vivere, il confortevole cui 
sono abituati gli abitanti delle altre città moderne, e ciò perchè 
Roma rimase indietro ad esse nella via deU'incivilimento. Giusti- 
zia qui vuole che si noti essere quindi a più doppi maggiori le 
diflìcoltà che vincer deve il suo Municipio, per metterla al livello 
dell'attuale civiltà, di quelle che superarono i Muncipii di Torino 
e di Firenze, città che, trovandosi già ingentilite, dovevansi sol- 
tanto rendere degne di essere capitali. Per numerose cose Roma 
sta al di sotto di molte città di provincia, basta percorrerne le 



H 



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- 17 - 

vie per avvertirlo, e per poco che vi si viva se ne rimane com- 
pletamente convinti; parmi dunque inutile lo sprecar tempo.a di- 
mostrarlo. 

Viaggiando nei paesi settentrionali, incontrai certi individui 
che, coi primi denari che potevano raggranellare, compravansi 
un pesante anello d'oro da mettersi al pollice, quindi, se Io po- 
tevano, acquistavano una bella pelliccia, ed infine pensavano a 
farsi fare camicie di cui mancavano. Cosi vorrebbero facesse il 
Municipio di Roma coloro i quali lo spingono a cominciare col 
costruire grandiosi monumenti ed altre magnificenze. Se cofei ope- 
ravano Milano ed altre città italiane, egli è che già possedevano le 
camicie e potevano passare alla pelliccia ed all'anello, sebben forse 
non avrebbero dovuto indebitarsi oltre misura per procacciarseli. 
Ma v'è di più, di anelli e di pelliccie Roma ne possiede quanti 
può desiderarne, che, viva Dio f non vi mancano stupendi mo- 
numenti della rinascenza, e più di qualunque altra città vanta 
ricchissimo museo di anticaglie romane, che vi fanno concorrere 
infiniti forestieri per istudiarle ed ammirarle. 

Il sig. comm. Renazzi mi scrisse una lettera, fatta di pubblica 
ragione colla stampa, nella quale enumera i lavori municipali 
stati eseguiti dopo il 1870; l'onorevole sig. conte Pianciani, espose 
in una memoria egualmente stampata, le sue idee in proposito, e 
tutto ciò che fu fatto durante i diciotto mesi della sua ammini- 
strazione come sindaco di Roma. Prima di passare ad esprimere 
il mìo modo di vedere sui lavori edilizii, ragion vuole che dica 
acettar io, se non in tutto, almeno nella massima parte le idee 
consegnate nei citati due scritti. 

Dirò poi che, secondo me, fu grave errore il portare sulle al- 
ture i nuovi quartieri da fabbricarsi, ma che di ciò non devesi 
intieramente dar colpa al Municipio romano; bisogna attribuirne 
una buona parte a noi buzzurri, dai quali ne venne la spinta. 
Consideriamo di più che il Municipio non fu realmente autonomo 
che dal momento in cui il conte Pianciani ne fu messo alla testa, 
ed egli conviene dell'errore, che dovette subire perchè già troppo 
avanzate trovò le cose. Credevamo noi, nuovi venuti, che 1* aria 
fosse buona sull'Esquilino perchè posto in alto, e ciò non è vero. 
Ci facemmo tutti illusione, perfino il mio dotto amico, il comm. 
Felice Giordano, in un opuscolo che allora stampava su Roma ed 

2 



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— 18- 
i suoi miglioramenti. Le città moderne hanno tutte tendenza a 
scendere al basso e sprecansi tempo e denaro nel volerle far risa- 
lire. Egli è perciò che lo sterminato palazzo delle Finanze fu, a 
parer mio, mal collocato. La fabbricazione ne' prati di Castello 
era ben preferibile, e sarà giuco forza veder ivi sorgere nuovo 
quartiere più fiorente degli altri, malgrado non sembri essere esso 
gustato da molti Consiglieri municipali, per cause che non è il 
mio compito d' investigare. Tale quartiere chiamerà a nuova vita 
quello di Borgo, nonché tutto il Trastevere, ed animerà San Pie- 
tro ed il Vaticano, che trovansi ora in una estremità fuor di 
mano. 

Ma devo qui far notare che, secondo io penso, errano que' mu- 
nicipi che credono fare sbassare le pigioni promovendo con premi 
con assicurarne la rendita la fabbricazione di case. I fitti per 
una città di popolazione crescente trovansi corrispondere alla ren- 
dita del denaro sul mercato ed alla spesa di costruzione; quando 
fabbricando s'impiegherà il denaro a rendita superiore, l' indu- 
stria privata vi si accingerà alacremente ; se l'interesse del de- 
naro sbassa, tale profitto si manifesta e si fabbrica, se cresce o 
rimane stazionario, bisogna, perchè si fabbrichi, aspettare che i 
fitti rialzino in modo da rendere la speculazione possibile. Il fere 
altrimenti non approda e riesce ingiusto, riducendosi ad imporre 
tutti i cittadini per facilitare la vita ad una parte di essi. Egli 
è perciò che non concorro nel pensiero del conte Pianciani, di 
dare una sovvenzione per le case degli operai, tanto più che i 
salari aumentando col crescere dei prezzi delle cose necessarie 
alla vita, un tale ceto ne soffre. meno di quelli che hanno uno sti- 
pendiò od una rendita immutabili. 

Stimo che il Municipio di nuU'altro debba incaricarsi che di fare 
le strade e le fogne nei nuovi quartieri ; le fabbriche deve intie- 
ramente lasciarle all'industria privata. A Roma, dopo il trasporto 
della capitale, i privati invece di costruire nuovi quartieri, rifan- 
no giornalmente vecchie case appropriandole agli usi moderni, a 
molte altre aggiungono uno o due piani, e cosi crescono di nu- 
mero gli alloggi. La popolazione non si sposta per ordine muni- 
cipale, conviene lasciarla fare ciò che più le talenta. 

La conseguenza della fabbricazione dei nuovi quartieri sulle al- 
ture fu l'apertura -della costosissima via Nazionale, che altrimenti 



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-19- 

non avrebbe avuto ragion d'essere^ almeHO pel momento attuale; 
ma adesso che Terrore è commesso^ sarebbe ben denaro sprecato 
quello già speso^ se non si terminasse in un modo qualunque^ 
prolungandola fino al Corso^ essendo essa una necessità pei nuovi 
quartieri già in parte fabbricati. 

Tutte le altre magnifiche vie state proposte sono da lasciarsi 
pei tempi futuri^ che ben altri lavori di maggiore importanza de- 
vono prima intraprendersi^ ed à falso che si senta il bisogno di 
grandi botteghe, trovandosene invece di sfitte, come già lo notai. 

Da ciò che precede risulta che non concordo col sig. Renazzi 
riguardo alla grandiosa esedra per terminare la via Nazionale in 
Piazza di Termini. Facciasi come vuoisi^ dubito che essa possa 
pareggiare altri monumenti di cui Roma va gloriosa^ e poi non 
sembrami che farebbe bella figura rimpetto alle rovine delle Ter- 
me, che sono gigantesche, ma pur sono rovine, e riesce impos- 
sibile di mettervi in armonia un fabbricato moderno. 

Finalmente farò una lieve critica dell'idea che ebbe il Munici- 
pio di sbrigarsi ad ornare di statue la terza fontana di Piazza 
Navona. Non dico già che non vi faranno buonissima figura, ma 
stimerei che sarebbe stato più utile spendere il denaro in qual- 
che tratto di marciapiedi, ovvero di fogne. 

Non posso in questo breve studio fare una completa analisi dei 
lavori eseguiti o da eseguirsi, e devo per terminare contentarmi 
di rimanere sul generale. 

Dirò dunque : lasciamo per ora in disparte gli abbellimenti mo- 
numentali, e pensiamo alla camicia prima della pelliccia e del- 
l'anello. Prima necessità per Roma è la nettezza, ma non se ne 
possono mutare d'un tratto le abitudini. Già molto si fece nella 
spazzatura, e se il Municipio esige dalle sue guardie che sieno 
rigorose, si giungerà ad un rìsultamento soddisfacente. Seconda 
necessità è la costruzione de' marciapiedi in tutte le vie ; costone 
cari è vero, ma spendendo meno nel lusso, vi si potrà più presto 
provvedere. Terza è lo slargamento delle vie più strette e più 
frequentate, e ciò varrà meglio dell'apertura di nuove vie monu- 
mentali. Quarta è la fognatura, che ora, ad ogni acquazzone, ci 
vogliono i trampoli per traversare molte vie. Quinta e capitale è 
la regolazione del Tevere. Sesta finalmente il restauro degli ac- 
quedotti e l'adacquamento del suolo stradale con la lancia. 



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— 20 — 

Roma manca dì un grandioso teatro, lo so, ma non credo sia 
per ora da pensarvicì; manca pure di bei caffè; se ne faranno 
coll'aumentare progressivo del medio ceto per frequentarli; per 
l'istessa causa mancano le cittadine coperte e pulite; ma se ne 
cominciano a vedere alcune; e di tutto ciò non può domandarsi 
che si occupi il Municipio, almeno per ispendervi denaro. 

Mancano poi i mercati e questi invece dovrebbero subito co- 
struirsi, non dico già monumentali e dispendiosi, ma comodi e 
puliti. I forestieri vivono in locanda e non sì accorgono della loro 
mancanza, ma ne soffrano ì poveri buzzurri ! 

Roma manca infine di pubblici passeggi, poiché il Pincio e San 
Pancrazio sono fuori mano, ma il rimedio non è facile mancando 
pure neirinterno della città lo spazio per farne dei nuovi. Cion- 
nuUameno non conviene dimenticarli quando si costruirà il nuovo 
quartiere dei Prati di Castello, ove all'estremità, verso Ponte 
Milvio, si potrebbe avere qualcosa di simile alle Cascine di Fi- 
renze, e nel centro un giardino come quello di Piazza d'Azeglio 
della stessa città. 

Già troppo mi sono dilungato e quindi cosi mi riassumo ri- 
guardo alla città: Roma di magnificenze ne ha abbastanza, e per 
ora non conviene pensare ad accrescerle; vi sarà tempo a farlo 
quando si sarà riusciti a metterla al paro delle altre città per la 
comodità del vivere. 

Roma, 15 dicembre 1874. 

R. Pareto. 



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LETTERE INEDITE 



DI 



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La pubblicazione di queste lettere di Filippo De Boni ha per 
intento di rinfrescare nel!' animo de' contemporanei la memoria 
d'un uomo, che V Italia, perpetua matrigna a' suoi figli più illu- 
stri, pare abbia del tutto dimenticato. 

Eppur niuno o ben pochi, al pari di Lui, si travagliarono a prezzo 
di immensi sacrifizi nel tener desto in 'cuore della gioventù no- 
stra il sacro amore d' Italia ; cacciato dal nido nativo, visita la ' 
Toscana, la Liguria e il Piemonte: dovunque stringe intorno a 
se lo scarso drappello di coloro cui nome vano non era la pa- 
tria: rinsalda i credenti, i tiepidi infiamma, i neghittosi avvalora, 
e, premio delle sue ardenti predicazioni, ottiene la povertà, le 
persecuzioni, Tesiglio. 

Allorché veggonsi levati ai fastigi del potere uomini, che quando 
il De Boni tapinavasi con pochi altri magnanimi d' un* in altra 
contrada ad accendervi il fuoco che poi divampava nel 1848, igno- 
ravano perfino d'avere una patria; allorché veggonsi coperti d'o- 
nori sfoggiar nelle pompe e nel fasto uomini, che quando il De 
Boni dolorava fra le strette della più squallida inopia, congiura- 
vano a rendergli più amara la vita, contendendogli un angolo dì 
jerra italiana e il modo di buscarsi un pane onorato; quando veg- 
gonsi altri, che al pari di lui anteposero la risurrezzione del loro 



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— 22 — 
paese ad ogni privato interesse^ giacersi tuttavia mal graditi e 
spesso eziandio perseguiti da chi sfrutta l'Italia senza aver mai 
nulla operato per essa, un fiero sgomento c'assale^ e chiediamo a 
noi stessi^ se la pubblica coscienza sia traviata a tal segno, da 
non saper più sceverare i partigiani dello straniero e. i vecchi 
satelliti della tirannide dai primi animosi banditori della libertà 
italiana t 

La pubblicazione di queste lettere, alle quali di molte altre po- 
trebbero aggiungersi se più propizi volgessero i tempi a questo 
genere di rivelazioni, è altresì debito di buon cittadino. Mercé 
queste soltanto si potrà scrivere l'Istoria Arcana di quelle splen- 
dide audacie, di que' generosi conati, di que' spasimi ardenti che 
costituiscono la genesi del nostro risorgimento civile. Il lavoro 
occulto e latente di que' nobili cuori, che pellegrini d'un' idea, la 
recavano d'una in altra contrada, raccogliendo intorno a questa 
la gioventù più animosa, non ebbe ancor la sua storia; ma l'a- 
vrà un giorno se la giustizia non ò bugiarda parola; e questa 
istoria dirà allora le ansie, i pericoli di quella sacra coorte, che 
non potendo in palese combattere le battaglie della libertà, strin- 
geva occultamente le file dei prodi, che indi a non molto semi- 
neranno dei loro cadaveri tutte le plaghe d'Italia: dirà gli amo- 
ri, i disinganni, le trepidazioni, le distrette, i soccorrìmenti che 
il fratello porgeva al fratello: e a capo di questi generosi porrà 
il nome del grande Feltrese. 

Oh ! dove eravate allor voi, gaudenti dell' età nostra, quando 
Egli cacciato dalle rive dell'Arno, lacero e quasi mendico, sopra 
un burchiello di pescatori approdava ai lidi di Sestri ? Quando ac- 
colto da'suoi amici di Genova e nascosto nei sotterranei della Ba- 
dia del Boschetto per sottrarlo alle vigili ricerche del Luciani, 
di tetra rimembranza, s'andava a visitarlo nel cuor della notte, 
ed una gentildonna (di cui tacesi il nome perchè ancor viva) quo- 
tidianamente recavagli il cibo, come quella che per l'alta sua po- 
sizione non poteva aombrare la sospettosa polizia del governo? 

Oh, dite! Le sterili aspirazioni della scuola neo-guelfa avreb- 
bero mai dato un libero assetto all'Italia? À ciò conseguire, oc- 
correva un lento e faticoso lavoro di preparazione, un avviamento 
che affratellasse i cuori e le menti, un indirizzo, che meglio de- 
gli ascetici inneggiamenti e delle infeconde dottrine sulla man- 



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— 23 — 
suetudine e sulla pazienza, avvisasse ai modi d'educare le molti- 
tudini a quella unità di concetto, ch'indi a non molto manifesta- 
vasi dalla Sicilia fino alle falde delle Alpi, e che senza que'terri- 
bili scuotimenti che infoscarono altrove il levarsi di un popolo a 
libertà, valse fra noi a riunire le sparse membra della nazione. 
Occorreva insomma una scuola che insegnasse non solo a pregare 
e a discutere, bensì a combattere e a morir per la patria. 

Ma di questo e d'altro a suo tempo. Ecco intanto alcune let- 
tere del De Boni, le quali trattano del periodo che di due anni 
precesse il 1848: lettere cui faran. certo buon viso coloro, che già 
accolsero con plauso quelle che la Rivista pubblicava indirette al- 
l'illustre Ferdinando Bosio, che in un col Francesco Cassinis e 
col Ponaba gli tenne fede nei di della sventura, e gli fu largo in 
Torino di efficaci soccorrimenti e d'afietto. 



A EMANUELE CELESIA. 



Mio Carissimo, 

II 1' d'aprile 1846. Torino. 

E tra la noia ti scrivo da questa noiosa città, accompagnato 
per anco dalla mia ideal noia. Noi stiamo aspettando come gli 
Ebrei nel deserto; ma colla differenza che gli Ebrei erano affa- 
mati e assetati; e ch'io sono solamente noiato. Non so se tu intenda 
la forza di questa parola. Noiato di me stesso e degli altri, pas- 
seggio i quadrati di questa città quadrata, dove tutti parlano som- 
messo, tutti camminano pian pianino, tutti salutano sorridendo; 
onde talvolta mi stringe una rabbia, ch'ignoro donde derivi, una 
rabbia da mettermi a correre, a gridare ad un tempo per tutti. 



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— 24- 

Pérdonami, Emanuele mio, perdona l'esordio bilioso; ma la scioc- 
chezza della vita presente, la timida balordaggine di quelli che mi 
circondano, il ghiaccio polare che s' accumula qui a montagne, 
queste strade dritte, come sono obliqui gli animi, codesto prudente 
liberalume che digiuna a imitazione della Corte, che sente pre- 
dica alla domenica, e ogni venerdì recita il rosario del progres- 
so cattolico del conte Balbo, che Dio lo benedica tra suoi con- 
fessori, tutto questo ed altro, ch'è prudente non dire, m' infiam- 
mano d'ira; a poco a poco l'ira diminuisce, diminuisce, alla fine 
si trasforma nel mio compagno di viaggio, e diventa noia. Il cielo 
ci scampì sempre da simili fatti. 

Nulla dirotti di me; tutto ignoro. Nessuno mi tormenta e quindi 
spero restare, cioè, temo. Non ostante, se il mio viaggio non al- 
tro mi avesse dato che la conoscenza di alcune anime buone che 
ti circondano, avrebbe dato abbastanza. Tu, amico mio, tu pos* 
siedi cuore ed ingegno; e, credimi, vale assai più quella specie 
di poesia che ha nido profondo e inaccessibile dentro il cuore, che 
talvolta fa versi, ma più sovente crea azioni, di quella lubrica musa 
adorata del mondo, che si prostituisce a tutti, tanto concedendosi 
a P.... che a Koerner. E tu che senti quest'altissima poesia, per 
carità non abbandonarla; ora ne abbiamo necessità più che mai. 
Tu accendi la sacra face, e passala dì mano in mano; fa che tra- 
scorra il mondo a dispetto degli uomini, che dimandan tutt'altro. 

Di quanto ci racconta il C. , nulla è vero. Qui si vuole ac- 
comodare col carnovale* la quaresima, il fuoco coU'acqua, e si spe- 
ra nell'indefinito volger de' tempi; qui si vuol dalla penna quanto 
non puossi che dimandare alla spada; qui si vuol camminare fa- 
cendo tre passi innanzi e tre indietro, e questo inutile moto si 
chiama progressivo avanzamento. Siamo sempre italiani; ridicoli 
per noi, duriam la fatica; il sonno è de* molti, il vigilare, mentre 
dormono gli altri, de' pochi. Fortunatamente non siamo soli in 
pensare di cotal guisa. 

Restando, confido compilare un giornale vastissimo, sul quale 
proposito ho tenuto parola con alcuno degli editori torinesi, che 
promettono seguitarmi. Forse le sono parole: ma io presto li strin- 
gerò a fatti, il vento apparirà vento. Abbracciami il fratello e 
tutti gli amici ; io vi sono lontano, ma col pensiero io sono spesso 
tra voi, e mi abbandono all'usate fantasie, sola ricchezza a me 
concessa dal cielo. E salgo con te quelle amene colline di Geno- 
va, ove mi sembra d'aver salutato l'Italia; perocché qui tutto è 
smorto, perfino il cielo mi sembra meno azzurro: * qui sembrami 



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mfatti d'69sere in mezzo agli straAìeri^ straniero. Né posso cour 
solarmi l'animo ammirando la riposata armonia d'un grande la- 
voro architettonico, fantasticando dietro le linee viventi d'un qua* 
dro, la più bella cosa che qui mi ritrovi sono le Alpi lontane. 
Ricordatemi spesso alla gentile Marchesa, la quale si compiaccia 
di abbandonare talvolta col pensiero quel suo paradisino per cac- 
ciarlo oltre l'Alpi, e ritrovarmi in questa misera valle che si 
chiama Torino. Il Montevecchio ti saluta. Addio^ mio carissimo: 
scrivimi spesso. Io ti bacio e t'abbraccio. 

Il tuo De Bom. 



IL 

Mia carissimo Amico, 

Di Torino, li 7 giugno 1846. 

La commedia finisce, ma per me in dramma. Io sono esigliato 
dal Piemonte, entro il termine di 15 giorni; e oramai ne ho con- 
sumati quattro. Celesia mio, soffro molto; e la tempesta che mi 
martella, ora appena incomincia. Però attendo con quieto animo, 
per conservare almeno nella sciagura la dignità. Più che i dolori 
della povertà e dell'esigilo, mi cruccia il pensiero di sapermi lon- 
tano da tutti voi che mi amate e dalla nostra bellissima patria; 
ora costretto a lasciarla, comprendo come grandemente io la ami. 
— Ho ricevuto la tua di Firenze : mi scrivi malinconico. Io ben- 
ché non mi affidassi tutto, ero abbastanza tranquillo. Avevo modo 
di che occuparmi, e onorar la mia vita; ora una parola distrug- 
ge tutto. Se mi avessero intimato d'uscire, appena tocco il Pie- 
monte> sarebbemi stato men doloroso; ma lasciarmi due mesi e 
mezzo, concedendomi quasi una garentigla ministeriale di poter 
restar sempre, onde già strìnsi obblighi, contratti, e riordinai la 
mia vita, ò una cosa crudele ! Mio caro Celesia, io me ne andrò 
in Isvizzera. Qui tutti mi abbandonano, come si abbandona un ap- 
pestato, amici della ventura e non d'altro. Però da questo mo- 
mento mi ho stabilito novella vita, più attiva e più forte, giacché 
non voglio essere confuso tra la folla degli esuli che poco ono- 



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- 26 — 

rano la nostra causa e il nostro nome; voglio T esigilo mi sia 
scala a più alte cose^ e benché lontano d'Italia non esserle inutile 
affatto colla mia penna; e voglio sempre portar nella sventura 
altero nome. 

Ma prima di tutto io debbo farti una confessione amarissima. 
Ho quasi consumati i danari; restando qui, mi aveva un sei mi- 
la franchi all'anno, tutto sommando; partendo, nulla mi resta. 
Però prego te e il Delle Piane prestarmi un quattro o cinque- 
cento franchi, che io vi restituirò, ma non so quando. Intendo 
con questi recarmi ove possa trarre alcun profitto della mia vi- 
ta; questi mi d$ono essere il viatico; fuori ch'io sia, la forza 
della mia volontà, il mio coraggio e la pazienza ne* mali mi apri; 
ranno una via. Ho fatto una promessa a me stesso: di essere a 
tutti cotesti principotti, io, in luogo di coscienza e di memoria; 
ho giurato che la mia voce debba intronar loro all'orecchio ad 
ogni momento, rammentando la verità e la giustizia. E se potrò 
far questo, benedirò il cielo e la mia sorte che mi caccia lonta- 
no. Mi duole venire a te con simili inchieste, ma quando tutt'al- 
tro è impossibile, bisogna arrossendo chinare la testa. Scriverei 
agli amici miei di Firenze, o per meglio dire all' amico, mio, ne 
ho un solo, Duprè: ma egli non potrebbe ajutarmi in nulla, né 
voglio che gli altri mi abbiano a cantare un giorno il salmo che 
hanno cantato al povero Foscolo. Tu non desistere dalle tue buo* 
ne intenzioni; non mancare a' tuoi studi; hai felicissimo ingegno, 
e bel cuore, pochi assai possono dire altrettanto. Avrò anche bi- 
sogno di te, epistolarmente parlando; ti spiegherò il come in 
una lettera che riceverai ultima da me nel Piemonte; perocché 
a fare quanto mi propongo di fare, mi occorrono amici di buona 
volontà che mi tengano informato. 

Oh ! come desidererei d'abbracciarti una volta f Ma questo è 
impossibile. Que' giorni vissuti a Genova, vedi, mi restano fitti 
nella memoria ; sono gli ultimi belli ! Ed io sognava pur quest'au- 
tunno ! Ti ringrazio però delle tue esibizioni, come potessi usar- 
ne: e, credimi, io ti sarò vicino col pensiero sovente. Salutami il 
fratello, il Delle Piane, tutti; ricordami a quelle gentili signore 
Dì Negro e Lomellino. Tu fammi avere piti presto che puoi le 
carte che ti ha consegnato Dupré e una risposta, perché il tem- 
po stringe. E ama sempre come egli t'ama 

It tutto tuo Db Boni. 



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~ 27 - 



III. 



Mio Celesta, 

Pochissime lettere ho ricevuto in mia vita che mi abbiano tanto 
consolato l'animo, nel triste momento della mia vita. Ringraziarti 
dell'amor tuo, sarebbe sconoscerti; ne posso risponderti che d'al- 
trettale amore. — Oggi dimando una sosta di dieci giorni; vor- 
rei sperare che mi sarà concessa; imperocché il governo Pie- 
montese è tutto buono con me: è l'aria lombarda che sofBa. Av- 
yerti, mio buon amico, che il Pomba mi fa da padre in cotesti 
giorni, correndo su e giù; gli altri miei sedicenti amici politici, 
tatti fuorché Mautino, non mi guardano nemmeno in viso. Ecco 
iJ mondo f 

Duolmi grandemente che a te e a Delle Piane ciò costì sacri- 
flziì; perdonatemi... io non conosceva anima vìva alla quale con 
fiducia ricorrere. — Spedisci le mie carte colla Diligenza Bona- 
fous, mettendo nel plico un fazzoletto o qualunque altro cencio e 
indirizzalo — Al Nob. Signore S.^ Francesco Cassinis, ufficiale 
nel R. Corpo de' Bersaglieri, Torino — e mi giungerà tutto si- 
curamente. Non temere nemmeno delle lettere, che intatte mi 
giungono. Fuorché la noia nessun' altra novità a Torino; tu scri- 
vimi di quello che hai veduto lungo il tuo viaggio, e scrivimi se 
poi lungamente. Non ho a dirti che tu mi abbracci più volte il 
Delle Piane e il fratello, e che mi crediate tutti il fratello vostro 
del cuore. 

F. Db Boni. 



N. B. Ti scrivo corto, per non aver tempo. E le carte mie con- 
segnale subito a Bonafous. 



Di Torino, li 13 giugno 1846. 



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— 28, 



IV. 

Emanuele mio, 

' Di Torino, li 24 giugno 1846. 

Ho ricevnto i denari e le carte. Né so ringraziarvi. I giorni di 
prolongamento ch'aveva richiesti, mi furono concessi, e ora ago- 
nizzo tra le braccia della diplomazia, che non mi lusinga troppo, 
specialmente quella del ministro austriaco. Io voglio andarmene 
cacciato: quindi aspetto i birri, o una minaccia di consegna; dì 
già un cenno è venuto. E tutto questo per dimostrare di non aver 
paura della mia ombra. E chi diceva queste parole ora non in- 
formasi nemmeno s'io viva. Del resto vi scriverò sempre la vi- 
gilia della mia partenza. Non vi parlerò della mia tristissima vi* 
ta; la è coèa sottintesa come il verbo sum, es, est. Io lavoro ed 
ho lavorato, e vi spedirò trappoco una cosuccia che vi rammenti 
il mio amore. Novità nessuna, fuorché siamo nello stupore per 
la nomina affrettata del Papa. 

Forse invece della Svizzera, andrò a Marsiglia per certe mie 
sopravvenute circostanze. Quindi avr'ò la consolazione di forse ab* 
bracciarvi tutti, partendo. Addio, Emanuele mio: abbraccia per 
me il fratello e il Delle Piane; tutti vivrete sempre dentro al mio 
cuore. 

R vostro Db Boni. 



Oiiimo amico, 

Di Losanna, li 12 agosto. 

La tua storia mi ha fatto quasi piangere; giacché nella tua sto- 
ria ne ho trovato una mia. Povero amico mio, tu meriti tanto 
amore ed ecco hai invece ricompensa si triste. Io non so confor- 
tarti; quello ch'io possa dire, tu pure lo sai, e ad animo ben tem- 



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- 29 - 

prato unico conforto rimane se stesso. Ma sarebbe egli vero che 
per essere amato non bisogna amare? Sarebbe egli vero che la 
bellezza dell'animo e dell'ingegno toglie alle nostre donne l'amore; 
le quali non altro sanno che ubbriacarsi di osceni affetti, o ven- 
dere la loro mano a decrepiti ricchi ? Però, amico mio, nella tua 
sventura ringrazia il Signore; tu avevi una consolazione che 
manca e mancò a molti; tu avevi una madre; e l'amore di ma- 
dre è tanto inesausto, ch'io piango quando cereo la mia e non la 
trovo. Oh ! tu dovevi scrivermi subito, e sfogarti meco. Io non 
ho per mia ricchezza che il cuore : ma questo non ò composto a 
fettuccia come quel di tanti altri. 

Tutte le lettere tue mi sono pervenute. E qui ti trascrivo il 
mio indirizzo: — il/.** Charles Emile Wagner cfiez M^ Joly 
Blanc, banquier à Lousanne, — E mi arriverà tutto quanto sen- 
za fallo. Io era inquieto per te; quindi ne ho scritto al Delle Piane. 
Non temere dell'altre cose; la provvidenza de' popoli non manca 
mai: e quando meno ci crediamo, balzerà un raggio di luce che 
ci traccerà la via. Né mai disertiamo il nostro posto; i militanti 
colla penna sono i porta bandiera delle nazioni; e dobbiamo met- 
terci in evidenza perchè ci seguano le moltitudini. Col 1' settembre 
pubblicherò qualche cosa; se hai nuove cose a mandarmi, scrivimi 
subito, perchè le metta in questo fascicolo, il quale avrà il tuo 
sonetto, se non ti dispiace, ma senza il tuo nome, per prudenza. 
Occorrerebbe stabilire un modo per far giungere i libri da Mar- 
sina a Genova; e ditemi quante copie ve ne possa spedire. Qui 
si stampa ora un libro sulla situazione della Lombardia, molto 
bello. Ajutateci per carità; senza un poco di smercio roviniamo 
noi stessi, e facciamo fallire l'editore, che abbiamo trascinato su 
questa via. Spediscimi più presto che puoi le mie carte; spero 
sieno quelle che mi mancano ; di tutti i miei manoscritti oramai 
non possiedo altro che quello tu mi hai spedito. Perdetti una buona 
metà del romanzo del Giugoni, gran parte de' miei studii storici 
sul papato, le mie poesie, eccetto alcune che so a mente, tra le 
quali il Deprofundis, che ora stampo col titolo « Voci dell'anima. » 
Aspetto con impazienza il tuo romanzo e le tue poesie. 

Datti animo, Emanuele mio; rivolgi le forze e gli affetti del- 
l'anima tua agli studii che onori; e ne guadagneranno la tua glo- 
ria e la patria. Più sovente mi scrivi e più ti sarò grato: le let- 
tere vostre, e non altro, rompono la mia solitudine. Saluta gli 
amici, specialmente il fratello e Delle Piane. Addio dal cuore. 

Il tuo Wagner. 



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Gcpgle 



— 30 — 



VI. 

Fratello nUo ! 

Li 18 settembre 1846. 

Io t' ho raccomandato il Cempini. Egli verrà a trovarti in mio 
nome. É un ottimo giovane^ d'ingegno e di cuore. Amalo^ che lo 
merita. Da lungo tempo non ebbi tue lettere, e ciò mi cagiona 
un sospettoso dolore. Sei forse malato? la sciagura sofferta 
t'assorbe tutto? Credimi, amico: non giova troppo abbandonarsi 
al dolore, perchè strugge le forze del volere e dell'intelletto; bi- 
sogna combatterlo a tutt'uomo. Scrìvimi dunque; e toglimi a un 
acerbo dubbio. — Ho pubblicato il i"" fascicolo del mio lavoruc- 
cio; e ne ho mandato una copia al Grondona. Ma bisogna aju- 
tarmi nel vendere; altrimenti siam fritti. Vedi quante copie se 
ne potrebbero vendere a Genova; costa poco, ed ò necessario se- 
minarlo specialmente fra i giovani. Tu col D. P. meditate a ciò: 
ditemi quante copie ne abbia a spedire e accennatemi un mezzo 
d'introdazione, se ne conoscete uno. Sto per incominciare la stam- 
pa del 2^ fascicolo; e non vidi una lettera ancora di settembre. Il 
Savini mi mandò una cronachetta bolognese; molto diligente, 
molto bella, ma questa risguarda il giugno. Bisogna essere alla 
giornata: bisogna le notizie siano fresche. Tutti parlano di Roma 
e delle sue feste ; io solo non ne so nulla. Mio Dio i non si possa 
contare sugli Italiani nemmeno per cosi poco, nemmeno per una 
lettera ogni dieci, ogni quindici giorni, e quando occorre f Lo 
scoraggiamento mi pesa sull'anima; per essi, per giovare a mìei 
confratelli, non volli chiedere di rientrare in Austria, che pure 
mi si faceva credere propensa a concedermi il permesso : per stare 
sulla breccia mi son condannato ad eterno esigilo. E frattanto 
nessuno si rammenta che senza gl'Italiani non posso far nulla ! 
E chi non darebbe un calcio a ogni cosa, se non amasse la pa- 
tria come se stesso, anzi più? Credono forse io mi diverta sof- 
frendo, lavorando o tacendo, attorniato da tutti i mali che a un 



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- 31 - 
povero uomo conduce l'esilio ? — Perdonami questi lamenti, per- 
chè l'anima mia è piena di lagrime, è tutta lagrime. Pazienza! ' 

Mandami una copia del Diario del Congresso, e notizie del Con- 
gresso, del monumento a Colombo ecc. 

Dimmi che te ne paja della Cronaca e de'versi; parlami di te, 
delle tue cose, de' nostri amici, di tutto, e amami. 

Il tuo amico D. 



VII. 

Mo carissimo Amico, 

Di Losanna, li 9 ottobre 1846. 

Il tuo lungo silenzio mi affanna. Sei forse ammalato ? La scia- 
gura che mesi or sono ti colse, forse ancora ti strugge? Bisogna 
obliare chi oblia, sprezzare chi sprezza. — Al sig. Pietro Ponzi 
scrissi da lungo tempo, ma invano. Scrissi ultimamente all'amico 
Savini, ma invano; scrissi al Masi di Roma, al Wieusseux in Fi- 
renze, a Livorno ecc. ma invano. Che significhi questo silenzio, 
io noi so. Ad ogni tanto io ricevo lettere per la posta; quindi la 
posta non le sofferma. Io ti prego di prestarmi la chiave di que- 
st'enigma; giacché non ci comprendo nulla. Io credo, e creder 
credo il verissimo, che l'Italia non ha mai avuto altrettanto bi- 
sogno come adesso de' suoi fedeli ; che quanti l'amano non devono 
adesso dimenticarsi un istante e stringersi in generosa e salda 
falange, animare gì' inerti, aprir gli occhi a quelli che corrono 
per sentieri perduti, scuotere i creduli nelle loro beate illusioni, 
e salvare la causa nazionale che or va naufragando In un mare 
d'entusiasmo, che tra non molto darà pianto, amarissimo pianto. 
E invece si dorme, o si contempla la pioggia delle benedizioni 
papali. — Scrivi di questo, e in quanto al C..., esortalo a perse- 
verare nella sua via fortemente. Mi faccia sapere alcun che del 
Napolitano; mi comperi il codice criminale di Gregorio XVI e me 
lo spedisca col corriere al mio nome di guerra. 

Io pubblicai due numeri della Cronaca e i versi. Il primo fa- 
scicolo del giornale ed i versi debbono essere a Genova dal G. 



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— 32 — 
.Se non mi aiutate alla vendita, io cado; io debbo cessare. Ho 
mezzi di farvene avere a Genova quante copie volete, e di tutto 
ciò che volete; e vi darò un forte sconto come a librai, perchè 
possiate non soffrire delle spese di trasporto. Ma datemi a Ge- 
nova un recapito ov' io possa far pervenire la cassa. E ditemi il 
numero delle copie che credete spacciarne I Io v' ho pregato e 
strapregato di notizie sul congresso; e nessuno me ne diede un 
cenno; desiderava il Diario del Congresso — da mandarsi col cor- 
riere al Ss Charles EmUe Wagner — E non ebbi mai nulla. Tu 
capisci bene^ che se anima vivente non si degna concedermi no- 
tizie d'Italia, il mio libro diventa naturalmente insulso^ e non co- 
glie lo scopo di eccitar gli animi. In questa mìa solitudine, non 
confortata nemmeno da un segno d'amore de' molti ne' quali io tutto 
confido, in questa mia solitudine morale, mi opprimono tristezze 
profonde, fredde, desolanti, che mi stancano Taniraa ed isterili- 
scono il cuore. Io durerò finché posso, cioè finché vivrò. 

Ginevra ha atterrato il suo governo; quindi ora la Svizzera è 
radicale. La è questa una rivoluzione che darà grandi conseguenze 
non solo in Svizzera, ma anche in Europa. Sembra che lo spirito 
democratico sia lo spirito di Dio. — Scrivimi a proposito di tatto 
questo, delle notizie, del giornale, di te e de' tuoi amici. Ai quali 
mi ricorderai caramente. Addio; il tuo sempre 

HoRACB Lambert. 



Vili. 

Mio carissimo amico. 

Li 20 del 47. 

L'ultima tua io l'ebbi con quel piccolo scartafaccio di poesie, alle 
quali io certamente non pensava, chiedendotelo con tanta istanza. 
Io sperava vi fosse qualche rimasuglio de' miei studi storici. Ed in- 
vece son versi. Pazienza f Ciò vuol dire che tutto il resto è per- 
duto. Io mi confidava ricevere tue nuove con notizie sulle feste 
del 5 decembre. E rimasi frustato nella speranza. Io te conosco 
e l'animo tuo e l'amor che mi porti ; onde non posso attribuire 



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- 83 - 

qaesto tuo silenzio che a qualche malanno dì salute o d' altro, a 
qualche dolorejche tutto t'assorba. E come tu devi credere che 
in me tu serbi un amico, se altro conforto tu non avessi, scrivi - 
mi^almeno per isfogarti;'non ho altra ricchezza che quella del 
mio cuore. Dunque scrivimi una parola, per tormi almeno dal so- 
spetto d'un male maggiore. 

Non so se ti sia capitato per caso in mano nessuno de' miei 
libretti. L'Austria ci fa la caccia, come alla vita de' gentiluomini 
e possidenti polacchi in Gallizia. Di queste cose e d'altre simili 
si é fatto un deposilo in Marsiglia, presso M. Chargè fils com- 
missionaire. Se avete mezzi di contrabbando per avere miei libri, 
il Durando, o l'Ànomino lombardo o alcun che sia della stam* 
perla Bonamici, dirigetevi a lui. I contrabbandieri in generale 
niegano incaricarsi di libri; in tal caso bisogna avvertirli che è 
altra merce, come tela, etc., avvisando di questo lo spedizioniere. 

Sono ansioso di leggere il tuo romanzo. E tu non me l'hai per 
anco mandato. Vergogna a te! Tu conosci il piacere, che avrei 
leggendolo. E tu sei in caso molto diverso dal mio; tu poi spe- 
dire ogni cosa impunemente, giacché ella esce : non io a te. 

Io ti raccomando, su tutti i toni e in tutti modi, di darmi no- 
tizie del tuo paese; notizie d'ogni genere. Se tu non vuoi scri- 
vere, détta al fratello come la viene. Dovendo dare il ritratto, la 
fisionomia deiritalia,^ogni notizia, si politica che letteraria mi 
serve. E sarebbe peccato che i miei corrispondenti mancassermi 
adesso, che il libro è ricercato per tutto, e può vivere da se. In 
qualunque maniera, abbi la gentilezza di dirmi se vuoi quest'im- 
paccio, perché, nel caso negativo, io possa ricorrere ad altri mezzi. 
Se ti ripugna, non darti pena, che io troverò in qualche guisa a 
supplire alla meglio. Mi dorrebbe che tu mi facessi come ilM..., 
il quale non si degnò mai rispondermi, dopo tante e tante pro- 
teste. Ora egli crede vagare nell'alto mare della politica, pubbli- 
cando quel mediocre giornale che si chiama Contemporaneo — 
né lo giudico alla carlona, lo ho sotto gli occhi , — ma non 
avrebbe dovuto romperla in si fatto modo con me, dicendo male 
di me per Roma, sdegnandosi d'avermi conosciuto una volta, co- 
me io fossi uomo fuori d'ogni cumunione religiosa e civile. Sono 
avvezzo da lungo^terapo a cotali rivolgimenti, e non ne fo ma- 
raviglia. 
Passiamo ad altro men triste. Da cinque anni furono stabilite 

a Londra scuole gratuite per i poveri italiani artigiani, operai 

d'ogni genere — e sono molti — che dimorano a Londra. La 



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_ 34 «. 

spesa gravando soverchiamente sulle spalle d'alcuni, né potendo 
durare la scuola su basi provvisorie, pensarono di volere aprire 
nel primo di maggio un Bazar a Londra, per ricavarne un fondo 
a profitto della scuola. 

Questo Bazar deve essere composto di cose tutte italiane, fatte 
da mani italiane, e di colore italiano. E perchè la cosa possa riu- 
scire, vogliamo ricorrere specialmente alle donne italiane, sicco- 
me di cuore pietoso e amorevole. Non v'ò giovane che non ab- 
bia un'amica, una sorella, una madre. Lavorare uno o due oggetti 
simili a quelli che t' invio a parte in una cartina, non à gran 
cosa, ma nella moltitudine de' contribuenti sta il segreto dell'esito. 
Il motivo anzi che essere pericoloso, onora e può essere confes- 
sato. Adoprati dunque con animo; raccomanda la cosa a tua so- 
rella, che dev' essere buona, se a te somiglia ; supplica la Lomel> 
lina e la marchesa Fanny facciano e s'adoprìno, perchè facciano 
anche le loro amiche. — Inoltre abbiamo divisato per questo Bazar, 
principio di maggior cosa, una serie di album, quante sono le 
grandi città italiane. Questa serie monterebbe ad altissimo prezzo» 
rappresentando per cosi dire l'Italia artistica. Uno di questi album 
dev'essere composto a Genova. Qual'è l'artista che possa ricusare 
due segni a si benefico scopo? Tu compera l'album; il buon Ce- 
vasco cominci — e me lo saluterai tanto — sproni gli altri; tu 
pure limosina uno schizzo da tutti. Gli oggetti siano raccolti in 
tua casa; o dove meglio ti piaccia. La cosa dev'essere finita per 
la metà d'aprile. Io ti scriverò più tardi dove e come e a chi tu 
debba spedirli. 

Datti gran cura, per carità, di tutto questo e scrivimi su tutto 
fra poco. Le lettere mi giungeranno inviolate all'indirizzo se- 
guente: A Monsimr Foly Siane Banquier a Lousanne. — Se 
da te venisse un certo A. P. dicendosi amico mio, guardati da 
lui; è un cattivo soggetto e puzza di molti peccati. 

Salutami caramente il fratello. Delle Piane ed ama 



Il tuo De Boni. 



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— 35 - 



IX. 
Celesta mio. 



Li 17 marzo. 



Non voglio credere che tu m'abbia dimenticato. Ma tu non ri- 
spondi; per la misericordia di Dio, rispondimi. Noi confidiamo nel 
vostro governo; ma se in Lombardia andran fucilando, come tutto 
lo accenna, chi stenderà la mano a quegli infelici ? Dimostriamo 
una volta che siamo italiani, e veramente, più de' tanti redentori 
del genere umano, che appena tersa la bocca del sangue bevuto, 
come il Borbone di Napoli, si fanno acclamare grandissimi, e gli 
Italiani acclamano. Rispondimi su quanto scrissi. Noi profughi 
dimandiamo ai Lombardi profughi ricchi danaro per armarci ed 
accorrere; non altro per la nostra vita. Ciò non implica alcuna 
lite co' nostri principi. Vogliamo dare il tracollo alla bilancia, 
dare un segnale, romper gli indugi, ecco tutto. Spronate il go- 
verno, assecondatelo nell'armamento, accelerate in qualunque modo 
la prova. Non altro si dee fare. Se il Vimercati ha lasciato Mi- 
lano, e sai dove sia, pregalo di subito fare una corsa a Losanna. 
Troverà la neve, ma non importa. Informami chi siano 1 Lom- 
bardi stabiliti a Genova, e quanti: informami chi abbia più in- 
fluenza fra loro; e tante altre simili cose che tu possa credere 
utili airuopo. 

Avresti ad Arona un'amico vero, fidato ? Al quale potermi di- 
rigere per qualche informazione? Dopo i tuoi canti militari bel- 
lissimi, hai pubblicato nulla? E che si fa la /^^a /ìfa/eana ? Esorta 
ella ancora i Siciliani a non separarsi da Napoli? Che antiveg- 
genza politica ! I Siciliani devono separarsi da Napoli per prepa- 
rare un nido fortissimo, ove nel caso si ricoveri Italia; devono 
rappresentare Italia nelle forme, se l'hanno rappresentata col valore. 

Rispondi, ti prego, adeguatamente. E ama sempre 

Il tuo De Boni. 
Agisci ed interroga con prudenza. Questa ò la mia idea fonda- 



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-se- 
mentale: potrebbesi formare npa legione di Lombardi? E di al- 
tri? Potrebbesi trovare aiuto pecuniario, nel caso si potesse for- 
mar la legione? 



X. 

Amata come fratello, 

Di Losanna, li 28 aprile 1847. 

M'ebbi i'altr'ieri notizie tue di Torino e come tu mi abbia scritto 
tre volte, e mandato un pacco di libri. L'ultima tua fu quella che 
conteneva una nota su Lucca. Altre lettere non ricevetti, del 
pacco non ebbi mai nuove. Tutto questo non mi dà maraviglia; 
da due mesi noi siamo come assediati; e i soldati al confine tici- 
nese, ove l'ostilità contro la stamperia Bonamici, assume il ca- 
rattere di personale vendetta. E tuttavia in tutti i libri che qui 
furono pubblicati molte sono le lodi, gl'incensi a Carlo Alberto; 
rari e mitissimi, per cosi dire sommessi, i biasimi. E queste ves- 
sazioni furono tali che il Bonamici non sa di che parte introdurre, 
e tutto stagna, e gli affari rovinano. Io ti scrivevo l'ultima mia 
a tale proposito. L'opera del Gioberti, la cui pubblicazioae è im- 
minente, aggravò il male e il partito gesuitico ce ne fece tante 
da non si dire. Quest'opera, di due volumi, riuscirà di quattro 
grossissimi; onde il capitale raccolto per due non basta, e per 
finire il Bonamici dovette consumare tutto quanto restavagli. 
L'opera si tira a 8000 esemplari, e la spesa è grandissima. Ora 
qui siamo ravvolti da grandissimi imbrogli; tutto rovina, se i 
buoni, non ci aiutano. Una stamperia che conta un'anno di vita, 
da sei mesi in qua fece più che tutte le società secrete possibili, 
e tutto il buon volere di molti ; si destò la Lombardia colle pub- 
blicazioni qui fatte: si mantiene un po' di fuoco sacro in Pie- 
monte. Non so se conosci le storie della Toscana;, in gran parte 
si debbono a noi. I governi ne temono, e vogliono sbarbicare lo 
stabilimento. E qui siamo senza consiglio e senza danaro. Perchè 
la stamperia Bonamici si possa sostenere^ occorre almeno valica- 
re due mesi, due mesi tremendi, perchè isi rientri in una parte 



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— 37 - 

de' fondi esborsati per l'opera del Gioberti I E frattanto non si 
può chiudere le officine, non si può sospendere i pagamenti. Io 
proposi ai Piemontesi, uomini pacati e tranquilli- anche troppo, 
una società, che riunisca un capitale di 250,000 franchi ; una tale 
società potrà sostenere gravi spese, aspettare le occasioni per 
l'introduzione, non morire per qualche perdita a motivo delle do- 
gane e delle censure. E questa sarà la prima volta che gli Ita- 
liani faranno cosa indispensabile, onde una libera voce non taccia 
mai, onde il pensiero d'una meditata censura ritenga i governi 
dal fare indegni atti, onde si sviluppi quella gagliardia intellet- 
tuale e politica, che ora si manifesta nella nostra nazione. Ogni 
azione sarà di 500 franchi; vi saranno mezze azioni di 2500; e 
quinti d'azione, cioè cartelle di 500 fr. Questa società dee farsi e 
si farà; avrete pure a Genova il programma di essa, quando sia 
steso. Ma per riparare alle urgentissime . circostanze ci occorre 
danaro. Chieder oltre ai Piemontesi sarebbe troppo, inoltre non 
si può chiedere loro nulla con fretta. Turberebbero Y andamento 
composto de' loro passi. Onde a te scrivo, perchè tu raccolga, se 
è possibile a Genova, alcun po' di danaro. Insinua ai buoni Gè* 
novesi che una stamperia vale come un esercito: che questa è una 
stamperia sacra solo al principio della libertà e dell'indipendenza 
nostra. Qualcuno potrebbe anticipare il denaro di due azioni ? Se 
qualcuno o più ciò non potessero, o per meglio dire, non voles- 
sero fare, fate una colletta, salvate questo focolare, povero foco- 
lare, gli è vero, ma unico della libertà nostra, che atterrato una 
volta, sarà più difficile riedificare. Qui, senza un aiuto, dobbiamo 
sospendere la pubblicazione della Cronaca che già vendiamo a tre 
mila copie, e ci imbrigliano ora con le lunghe scadenze la pub- 
blicazione d'un'opera inedita di Romagnosi sulle costituzioni; re- 
sterebbe inutile la mia Storia d'Italia durante il papato di Gre- 
gorio XIII, un'altro lavoro di Gioberti — che troverebbe del re- 
sto facilmente la luce altrove. — Indicarti l'importanza d'una 
stamperia liberale che risponda alla necessità del nostro pensiero 
e della nostra situazione, sarebbe tempo perduto. Consacra alcun 
tempo a questo : intercedi presso i migliori ; interessa uomini e 
donne. E dammi risposta pel 15 del venturo mese. Indirizza la 
lettera a M. Chargè fìls commissionaire à Marseille ; questi ce 
la respingerà qui. Avverti che lo stesso ha un deposito di tutte 
le nostre edizioni. 

Dirti il mio affetto sarebbe inutile; il mio silenzio fu involon- 
tario, giacché due lettere se ne andarono a morire nell'ufficio nero. 



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— 38 — 
però di nessuna importanza, giacché non parlavano che di lette- 
ratura, del Guigoni, e del mio desiderio di rivederti e abbracciarti. 
Un'altra volta, meno occupato di cifre, meno angustiato dai dolori, 
io ti scriverò a lungo tra poco, e non parleremo che di noi due. 
Addio: mille saluti al fratello e agli amici. 

Il tuo De Boni. 



XI. 

Fratello mio. 

Di Losanna, 20 settembre. 

Passando per Genova il sig. Federico Pescantini ti mando un 
saluto, un abbraccio del cuore. Ringraziarti io noi so; ne posso. 
Le parole son nulla : vuoto suono di vento. E questo mio cuore 
inaridito quasi agli affetti sofferse tal impeto alla cara tua let- 
tera, come se avesse trovato un'amico, un fratello smarrito da 
lungo tempo, creduto morto. La solitudine, i tedii dell'esilio non 
m'hanno vinto, ma forte mutato; meglio mi diede a conoscere 
le cose e gli uomini ; anch'essi i patimenti portarono il loro frutto. 
Né di te ho mai dubitato: ben supponevo le ragioni del tuo si- 
lenzio, ed io non ardivo costernarti coi miei lamenti. Offerte mi 
vennero da Torino, ma non le accettai, per ragioni che facilmente 
tu intendi. E se le tue accetto, gli é solo perché mi sono neces- 
sarie a fare quel bene che ancora mi sento di fare. Del resto vi 
manderò presto alcun che del mio, onde a Genova possiate stam- 
parlo, e trovare, se vi é dato, un compenso. Intendo adoprar la 
somma che tu accenni a preparare alcun che in Lombardia. Certo 
è l'intervento, se non ora, nel 1848, se Austria non vuole Imbe- 
cillemente morire; onde bisogna prepararci il fuoco anche alle spal- 
le. Tu affretta, se puoi, giacché gli avvenimenti incalzano da 
tutte le parti, e non aspettano la povertà nostra. Questi accenni 
de' divisamenti dell'emigrazione sian teco segreti. È nostro av- 
viso sospingere sempre le cose, secondo rimpulso romano; se la 
catastrofe giunge, e gli Italiani sappiano essere uomini, tutto si 
cambia, la polvere ed il cannone sapran trasformarli. 



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- 39 « 

Qui la mia vita sono i miei lavori: ecco tutto; e sebbene tutto 
sia ad essi, la malinconia che mi opprime, li ritarda. Ora le idee 
che sopra t'esposi, mi impongono di restar qui ; fra qualche tem- 
po tenterò d'andarmene a Roma, se nulla succede di nuovo. Non 
ho speranza di rimanermene, avendo gli Orioli, Azeglio, ecc. ne- 
mici, non che amici. Tuttavia io spero. Seppi dai giornali stra- 
nieri la bella dimostrazione genovese. E n'ebbi grande compiaci- 
mento. A Torino quasi si dorme. Se vedi il P ...., di nulla 

parlare seco lui ; è ottimo galantuomo ; ma il segreto gli è cosa 
ignota. Addio e amami sempre. Il 

Sempre tuo De Boni. 



XII. 

Emanuele mio, 

Di Losanna, li 13 del 1848. 

Al tuo silenzio imputava molte ragioni tra le quali non entrò 
mai la dimenticanza. Tu mi sei sempre caro, ed io t'amerò sem- 
pre, non solo pel tuo ingegno, ma più pel tuo cuore. Ci siamo 
amati per parecchie ragioni, alcuna a que' tempi pericolosa, onde 
tanto più ora che l'affetto alla patria non ò un pericolo, ma un 
vanto. Fra le infinite ragioni ch'ho d'amarti, si è pur quella di 
esser tu genovese. A Genova batte il cuore d'Italia pel regno 
sardo; bisogna durare, non istancarsi, rammentando quel detto: 
retrocede chi sosta. A Torino, mio caro Emanuele, si scrive e 
si fa una politica all'essenza di rose: sentimentalizzano come fos- 
simo ai tempi di Egle e Fille; nel Risorgimento si va insi- 
nuando che anche il Lombardo-Veneto migliorerà ! f Potrebbero 
dunque gì' Italiani patteggiare con gli Austriaci, gli oppressi cogli 
oppressori, i sacrificati co' carnefici ? Questa è dottrina di nuova 
stampa, che non si dee lasciar dominare nel paese. Animo dun- 
que; io so che la vostra Deputazione non è stata ricevuta; una 
dimostrazione più grande e in altri luoghi, e lo sarà f 

Le tue poesie mi piacciono molto, e sarebbero stampate se il 



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-- 40 — 
Bonamici non fosse a Torino e a Genova. Gli ho dato una let- 
tera per te. Quando ritorni, glie ne parlerò subito. 

Quanto alle cose mie, io ti ricordai quella somma, perchè ri- 
putavo che partisse da voi altri, e perchè non dee servire nem- 
meno a mio uso personale. Io lavoro da disperato; e spesso non 
ho un soldo de' miei lavori. Ho una corrispondenza, spesa indi- 
spensabile, necessaria colle mie occupazioni, la quale mi costa in 
circa al mese un 90 fr. Onde vivo come l'Austria, sul credito; 
ma in paese straniero, restio come sono, senza conoscenze, im- 
maginati la mia vita. Nondimeno si vincerà tutto questo colla 
perseveranza ; e se non hai scritto al Vimercati, ti prego dì non 
iscrivere. Oltre che il Vimercati in codesti giorni ha da pensare 
a ben altro. Scrivimi s'egli sia libero ancora, perchè adesso non 
oso far pervenire a Milano una lettera. La nuova visita è dilun- 
gata, essendo per ora qui necessario, e per le cose che vado com- 
piendo, per altri affari e anche per la Lombardia. Se fossi a To- 
rino a Genova sarei certamente di continuo spiato. Dimmi se 
hai ricevuto un manifesto d'associazione per una Banca Nazio- 
nale da stabilire per nazionali occorrenze-, nel caso che no, te ne 
manderò una copia, e fa che sottoscrivano molti pel poco che pos- 
sano; tanto il quattrino dell'artigiano che la lira del benestante. 
Fa buona ciera al Bonamici ; abbraccia gli amici e ama 

Il tuo Db Boni. 



XIIL 

Mio caro Celesia, 

Di Losanna, li 19 febbraio 1848. 

J (Tu mi scrivi troppo rad}5mente,|mio buon Emanuele. Concedi 
tempo alle feste e agli ^^studii : ma concedi un istante di tratto in 
tratto all'amicizia lontana. Io ti ringrazio delle accoglienze fatte 
al Bonamici, il quale del resto si è dimenticato in Italia di Lo- 
sanna, di noi, de'suoi affari e della sua famiglia. Buon prò gli 
faccia, quando caro ed utile tutto questo gli sembri. La sua stam- 



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— 41 — 

peria è quasi deserta; né ho potato per la sua lontananza far 
stampare i tuoi canti. Ora veniamo a cose più serie. — Lombar- 
dia si agita pugnalata, trafitta dal ferro tedesco; tutto possiamo 
aspettarci dal furor disperato. E se si solleva, che farem noi ? 
Noi significa Italiani ; quanto a me, ho stabilito da lungo tempo 
quello mi debba fare. Genova vorrebb'ella far qualche sacrifizio o 
in danaro, o in uomini? In danaro, onde preparare, a modo d'e- 
sempio, ìin deposito d'armi sui confini Svizzero-Lombardi ? In- 
terroga, scandaglia a questo proposito i migliori, come sarebbe 
il Doria, e a mio nome, se lo conosci, o altri, in cui metti piena 
confidenza. Se il Pio è uomo di volere e d'ingegno, stringi una 
qualche relazione con lui. E; scrivimi^ subito, almeno il più pre- 
sto possibile. Tanto sorga una guerra, quanto non sorga, a questo 
bisogna pensare. Onde pensiamoci subito. Se questa non iscoppia^ 
e a Milano o altrove s'insorge e si scanna, lascierem tranquilla- 
mente scannare? 

Il Delle Piane dee aver ricevuto da tempo una lettera mia. Pre- 
galo di dire alcun che, dovendo prendere una risoluzione per 
l'avvenire, divisando, quando la Lombardia non richiegga eh' io 
resti, di lasciare in estate Losanna. Salutalo ed abbraccialo a mio 
nome. Ti manderò il programma d'uii mio nuovo libro, pregan- 
doti di farlo annunziare in qualche luogo. Addio, mio buon amico. 

Ama il tuo Db Boni. 



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ÌL f ©IB e V Dilli 

VERSI 
DI MICHELE COPPINO 



nwwwwwxMrwvwvwwwwwvwv 



Carissimo il mio De Oubematis, 



Una sera d'estate del 1868, a Firenze, nel mio quartierino in 
via delle Caldaie, e proprio su d'un terrazzino d'onde si domina 
Boboli, con altri egregi amici che soleano venirci a barattar 
chiacchere e annegare in un bicchiere di Chianti i fastidi poli- 
tici letterari della giornata, sì trovavano vicini di seggiola il 
Dall' Ongaro e il Ceppino; quest'ultimo, alla vigilia di lasciarci 
per il Piemonte dove la buona sua madre aspettavate alla loro 
villetta di Rivoli presso Alba. Quali fossero 1 discorsi non ricor- 
do io, né ricorda mia moglie, Presidentessa nata di quelle feste- 
voli adunanze. So che ad un tratto avendo il Ceppino presentata 
aperta al Dall' Ongaro la sua scatola del tabacco perchè l'altro 
ne pigliasse una presa, il poeta la respinse d'un gesto e col viso 
d'uomo cui si fosse offerto allo improvviso un serpentello « livido 
e nero come gran di pepe. » Per quanto si fosse poco tabacchi- 
sti la maggior parte di noi, il rifiuto e più il modo fecero mera- 
vigliare e sorridere tutta la brigata; la quale unanime strinse i 
panni addosso al povero Dall'Ongaro per sapere da lui la cagione 
segreta di quel suo sacro orrore per l'erba nicoziana in polvere. 
Il bray' uomo cercò schermirsi alla meglio : ma poi^ quando si 



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--43 — 
trovò fra l'uscio e il muro^ non sapendo più a quale santo vo- 
tarsi, visto in un attimo il fondo al bicchiere che gli stava di- 
nanzi, serrò la mano alla padrona di casa, ed in silenzio con aria 
misteriosa se ne andò, senza tórre, quasi, altro commiato. Natu- 
ralmente, ci diemmo tutti quanti ad almanaccare meglio che mai; 
e mia moglie : — Sia capitato al DairOngaro il medesimo caso 
del BroflTerio ? — E che caso è capitato al BroflTerio ? — Che prese 
a odiare il tabacco perchè, una volta, giovane scapolo e innamo- 
rato, mentre stavasi sfogando in caldissime parole con la sua 
donna e oramai sperava averne commosso il cuore, la vide ca- 
var fuori inaspettatamente la tabacchiera e pescarvi con molta 
pacatezza una distrazione ; Anita poi a tutto suo agio cotesta 
bisogna, lemme, lemme invitare l'infocato amatore a proseguire 
il discorso : ond'egli, levatosi in piedi tra furioso e mortificato, 
non vi dico a qual paese mandasse la bella tabacchista nò come 
e quanto d'allora in poi pigliasse in uggia la innocente cagione 
della propria disfatta. — Sicuro f ha ragione la signora Paolina: 
al DairOngaro sarà accaduto altrettanto. ~ Può essere 1 — Può 
essere ! 

E per quella sera non si disse altro sopra tale argomento. 

Pochi giorni dappoi, dalla villa di Rivoli, dove il Ceppino si 
era veramente recato alla domane, mia moglie riceveva certi versi 
di lui, intitolati La inglese ed il poeta con la preghiera di vo- 
lerli essa medesima consegnar al DairOngaro perchè da tale mano, 
scriveva con galanteria non insolita l'amico nostro, gli sarebbero 
tornati anche più graditi. E soggiungeva: Trovatosi in campa- 
gna, solitario o quasi, ed in giorni di vento e di pioggia che gli 
vietavano mettere il naso fuori di casa, senza libri nuovi e sen- 
z'altri giornali da vincere l'uggia, per disperato erasi condotto 
al punto di cercare passatempo* o sonno nella lettura della Oaz^ 
zetta Ufficiale. La fortuna però avealo trattato meglio che egli non 
sperasse, perocché in que* giorni per lo appunto vi si pubblicas- 
sero certe leggiadre e spigliate appendici dello autore del -Por- 
naretto, dilettevoli assai. Ma ecco, in una di queste, non ram- 
mento a quale proposito, una furiosissima tirata contro il Ta- 
bacco da naso, che aveagli rimessa nella memoria Tultima sera 
passata a Firenze. Ora, cercando per gioco tra sé le cause di quella 
stizza e di quella ripugnanza del DairOngaro cosi ripetutamente 



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— 44 — 
e in Tarli modi espresse, erangli cascati giù dalla penna i versi: 
La inglese e U poeta, parto della immaginazione che studiaTasi 
sopperire alla realtà. Al postutto, il Coppino ci avea gnadagnato 
di p^issare mattana e dimenticare per una mez^a giornata il tem- 
paccio che imperrersara al di fuori. 

Mia moglie, copiatolo prima per proprio conto, k) scritto ori- 
ginale diede la sera stessa, me presente, al Dall'Ongaro. D quale, 
leggendolo, mostrò di meraTìgliarsene molto: e tanto non deppe 
contenersi che non gli scappasse — Poeta, profeta. -^ Come sa- 
rebbe a dire? — Che se io avessi mai raccontato al Cioppiéo o 
ad altri che glie lo ripetesse il mio segreto, egli non rairreU)e 
indoTinato meglio di quello che fece. — Dunque? -^ DuAqoe^ è 
proprio un caso simile a cotesto che scrive il Ck>ppitto, che m'iia 
reso nemico per sempre al Tabacco, signora Paolina. -^ Ptoptioì 
•— Proprio: é una storia di molti anni ùl; ma storia. 

Eccovi, carissimo il mio De Gubematis, la storia e il commento 
necessario dei versi che io vi mando, con buona venia delFau* 
tare, perché li pubblichiate fra gli aneddoti del nostro compianto 
DairOogaro. Belli, a mio credere, per se stessi e certamente non 
indegni dell'uomo illastre che scherzoso li dettava> anche più mi 
paiono curiosi pel modo e per le circostanze in cui nacquero e 
da cui vanno accompagnati Addio : e vogliatemi bene. 

Roma> 6 febbraio i875. 



R vostro atf.fno 
Fbbdinando Sosio. 



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— 45 — 



LA INCFLESB E IL POSTA 



— Poeta: a' versi tuoi 
Ragion resiste, ma sì arrende il core. 
Sarò qual tu mi vuoi; 
Intreocierò una rosa 
Alle tue spine: toma alle undici óre, 
E qui in silenzio posa. — 

Presso l'altera Inglese 
Va il saluto a depor della partita 
Ogn'anima cortese. 
Ma per segrete scale 
Alla colletta che l'amor gli addita 
Cauto il poeta sale. 

Della festa il rumore 
Negli orecchi. San Marco ha sotto il guardo 
E la straniera in core. 
Ormai l'erta sua via 

Vinse la muta luna: AhiI quanto é tardo 
Il tempo a chi desia. 

Come cadenti stelle 
Qua e là or d'una or d'un'altra barchetta 
Tramontan le fiammelle^ 
Il silenzio s'avanza; 
L'avola ansando le valigie assetta 
Nella vicina staiiza; 

E solo odi il lontano 
Pianto dell'Adria e il palpito che il vate 
Comprimer tenta invano. 
Con si gran febbre assalta. 
Sotto qualunque forma appar, Beliate, 
£kl ogni vita esalta ì 



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— 46 — 

Del vicino piacere 
Inebriato in estasi soave 
Divaga il suo pensiere: 
E sconsigliato prende 
La tabacchiera onde dal sonno grave 
L'avola si difende. 

Come improvvise note 
Vibra la cetra se una man vocale 
Le mute corde scote, 
Si dalle nari urtate 
Erompe lo starnuto, alle onde eguale 
Muggenti, accavallate. 

N'echeggia la parete; 
E lungamente l'istoriata volta 
Beffarda il suo ripete. 
Tremante il core e smorta 
La faccia, immoto sta il poeta e ascolta: 
L'avola è sulla porta. 

— Poeta, qui? Ben giunto I 
Del vostro sventurato Fornaretto 
Pensavo in questo punto. 
Grazie f è gentil davvero 
A questa vecchia un pocolin d'affetto 
Serbare ed un pensiero f 

Ehi ! chi è di là — Un the 
E la nipote quando sola resta; 
Noi ci godremo in tre. — 
E la nipote é giuntai 
Raggio di sole in mezzo alla tempesta 
Non cosi bello spunta I 

In bianco vel ristretta 
Che non sai se più scopre o più nasconde 
Le chiome auree negletta- 
-mente pel sen cadenti 
Che s'innalza e si abbassa al par dell'onde 
All'impeto di venti 

Dagli occhi umidi un riso 
Raggiando tal che un uomo avria levato 



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— 47 -- 

Di terra in paradiso 

Lieta di se^ più lieta 
Dell'infinito Bene altrui serbato. 
Stette innanzi al poeta 

Ma non più sua. D'amore 
E di segreto l'ora ecco è passata. 
Né tornan dietro le ore. 
Fischia il vapor; le sarte 
Scioglie il nocchiero; l'ancora é levata; 
La nave oscilla e parte. 

Ancor resta sul lito 
E la perduta occasione e il modo 
Pensa e si morde il dito : 
Poi lusingando l'ira 
<Jontro la foglia rea di tanto frodo 
E saetta e sospira. 



MlCHBLB COPPINO. 



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Une galerie de Portraits en Province 

par Mademoiselle KOHANOVSKY, traduction de M. I. 



(Conlinuatton) 



Puìs, venait an grand diner et^ entre le roti et les plats sue- 
rés^ on cbantait un hymne^ et on portait d'innombrables toasts 
au repos de Tàme du défunt. On se servait d'une sorte de bois- 
son préparée exclusivement pour ces occasions et qui s'appelait 
Varenouka. Elle se composait de vin blanc^ de miei mélange avec 
des fruits et des épices. 

« A la vie éternelle du défunt, disait Gavrilo Michaiflovitch. 
Puis on entonnaìt le psaume: 

€ Depuis ma jeunesse une multitude de passìons me tourmen- 
tent. » Et peut-ètre pour cette méme raison que les passions 
sont nombreuses, les cbants funèbres se cbangeaient petit à pe- 
tit en cbants mondains et comme une tempète se déchatnant, la 
jeunesse dansait au son de quelque gai refrain. 

Croirions-nous maintenant que ces jeunes amies d'Anna Gavri- 
lowna, dépassant la dizaine, non-seulement restaient à demeure 
cbez elle pendant des semaines, mais pendant des moìs entiers? 
Tout était en commun, leurs gais propos et les riches vètements 
d'Anna Gavrilowna. Venait une fète, et la jeune amie d'Anna 
Gavrilowna n'avait pas besoin de songer à ce qu'elle mettrait. 
On avait tout prévu. Pendant que toute la maison ne songeait 
qu'à s'amuser^ lavieille bonne, se faisant accompagner d*une Ma- 



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— 49 - 
schka ou Palaschka aux yeux noirs» allait voir dans les grands 
coffres où se conservaìent soìgneusement les effets des maitres et ' 
des jeunes visiteuses. Sìlencieusement^ elle regardaìt toutes les 
robes, et puis s'en retournait. 

Mais^ de grand matin^ elle annongait à Gavrilo Mlchaiìovitch 
qua telle ou telle robe d'Anna Gavrilowna avait été portée par 
une de ses amies^ et que maintenant les jeunes filles n'avaient rìen 
de neuf à mettre pour la fète, et qu'elle, la vieiUe bonne, rem- 
plissajt son devoir en venant prevenir le maitre. 

€ Si elles n'ont rien à mettre, il faut y pourvoir, disait Gavrilo 
MìchailoTitch^ en ouvrant de grands bahuts. Alors les tailleurs 
de la maison se mettaient à l'oeuvre, sous la direction de la vieìlle 
bonne. Yenait la grande fète et les jeunes visiteuses étaient éton- 
nées et ravies de trouver comme dans les contes de fées des ro- 
bes faites à leur taille. Ne sachant qui remercier^ elles comblaient 
Anna Gavrilowna de leur reconnaissance bien que celle-ci juràt 
n'y ètre pour rien. 

La vieille bonne coupait court à tout cela disant: 

€ Jouis de ce que tu as; cela n'en sera pas plus joli pour sa- 
voir d'où.cela vìent » et la jeune Alle ne se doutait guére que 
c'était Gavrilo Michailovitch qui avait ordonné que sa robe fùt 
fàìte^ non pour mériter sa reconnaissance^ mais parce qu'il vou* 
lait qu'en sortant de sa chambre, un jour de fète, il pùt voir au- 
tour de lui que tout était bienséant et fait pour réjouir se^ no- 
bles yeux. 

Mais nous ne pouvons comprendre ce qu'^ait la gaieté d'An- 
na Gavrilowna et de ses amìes, si nous oublions que leur prin- 
cipal divertissement était les chants et les danses russes. Ges 
chants qui faisaient vibrer Tàme de nos ancètres leur étaient fa- 
milìers et bien chers. C'était seulement la coupé des habits qui 
était francisée; mais en réalité, eux mèmes, nos ancètres étaient 
restés simples, forts et russes dans tonte l'acception du terme. 
L'habit ne pouvait les cbanger. Lorsqu'ils entendaient les chants 
russes, ils jetaient loin d'eux la perruque et Thabit de marquis 
et revètaient le kaftan russe, les bottes aux éperous d'argent, le 
chapeau aux plumes de paon et, ainsi, ils s'élancaient joyeux au 
milieu du horovod, Nos a'ieules ne restaient pas en arrière: jeter 
les paniers, revètir \e séra fanc' était l'affaire d'un moment. KUes 

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- 50 - 
mettaient plus souvent la paneva bien plus commode pour danser. 
En effet, elles dansaient vives, légères jusqu'à rópuisement. Il 
était d'usage que dans les trousseaux, il y eùt toujours une cer- 
tame quantité de costumes russes. Anna Gavrilowna en avait un 
nombre ìllimìté et pouvait à Toccasion habiller toutes ses amies 
pour un horovod. Le jour d'une féte, toutes ces jeunes tètes at 
tendaient avec impatiencé que les lents menuets et les gavotes 
fussent dansés pour se lancer dans un horovod. 

Gavrìlo Mìchadìovitch reste chez lui, causant chasse et ne pense 
guère comment s'amuse ses hótes ; mais voilà les portes qui s'ou- 
vrent et dans la grande salle entre le gai horovod brillant à vous 
aveugler. Les petites panevas courtes laissant voir les jolis pieds, 
des rubans aux vlves couleurs sont attaché^ aux longues tresses^ 
et personne ne peut dire laquelle des jeunes filles est la plus jo- 
lie car elles sont toutes charmantes. Anna Gavrilowna lève ses jo- 
lis bras^ frappe dans ses mains, le horovod chante avec entrain 
et se séparé en deux, Anna Gavrilowna choisit sa compagne fa- 
vorite et danse avec elle au milieu du horovod, en frappant la me- 
suro du talon de sa petite bottine. En entendant ces chants^ n'im- 
porte ce que fit au moment Gavrilo Michailovitch, jouà-t-il aux 
cartes^ aux échecs ou causa- t-il chasse, il se levait, perdait sa pan- 
touffle au bout de cinq pas, ne le remarquait mème pas, restait 
avec un pied déchaussé à la porte de la salle. Il n'entendait rìen de 
ce qui se disait autour de lui et, par déférence^ tout le monde se 
taisait. Force de Moustìque immobile, tenait dans ses mains la 
pantouflle perdue. Tout ce qu'il y avait d'aflTectueux, de tendre 
dans le coeur du puissant vieillard se faisait jour. Il ne pouvait 
détacher les yeux de sa fille bien-aimée. Si on eùt fait briller la 
pointe d'un poignard, en l'appuyant contre sa poitrine, il aurait dit: 

€ Laissez-moi regarder ma fille danser. » 

Et quand Anna Gavrilowna passait devant lui en chantant, et le 
regardait, les larmes lui venaient aux yeux et la largo poitrine 
du vieillard se soulevait comme une vague puissante. 

Puis les chants cessaient; le horovod entourait Gavrilo Michai- 
lovitch en louant et admirant sa Alle. Luttant encore avec son 
émotion, Gavrilo Michailovitch restait froid et grave comme si, 
en louant sa fille, on lui faisait une injure personnelle, et il ren- 
trait chez lui. 



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-51 - 

Force de Moustìque présentait la pantoaffle ramassée^ et Ga- 
vrilo Michailovitch se remettait aux cartes ou aux échecs ou aux 
convepsations de chasse; mais le sourire qui ne le quittait plus 
n'avait rapport ni aux cartes ni aux conversations de chasse. 

Anna Gavrilowna vivait ainsi, lorsqu'un petit évènement sur- 
vint dans son existence. 

C'était à Pàques; le9 jeunes filles chantaient leurs gaies chan- 
sons auprès des balangoires^ elles chantaient^ mais les jeunes yeux 
d'Anna Gavrilowna restaiant attachés sur un jeune homme qui 
correspondait aux paroles de la chanson, car il était beau, aima- 
ble et avait les yeux noirs et le soleii couchant inspirait de plus 
la jolie figure d'Anna Gavrilowna. 

Les jeunes yeux d'Anna devinrent si rèveurs, que le jeune hom- 
me lui flt un profond salut, Anna Gavrilowna s'enfuit du horo- 
vod. Le jeune homme était Marka Petrovitch Oh... depuis sa 
naissance inserii aux gardes, et servant comme capitaine sans 
jamais quitter ses terres. 

A peu pròs une semaine aprés que le horovod fut dansé^ un 
soir, entre un laquai chez Gavrilo Michailovitch et, sans l'entre- 
mise de. Force de Moustique, annonce que son excellence la Ge- 
nerale daigne arriver. 

€ Anna » fit Gavrilo Michailovitch qui montrait ainsi son piai- 
sir et souvent aussi son mécontentement. « Ma soeur la Gène" 
rale » habitait à 70 verstes de chez Gavrilo Michailovitch, lors- 
que son grand carosse entra dans la cour; alors Force de Mou- 
stique annonca l'arrivée de la generale. Gavrilo Michailovitch se 
leva et, trainant sa pantouffle; alla à la rencontre de sa soeur. 
Tonte la maison^ Anna Gavrilowna en tète, les visites, les ser- 
viteurs, tous encombraient la salle pour saluer la nouvelle arri- 
vée. Gavrilo Michailovitch les écarta, recut « Ma soeur la Ge- 
nerale » à la porte de la salle; il Tembrassa trois fois et Gavrilo 
Michsalovitch baisa la main de sa soeur, qui, elle, Tappela. « Ma 
lumière, mon frère. » 

< Ils ont peu de place pour s'embrasser, » grommelait la vieille 
bonne, « qu'ils ont choisi la porte pour cela. » S'embrasser dans 
une porte était dans l'opinion des vieilles gens un signe de brouille 
à venir. 

€ Bonjour. Anniouschka » dlt aimablement la tante à Anna Ga- 



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- 52 - 

vrilowna, « regarde moi, mon enfant. Voyez, mon frère, elle em- 
bellit tous les jours. » 

Et la generale cracha de coté pour détruire l'effet du mau- 
vais oeil. Ensuìte tout le monde vint baiser la main de la gene- 
rale et la soirée se termina heureusement. Le lendemain de benne 
beure^ la generale étant encore en camisole de nuit et s'attachant 
d'ónormes poches à la ceinture fit chercher la Tieille bonne. 

« Eh bien, vieille, que se fait-il de bon chez vous? ne me ca- 
clie rien. » 

La vieille répondit que gràce h Dieu tout allait bien* 

« Anniouschka est elle une consolation pour son pére? » 

« Oui, ma mère. » 

« Bien^ bien^ je ne suis pas venue ìnutilement ici > et la ge- 
nerale tira de ses poches une petite pièce d'argent qu'elle donna 
à la bonne, 

« Va prier Dieu, dit-elle, je vais chez mòn frère. » 

Et jetant sur ses épaules un petit mantelet, « Ma soeur lOf 
Generale » entra chez son frère. 

fc Comment vas-tu, Force de Moustique? ditelle à ce dernfer 
qui lui ouvrit la porte. Gavrilo Michailovitch se leva h demi de 
son divan, demanda à la Generale comment elle avait dormi et 
se rassit. 

€ Force de Moustique, » difc-elle, « tu trouveras une autre heu- 
re pour lire: » car celui-ci s*asseyait déjà pour lire la Vie des 
Saints. 

« Ferme la porte après toi. » 

« G'est inutile, » dit Gavrilo Michailovitch, en élevant la voix, 
€ ma soeur, ma maison n'est pas une chambre noire; je n'ai pas 
de secrets; et fermer mes portes pour me garantir de chaque ira- 
bécile, c'est ce que je ne ferai pas. Force de Moustique n'aie ni 
oreilles pour entendre ni yeux pour voir; entends-tu? 

« J'obéis, mon pére Gavrilo Michailovitch, répondit de derrière 
la porte Force de Moustique. 

« Maintenant, ma soeur, je vous ócoute ; parlez si vous avez 
quelque chose à me dire. » 

Il semblait que Gavrilo Michailovitch devinait de quoi il s'a- 
gissait. 

L'entrée en matière était si inattendue et Gavrilo Michailovitch 



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- 53- 

avait croisé les jambes d'un air si décide que « Ma soeur la ge- 
nerale se résigna à aborder le sujet d'emblée. 

€ Je suis venue parler d'Anniouschka, mon frère. » 

€ Pourquoi d' Anniousclika ? » 

« Dieu lui eavoie une gràce; elle a un prétendant parfait. » 

A remarquer les sourcils de Gavrilo Michailovitch^ on pouvait 
s'attendre à lui voir donner une réponse aussi laconique que cel- 
les qu'il avait Thabitadó de faire aux matrones qui abordaient 
ce sujet; mais non. 

i Quel prétendant? » dtìto^tìda-t-il « Un prétendant tei, mon 
frère, qu'en priant Dieu, on ne pouvait en obtenir un meilleur. 
Joge tei mème avec ton intelligence. 

C'est un parent de la Princesse Droutzkoy; il s'appello le Prin- 
ce Elie Troubètzkoy: Mon onde, et sa grande tante Anflsia Pé- 
trovna est une personne utile à l'occasion. Il tire lui-mème les 
plus grands seigneurs par les oreilles. 

Gavrilo Miclualovitch se taisaìt : « Ma soeur la Generale » con- 
tinua : 

« lì est aussi tràsriche; Dieu ne l'a prive de rien. Ses terres 
ne sont pas avi-delà des mers, 4000 àmes I » 

Gavrilo Michaiìovitch se taisait toujours; sa soeui^ regarda de 
coté et se tut un moment: 

€ Ainsi, ifaon frère, ma lumière, que direz*vous? qu'drd'onne- 
rez-YOUà? » 

Gavrilo Micbailovitch se leva, enfila sa largo, poitrine et dìt : 

« Je ne la donneraì pas. » 

4 A Marka Pétrovitch f » s'écria la Generale, en levatit les 
bras. 

* Et à Matka Pétrovitch ! je ne la donuerai pas. » 

t Force de Moustique, lis la vie des Saints. » 

« Qu'est-ce qui te prend, mon petit pére, s'écria la Generale 
hors d'elie-mème, es-tu fou? Quel meilleur mari veux-tu pour ta 
Alle ? à moins que tu n'attendes un general à grand cordon 1 * 

€ Nous avons assez d'une generale dans la faìmille, » répondit 
Gavrilo Michaiìovitch. 

« E bìen pour moi cela n'est pas assez. N'est elle pas aussi ma 
nièce ? cetÉe pauvre colombe sans mère. Tu as de gràndes grif- 
fes eb tu lie sais pas la défendre, vfeil aigle I » 



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— 54 — 

« Ma soeur dit sévèremeat Gavrilo Michaìlovitch pense à ce 
qne tu dis. 

€ II n'y a pas à penser; ta flUe a dix sept ans; elle voit en 
ròve des fiancés et son pére renvoì^ les prétendants. Tu ferais 
mieux^ mon petit pére, de la mettre au convent. Là elle se pro- 
steroeraìt toute la journée et tratnerait une robe noire pour ré- 
jouir ton coeur- » 

« Je ne la donnerai pas, » répéta Gavrilo Hicbailovìtch, et il 
se donna un coup si violent sur les genoux, que la vieille pan* 
touffle vola dans l'autre chambre. La generale se leva, sortìt sans 
proférer une parole et ordonna à ses gens de se préparer immé- 
diatement au départ^ et lorsqu'au moment du diner, on apportait 
déjà la grande soupière d'argent, la generale partit» faisant aìn- 
si une grande injure à son frère en refusant le pain et le seL 

« Voilà ce que c'est que de s'embrasser dans la porte, dit la 
vieille benne. » 

Et vraìment» on ne pouvait donner d'autre explication au re- 
fus de Gavrilo Michaìlovitch. Le prétendant était sous tous les 
rapports un parti digne d'Anna Gavrìlowna. Par sa naissance, 
ses relations, ses richesses et par lui-mème, Marka Pétrovitch 
était un vrai grand Seigneur. 

Lorsqu'il passaìt dans son landau^ jeunes et vieux s'écriaient : 
« Marka Pétrovitch passe ! Marka Pétrovitch passe I Les jeunes 
filles se jetaient aux fenètres pour le voir et il y avait vraìment 
à admirer. Son attelage se composait de quatre magnifiques éta- 
lons alezans (il est vrai que ses harras couvraient les steppes) 
mais qu'ils étaient bien choisis ses chevaux ! Pas un défaut, sans 
la moindre petite tache. Avec quelle gràce et avec quel ensemble 
ils levaient les pieds. De semblabies chevaux auraient hrisé des 
rènes ordinaires: aussi leurs hamais étaient ils composés de chai- 
nes d'argent. Ds mordaient aussi des freins d'argent 

G'était beau devoir Marka Pétrovitch dans son landau conduìt 
par ses splendides alezans qui faisaient trembler le sol sous leur 
puissante allure. Pour traverser les rivières, Marka Pétrovitch 
choisissait de préférence les gués : car les ponts alors étaient peu 
sùrs et se seraìent écroulés sous ces chevaux herculéens. 

< Les diables alezans! » disait Gavrilo Michaìlovitch, lorsqne, 
après avoir traverse le gué, ils s'arrètaient d'un trait devant son 



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■■-mmfM 






— 55 — 
perron, faisant sonner leurs chatnes d'argent et secouant Veau 
qai ruìsselait de leurs longues crinières. 

€ Des diables, » disait Gavrilo Michaìlovitch, et cependant, il 
quittait son divan pour adrairer ces diables. Et malgré tout cela, 
il avait refusé Marka Pétrovitch. Pendant une quinzaine de jours 
après ce refus, cet attelage écumant passait et repassait devant 
la maison de Gavrilo Michailovitch, et seulement les vitres trem- 
blaient au passage fougueux des diables et peut-ètre un coeur de 
jeune Alle battait-il plus fort. Au commencement de la troisième 
semaine, comme on se mettait à table, et que Gavrilo Michailo- 
vitch attachait encore sa serviette sous le menton, Marka Pétro- 
vitch qui venait de passer en volture, se presenta sur le seuil: 

« Pardonnez-moi, Gavrilo Michailovitch, » dit-il, « je n'avais 
nullement Tintention de venir chez vous; mais en passant, j'ai vu 
Anna Gavrilowna à la fenétre; après cela ne me demandez pas 
comment il se fait que je sois ici. 

« Un couvert, » ordonna Gavrilo Michailovitch qui, sans de- 
mander aucune explication à son hòte, le pria de s'asseoir. 

Depuis ce temps, Marka Pétrovitch reprit de nouveau l'habi- 
tade de faire ses fréquentes visites; disant hautement et en pleine 
table qu'il ne venait nullement pour les mets délicats ni pour les 
soins fins; mais pour les yeux bleus d'Anna Gavrilowna qui rou- 
gissait ne sachant où tourner ses yeux bleus et Gavrilo Michai- 
lovitch regardait dans son assiette en souriant de plaisir. Ainsi 
marchaient les choses, lorsque vint la fète de Saint Nicolas. G'était 
le patron d'un des autels de l'église de Gavrilo Michailovitch. 
Aussitòt après la messe, il avait Thabitude d'aller avec tonte sa 
maison, suivi du peuple venu à la messe, avec les saintes 
images, à quatre verstes là, où se trouvaient les ruches d'abeil- 
les. On y chantait un Te Deum, on donnait h manger et à boire 
à tout le peuple et lui-mème, Gavrilo Michailovitch, faisait pré- 
parer un festin pour ses amis. L'endroit était charmant. C'était 
un grand ravin entouré de bois; à Tentour, des milliers de ru- 
ches . se trouvant dans le bois abritées Thiver par de bonnes con- 
structions, et près d'une source, s'élevait une cuisine où se pré- 
paraient les dìners que, chaque année, Gavrilo Michailovitch don- 
nait dans ce joli ravin. 

(à corUinuer), 



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U CHIESA E LO STATO M ITALIA 



(Continuazione e fine) 



IIL 



QiuiU le condizioni della Chiesa e dello Stato, nel Regno 
d'Italia, dopo U 20 Settembre 1810? 



Sulle attuali condizioni della Chiesa e dello Stato io nulla qui 
potrei dire di più, né certamente di meglio, di quanto si legge 
nelle due recenti ed interessanti pubblicazioni che sono uscite in 
Roma, runa col titolo « Il Papato ai tempi deW Impero e U Pa- 
pato ai tempi nostri » Tip, eredi Botta, l'altra « Les Lois Ecclesiasti- 
ques de V Italie Réponse a M. VÉvéque d* Orléans ^k Bocca^-freres, 
Libraires-Éditeurs. 

Rimandando perciò a queste due pubblicazioni il cortese letto- 
re onde possa rendersi un esatto conto delle ultime leggi del Re- 
gno d'Italia, su cui si fonda il nuovo diritto che dovrebbe rego- 
lare le condizioni e le relazioni della Chiesa e dello Stato, io mi limi- 
to qui per conto mio a dichiarare, che il concetto vero ed ultimo 
il quale dall'esame delle leggi medesime ne sorge è questo, se io 
non m'inganno: che mentre si credette che colla caduta del po- 
tere temporale, colla soppressione degli ordini religiosi, e col 
riordinamento dell' asse ecclesiastico, e colla Legge delle giMren- 



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— 57 — 
ligie si potesse tradarre in atto il principio della separazione 
assoluta della Chiesa dallo Stato^ pur lasciando alla Chiesa tanto 
e più di libertà, quanto essa non ne ha mai cercato e desiderato per 
Tesercizio della sua giurisdizione e delle sue funzioni spirituali, 
nulla in realtà si ottenne^ se non questo effetto: di recare alla 
Chiesa la più cruda offesa che mai le si potesse infliggere, per 
darle poi piena balia di spingersi alle insidie ed agli assalti con- 
tro lo Stato, a cui frattanto si toglievano tutti tutti gli antichi 
più ordinarli e legittimi presidi! e mezzi della sua difesa. 

Che ciò sia, pare a me indubitabile: e basta a persuadersene 
il guardare attentamente il contegno assunto dalla Chiesa, ed 
osservare quanto accade intorno a noi ogni giorno, dirìgendo il 
nostro sguardo indagatore fino al sommo e santo prigioniero del 
Vaticano. 

Che ne accadrà in seguito ? 

Iddio solo il può sapere. 

Ma per fermo la questione è gravissima, e merita di essere 
sovra ogni altra profondamente studiata. 

Esaminiamola dunque con calma, ma senza veli e senza reti- 
cenze. 

La libertà della Chiesa che si muove, si esplica, e funziona 
entro i confini dello Stato, facilmente si comprende; ed essa po- 
trebbe essere un prezioso elemento di ordine, di armonia e di 
progresso civile e morale- 
Ma la libertà della Chiesa che si muova, si esplichi, e funzio- 
ni airinfuori dei confini dello Stato in antagonismo colla libertà 
dello Stato, o in lotta contro lo Stato medesimo, non si può con* 
siderare altrimenti che come un elemento di disordine, di con- 
fusione, e di violenta reazione, da una parte o dall'altra. Impe- 
rocché la Chiesa fuori dello Stato suppone necessariamente che 
la Chiesa non si componga di cittadini, o che i cittadini legati 
e fedeli alla Chiesa non abbiano ad essere egualmente legati e 
fedeli allo Stato, o almeno che fra la Chiesa e lo Stato i citta- 
dini debbano preferibilmente servire a quella, e mancare a que- 
sto. Il che se per tutti é un anacronismo, per gli statisti costi- 
tuisce un evidente assurdo. 

Or bene: la Chiesa pretende non solo di essere ella libera al 
di fuori dello Stato, in modo da non andar tenuta all'osservanza 



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-58- 
delle sae leggi, ma vorrebbe altresì, bisognando ai suoi fini, spin- 
gere la saa libertà, che per Lei è autorità, al di sopra dello Stato, 
nel senso cioè che, nel caso di un possibile conflitto. Essa a preferenza 
dello Stato debba essere obbedita e servita, anche dai cittadini 
cattolici appartenenti a quello Stato con cui per avventura sorga 
il conflitto. 

É tale cotesto un eccesso, che potrebbe ben dirsi un'aberra- 
zione d'orgoglio e d'insensatezza; ma pure è cosi! 

Né si dica, per attenuarlo, che procedendo la Chiesa e lo Stato 
su vie affatto diverse e parallele, quali sono quelle dello spiri- 
tuale e del temporale, non abbiano mai ad incontrarsi nò ad ur- 
tarsi ; che pur troppo la risposta incontrastabile sta nella noto- 
rietà e nella costanza del fatto contrario, e nella tendenza natu- 
rale che hanno ambedue a deviare e trascendere i rispettivi con- 
fini. 

Né si invochi, in ultimo grado, il beneficio del tempo per uno 
scopo superiore di conciliazione e di pace; che in verità non é 
più questo che un sogno dorato, su cui si cullano ancora que'pochi 
ingenui e felici credenti i quali, purché s'abbia un modus vi- 
vendi, nulla fanno e tutto attendono dal progresso dei lumi, 
dalla forza del bene e dal trionfo della civiltà. Tutte belle e buo- 
ne cose, ma che troppo vengono a contrattempo, e a cui si può 
ben dire: Combien de bons propòs hors de propósi 

La realtà e la storia stanno là inesorabili ad aprirci gli oc- 
chi e a dissiparne sogni ed illusioni; che pur troppo di lumi 
scomparsi, di reazioni trionfanti, e di civiltà sepolte ne abbiamo 
infiniti e dolorosi esempi; e niun é che non debba rimanerne 
sgomento pensando alla barbarie sopravvenuta, dopo le splen- 
dide civiltà Oreca e Romana, alla lunga e spaventevole notte del 
Medio Evo, ecc. 

Non manca, é vero, chi crede che la Chiesa ridotta, qual'è, al 
solo potere spirituale, non avrà mai più tanta forza da mettere 
lo Stato in seria apprensione; e che in ogni caso sarà sempre 
lo Stato in tempo e in grado di provvedere a sé, e a mettersi al 
riparo da qualunque pericolo dell'antica sua avversaria, se essa 
tornasse alle insidie od agli assalti. 

Fatale illusione anche questa t più volte accoltasi e sempre 
miseramente caduta davanti alla prova dei fatti. Imperocché la 



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^ 59 — 
Chiesa, nella mirabile elasticità del suo organismo, e nella insu- 
perabile saldezza della sua costituzione, ebbe ed ha sempre tanto 
vigor di vita, tale unità d'indirizzo, tanta varietà d'azione, di* 
risorse e di mezzi d' insinuazione di seduzione e di autorità, che 
anche quando men sembra, Essa non cessa mai di muoversi, con- 
tendere ed avanzare, mirando alla sua meta, senza che nessun 
rovescio l'abbatta, nessuna difficoltà l'arresti, nessun impedimen^ 
to le tolga l'audacia e la costanza de'suoi propositi e del suo 
scopo. 

strana, formidabile, inde^nibile potenza è la Chiesa, che pria 
vi affascina, e poi vi assidera e vi soggiogai Or lasciate che 
Essa eserciti il suo fascino sulle giovani menti, che si insinui e 
domìni sulle timide coscienze, che giunga a impossessarsi dei 
cuori più arditi, degli spiriti più bollenti; lasciate che. con tutte 
le sue arti e per le sue vie, coperte e scoperte, diffonda nelle 
masse la superstizione e il fanatismo, e che ad una data óra 
possa eccitare alla rivolta e scuotere la face della ribellione sulle 
plebi sofferenti delle città e delle campagne... oh t allora voi 
vedrete • se lo Stato non avrà a correre gran. pericolo, e se la so- 
cìetà civile si troverà ancora ad avere tante forze da difèndersi, 
e da schiacciare la reazione clericale insorgente da ogni parte, 
dal basso e dall'alto, col grido della croce, col fuoco de'moschettil 

Suonerete a raccolta, e pochissimi si moveranno; chiamerete 
i vostri figli, ed essi non vi risponderanno; cercherete i firatelli 
e nipoti, e li troverete passati nelle schiere nemiche. 

Fidarsi al tempo, colla Chiesa nemica, ò 'un voler perdere la 
partita prima di giuocarla; à un rischiar la vita sulla cura di un 
lento veleno. 

La Chiesa quando vi ha presa l'anima, il corpo ve lo. lascia, 
perchè, secondo le circostanze e a piacer suo, le serva da schia- 
vo, da automa, o da balocco. Può essere in bene, può essere in 
male; ciò non dipende più dall'uomo, il quale avvinto alla Chiesa 
diventa assolutamente passivo. 

E si badi che le intelligenze offuscate, le coscienze turbate, gli 
animi sgomenti, le turbe ignoranti, o superstiziose e fanatiche» 
costituiscono, da un lato, la più potente molla di azione di cui 
possa disporre la Chiesa, e dall'altro, il più grande pericolo che 
possano correre i moderni Stati civili. 



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— 60 - 

Goai a noi i se rimprevldenza d la t^gerezaia^ o iti soverchia 
Gonfidejìza ci tradiscano, e ci distolgano dal trremunirci a tempo. 

Oramai ò cosa certa ed evidentissima che colla Chiesa il mon- 
do civile non potrà aver pace, se la Chiesa non si trasformi, 
non si purifichi e non si spiritualizzi; e se, trasformandosi radical- 
mente. Essa non cessi dal contendere pel suo preteso dominio 
universale e per la sua ingerenza nelle cose terrene, contro la 
libertà e contro lo spirito del secolo. 

Finché quel giorno non arrivi — ed esso non apparisce di certo 
ancora vicino, -« fin là Dio ci salvi dal chiudere spensierata- 
mente gli occhia e dall'addormentarei con cuor leggiero fra due 
guanciali di rose senza spine; chà ben potremmo all'improvviso 
troviurci sopra l'orlo di un precipizio. 

Ma la trasformazione della Chiesa, nel puro senso evangelico;» 
ò dessa mai sperabile? Ecco il fondo della questione: 
. Quale la risposta ì 

Nel tempo io^ iu)n solo la spero, ma la ritengo certa : però 
lontana assai assai. 

Ogni istituzione, vuoi religiosa, vooi civile^ per quanto abbia 
di umano, la quale- non corrisponda più al suo scopo, e si metta 
in urto coi bisogni e colle tendenze universali del secolo, in cui 
essa deve pur muoversi e contemperare la sua azione, pev una 
legge di natura, etema ineluttabile, a poco a poco langure, in- 
tristisce, si corrompe, e finisce per dissolversi e cadere. 

Cosi e non altramente sarà della Chiesa Cattolico-Romanav per 
quanto, ripeto, ha di umano, o non è di essenza divina, se Essa 
non ritorni a rinfrancarsi e rivivere collo spirito di Cristo^ nei 
principii eterni dell'amore, della 'carità, e della fratellanza uni- 
versale. 

Importa però che, a non divagale nell'astratto, io mi affretti a 
riconoscere e dichiarare che la condizione della Chiesa, in Italia, 
ò ben diversa: da quella che tiene in tutte le altre nazioni del 
mondo cattolico. 

Diversa, non solamente perché in Italia v'ha Roma, colla cattedra 
di S. Pietro, perché ivi é il centro del caittolicismo, ivi la sede del 
Papa, e di tutte le somme autorità, dignità e de'più alti uffizi della 
gerarchia ecclesiastica; ma diversa più ancora, od essenzialmen- 
te, perché il cattolicismo in Italia si connaturò con tutte le sue 



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- 61 - 
popolazioni fin dai primi suoi tempii e pi^ e più sempre attra^ 
verso i secoli venne immedesimandosi nella sua storia^ nelle sue 
tradizioni, nelle sue leggi e in tutti i suoi costumi. Onde in Ita- 
lia il cattolicismo^ a differenza delle profonde divisioni prodottesi 
in altri paesi, fu sempre, com'è tuttora, uno dei più potenti vin- 
coli della sua nazionalità e della sua fratellanza, indipendente- 
mente da ogoi fasto e splendore di mondana potenza. 

Ciò essendo, non reca punto meraviglia che il Governo e il 
Parlamento italiano, dopo aver messo fine al regno temporale del 
Papa nel 1870, e dopo essersi stabiliti definitivameiite in Roma 
proclaLmata Capitale d'Italia, abbiano colla legge del 13 Maggio 
1871 largheggiato verso il sommo Pontefice di tali e tante con- 
cessioni, e di cosi larghe prerogative e guarentigie, da costituirgli 
non pure una sovranità spirituale la più liberà ed indipendente 
che mai si possa desiderare, ma da creargli una tal posizione, 
umanamente anche circondata da tanti onori, di tanta premi- 
nenza dotata, che davanti a Lui i sovrani cattolici della terra 
non comparirebbero mai che di secondo ordine, se pur dovessero 
ancora riunirsi in qualche concilio o congresso. 

ÀI Papa infatti fu conservata la più magnifica reggia del rnoii^ 
do; ed Egli continua a sedersi sul trono il più splendido d'oro e 
di porpora, che abbia mai esistito. 

Tutto quanto però dall'Italia si offi-i non trovò grazia, e tutto 
fu, apparentemente, sdegnato e respinto. 

Il Papa intende e vuol rimanere quello che era prima; anzi di 
quanto è accaduto, nulla per Lui sussiste. Egli è sempre il Par 
paRe, ed alla Chiesa cattolica spetta sempre il dominio univer- 
sale. Questo il concetto fisso, e questa, checché si vaneggi in 
contrario, contìnua ad essere la politica del Vaticano. 

La legge delle guarentigie per ir Papa e per la Chiesa non 
vale che per la parte del diritto da lóro sempre reclamato, ed 
ora infine assicurato, cioè per la piena libertà loro concessa; la 
parte attinente, o scorgente ai doveri verso lo Stato, non è, per 
loro stessi, che lettera morta; non là si mentova o ricorda, che 
quale un codardo e sacrilego oltraggio. 

Quindi fra i fatti e le proteste, fra il diritto della Chiesa e il 
diritto dello Stato, fra le o£Bérte e le repulse, abbiamo uno spet* 
taccio della più strana e flagrante contradizione. Vaglia il vero:... 



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- 62 - 

Il Papa, dichiarato per legge sacro ed inviolabile, — che si 
compiace di mostrarsi e farsi credere opprèsso e perseguitato ; 

Il Papa fche conserva in favore della Santa Sedè la stessa do- 
tazione di cui già godeva sul bilancio del suo Stato, montante 
all'annua rendita di L. 3,225,000, — e che non pertanto, per poter 
gridare alla povertà, rifiuta questa rendita, e ricorre piuttosto ai 
soccorsi dei fedeli, ed al cosi detto, dalla Curia e da Lui, Obolo 
di S. Pietro; 

Il Papa che continua ad avere, come per Taddietro, il pieno 
godimento dei palazzi apostolici Vaticano e Lateranense con tutti 
gli edìfizi, giardini, e terreni annessi e dipendenti, nonché della 
Villa di Castel Gandolfo con tutte le sue attinenze « dipendenze, — 
e che pur non ostante, per piangere e desolarsi (desolare i ere- 
denti i più creduli) ama di farsi prigioniero in casa propria, e 
di lasciarsi descrivere come neppur padróne della Cappella in 
cui celebra la santa messa, né di un proprio cubicolo; 

Il Papa il quale è pareggiato perfettamente al Re nella tutela 
e nella inviolabilità della sua persona, al quale il Governo ita- 
liano rende gli onori sovrani, e mantiene tutte le preminenze 
d'onore, riconosciutegli dagli altri Sovrani cattolici, il quale ha 
la facoltà di tenersi il consueto numero di guardie addette alla 
sua persona ed alla custodia dei suoi palazzi, — e il quale come se 
tutto ciò fosse un bel nulla va ognora più deplorando la sua tri- 
ste posizione, il suo isolamento, e la sua umiliazione; 

n Papa, infine, che è libero pienamente di compiere tutte le 
funzioni del suo ministero spirituale, e che all'uopo liberamente 
corrisponde cogli inviati dei Governi esteri, coU'Episcopato e con 
tutto il mondo, cattolico e non cattolico, senza veruna ingerenza 
del Governo italiano, — e che, in onta a ciò, va tuttavia gri- 
dando urU et orbi, in tutti i tuoni, mancargli ogni più necessa- 
ria libertà per l'esercizio della sua autorità, e pel governo della 
Chiesa universale If 

Lo Stato, per l'altra parte, che, senza darsi un pensiero ai 
mondo di ciò che potrà accadere poi ... , con un abbandono, più forse 
inconsiderato che magnanimo... 

— Abolisce, ogni restrizione speciale allo esercizio del diritto 
di riunione dei membri del Clero cattolico; 
. — Rinuncia al diritto della Legazia apostolica in Sicilia; 



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— 63- 

— Rinuncia, in tutto il Regno, al diritto di nomina o propo- 
sta nella collazione dei benefici maggiori; 

— Rinuncia anche al giuramento dei Vescovi;.., 

Lo Stato che — abolisce Vexequatur e il placet regio per la pub- 
blicazione ed esecuzione degli atti delle autorità ecclesiastiche; 

— Sopprime o non ammette più, in materia spirituale e disci- 
plinare, nessun richiamo od appello ab aJbuso ; 

Lo Stato che, per ultimo, — concede la più larga immunità ai 
palazzi e luoghi di abituale residenza o temperarla dimora del 
Sommo Pontefice, o nei quali si trovi radunato un Conclave o un 
Concilio ecumenico. 

E con tutto ciò, ad onta di cotante e cotali concessioni, la 
Chiesa grida, sclama e proclama ai quattro venti — le usurpazio- 
ni, le proscrizioni e le vessazioni dello Stato, Tempietà, e l'ab- 
bominio del Governo italiano. 

Oh ! che contrasto, quanta contraddizione i Di più non ò pos- 
sibile. 

Ma tutto tutto si spiega, tutto é permesso, tutto ò possibile, 
fintantoché, per la Chiesa^ risuonano quelle fatali, o fataie, pa- 
role : Perdita del potere temporale! 

Resta che, anche per noi, per lo Stato, non ne torni vano l'esem- 
pio, e vano l'insegnamento, almeno in riguardo alTavventre. 



IV. 
Pericoli, timori, e speranze per Cawenire. 

Cosi stando le cose, vi hanno tuttavia non pochi, se non molti, 
che tutto dipingono a color di rosa, dormono placidamente i loro 
sonni, e vivono nella più beata fiducia di una prossima concilia- 
zione. 

Che Iddio li abbia in gloria, e lor conservi o conceda il sonno 
di notte, e il sopore di giorno, la salute, ed anni molti perchè 
possano assistere al trionfo delia loro fede f E che Iddio, sopra- 
tatto, conceda angora parecchi altri anni di vita a Pio IX! Poi- 



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— di — 

che, in mezzo a tanta rabbia e schiuma ultramontana, Egli pur 
conserva un cuore italiano; e finché Egli vive, minaccia vi sa- 
rà, ma scoppio non pare, e non credo, di que'fulmini e tifóni 
sterminatori, che pel Dies irce, si vanno preparando, o più che 
vagheggiando, in Vaticano. 

Per contro vi hanno altri che ne temono e forte ; e non sanno 
guardare al presente, e all'avvenire insieme, che con seria appren- 
sione, se non con ispavento. 

Temono che la fiera, sciolta da ogni qualunque freno e sorve- 
glianza per parte dello Stato, libera di valersi di tutti i suoi 
mezzi morali e spirituali, educativi e direttivi, tanto sulle intel- 
ligenze quanto sulle coscienze, mercè cui, come soleva dire quella 
buona memoria, forte e divinatrice anima del Giusti, « Essa c'investe 
e ci martella da ogni lato >, temono che non arrivi, in raen che non 
si presume, e quando men si pensi,, a rovesciar la medaglia d'un 
tratto, e farci riveder nero ciò che ora è bianco, e a graziarci e 
a bearci, un'altra volta, colla sacra forma del triregno, anziché 
coU'arma del Regno d'Italia.... 

Ed io, io che scrivo, sono e mi schiero a dirittura fra questi. 

Non è che per me non si riconosca che un beneficio inestima- 
bile, di cui gode l'Italia a distinzione di quasi tutte le altre na- 
zioni cattoliche, non sia la perfetta comunione della sua fede e 
l'unicità del suo credo e simbolo religioso, scopo a cui tende in 
definitiva, benché per diverse vie, l'instancabile attività della 
mente, del cuore, e dell'umana coscienza. Anzi per questa ra- 
gione, io volentieri ammetto che l'Italia debba, con ispeciale os- 
servanza ed amore, gelosamente custodire questo potente vincolo 
della sua nazionalità e della sua fratellanza, come di già accennai, 
procurando, per quanto stia in lei, di ristabilire l'accordo fra la 
Chiesa e lo Stato. 

Ma, Dio benedetto, appunto perchè ciò penso e credo, devo an- 
cora aggiungere che, a parer mio, la conciliazione oramai non si 
può più sperare, e non si avrà . . . , se non che quando l'inutilità, 
anzi l'impossibilità della lotta si faccia, per la Chiesa, indubbia- 
mente manifesta; quando, cioé> dinnanzi allo spettacolo, sempre 
più odioso e miserando, che la Chiesa va di sé offrendo, e davanti 
allo strazio, sempre maggiore, che va compiendo della religione 
di Cqisto, Sssa stessa senta, alla perfine, la necessità inesorabile 



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- 65 — 
di cedere, per non subire l'estrema sua rovina, e torni a ricorda- 
re e ripetere in ispirilo di verità, il santo grido, a cui il secolo 
propen<ie, di pace pace a tutti gli uomini di buona volontà! 

Fero, fino a che ciò non avvenga, guai a noi, e guai alla cau- 
sa liberale, se aspetteremo a scuoterci, e a gridare quando non 
avrem più energia e voce, se attenderemo ad agire e difender- 
ci quando non avremo più forze; se ci lasciam prendere, a modo 
di dire, dal matto gusto di voler cogliere le nespole al sol di luglio L . . 

Potrebbe ben presto sopravvenire un giorno, in cui ci crede- 
remmo ancora d'essere gli uomini liberi del giorno d'oggi, e non 
saremmo più che le ombre di noi stessi, se non già gli schiavi 
timidi e devoti di un'altra volta! 

Per me, insomma, la Chiesa ai giorni nostri, considerata, come 
deve essere, in istato di guerra, pervicace, incessante colla So- 
cietà moderna e collo spirito del secolo progrediente, è pur trop- 
po come la fiera dal pel maculato e dalle bramose canne, che 
freme d'ira e di vendetta, non spira che odio, e non anela che 
strage e sterminio. 

Lasciarla senza verun freno o guinzaglio, parmi che sia, non pure 
una inescusabile imprevidenza, ma una inconcepibile aberrazione. 

E perchè la Chiesa in Italia coU'abuso delle libertà non possa 
diventare un pericolo interno e internazionale, uopo è, ed urge, 
se pur non m'inganno a partito, che gli uomini politici, il Par- 
lamento, ed il Governo considerino, quanto mai seriosamente, e 
colla più avveduta prudenza decidant), senza indugio di sorta, se 
oramai non sia il caso, non sia giunto il momento, anziché di 
rompere o sciorre gli ultimi due, apparenti, fermagli dell' ecsequa- 
tur e del placet regio, che ancora legano la Chiesa allo Stato 
per l'immessìone al possesso della temporalità dei benefici mag- 
giori, di richiamar piuttosto in vigore l'antica nostra scuola giu- 
risdizionale, e, con essa lei, quella tradizionale polizia ecclesia' 
siica, la quale fu mai sempre il più valido presidio della dignità, 
della potestà ed anco della sicurezza dello Stato ; presidio con cui 
lo Stato rispettando ognora la libertà religiosa della Chiesa, valse 
sempre a mantenersi nei giusti confini della temperanza, si, ma 
del diritto ancora. (1) 



(1) Senza cotale presidio il piccolo Piemonte avrìa potuto arrivar mai 

5 



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- 66 — 

Imperocché mentre la Chiesa non solo non accetta, ma respin- 
ge, rigetta insolentemente da se, come un oltraggio, qualsivoglia 
proposta, qualunque concessione da parte del Governo italia^io, il 
parlare di conciliazione, e lo sperarla poi.,., é qualche cosa dì 
più che un'utopia...: e Dio voglia che non torni mai fatale I... 

Se una prova ci voleva, la prova oramai è più che fatta; ed 
essa è tornata contraria ai fautori della conciliazione. 

Non rimane che la lotta; e a finirla presto e bene, bisogna ac- 
cettarla e sostenerla apertamente, senza esitazione: con quella 
franca e dignitosa energia, che meglio raccomanda e richiede lo 
stesso moderamen inculpaioe tuteke. 

Or mentre ferve la lotta, l'aprire al nemico tutte le porte di 
casa nostra per attènderlo a pie fermo, rinunciando anche ai mez- 
zi della più ordinaria difesa, se può a taluni apparire ancora un'ul- 
tima prova di confidente coraggio, non è però che imprudenza 
e peggio; avvegnaché, quando non si dispone di noi soltanto, ma 
del figli nostri, e quando si tratta non tanto del nostro avvenire, 
quanto di quello della patria, ogni anco lieve leggerezza, grave 
colpa doventa, s'esser può cagione d'irreparabile rovina. 

Or dunque Caveant ConsiUes! 

È questo un grido dell'anima, non altro. Vada accolto, o cada 
perduto, io l'ho emesso. 

Alla libertà e alla patria, se darà luogo ad ascolto e a discus- 
sioni, esso non potrà che giovare. Quod est in votisi Quod satis 
superqae invoco! (1). 

Di Roma, 26 Dicembre 1874. 



alia Legge Siccardi^ — Nò (V. Parte li). E se la breccia, aperta da 
quella nelle viscere stesse della Curia romana, non avesse contribuito, 
grandemente, a preparare l'evento della breccia di Porta Pia, l'evento 
medesimo sarìa seguito? — È più che permesso di dubitare, che no. 
Ma perché adunque mettere, e mantener da banda un presidio^ che e 
ha tanto servito? — Or piccoli non siam piic; siamo grandi, e for^ 
tiy ecc. . . si risponderà forse. Ma adagio, insisto io modestamente, con 
questi vanti.... 

(1) Le lezioni e gli esempi che ci vengono di recente dalla Svizzera 
dalla Frauda, dall'Inghilterra, dalla Germania, dal Brasile, ed, altima- 



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- 67 - 

mente, anche dal Chilì^ non son punto fatti per idmentfre i sinistri va- 
ticini, né per rassicurare sulle disposizioni della Chiesa. Che ovunque 
il Gattolicismo Romano sollevi la bandiera deirinfallìbilità e del Sillabo, 
ivi la Chiesa divien tosto ribelle allo Stato, e^ pe' suoi costanti fini, non 
rifugge punto punto dai più violenti e brutali mezzi^ neanco dalla guerra 
civile. . . . 

Nessuno maraviglierà che,, anco dagli accennati casi di paesi stra- 
nieri, io abbia preso occasione di riandare i punti più riguardevoli del 
mio, qualunque, scritto, — che son quelli che attengonsi particolarmente 
alla Legge, del solo paese nostro, cosi chiamata, delle guarentigie; e 
che quindi lo abbia creduto di dovervi aggiungere, quasi a discarico 
maggiore dì coscienza, le seguenti considerazioni, in appoggio pure del 
fine, evidente ed espresso, dello stesso scritto. 

La maggiore difficoltà del presente e il maggior pericolo dell'avveni- 
re, per noi, sta in ciò: che lo Stato, colla Legge delle guarentigie, non 
solamente ha rinunciato a tutte le sue prerogative e ad ogni sua legit- 
tima ingerenza nelle cose della Chiesa, si in materia spirituale che di- 
sciplinare, ma ha, nello stesso tempo, sacrificato gli antichi incontra- 
stati diritti delle Comunità religiose cattoliche airelezione popolare dei 
loro parroci, e ì diritti di essi poveri parroci alla protezione del Go- 
verno; ed ha abbandonato spietatamente, senza eccezione e riserva, il 
basso Clero allo sconfinato arbitrio delle autorità ecclesiastiche, ossia 
del Vaticano. Onde, per lo Stato, esso più non esiste che perinde oc 
cadaver. (a) 

E peggio ancora ; poiché togliendo al basso Clero ogni sorta d'ap- 
poggio e di protettorato contro le esorbitanze, le ire, e le persecuzioni 
della Caria Romana, si è finito per rigettarlo a corpo perduto sotto il 
giogo il più ferreo della disciplina ecclesiastica ; e di ridurlo cosi alla 
.dura odiosissima necessità d'essere, o comparire, retrivo, fazioso, rì- 
hìÌQ talvolta, avverso sempre alle leggi del paese,^ e sopratutto anti- 
nazionale. 

La è una condizione, cotesta, che debba, che possa più a lungo du- 
rare, senza produrre 1 più tristi e deplorevoli effetti, senza viziare e 



(a) Io vo lieto assai d'aver potuto leggere, prima di por fine alla 
stampa di questa ultima parte del mio studio, le nobili, finanche ed op- 
portunissime dichiarazioni fatte daHMllustre Ministro Guardasigilli nella 
sua lettera del di 1 1 febbraio corr. al Procuratore generale di Roma 
(Vedi il n. 42 dell'Opinione), Esse significano un forte risveglio del Go- 
verno sul gravissimo argomento; e possono dar pegno che oramai non 
si chiuderanno più ambidue gli occhi sui pericoli di una situazione che 
minaccierebbe, alla lunga, tutte le conquiste della libertà e dell'unità 
della patria. « Roma, 14 Febbraio 1875. 

UAutore. 



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- 68 — 

scuotere le basi del vivere civile e sociale^ senza rischio di ruinar dalle 
fondamenta l'edificio della libertà e dell'unità Italiana ? . . . dimando io. 

Il lascio pensare e dire a quanti son uomini pratici, con fior di senno 
comprovato in materia, e che all'amor di patria non si accontentano di 
rendere un mito, un culto più platonico che altro, ma lo vogliono vivo, 
operoso, provvido, senza più efficace. 

Se non si provvede a tempo, non sorgerei certamente il finimondo ; 
ma si avranno guai e guai seri, sventure molte, fors'ancbe aspre e san- 
guinose lotte : addietro, io spero, non si tornerà; ma potrebbe invece 
accadere che troppo innanzi, anche senza volerlo, dall'infuriare degli 
eventi ne fossimo trascinati, sorpresi e sopraspinti. Dai quali eccessi, 
sia permesso V affrettarmi ad esclamare — libera nos Domine ! — 
Varrebbe meglio assai che sapessimo guardarcene, e premunircene noi 
stessi. 

La legge, pur troppo nebulosa, delle guarentigie non è rispettata che 
da una delle due parti, e non è sfruttata che dall'altra. Poteva, sì, scio- 
gliersi in bene ed in male, per noi, per lo Stato; ma non va sciogliendosi 
che in male e male. È tempo, mi parrebbe !> è caso urgente in vero di 
ritomarvi sopra. 



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LE FORZE 

DELL'ITALIA E DELLA FRANCIA 

DOPO 

LE ULTIME LEGGI MILITARI 



{Contintuzzione) 



Art. 74. Gli ufficiali di complemento, quand'anche siano in 
tempo di pace sui ruoli della milizia mobile, possono essere de- 
stinati in tempo di guerra a servire nell'esercito permanente. 

Art. 75. Gli articoli 67, 73 sono applicabili agli assimilati, ed 
in generale a tutti i funzionari ed impiegati provveduti di pen- 
sione di ritiro o di riforma per aver servito nella dipendenza del- 
l'Amministrazione della guerra. 

Dagli articoli come sopra citati, chiaro apparisce, che in caso 
di guerra potremo raccogliere un numero ingente di ufficiali di 
ogni grado, e dai quali tornerà possibile di fare una scelta dei 
migliori per morali e fisiche prerogative, nonché di quelli che ne 
faranno espressa domanda, onde fornire i 90 battaglioni della ri- 
serva di complemento mobilizzati, nel mentre che i più innanzi 
negli anni ed i meno atti a tenere la campagna, costituiranno 
presso i depositi i quadri della vera riserva di complemento. 

Credo cne dalle ragioni fin qui addotte, ognuno si convincerà 
della possibilità all'occorrenza, di allestire altri 90 battaglioni da 
porre dietro all'esercito permanente, senza punto alterare l'orga- 
nismo della milizia mobile. E questo è in perfetta relazione con 
quanto diceva nel capitolo II, parlando dei 136 mila uomini di 
prima categoria passati per eccedenza alla riserva di complemento. 



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— 70 — 

Codesti battaglioni poi, appena avranno compiuta la loro for- 
mazione ed il loro assetto amministrativo, potranno subito venir 
formati in unità di maggior momento, perché, a somiglianza di 
quanto si ò praticato nel 1866 pel corpo di riserva agli ordini del 
generale Nunziante, raccolti in uno o più campi d'istruzione sotto 
gli ordini di provetti generali, possano meglio consolidare la loro 
compagine ed insieme perfezionarne l'istruzione ; pronti ad ogni 
cenno a disimpegnare quelle funzioni che le circostanze saranno 
per indicare. 

I suddetti 90 battaglioni potranno avere un effettivo orga- 
nico inferiore a quello dell' esercito permanente, e ciò per ra- 
gioni facili a comprendersi, per cui valutando la compagnia a soli 
200 uomini; avremo per gli 80 battaglioni di fanteria a 4 com- 
pagnie 64,000 uomini 

Calcolando invece i 10 di bersaglieri a 1000 
uomini, avremo altri 10,000 » 

e cosi di veri combattenti 74,000 » 

ai quali se vogliamo aggiungere qualche truppa 
di artiglieria, genio e treno ecc., complessiva- 
mente in 6,000 » 

otterremo il totale prenunciato di 80,000 » 

i quali uniti all'evenienza coi 320 mila dell'esercito permanente, 
ci sarà dato di porre in campagna circa 400 mila combattenti e 
450 mila coi non combattenti, senza tener nessun conto della mi- 
lizia mobile; e coi depositi rigurgitanti d'uomini per mantenere 
a numero codesta massa, anche per un tempo, oserei dire, lun- 
ghissimo. 

Questi i risultati che otterremo fra una serie d'anni, mediante 
un contingente di prima categoria di 65 mila uomini e la crea- 
zione degli ufficiali di complemento. 

Abbandonando l'esercito attivo e la riserva di complemento, 
passerò a discorrere della milizia mobile. 

Questa milizia è rappresentata in guerra *da 960 compagnie di 
fanteria, da 60 di bersaglieri, da 10 del genio e da 60 di artiglie 
ria, le quali ultime, possono venir convertite in 60 batterie. Tut- 
tociò ò prescritto dagli articoli 55, 57, 60 e 63 della presente 
legge. 



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- 71 — 

In tempo di pace questa stessa milizia è rappresentata da tante 
compagnie quanti sono i battaglioni che dovranno mobilizzarsi in 
guerra. 

Quando si voglia fare di codesta istituzione una cosa seria, è 
necessario che abbia uno scheletro almeno di formazione costante 
e per quanto possibile segua/ fatte le debite proporzioni, le orme 
dell'esercito permanente, cioè: abbia in pace un nucleo che la 
rappresenti. Questo mi pare il punto capitale della questione; im- 
perocché, nella stessa guisa che per avere un solido ed istruito 
esercito, si mantiene la metà di esso permanentemente in armi^ 
Tegual cosa dovrebbe praticarsi per la milizia in parola. 

Or bene, siccome i nostri mezzi finanziari non ci consentono di 
mantenere costantemente 100 mila uomini di essa milizia in ar- 
mi, manteniamo almeno quel maggior nucleo che per noi torna 
possibile. Con ciò, ci sarà permesso di avere se non altro una 
frazione, piccola se vuoisi, ma costante, di gente nel continuo 
esercizio di quelle pratiche e servizi che sono pure cosi necessari 
ad una truppa mobilizzata per disimpegnare onorevolmente il 
proprio mandato. Quando per lo contrario, se all' atto della mo- 
bilizzazione della milizia tutto fosse ad impiantarsi, ordinare e 
quasi creare, ognuno capire, che per quanto animati di buona 
volontà possono essere gli elementi che la compongono, prima 
che siano riusciti quasi a riconoscersi, dare un stabile assetto 
alle unità, fornirle d'ogni necessario, si perderà un tempo non 
breve, senza tener conto del danno che ne avverrebbe all'istru- 
zione ed alla coesione. 

Per cui riconoscendo nel principio consacrato dalla presente 
legge, il mezzo migliore per dare alla milizia la maggior solidità 
possibile, passerò a svolgerne i punti principali ed insieme a ma- 
nifestare alcune mie idee al riguardo. 

Il centro di formazione della milizia mobile è, come ognun sa, 
il distretto. In questo esistono permanentemente tante compagnie 
quanti sono i battaglioni che esso può, in relazione al numero 
della rispettiva popolazione mobilitare. Per tal modo, ognuna di 
codeste compagnie permanenti, oltre di formare il nocciolo del 
battaglione a formarsi, costituisce, o almeno dovrebbe costituire 
in massima, il quadro di bassa forza del battaglione. 

Siffatte compagnie permanenti alimentate con soldati di prima 



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Goo.' 




— 72 — 
categorìa tratti dairannuo contingente di essa^ militano presso il 
distretto l'egual tempo di quelli assegnati ai corpi dell'esercito 
permanente, perloché, quando si scelgano a quest' ufficio giovani 
di discreta intelligenza havvi luogo a sperare, che pel maggior 
tempo a loro concesso per la propria istruzione, possano nel pe- 
riodo di tre anni essere assunti buona parte di essi, ai gradi di 
sergente e caporale. Per la qual cosa, ciascun battaglione della 
milizia mobile troverà al suo costituirsi, un nucleo di soldati gio- 
vani con una permanenza sotto le armi variabile da uno a tre 
anni, perciò perfettamente istruiti e capaci di dare un salutare 
impulso ai nuovi venuti, sia come semplici soldati, sia come ser- 
genti e caporali. 

Se a codesto nucleo permanente per ogni battaglione si aggiun- 
gono coloro che furono mandati in congedo illimitato per fine di 
ferma e quindi richiamati all'atto della mobilizzazione della mili- 
zia mobile, ognuno vede, come ciascun battaglione di detta mili- 
zia vada discretamente fornito di graduati e di soldati perfetta- 
mente istruiti, di cui la maggior parte in buonissima età. Tenendo 
conto ancora di quegli altri graduati provenienti dalle classi di 
prima categoria passate dall'esercito permanente alla milizia, que- 
sta finirà per trovarsi un manipolo di gente istruita, disciplinata 
e militarmente educata, la quale evidentemente tornerà di sensi- 
bile giovamento per una discreta costituzione dicessi battaglioni 
di milizia. 

Non sarà inutile che a questi dati generici contrapponga l'elo- 
quenza delle cifre. 

Il quadro di una compagnia permanente presso ì distretti mili- 
tari è il seguente : 1 furiere, 3 sergenti, 1 caporalfariere, 3 ca- 
porali, 1 trombettiere e 20 soldati, in tutto 29 uomini per una 
compagnia appartenente ad un distretto di prima classe , mentre 
quella assegnata ad uno di terza, sale a 34 uomini. Poniamo 
dunque per base de'nostri calcoli una compagnia di 30 uomini. 
Questi 30 uomini, sono il risultato delle 3 classi di prima cate- 
goria sotto le armi, dunque per ogni classe saranno 10 uomini. 
Ma siccome nei tre anni avremo avuto una perdita su codesti 30 
uomini, cosi per averli integrali, in luogo di 10 dovremo asse- 
gnarne almeno 12 per classe. Or siccome gli uomini di prima ca- 
tegoria assegnati all'atto della leva alle compagnie dei distretti 



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- 73 - 
passano gli interi 12 anni nelle compagnie medesime, in luogo di 
passare i primi 8 nell'esercito permanente ed i 4 successivi nella 
milizia come prescrive la legge sul reclutamento ; cosi vi saranno 
per ogni compagnia distrettuale 12 contingenti di 12 uomini l'uno, 
però riducendoli al montare di 8 per le perdite nei 12 anni avre- 
mo : 1^2 -t- 8 = a 96 uomini per compagnia, ossia per battaglione 
di milizia mobilizzata. Un quadro di battaglione escluso lo stato mag- 
giore, sul piede normale di guerra componendosi di 4 furieri, 16 ser- 
genti, 64 caporali ed 8 trombettieri cioè in tutto 92 uomini, trovere- 
mo nei 96 uomini di prima categoria assegnati permanentemente 
alle compagnie distrettuali, il quadro completo di un battaglione. 
Siccome però non tutti questi uomini saranno in grado di disimpe- 
gnare le funzioni di sergente o caporale, vi si rimedierà sostituen- 
doli con quelli provenienti dall'esercito permanente. Intanto però 
avremo in codesti 96 uomini il nucleo principale pel quadro di bat- 
taglione, e per due terzi almeno, composto di gente in buonissi- 
ma età; la metà circa dei quali essendo nel pieno esercizio delle 
loro funzioni, saranno di valido concorso nella costituzione del 
battaglione stesso e di esempio e sprone ai più anziani. 

Tuttociò riflette unicamente le quattro compagnie del batta- 
glione. Pel suo stato maggiore, la presente legge ha provvisto 
assegnando al distretto : 1 furiere maggiore, 1 furiere di conta- 
bilità, 2 sergenti di contabilità, 3 sott' ufficiali di maggiorità, 
1 capo armaiulo, 1 capo sarto, 1 capo calzolaio, 1 caporale mag- 
giore, 2 caporali furieri di contabilità, 2 caporali di maggiorità 
ed 1 trombettiere, in tutto 16 individui. Questo stato maggiore 
variando in qualche piccola parte a seconda del distretto a cui è 
assegnato, è sufficiente non solo a formare lo stato maggiore di 
un battaglione, ma di due, ed anche a completare il quadro di 
una qualche compagnia. 

Tutto sommato ed in considerazione dei limitati mezzi finan- 
ziari, panni che in massima l'organizzazione fondamentale della 
milizia mobile possa ispirare una certa fiducia. 

Ove si consideri che i soldati che dovranno entrare in questi 
quadri presenteranno condizioni d'idoneità morali e fisiche sod- 
disfacenti, tutto induce quindi a credere, che codest' istituzione 
sarà fonte di servizi non indiflferenti. 

Nelle 960 compagnie di guerra della milizia sono comprese le 



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s le V^ 

r 

Goo^e 



-74- 
24 compagnie Alpine della milizia stessa , portate dalla presente 
legge; le quali, adempiuto all'incarico speciale di opporre una 
prima resistenza sui nostri monti frontiera, onde ritardare l'avan- 
zare del nemico; e che per l'ulteriore sviluppo delle operazioni 
militari la loro presenza colà non abbia più scopo, possono, a so- 
miglianza delle 24 dell'esercito permanente, venire riunite in due 
bellissimi reggimenti, che uniti agli altri della milizia, concor- 
reranno a dare a quest'istituzione forza e prestigio. 

Un altro coefficiente, per dare solidità e spirito di corpo a que- 
sta milizia, sì riscontra nel seguente argomento di fatto. Da tre 
anni a questa parte, le nuove leve vengono assegnate ai corpi 
dell'esercito permanente per distretto militare, cosicché i batta- 
glioni della milizia avendo per centro di formazione il distretto, 
verranno costituiti con elementi che avranno militato in non più 
di quattro o cinque corpi; epperciò riannodando facilmente le anti- 
che amicizie, ne scaturirà quell'insieme, che forma la forza degli 
eserciti. 

Finora non mi sono intrattenuto che sui quadri permanenti di 
bassa forza, giova perciò dare un'occhiata a quelli degli ufficiali. 

Al distretto é assegnato in via permanente : 1 comandante nella 
persona di un colonnello o tenente colonnello, 2 ufficiali superiori, 
se il distretto è di prima classe, ed 1, se di seconda o terza; 
1 direttore dei conti (ufficiale capo contabile o contabile princi- 
pale), 1 ufficiale di matricola (ufficiale contabile principale o con- 
tabile), 3 ufficiali contabili se il distretto è di prima classe, 2 se 
di seconda o terza; 1 aiutante maggiore in 1* (capitano), 1 aiu- 
tante maggiore in 2^ (tenente); 1 medico di reggimento; 2 con- 
tabili del vestiario ed equipaggiamento se il distretto é di prima 
classe^ ed 1 se é di seconda o terza; infine 1 capitano e due te-' 
nenti per compagnia. Perciò, se il distretto é di prima classe il 
suo stato maggiore si comporrà di U ufficiali, se è di seconda o 
di terza sarà di 11, astrazione fatta degli ufficiali di compagnia. 

Da tutto ciò si vede, che ogni distretto ha un perfetto stato 
maggiore reggimentale, dal quale si potrà staccarne una parte 
in caso di guerra, per assegnarlo ai battaglioni mobilizzati, e 
l'altra parte, seguiterà a funzionare presso il distretto, onde dar 
sfogo alle molteplici incumbenze del tempo di guerra. 

In grazia di questo completo stato maggiore^ la mobilizzazione 



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— 75 — 
della milizia avverrà senza scosse di sorta^ dappoiché codesti uf- 
ficiali peritissimi nel disimpegno delle attribuzioni a loro affidate, 
saranno l'anima di ogni organizzazione, nel mentre ctie gli uffi- 
ciali permanenti delle compagnie potranno per intero dedicarsi 
all'istruzione ed a cementare la compagine delle compagnie mo- 
bilizzando. 

Ecco la differenza di organizzazione che corre tra la nostra mi- 
lizia mobile e l'esercito territoriale francese, il quale non conserva 
in pace che un ristretto personale per la poca amministrazione. 
Intorno poi all'ufficialità necessaria per tutte le compagnie della 
milizia mobile del tempo di guerra, è pressoché inutile che io ne 
parli, giacché oltre agli ufficiali che a norma di legge vengano 
assegnati alla milizia in esame, la riserva di complemento degli 
ufficiali é destinata a riempirne le lacune, ed in pace coloro che sono 
assegnati a dette compagnie vengono inscritti sui ruoli di esse. Ma 
oltre a questi, v'ha ancora una categoria di ufficiali, che chia- 
merei speciale, riservata a questa milizia. Essa va composta di 
quegli ufiBciali conservati espressamente in soprannumero nei 
corpi attivi onde al bisogno poter dotare i battaglioni della mili- 
zia in discorso, di elementi giovani, vigorosi e nel pieno eserci- 
zio delle loro funzioni. Tali sono gli ufdciali superiori in più^ per 
ogni reggimento di fanteria dell'esercito permanente- 
Riconoscendo adunque, la legge che sto esaminando, come prin- 
cipio capitale per la buona organizzazione di codesta milizia, 
la convenienza eh' essa abbia< un nucleo permanente che la rap- 
presenti, si à studiata di costituire questo nucleo in modo, che la 
qualità e la specie del personale da mantenersi costantemente in 
funzione, compensasse l'esiguo numero a cui le strettezze finan- 
ziarie ci costringono. 

In forza di questo principio, noi vediamo gli stati maggiori di- 
strettuali largamente provvisti, l'ufficialità delle compagnie per- 
manenti dei distretti sufficienti di numero, e per qualità, aventi 
nulla da invidiare a quelli dell'esercito attivo, quando si osservi 
che in questi ultimi tempi, fecero passaggio in esse compagnie 
ufficiali istruitissimi, e parecchi di essi provenienti dalla scuola 
superiore di guerra. Gli stati maggiori e quadri di bassa forza 
alimentati da giovani soldati, i quali sotto l'abile direzione di 
provetti ufficiali e pel maggior tempo a loro concesso per la pro- 



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— 76 — 
pria istruzione, buona parte di essi saranno abilitati a coprire i 
gradi di sergente e caporale. Ecco in riassunto le basi fondamen- 
tali sulle quali poggia questa novella istituzione, basi, che per- 
metteranno di dare una certa solidità ed insieme non appena co- 
deste truppe verranno mobilizzate. 

Tutttociò non riflette che il sistema organico fondamentale, il 
quale, se merita d'essere apprezzato pei savi principii in esso con- 
tenuti, hannovi però altri coefficienti meritevoli di essere presi 
in seria considerazione, se vogliamo dare a questa istituzione 
quel mcucimum di vitalità che si richiede, perchè possa prestare 
servigi veramente serii. 

Ricorderà il lettore in quali condizioni abbiamo lasciate, nel 
capitolo II, le classi in congedo illimitato. Queste classi, dicevo 
in quel capitolo, per il lungo tempo passato in congedo senza 
aver visto più nulla che sappia di militare, all'atto del loro ri- 
chiamo alle armi, le troveremo disusate ad ogni servizio militare, 
epperciò causa di una perdita di tempo, e tempo preziosissimo, 
per ridonar loro le antiche abitudini, l'antica istruzione, onde 
farle capaci di utili servigi. Perciò giova ad ogni costo riparare 
a questo stato di cose, cercando in tutti i modi quei mezzi, che 
più facilmente e senza aggravio per l'erario e danno agli indi- 
vidui, ci conducano alla mèta. 

Differenti mezzi si presentano alla mente per raggiungere co- 
desto scopo; ma ognun d'essi, in massima, urta contro uno dei 
seguenti due ostacoli. chiamerannosi i militari in congedo per al- 
cune settimane alle armi presso un corpo permanentemente co- 
stituito, ed allora ci si affaccierà subito la difficoltà della spesa 
ed il danno che può derivare ai richiamandi allontanandoli per 
qualche tempo dalle loro dimore; o vorrassi impartir loro una 
istruzione locale generale, ed in questo caso, risparmiando pres- 
soché ogni spesa, e non disturbando gran fatto i soldati in ri- 
serva, l'istruzione non risentirà grande efficacia per lo sparpa- 
gliamento eccessivo dei quadri permanenti sopra un grandissimo 
numero di comuni, senza tener conto che la disciplina non vi 
guadagnerà gran fatto su individui esercitati alle armi nei pro- 
prii e piccoli comuni delle campagne. 

La questione di trovare il più acconcio sistema per istruire le 
riserve, occupò altresì i legislatori francesi^ ì quali non venendo 



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-77- 
sa questo particolare a nessuna definitiva conclusionejr non mo- 
strarono per anco nel corso della discussione nessuna di quelle 
idee, che fanno intravedere la via per potere sciogliere favore- 
volmente una data questione. 

(Continua) 

F. Deambrosi..' -^ 

.1 : 



CESARE BETTELONI 



{Continuazione) 



m. 



Le poesie di Cesare Betteloni formano un bel volume di circa 
450 pagine e sarebbe riuscito facile al figliolo Vittorio, accre- 
scerlo di un altro centinaio, senza contare le favole, ch'egli pro- 
mette se a questa pubblicazione verrà fatto buon viso^. Ma le poesie 
lasciate fuori non aggiungerebbero valore al volume; — anzi per 
la filma del poeta sarebbe sufilciente un numero non dimolto su- 
periore a quello dei versi di Leopardi. Non vogliamo già dire con 
questo che il giovine Bettoloni sia di coloro, che hanno l'irrive- 
renza di pubblicare anco le cose delle quali si vergognerebbe 
Tautore. S'egli si permise qualche licenza fu piuttosto nello esclu- 
dere che nello ammettere e alcuno forse gli potrebbe rimprove- 
rare di aver rifiutato due o tre poesie già collocate dal padre 
stesso nell'edizione milanese. 

Tutti i versi raccolti in codesto libro hanno qualche pregio 



i 



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-78- 
che di primo acchito li pone molto al di« sopra della classe di 
quelli che Catullo chiamava sedi incommoda; ma il mondo poe- 
tico^ s'è lecito dire^ del Bettoloni, si contien tutto in cencinquan- 
ta dugento pagine al più. 

In questo poeta ci par di notare tre distinte maniere; la gio- 
vanUe, la maniera che chiameremo di transizione e quella che 
si può nominare dai Sonetti, perchè questa è la forma che pre- 
domina, e non a caso, ma per un'esigenza intima e imprescindi- 
bile dell'idea. 

La prima maniera è quasi per Taffatto descrittiva; l'ispirazione 
move quasi sempre summo de corpore rerum e solo di tanto in 
tanto ti giunge all'anima qualche guizzo vago e fuggevole, che 
ti accenna ad alcun che di profondo, come uno sguardo di fan- 
ciulle tta ti fa talvolta presentire la donna. 

Appartengono a questa categoria // Lago di Garda, quasi tut- 
te le Odi e Canzoni e le Ballate e leggende, meno forse due 
tre. 

Nella seconda maniera codesti lampi si fanno più spessi, l'a- 
nima del poeta s'accosta alla natura, ne pregusta l'intimità; lo 
vefli^ quasi diremmo, sulle soglie dell'infinito. 

L'ode Ad una giovinetta, i sonetti In morte, poche fra le Odi 
e Canzoni, qualche ballata» alcuni sciolti — gli elegantissimi, 
per esempio, scritti per le nozze Miniscalchi Erizzo — Guerrieri — 
hanno delle note, alle quali risponde ciò che di più vivo e di 
più sacro ci palpita in cuore. 

Ma i Sonetti sono ben altro. Essi contengono qualche cosa di 
terribilmente severo, vi si affrontano, benché soggettivamente, 
alcuni fra i più serii problemi dell'anima, né riconosceresti l'a- 
mabile cantore del Benaco, se non alla maravigliosa finezza del- 
l'arte, a quel non so che di lucente, di snello» di elegante, pro- 
prio di questo poeta, con che egli veste anco ciò che v'ha di più 
tetro e di più affannoso. 

Fu detto che nulla è più commovente delle autobiografie. Pen- 
si il lettore che il Betteloni appunto, anziché scrivere la propria 
vita per disteso, notasse le cose soltanto che più vivamente lo 
colpirono e in ispecie le idee, i sentimenti che scaturivano da 
quelle. Mancano quindi i passaggi e di primo tratto non si scor- 
ge unità di sorta in codesti brevi componimenti. À pensarci pe- 



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^ 79- 
rò si vede come sìeno le partì culminanti dì un tutto e medìtan* 
do più addentro si comprende che non sarebbe arduo indovinare 
quello che manca e coi pochi segmenti lasciatici dal poeta rico- 
struire vivo e vero l'uomo, co'suoi affetti e le sue speranze, 
co'suoi martiri e la sua disperazione. 

Questo precisamente è il concetto ch'egli aveva di sé medesi- 
mo ed ecco per che modo lo espresse: 



Qual pensoso nocchier, quando urta e preme 
Tra disperati scogli atra fortuna 
Il suo vinto naviglio, e omai nessuna 
Di salvarlo gli appar debile speme 

Di quell'ore terribili supreme 
La storia in breve pagina raduna, 
E a fragil vetro di bottìglia bruna 
L'affida e gitta al mar che ognor più freme. 

Sperando che una man sulle dormenti 
Onde raccoglia un di quel portentoso 
Vitreo messaggio del suo triste fato; 

Tal io sul mar del secolo agitato 
Gitto la storia de'miei di morenti. 
Deh la raccoglia un angelo pietoso ! 



(CIV) 



Premesse queste cose che ci parvero indispensabili per prepa- 
rare il lettore a Tar più intima conoscenza col nostro poeta, ten- 
teremo presentarlo qual fu, valendoci quasi esclusivamente di lui 



Cesare Betteloni nacque a Verona l'anno 1808 e presto fu man* 
dato a Como in collegio, traile mura di querulo ricinio (Infer- 
mila e Dolore pag. 206) ove si sviluppò, senza che alcuno se ne 
avvedesse, il male terribile che lo trasse poi a si miserevole fine. 



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— 80 — 
Perciò: 

Corse lieta al fànciul Tetade ignara. 
Ma il dolor gli negò la giovinezza. 
Che garzoncello ancor dissegli addio. 

(LXV) 



Però lo spettacolo, che prima lo feri del Lago di Como, poi del 
Garda, gli riempi l'anima d'una gioia serena che ad altri, ed a 
lui medesimo forse, parve sincera e profonda. Senti il bisogno di 
cantare quei luoghi, sui quali si era cosi dolcemente riposato il 
suo sguardo. Al Lario diceva: 

Qual fia mai di cor si tardo 
Che su te rivolga gli occhi 
Ne risenta al primo sguardo 
Caro un fremito che il tocchi? 
Chi ti vede e non ti ammira? 
Chi ti lascia e non sospira? 

Ma ben maggiore è l'affetto per il Garda. 

Vidi il massimo Lario e l'ho presente 
Qual d'un amico la fedel sembianza; 
Ivi sospiro a un dolce mio parente, 
E v'ebbi pur fanciullo amena stanza; 
Ma l'amor che di te l'anima sente. 
L'amor d'ogni altro, o mio Benaco, avanza, 
Come tu avanzi di beltà ogni lago« 
Che dell'italo ciel rende l'imago. 

Simili a questa e molte anco più belle sono le strofe del poe- 
metto, che il poeta ebbe carissimo sopra tutte le sue poesie, 
tanto da volere che una copia fosse posta sotterra con ini. Noi 
comprendiamo la predilezione del poeta per l'opera degli anni 



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— 81 — 

suoi meno tristi^ ma non crediamo che si possa altrimenti giu- 
stificare. Egli proponendosi di cantare il Benaco accolse il con- 
cetto che primo gli si offerse senza riflettere che non ne poteva 
sgorgare vera poesia, anzi che occorreva un artificio sommo a 
nasconderne le imperfezioni. 

Le ottave, p. e., che cominciano Tamo, o Benaco (pag. 351) 
riuscirono affatto rettoriche, qnantunque sia tutt'altro che retto- 
rica l'idea primitiva, cui servono di svolgimento. Il toccare poi, 
l'un dopo l'altro, descrivendolo, d'ogni paesello bagnato dal lago, 
è poco men che puerile. Guai se non era la fine arte di Bette- 
loni, che Benassù- Montanari chiamò a ragione pittar canoro. 
Il poemetto non avrebbe potuto nemmen farsi leggere. Né que- 
sto è il solo difetto del Lago di Oarda : un altro, che forse è 
una sola cosa col primo, ci par questo : che il poeta non si fida 
ancora a ricevere le ispirazioni direttamente dalle cose ; sembra 
che abbia paura delle autorità poetiche e spesso, prima di co- 
gliere un'immagine, gitti uno sguardo agli Imperatori ottimi 
massimi della poesia. 

Sarebbe tuttavia una insigne ingiustizia il por Bettelonì nel 
novero dei làhistes, che ci offrono oggi « un'imbandigione, ch'era 
già di seconda mano nei carmi inimitabili dei contemporanei 
d'Augusto. » (Massarani, Class. lat^i^SLg. 161). Era troppo poeta 
per riuscire uno dei « ripetitori eterni di scene campestri ingen- 
tilite di tutte le fattizie leggiadre dell'idillio » (id.); aveva un 
ingegno troppo serio e pratico per dare nel fatuo, per acconten- 
tarsi di dire elegantemente una cosa pur che fosse; si sente an- 
zi ch'egli, pur attenendosi ai modelli, studiò i migliori, né volle 
mai abbigliare pomposamente la vacuità del pensiero. Vedasi 
p. e. come parla del commercio a cui si presta il lago. 

I licor d'arsi grappoli, la bionda 
Liquida oliva, la Raccolta biada, 
E i.vari frutti onde più l'una abbonda 
Rechi ad altra men fertile contrada, 
E il provvido commercio la infeconda 
Pur semina dei flutti avara strada, 
E fa che i solchi lor fruttin|non meno 
Di quelli onde l'aratro apre il terreno. 




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Altri di questi esempii si potrebbero riferire, per mostrare 
quanto il Betteloni stia al di sopra di molti poeti didascalici e 
descrittivi. 

Ma se invece paragoniamo II Lago di Garda al Nordsee, quale 
immensa differenza! Gli argomenti, a chi ben guardi, non par- 
ranno gran fatto dissimili, ma quanta diversità nella maniera di 
concepire e di sentire di due poeti! Si confronti soltanto ciò 
che Betteloni dice della città di Garda, che la tradizione vor- 
rebbe sepolta nel lago (C. IL Str. 9) con la Visione in mare 
(Seegespenst) del poeta alemanno. 

Né deve far illusione qualche lampo che pur ci si trova, come 
notammo, di vera poesia. 

È bello, non si può negare, nella notte tempestosa, il guardo 
che vaga per le immense ombre 



è bello: 



I fantasmi a sfidar dell'infinito; 



Per quanto spazia maestoso e grande 
Il teatro che or l'anima vagheggia 
Sui vanni ella dall'estasi si spande, 
E il riempie di se quasi sua reggia: 
Calpesta i nembi e su le venerande 
Fronti ascende dell'Alpi e giganteggia 
E di là s'inabissa e nell'eterna 
Notte dell'onde impavida s' interna. 



Più bello ancora: 



Io son, Benaco, quell'augel tuo bianco 
Ch'errante a lungo d'alimento in traccia. 
Come sente per l'aere venir manco 
Il remeggio dell'ali, in sulla faccia 
Abbandona dell'acque il corpo stanco 
E to lo culli sulle immense braccia; 
Tal ch'ei sotto le piume il capo asconde, 
E s'addormenta sulle placid'onde. 



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- 83 - 
Tali versi^ meglio che ogni più artificiosa imitazione, £smno 
pensare a quelli di Catullo: 



quid soMis est ìeatius curis ? 
Quum mens onus reponit, oc peregrino 
Labore fessi venimus harem ad nostrum. 
Desideratògue acquiescimus ledo. 



■ Ci sembra che nulla spieghi tanto bene il catulliano mens onus 
reponit, come l'ottava di Betteloni. Questa è vera poesia, ma si 
direbbe sgorgata malgrado il poeta. 

Abbiamo fatto cenno del Lago di Garda quantunque, già l'ac- 
cennammo, si potesse far conoscere Betteloni anche senza par- 
larne, perché apparisse il passaggio dall'una all'altra maniera non 
solo, ma perchè ci sarebbe sembrato di recare offesa al poeta, 
lasciando da parte una cosa che gli fu tanto cara. 

Così non sarebbe strettamente necessario fermarsi sulle poesie 
della seconda epoca, poiché ciò che v'ha di più importante si 
trova riprodotto assai meglio nei Sonetti, Tuttavia gioverà toc- 
care di codeste poesie, tanto più che da esse appare come il Bet- 
teloni sentisse fin dai prìm'anni assai nobilmente l'amore ed 
avesse della donna un concetto alto e vero. 

In ciò egli è molto diverso dal Leopardi. Noi crediamo che 
codesto mova dal fatto che Bettoloni fu molto amato e conobbe la 
donna; mentre il Leopardi desiderò in vano l'affetto muliebre e 
non conobbe di lei quello che in essa è veramente femmineo. Per 
averla sola e tutta per lui, per poter isvelarle i suoi palpiti, la 
deve cogliere in un sogno o imaginarsela daccanto al letto di 
morte, ove gli sembra che troverebbe il coraggio di palesarle la 
infinità del suo amore : Ah ! se una volta. Solo una volta il lun- 
go amor quieto E pago avessi tu, fora la terra Fatta quindi per 
sempre un paradiso Acangiati occhi miei. Che sarebbe stato di 
quel grande infelice, se avesse ottenuto dall'amore, quello che gli 
pareva già si divino imaginandolo largito dalla compassione ? 
che avrebbe operato Silvia, se la Malvezzi già lo rende un al- 
tr'uomo ? 



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Qivmdo Leopardi enti accanto a uiva doxuna desiderabile, coma 
Silvia come Aspasia, la intravedeva nello stato di realtà viva 
e presente per un attimo solo^ perchè tosto essa gli si trasfor- 
mava e gli fbggiva in un ideale alto e lnac.cessibile — che non 
somiglia per nulla a quello che sì crea sotto alle strette di Pigma- 
lione od alla terribile Sfinge che « scuoia con le atroci branche 
l'amatore, mentre i baci di quella bocca lo fanno beato. » 

Per questo si radicava sempre più in Leopardi la convinzione, 
che la donna, quale la imagina il poeta, non esista che dentro 
da lui. 

Egli d'altra parte ripeteva a se medesimo: virtù non luce in 
disadorno ammanto e non s'accorgeva dì dir cosa non vera. 
Cento donne erano anche allora capaci di comprendere la sua 
virtù, benché chiusa in un corpo inamabile, ma come pretendere 
che una donna lo amasse d'amore? Leopardi accusava la donna 
di breve intelletto, ma le sue parole tradottelin prosa vogliono 
dire: io vi insulto perchè vi odio, e vi odio perchè vi amo e voi 
non volete amarvi. 

La grande idea àéìl'ewig toeiòliche, non poteva uscire pertanto 
da questi due poeti : dal Leopardi perchè non conobbe la donna 
quale essa è veramente; da Betteloni perchè Dell'epoca della sua 
maggiore potenza non poteva, pensare che al proprio dolore. 

Del resto mentre ti trovi dinanzi a un ideale anche quando 
Leopardi crede di offrire un essere vivo, Betteloni ti presenta 
qualcosa di reale anche allora ch'egli accarezza un'idea. 11 con- 
cittadino della Catterina Bon Brenzoni e di parecchie altre don- 
ne perspicue d' ingegno e di leggiadria, per comporre il suo 
ideale non aveva che a coglierlo dal vero, (l) 

— € Non crediate, scriveva egli a un amico, al Balzac, né agli 
scapoli calunniatori del bel sesso. Le donne sono dì molto miglio- 



(1) Fu amato sinceramente dalla celebre Adele Pollin ; nella cai casa 
a Berlino vide il flore dei tedeschi e dei forestieri col^ dimoranti. A 
lei sono dirette alcune poesìe fra le quali è notevole quella a pag. 109, 
che il lettore potrà confrontare colle tre di Heine a pagg. 105, 116 e 
270 del Buch der Lieder Hamburg. 187^. 



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— 85 ~ 
ri di quello che il mondo le crede (24 luglio 1839) » — In questa 
fede egli durò fino all'ultimo, anche quand'ebbe a dolersi dì qual- 
cuna e non ne mosse quasi lamento. 

Fin dai prim'anni egli sognava di trovare una donna, ma una 
donna vera; non una divinità che abbandonasse per lui le beati* 
tudini dei cieli, per letificarlo di gaudii superiori alla imagina- 
zione, finché ne fosse sazio e le desse congedo. Egli ben sapeva 
che non c'è ideale di poeta, se non é tolto dal vero come Evange- 
lina o Dorotea, che valga meglio della donna reale, per chi l'ha 
conosciuta e ne fu amato. A Laura di Petrarca doveva preferire 
quella di Schiller. 

(Continua) 

Q. L. Patuzzi. 



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Rassegna scientifica, letteraria ed artistica 



SOMMARIO 

BMiflegna deirifltroBloiie elemeiiLtare e fleeoBdarla In Italia (C. Rosa) — 
■Levile llttéralre franealfle (A. Roux) — Bassegna artistica (P. L. Cacchi — 
massegnaselentillea (F. Y. Orlando) — Lettera romana (A. B.) — Lettera siciliana 
(C. Pardi) — Gauettlno blMlografleo Italiano — Notisie letterarie italiane 
— Notisie letterarie slave (V. V. e Louis Lager) — Notisie letterarie di Grecia 
(Phileleutheros) — Italiani all'estero — Gassettlno blbllografieo stra- 
niero — Rassegna politica (A. M. M.). 

Rassegna dell'istruzione elementare e secondaria 

IN ITALIA 



Sommarlo t Questioni editealive : 1. I Comitati Pedagogici — Scopo che si dovrebbero 
proporre — Utilità che ne deriverebbero — Loro ordinamento. — S. Il Bollettino 
Ufficiale del Ministero di Pubblica Istrusione. — 3. Il riordinamento del Consiglio 
Superiore di Pubblica Istrusione. — 4. 11 regolamento del Consiglio Superiore. — 
5. 11 Museo dMstrusione ed educasione. — II. Bibliografia scolastica ed educativa: 
1. Giuffrida: Memorie e documenti d*un educatore. Catania, tip. Bellini. — 2. Assi: 
Discorso alla distribusione dei premi in Ferrara. — 3. Giacalone-Patti : L*arte di 
fare i conti. Trapani, tip. Gervasi Modica. — 4. G. Dal Lago: Geografia univer* 
sale per le scuole secondarie ; parte prima. Cesena, Fratelli Gargano editori. -« 
5. Annunzio di recenti pubblìcasioni deireditore Ermanno Loescher. 



I. 

1. — ' Nella mia ultima opera. Scienza dell'Educazione (1), io accen- 
nai all'utilità della istituzione dei Comitati pedagogici sia per mantener 



(1) Prato 1874, tip. Aldin*. — Parte lì, libro IL cap. IX. 



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-87 - 
alti il decoro e l'autoritÀ degli insegnanti, sia per ottener che le nostre 
flcaole diano un'istruzione ed educazione serie e profonde quali in tempi 
di vera civiltà si richiedono: tale mia idea, che a me parve non di- 
spregevole, fu tenuta per utile da 'uomini autorevoli e da giornali ita- 
liani e stranieri che giudicarono il libro mio^ e, mentre ciò mi ò di qual- 
che conforto nelle avversità della vita, a fine di facilitarne l'istituzione 
ed il buono ordinamento, stimo opportuno di dire qualcosa di più 
particolare su questo importantissimo téma^ sperando che colle idee 
di riforma che nutre l'attuale Ministro della Pubblica Istruzione^ qua- 
lora gli capitino sotto gli occhi queste mie rassegne, voglia prendere 
in qualche considerazione anche la istituzione dei Comitati Pedagogici, 
modificandone il mio disegno come meglio nella sua saggezza ed 
esperienza stimerà opportuno. — Se poi il Ministero non vorrà, o 
non crederà necessario attuare con apposita legge i Comitatiy indi- 
pendentemente da esso, e sotto l'egida della libertà di associazione ri- 
conosciuta dallo Statuto, possono i Maestri di ogni città unirsi per 
mettere in comune le proprie idee per ottenere il progresso e miglio- 
ramento dell'educazione. Nò io credo che tali associazioni possano dal 
Governo esser vedute d'occhio sinistro, ma anzi dovrebbero essere fa- 
vorite, perchè potrebbe molte volte riceverne lume per risolvere le più 
ardue questioni educative, le quali non possono esser meglio conosciute 
da altri che dagli insegnanti stessi. •— Innanzi tutto cominciamo dal 
definirne lo scopo. I Comitati Pedagogici, come già lo dice il nome stesso, 
dovrebbero studiare principalmente quanto si riferisce agli studii ed al- 
l'educazione che si devono dare nelle scuole: quindi loro compito avrebbe 
ad essere Vesame coscienzioso dei varii libri di testo adatti a ciascuna 
classe ; il determinare quali cognizioni importa dare in un anno, quali in 
un altro ; quale sia il metodo più opportuno perchè gli alunni apprendano 
veramente quello che si insegna. Ma siccome l'istruzione non è che un 
mezzo in tutte le scuole, e specialmente in quelle elementari, per ot- 
tenere Teducazione delle nuove generazioni, dovrebbero i Comitati Pe- 
dagogici studiare come nell'istruire educare efficacemente si possa; do- 
vrebbero suggerire quei mezzi che valgono a mantenere la disciplina 
in una scuola, conservando la buona armonia e Taffetto tra maestro e 
scolari, senza che la dignità ed autorità di chi insegna ci scapitino, ma 
anzi sempre più si confermino, senza che l'educatore abbia a recitar la 
parte odiosa del tiranno, la quale se gioverà alcuna volta, non sempre^ a 
far ottenere il silenzio della scolaresca, non vale a veramente educarla, 
a instillarle la coscienza del proprio dovere. Come si vede il lavoro che 
dovrebbero compiere i Comitati che io propongo non è facile, né di lieve 
importanza, né poco; però virbus unitis molto, se non tutto, si potrebbe 



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- 88 - 

fare ; dallo scambio delle idee tra 1 varii maestri su questioni di tanto 
momento^ quali son quejle or ora accennate, e su di tante altre minor 
che non è qui il luogo d'indicare, penso che potrebbero venir fuori pro- 
poste utilissime pel progresso e miglioramento delle nostre scuole. Ma 
come dovranno questi Gomitati ordinarsi ? in che modo potranno trat^ 
tar le questioni accennate ? mi chiederà forse qui alcuno, ed io eccomi 
pronto a manifestare sul proposito l'idea mia. — Tutti grinsegnanti 
di ciascuna città dovrebbero formare il Gomitato Pedagogico di essa; 
in quei comuni dove il numero degli insegnanti sarebbe troppo esigno, 
questi dovrebbero far parte del Gomitato residente nella città più vi- 
cina. Le questioni educative e metodiche che riguardano in particolare 
le scuole di un luogo^ quando non siano proposte dì riforme alla legi- 
slazione scolastica, dovrebbero essere trattate dal Gomitato del luogo 
stesso indipendente dagli altri Gomitati. — Però tutte queste associa- 
zioni dovrebbero essere collegate fra di loro e fare capo a quella del 
capoluogo della provincia; e quelle dei capoluoghi di provincia poi do- 
vrebbero fare capo al Comitato centrale, che naturalmente avrebbe sua 
sede nella capitale del regno. A capo di ciascun Comitato sarebbe un 
Consiglio di Direzione, eletto a maggioranza di voti dagli insegnanti del 
luogo al principio d'ogni anno scolastico, composto di quel numero di 
membri che il regolamento speciale di queste riunioni dovrebbe stabi- 
lire determinandone l'uflacio; e questo Consiglio è facile ad intendersi 
che sarebbe necessario sia per sollecitare i lavori del Comitato, sia per 
ben regolarne le discussioni, sia infine per le corrispondenze tra i vari 
Comitati. — Quando vi è da trattare qualche questione il Comitato in- 
carica una speciale commissione di studiarla e riferirne facehdo le de- 
bite proposte nelle riunioni successive, proposte che dovrebbero essére 
discusse, modificate ed approvate dalla società. Ogni Comitato può fare 
delle proposte d'interesse generale per le scuole, quindi deve comuni- 
carle al Comitato del capoluogo della provincia, il quale giudicato della 
loro convenienza, le fa pervenire a quello centrale, che poi le fa esa- 
minare a tutti gli altri Comitali, ì quali bene studiatele mandano le 
loro decisioni a quelli provinciali che le riassumono o mandano a quello 
della capitale che le riassume, e fa le proposte al Governo. Questo poi, 
servendosi dèi Gomitato centrale, può le varie riforme che vuole in- 
trodurre nelle scuole, fare esaminare dagli insegnanti stessi, i quali 
manifesterebbero la loro opinione nel modo sopra indicato ; e così tali 
riforme potrebbero riescire molto più efficaci, perchè sarebbero eseguite 
dietro i lumi che darebbero le esperienze fatte dagli insegnanti stessi. 
È inutile il dire che un apposito regolamento dovrebbe stabilire il modo 
ed il tempo delle riunioni, dovrebbe stabilire le norme generali da se- 



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gnirs! nelle discassioni perchò fossero fatte dignitosamente e nell'inte- 
resse vero delle scuole, stabilir le norme per le decisioni da prendersi, 
e via dicendo. — Dopo detto questo mi sembra che dovrebbe capirsi 
come l'istituzione dei Comitati Pedagogici possa riuscire utilissima, e 
m'auguro che in un tempo il meno lontano che sia possibile essa abbia 
luogo, almeno per opera degli insegnanti istessi, quando il Governo non 
vi pensi, non vi possa pensare ; e ciò perchè essi darebbero a vedere 
al paese che essi hanno coscienza del loro santo ministero, il quale non 
deve limitarsi ad esaurire alla peggio il programma legislativo, ma 
deve aver di mira l'istruzione ed educazione delle moltitudini nel mi 
glior modo possibile : darebbero al paese un esempio di amorevole e pa- 
triottica operosità, che li renderebbe più autorevoli e più venerandi che 
non siano al presente: sarebbero in certo modo costretti a migliorare la 
propria coltura intellettuale, si strìngerebbero i vincoli fraterni che do- 
vrebbero unirli nell'amore del progresso e del bene; e costituita così una 
grande famiglia in cui tutti lavorano a vantaggio dell'individuo , e l'indi- 
vidao a vantaggio di tutti si rialzerebbe Io spirito degli insegnanti e sa- 
rebbe posto un freno efiScace dall'amore a quelli che con vituperevoli atti 
avrebbero potuto far danno a questa grande famiglia, o per Io meno 
sarebbe facile l'ottenere di escluderne tutti quelli che per atti indegni 
si rendono immeritevoli del nome santissimo di educatori. 

2. — Il Ministero di Pubblica Istruzione ha intrapreso la mensile 
pubblicazione dì un Bollettino Ufficiale, che stampa tutti gli atti legi- 
slativi ed amministrativi che riguarcjano le scuole del regno; le mas- 
sime che il Consiglio Superiore e l'Amministrazione Centrale fissano in 
materia d'istruzione, ed infine tutte quelle notizie che valgano a dare 
una completa e giìista idea dell'operato del Ministero e dei suoi inten- 
dimenti. — Questa fii di certo una buona idea, e tale pubblicazione mi 
pare che possa tornare utile agli insegnanti e a quanti intendono alla 
pubblica istruzione, perchè non abbiano ad ignorare le disposizioni che 
le scolastiche potestà prendono riguardo alle scuole. — Quante volte 
questo periodico contenga cose notevoli su cui giovi richiamare l'atten- 
zione del pubblico, io non'^mancherò di farlo conoscere in queste ras^ 
segne, aggiungendovi tutti quei commenti che mi parranno del caso, e 
necessari per far conoscere se e come si provveda al miglioramento 
delle nostre scuole, e se importerebbe provvederyi con mezzi più effi- 
caci, e quali. Stimo poi inutile di qui dichiarare che, parlando io nel- 
r interesse del mio paese, non mi lascierò dalla passione guidar nei 
giudizi, e quindi dirò prò e contro le disposizioni governative con la 
possibile maggiore imparzialità ; e se qualche volta errerògnei giudizii 
sarà per difetto d'ingegno, e non mai perchè 'sia in'me venuto mena il 



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-90- 
desiderio del pubblico bene. Questo ho creduto sin da principio di dover 
dichiarare^ perchè si sappia da quelli che vorrebbero vedessi tutto color 
di rosa e tutto lodassi^ che la passione non mi accecherà, e darò lode 
e biasimo a quanto lo meriterà; fortunatissimo quante volte trovi alcun 
c)ie da encomiare. Dopo di questo mi si permetta di cominciare sin 
d*oggi la disamina delie cose più notevoli che contiene il Bollettino, 

3. — Alcun tempo innanzi eh' io cominciassi a scrivere queste ras- 
segne alcuni giornali politici, non ricordo adesso ben quali, scrissero 
alcune severe parole intorno al Consiglio Superiore di Pubblica Istria 
zioncy e giunsero persino a dire che miglior partito sarebbe stato quello 
di sopprimerlo addirittura, e ciò non già per la qualità delle persone 
rispettabilissime che lo compongono, ma sibbene per la sua organiz- 
zazione che stimavano non acconcia a sufflcentemente provvedere ai bi- 
sogni dei nostri studii. Io non voglio qui entrar ad esaminare se ed in 
quanto quei giornali avessero di ragione, però siccome il lontano ro- 
moreggiare del tuono è segno sicuro deiravvicinarsi della tempesta, 
così dico che quelle loro parole dimostravano se non altro la necessità 
d'un riordinamento nel Consiglio Superiore, e sembra che di questo 
stesso parere sia stato l'on. Bonghi, poiché uno dei suoi primi atti 
appena salito al Ministero è stato quello di pensare a riorganizzare 
quella istituzione. Come sia stata fatta questa riorganizzazione e se 
possa riescire realmente efficace, ora per sommi capi vedremo^ esami- 
nando quello che sul proposito è stato stampato nel Bollettino. — II Con- 
siglio Superiore vien diviso in tre sezioni che corrispondono alle tre 
grandi divisioni della pubblica Istruzione, elementare, secondaria e 
questo secondo ò stabilito dalla Legge Casati \ e questo sta bene perchè 
cosi ogni sezione può riescire composta di uomini competenti a giudi- 
care le varie questioni che si riferiscono all' insegnamento ; però non può 
riescire del pari opportuno che in ogni anno il Ministro debba nominare 
i membri che devono comporre le varie sezioni^ perchè così non si 
evita il caso ch'esse possano in ogni anno essere del tutto rinnovate^ 
mentre ognuno capisce di leggieri che quanto più tempo i vari membri 
possano rimanere in un medesimo ufficio, tanto maggiore conoscenza 
possono acquistare delle scuole e dei loro bisogni ; quindi è che^ a mio 
modo di vedere, sarebbe stato più opportuno stabilire che in ogni anno 
si facesse una rinnovazione parziale dei membri delle varie sezioni. 
Nel continuo succedersi dei ministri, con danno evidente dei migliora- 
menti deiristruzione, io avrei creduto non inopportuno metter loro ac- 
canto un consesso di uomini che per la lunga durata del loro officio 
possano essere in grado di illuminarli sulla condizione e sui provvedi- 
menti necessari! alle scuole. Fra le incombenze che spettano al Consi- 



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glio sono : Giudicare delle mancanze e colpe dei professori ; dare il sao 
avviso sulle nomine dei professori; sui programmi e regolamenti per 
le scuole; sugli assegni agli stabilimenti d'istruzione ; sull'aumento dello 
stipendio dei professori ; sulla dispensa degli esami di laurea ; sui po- 
sti di perfezionamento all'interno ed all'estero da conferirsi ai giovani 
pia meritevoli ; suirequipollenza dei titoli pel conseguimento della pa- 
tente d'idoneità all'insegnamento secondario ed .elementare senza esa- 
me; sui conflitti di competenza fra le varie autorità scolastiche. Di 
altre attribuzioni di minor momento non &ccio cenno per non riuscire 
di soverchio lungo ; però un'osservazione qui mi cade in acconcio. In 
alcune di queste attribuzioni non vi ha troppo del vago e dell'indeter- 
minato? Per esempio suH'equipoUenza dei titoli di quelli che chiedono 
Qn diploma d'insegnamento troppo ò lasciato all'arbitrio del Consiglio, 
il quale non avendo stabilita una regola certa per negare o concedere, 
potrebbe spesso negare o concedere secondo che il richiedente gode o 
no il favore delle poteste, scolastiche^ secondo che ha, o non ha il fa- 
vore della maggioranza del Consiglio. Di qui è nato molte volte, e na- 
scerà anco per l'avvenire, che si è negato ciò che a parità di condi- 
zioni ò stato ad altri conceduto. D*aItronde il determinare quali docu* 
menti in special modo bisogni presentare per essere esonerati dagli 
esami di abilitazione all'insegnamento, allontanerebbe persino il sospetto 
dell'arbitrio, e mostrerebbe a quelli che vogliono farne richiesta che 
cosa debbano fare per non esporsi ad un rifiuto che non incoraggia i 
giovani insegnanti, e spésso li umilia ed avvilisce per quanto la retta 
coscienza dell'esatto adempimento dei loro doveri possa confortarli. — 
A questo fatto speciale ho voluto accennare perchè converrebbe prov- 
vedervi presto ed efficacemente per utile delle nostre scuole, ed an- 
che per allontanare il sospetto che il Consiglio non proceda con giu- 
stizia ; e questo ò nell' interesse del Consìglio stesso il quale tanto più 
sarà autorevole e rispettabile^ quanto più certi atti suoi saranno re- 
golati da leggi da tutti conosciute. — E giacché qui s' è cominciato a 
parlare del Consiglio Superiore, per debito di cronista debbo riferire come 
Ton. prof. Guido Baccelli nella seduta del 5 febbraio alla Camera dei Depu« 
tati abbia, dopo lamentati forse troppo genericamente i mali che affliggo- 
no l'istruzione pubblica ed i troppo frequenti cambiamenti delle persone 
che debbono governarla^ lamentato che il Consiglio debba far le nomine 
dei professori, che non posson riuscire secondo giustizia perchè le per- 
sone che lo formano non sono persone tecniche. — Il Ministro difese 
il Consiglio, ma, stando ai resoconti dei giornali che sono assai incom- 
pleti, con ragioni, per chi guardi spassionatamente, troppo generiche 
d non effloaci, mentre la vittoria sarebbe stata più vera se il Ministro 



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-92 - 
avesse potuto dimostrare che Torganizzazlone del Consiglio Superiore 
era buona, che era competente a far le nomine dei professori. — Rife- 
risco il fatto senza commenti, perchè desso tuttavia fa chiaramente in- 
tendere che ad onta dei regolamenti che ora gli ha dati il Bonghi ha 
bisogno ancora di più serie e radicali riforme. E questo dico non per 
applaudire alla sinistra, che per sistema appoggia tutto ciò cke si dice 
in opposizione agli ordinamenti governativi, ma per convinzione mia 
propria. 

4. — Sul regolamento per Tattribuzioni disciplinari del Consiglio 
Superiore che pubblica il Bollettino, non trovo da fare osservazioni 
importanti, solo noto che mi pare offra guarentigie sicure contro gli 
arbitri che si volessero commettere dal governo a danno dei professori 
delle Università e Scuole secondarie, nel tempo stesso che provvede 
alla giusta punizione di quelli che venissero meno al loro dovere. 
Forse, come giustamente osserva il Ministro nella sua Relazione al Re, 
importerebbe provvedere per togliere 1 maestri elementari dall'arbitrio 
dei Comuni, ma poiché ciò non poteva farsi con una semplice disposi- 
zione ministeriale, e vi si richiederebbe una legge speciale ò da augu- 
rarsi che Ton. Bonghi studi! come ciò potrebbe e dovrebbe fersi, e pre- 
senti quindi un progetto al Parlamento, il quale si renderà benemerito 
del paese e degli insegnanti primari!, discutendolo ed approvandolo. 

5. — Un'altra cosa notabile di cui il Bollettino dà notizia è la isti- 
tuzione di un Museo d' istruzione e di educazione presso il R. Liceo 
Ennio Quirino Visconti di Roma. In questo saranno raccolti, disegni di 
edifizi scolastici, arredi per le scuole, i migliori libri di testo ecc. È 
certo che per tal modo si agevolerà a cui spetta il conoscere come or- 
dinare si debbano le scuole, la conoscènza e diffusione dei migliori libri, 
e dei migliori metodi. Ma fino a tanto che questo museo esista in Ro* 
ma soltanto, Ji'utilità non ne potrà essere che relativa, quantunque 
una periodica pubblicazione dovrebbe^ secondo il concetto !del ministe- 
ro, diffondere per tutta Italia la conoscenza delle cose che sono rac- 
colte nel Museo ; e ciò perchè naturalmente non tutti gli insegnanti sa- 
rebbero in grado di visitarlo, e perchè non tutti potrebbero procurarsi 
il periodico che deve illustrare gli oggetti nel Museo raccolti. Savio 
consiglio quindi io stimerei quello, non |già di fondare parecchie di 
queste istituzioni, che al Governo riescirebbe troppo gravoso, ma sib- 
bene di stabilire una biblioteca pedagogica in ciascun capoluogo di pro- 
vincia, alla cui fondazione e mantenimento 'potrebbero concorrere il Go- 
verno, le Provincie, ed i Comuni. Molte volte 1 maestri non conoscono 
le migliori pubblicazioni scolastiche che si van facendo in Italia ed al- 
Testerò^ perchè ! magri stipendii non permettono ad essi che delle spese 



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as£»i limitate, qQisdi avviene che nella scelta dei libri di testo non 
possono essere poati in grado di scegliere quelli che veramente torne- 
rebbero più acconci alle loro scuole ; di più non conoscono i migliora- 
menti e progressi fatti nei metodi dMnsegna mento perchè non vedono 
nò libri, nò giornali in cui questi si dichiarino ; per ciò essi si tro- 
vano sempre nello staCu quo, e come insegnano oggi, insegneranno 
da qui a diaci o a venti anni : a questi inconvenienti provvede rebbero 
le Biblioteche Pedagogichey che, insieme airistituzione del Museo d'istru" 
zione fatta daironorevole Bonghi, gioverebbero non poco al pro- 
gresso e miglioramento vero specialmente deiristruzione popolare. — 
Uno dei bisogni più sentiti è quello di far si che le Scuole Tecniche 
siano coordinate agli studii che si fanno negli Istituti Tecnici nel tempo * 
istesso che debbono fornire una coltura per quanto è possibile completa 
a chi non può frequentar altre scuole; ora è stato fatto un decreto 
con cui s'incarica appunto una speciale commissione di studiar il modo 
di rendere meno indipendenti tra loro gli studii tecnici inferiori e su-» 
periori. Per ora non posso dir altro che giova sperare la commissione 
sia per fare delle proposte di pratica utilità, -r II poco spazio conces- 
somi non mi permette di continuar ora la disamina del Bollettino però 
essa verrà continuata nella prossima rassegna. — Chiuderò questa pri- 
ma parte annunziando come già al Parlamento ebbe luogo la discus- 
sione del Bilancio del Ministero della Pubblica Istruzione^ la quale nel 
suo corso non offrì alcun che di notabile. Nella stessa seduta del 5 feb- 
braio Ton. Bonghi presentò un progetto dì legge pel riordinamento 
deiristruzione seqondaria, ed un altro progetto sulle scuole normali; 
di ambedue il Ministro chiese e la Camera li dichiarò d'urgenza. Quanta 
e quale importanza abbiano queste proposte non si può dire perchè i 
giornali le annunciano soltanto; lo vedremo in seguito. 



IL . 

1. — Difflcile più che qualunque altra ò la nobilissima arte dell'edu- 
catore ; nelle mani di lui sono riposti i destini delie nuove generazioni, 
che saranno tali quali l'educazione avrà saputo farle, e da [questo ap- 
punto ritrae il magistero la nobiltà sua che potrà mantenere solo a 
condizione che coloro i quali vi si dedicano ne comprendano tutto l'im- 
portanza e non si stiano contenti ad insegnare bene o male questo e 
qaello che ò richiesto dai programmi governativi. Che cosa debba fare 
un Maestro per essere un abile insegnante, un esperto educatore mai 
8i potreb^be dire entro ristretti ceailni^ però questo m'imputa porre in 



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— 94- 

sodo, cioè che bisogna che di continuo egli stndii, e stndii per perfezio- 
nare e migliorare la propria coltura morale ed intellettuale^ studii per 
conoscere la natura degli allievi suoi, studii per trovare i più acconci 
metodi educativi da praticare nella sua scuola. È a forza di continue 
esperienze proprie^ a forza di studiare sulle esperienze altrui che uno 
può diventare un buon maestro. — Queste ed altre idee mi vennero 
per il capo non appena io ebbi letto le Memorie e documenti d'un e- 
ducatore del sig. Santi Giuffrida, libro che mi piacerebbe veder corre- 
re per le mani dei maestri elementari, e di tutti quelli, che o per un 
modo, per un altro prendono a cuore le cose riguardanti la pubbli- 
ca educazione, perchè avrebbero ad impararvi di molto; libro che bi* 
sognerebbe fosse seguito da altri simili di altri maestri, perchè tutti 
insieme potrebbero dare una norma sicura del come educare sì debba. 
Egli è un fatto che innanzi tutto chi si dà all'insegnare, come dimo- 
strai ampiamente nella mia Scienza delVeducazione, deve acquistare 
una cognizione scientifica sia dei principii educativi, sia dei metodi di 
insegnamento, ma oltre di questo deve scendere nel campo pratico, ve- 
dere come altri hanno insegnato, e da ciò trarre lume all'esercizio 
della profession propria. Con queste convinzioni, e col desiderio di con- 
correre alla diffusione d'un ottimo libro pel bene delle nostre scuole, 
mi si permetta che brevemente dica qualcosa intorno al lavoro del si- 
gnor Giuffrida. Il volume è diviso in due parti: contiene la prima le 
memorie dell'autore come insegnante; contiene la seconda utili docu- 
menti per i maestri, per le famiglie^ per le autorità scolastiche e per 
i municipii. Io in verità non saprei a quale delle due sia da darsi la 
preminenza, poiché da entrambi trasparisce l'affetto molto dello scrit- 
tore pel progresso dell'educazione popolare, la cura con cui egli ha 
atteso al suo nobile ufficio. Altri scrivendo delle cose proprie, avrebbe 
cercato di mettere in luce solo quelle che potessero tornargli ad onore, 
non cosi il Giuffrida: egli non ha voluto fare la sua apologia, non ha 
voluto scrivere per fare un libro qualunque, ma sibbene, animato dal 
nobilissimo desiderio di giovare ad altrui, ha parlato, con una fran- 
chezza ammirabile delle sue esperienze, dei risultati ottenuti, degli 
errori che, a suo modo di vedere, ha commessi. E ciò fa acquistare 
un doppio pregio al lavoro, poiché fa vedere come anche i più colti 
insegnanti quando trascurino di studiare la propria scuola per ben co- 
noscere quali siano ì suoi bisogni, per vedere quale sia la meta a cui 
debbono giungere possono errare. E mi pare che quando i nostri mae- 
stri elementari leggessero con cura quanto scrive il Giuffrida avrebbe- 
ro da impararvi molto più che da mille trattati di pedagogia, i quali 
il più delle volte son scritti da chi non ha fatto mai scuola, e quindi 



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-os- 
se contengono delle baone teorie, nella parte pratica veramente pati- 
scono in generale difetto. La natura di questo scritto, la brevità in 
cai debbo necessariamente contenermi^ non mi permettono di diffon- 
dermi ad esaminare il libro parte a parte, solo per invogliare ì miei 
lettori a procurarselo citerò alcuni tra i molti brani notabili che vi si 
contengono. Dopo dimostrato (pag. VII) che Teducare appartiene a 
tatti gli ordini della Società dice ai Maestri : « A voi dunque spetta il 
€ posto d'onore nel gran negozio deireducazlone popolare ; e per l'epe- 

< ra vostra laboriosa, intensa^ contìnua, e perchè compito vostro spe- 

< ciale è di dare alla patria un prezioso tributo di uomini integerrimi 

< e di ottimi cittadini. Ma gli uomini e i cittadini non nascono per 
4^ avventura, si formano : e il formarli richiede arte non volgare, pa- 
> zienza longanime, fortezza d'animo. A formare un uomo bisogna es- 
« sere più che uomo: i nani non generano i giganti, (pag. VII-YIII} » 
— A pag 15 trovo delle giuste osservazioni sul modo con cui certi 
municipìi procedono alle elezioni dei Maestri, e giustamente si osserva 
che da esso dipende che spesso Tistruzione cade in mano degli inetti, 
dei meno degni del nome santissimo e venerando di Maestri. Anche 
quanto il nostro autore scrive intorno al modo d'insegnare nelle scuole 
serali mi par degno d'essere qui riportato. « Il maestro serale deve es- 

< sere peritissimo dell'insegnamento, e deve conoscere tutte le scor- 
€ ciatoie che menano diritto alla meta prefissa, senza troppo sciupìo di 

< tempo e di forze; deve saper destare anzi tratto la coscienza di sé, 
« il concetto della dignità dell'uomo, l'idea del dovere e del diritto — 
€ cardini fondamentali d'ogni popolare educazione. Da parte dunque le 
€ ventose e vane parole : idee vogliono essere, sostanza e non forma- 

< lismo gretto : segnatamente se trattasi di adulti che vogliono un cibo 
€ di dottrina più fermo, più vigoroso, più pronto. » Intorno alla cat- 
tiva condizione dei locali destinati alle [scuole molti hanno alzato la 
voce, ma sempre inutilmente ; il Giuffrida (pag. 33) ora vi aggiunge la 
sua, e fa bene perchè a forza di gridar forte affinchè si provveda al 
baon collocamento delle scuole perchè la salute dei nostri figli non ne 
abbia a patire, alla fine qualcosa si dovrà pure ottenere che si faccia. 

Intorno alla carriera dei maestri, di cui io qui più d'una volta ebbi 
a parlare, scrive parole degne, ma che non saranno certo ascoltate 
colà dove si puoie ciò che si vuole, e dove si è fissi a credere che non 
possono escìre buoni maestri, se non che da quelle fàbbriche dello 
Stato che si chiamano scuole normali superiori, mentre la storia dei 
nostri uomini grandi dovrebbe far vedere che si può studiare molto 
bene anche da chi non tocca le soglie delle università. Però per l'in- 
teresse della nazione in prima, per quello degli insegnanti poi, fan 



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- 96 — 
bene tatti quelli che come il Giuffrida illuminano il paese, e gli ito 
vedere come tolto il modo di progredire agli insegnanti elementari, i 
giovani colti non si dedicheranno più airistrazione. — > Giusto è quanto 
si dice sui metodi d'insegnamento, e specialmente sul danno che de* 
riva da voler insegnare troppe cose d'un tratto e con fretta. Racco- 
mando ai maestri d'imprimersi bene nella memoria queste parole che 
si leggono a pag. 58: « Ed ecco come chi vuole educare gli altri, debba 
€ cominciare dall'educare so medesimo; o meglio, come la sola dispo- 
€ sizione di migliorare la scuola conferisca gran cosa al miglioramento 
€ di so. » 

L'importante per poter ottenere qualche frutto dai ragazzi che stu- 
diano^in una classe^ si è di far si che vi sia disciplina, col disordine 
il maestro fatica molto e non ^conclude nulla: ma come si fa per otte- 
nerla questa benedetta disciplina, che è lo scoglio in cui battono molti 
maestri? A pag. 59 del suo libro il Giuffrida lo dice; egli non vuole 
il terrore ma l'amore, poiché ogun sa che coU'amore si governa il 
mondo. — Mi unisco all'autore per propugnare l'introduzione nelle 
scuole popolari deirinsegnamento del canto corale e della ginnastica; 
possono questi essere due mezzi efl^cacissimi per dilettare ed educarci 
fanciulli, come ho nel mio libro ampiamente dimostrato. Notabile, e 
degna di essere accettata da tutti i maestri d'Italia, è la proposta di 
fare uno studio particolare sulla natura e carattere dei fanciulli per 
vedere di trovare il mezzo di indirizzarli al bene. Gran parte della 
valentìa di chi educa sta appunto in questo, e niuno dovrebbe mai 
trascurare tutti quegli studii e premure che vi conducono. Sulla edu- 
cazione che si dà in gran parte delle famiglie moderne dice il nostro 
autore parole severe quali il desiderio del bene del paese gli sanno 
mettere sulle labbra. — La proposta dell'unione dei maestri per van- 
taggio delle scuole e proprio, non può da me, che già in queste rasse- 
gne l'ho propugnata, che lodarsi. E qui farò fine al mio dire intorno a 
questo buonissimo libro, in cui però non avrei voluto trovar l'elogio 
di certi testi per le scuole, fatti da certi fabbricatori di libri, in cui 
nulla ò di lodevole, nò la lingua^ né la scelta, né la disposizione della 
materia, come spero di poter presto dimostrare parlando particolar- 
mente di essi. 

2. II sig. prot Ettore Azzi, In un suo breve ma succoso discorso per 
la distribuzione dei premi agli alunni delle scuole di Ferrara, dopo a- 
vere dimostrato che il lavoro di tutti^ sia nell'ordine fisico, sia in quello 
morale, è il solo mezzo d'ottenere il vero progresso; viene a porre in 
luce quanto di bene Aire potrebbero grinsegnanti per la civiltà a mez- 
zo del loro lavoro intelligente. Egli crede ohe se i Kaestrì osservasse* 



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- 97 - • 
ro, e rendessero di pubblica ragione quanto accade nella loro scuola, 
se descrivessero l'indole fisica e morale dei loro allievi si avrebbero i 
materiali per una storia^ la quale sarebbe veridica perchè fondata sui 
fatti, È bene che tali idee comincino a diffondersi tra chi insegna, ciò 
varrà a persuaderli della diffìcile e nobile missione educativa ad essi 
affidata dalla nazione, missione che non si può esaurire in conveniente 
modo senza un'operosità continua ed amorevole, senza uno studio in- 
cessante e profondo della natura umana, dei principii da infondersi 
neiranimo dei fanciulli e dei mezzi che giovano ad educare efficace- 
mente. < Il giornale di un maestro di scuola, dice con ragione il sig. 
a Azzi, non giova dissimularlo, avrà un giorno lo stesso valore di 
« quello di un medico o di un naturalista. Il maestro stesso coiraccu- 
« rata osservazione trove^'ebbe, siatene certi, la soluzione dei piùintri- 
« cati problemi pedagogici. » — L'egregio oratore riconosce l'impor- 
tanza dell'educazione, lamenta la caduta della legge proposta dal Mi- 
nistro Scìaloia per l'istruzione obbligatoria, lamenta la cattiva condi- 
zione che è fatta in Italia agli istitutori primari; e fa bene, cosi al- 
meno sempre più entrerà la persuasione che se vogliamo aggiungere 
alla vera civiltà bisogna cominciar dall'educare, e che per aver chi 
educhi veramente bisogna farne migliore la condizione economica. 
Ancor egli vede Tulilità che verrebbe al paese dall'unione degli inse- 
gnanti per studiare come si possono migliorare libri e metodi;, e loca- 
li, e docenti^ e giova sperare che quando altri a ciò non pensino, vi 
provvedano i maestri stessi nell'interesse proprio e delle scuole. 

3. — Il libro che il sig. Giacalone Patti offre alle scuole elementari 
per l'insegnamento dell'aritmetica ha, secondo me, un difetto capitalis- 
simo, in cui sogliono cadere gli scrittori di libri destinati all'istruzione 
dei fanciulli, cioè di pargoleggiar soverchiamente. Egli esce sovente in 
proverbi che male si adattano ad un libro di aritmetica, vuole usare 
più che la lingua italiana il dialetto toscano e dà nell'affettazione. An- 
che nell'ortografia non segue l'uso più comune a tutta la penisola, ma 
sibbene quello delle province meridionali, nò in ciò sempre gli si può 
dare ragione. — Del resto la materia è bene scelta, bene ordinata e 
chiaramente esposta, e questo non è poca cosa. Un'altra osservazione, 
e questa riguarda più l'editore che l'autore ; nel libro sono incorsi troppi 
errori di stampa, e la correzione tipografica è una delle cose più ne- 
cessarie nei libri scolastici; di più un volumetto di 130 pag. in 16** per 
una lira è troppo caro pei bambini delle scuole elementari, i quali 
appartengono in maggioranza alle classi povere a cui ogni soldo può 
far buon gioco. 

"4. — Sull'importanza dell'insegnamento della geografia nelle scuole 

7 




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-« 98 — 
secondarie ebbi altre volte occasione di dire alcune cose, che qui sa- 
rebbe inutile ìL tornare a ripetere; questo però giova notare che il com- 
pito degli insegnanti può essere agevolato quante volte si pubblichino 
libri che, tenendo conto dei progressi della scienza, si adattino ai bi- 
sogni della scuola. Nel numero di tali libri mi pare che si possa porre 
la Geografia universale per le scuole secondarie del prof. Giambattista 
Del Lago, di cui negli ultimi mesi deiranno decorso è venuto fuori il 
primo volume. Persuaso l'autore che le definizioni geografiche devono 
essere la chiave di ogni ulteriore lettura ha posto ogni diligenza per- 
chè esse riuscissero, per quanto fosse possibile, chiare ed esatte. A 
tutte le varie parti di cui la scienza geografica si compone ha dato una 
proporzionala estensione, avendo cura che l'una non avesse uno svi- 
luppo maggiore del necessario a detrimento delle altre parti. Siccome 
poi la geografia va necessariamente congiunta ad altre scienze, e spe- 
cialmente a quelle fisiche, da cui riceve lume maggiore, e poiché non 
tutti i giovani che si applicano nelle scuole secondarie allo studio geo- 
grafico, giungono sino al punto di acquistare cognizione di matematica 
e di scienze fisiche e naturali, così saviamente il sig. Dal Lago ha po- 
sto qua e là nel suo libro quelle cognizioni di esse che giovano alla 
migliore intelligenza della scienza che insegna. Mentre la maggior 
parte dei compendii di geografia non consacrano che poche pagine alla 
struttura della terra, ai vulcani, ai terremoti, alle correnti marine, ai 
venti ecc., il Dal Lago invece vi si diffonde, e spiega ogni cosa addu- 
«endo le ragioni che la scienza dà di ciascun fenomeno. La Geografia 
politica è quella su cui l'autore ha creduto di dover correre più rapi- 
damente in questo primo volume, perchè è quella che più facilmente su- 
bisce delle variazioni da un momento all'altro, tuttavia io penso che 
una dichiarazione più diffusa intorno alle nazioni di Europa, al loro 
sviluppo morale ed intellettuale, ai commerci ed alle industrie non avreb- 
be nuociuto ma sibbene avrebbe accresciuto il pregio e l'importanza 
dell'opera, perchè se la scuola non deve essere palestra di lotte par- 
tigiane, come sapientemente dice l'Autore egregio, non si deve però di- 
menticare che i giovanetti che la frequentano dovranno un giorno es- 
sere cittadini, e come tali esser posti in grado di conoscere il pregio 
e l'importanza delle istituzioni che regolano la società civile, e a que- 
sta educazione politica può la geografia, secondo il mio modo di vede- 
re, efficacemente concorrere. Ad agevolare l'apprendimento della geo- 
grafia matematica sarebbe riuscito opportuno il corredare il testo di 
incisioni, e l'aggiungervi dei problemi ed esercizii da farsi risolvere 
dagli alunni. Ma tutti questi non sono che piccoli nei, a cui facilmente 
si rimedia, i quali poi sono di gran lunga avanzati dai pregi del la- 



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I 

i — 99 — 

voro, che, quantunque per me non sia superiore a quello del cav, Pozzi^ 
merita di avere buona fortuna, ed io gliela auguro di cuore. 

5. — Per questa volta mi limito ad annunziare e raccomandare le 
seguenti nuove pubblicazioni del bravo editore torinese signor Ermanno 
Loescher, promettendo di darne un esame accurato, come meritano, 
nel fascicolo venturo. Eccone 1 titoli : Ammaestramenti di letteratura 
per i componimenti in prosa ed in poesiaper la 5.a ginnasiale di Italo 
Pizzi. — Un voi. di pag. 170 in 8'; prezzo L. 1,80. — Comparetti: No- 
velline popolari italiane illustrate. — Voi. primo di pagine 3iO in 8"; 
prezzo L. 4. — Gianandrea: Canti Popolari Marchigiani annotati, — 
Un voi. in 8* di pag. 303, prezzo L, 4. 

Ancona, febbraio 1875. 

Cesare Rosa. 



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-^ 100 — 



REVUE LITTÉRAIRE FRUNCMSE 



CHRONIQUE LITTÉRAIRE 



École, 1«' mars 1875. 

SOMMAIRE. — De la critique et de Thistoìre littéraire: — Les Pre- 
miers lundis de Sainte-Beuve, 1 voi. in-18. — Portraits contempo- 
rains, par Théophile Gautier, I voi. in-18. — Leopardi, sa vie et 
ses ceuvres, par M. Boaché-Leclercq, 1 voi. in-18. — Genève et ses 
poètes, du seizième siede à nos jours, par M. Marc -Monnier, 1 vai. 
in-8. — Eistoire de la littérature anglaise contemporaine, par M. 
Odysse-Barrot, 1 voi. in-18. 

Six longues années déjà se sont écoulées depuis la mort cruel- 
lement prématurée de Sainte-Beuve, et pourtant, gràce au zèle 
intelligent de M. Troubat, le public éclairé a pu jusqu'à présent 
se faire illusion et admettre à la rigueur que le grand critique 
était encore de ce monde. La divulgation de ses oeuvres posthu- 
mes ou peu connues a, en efFet, une importance réelle et le vo- 
lume qu*on vient de nous offrir sous le titre de Premiers lun- 
dis (1) prendra certainement place dont toutes les bibliothèques. 
Composée d'ólóments un peu disparates empruntés au Globe, au 
National de 1832, à la Revue de Deux Mondes, au Temps de 
1835 et à celui de 1869, au Moniteur universel et à la Revue 
contemporaine ou aux ouvrages pour lesquels Sainte-Beuve avait 
écrit des Introductions ou des Préfaces, cette nouvelle galerie de 



(1) 1 voi. in-18, Michel Lévy. 



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— 101 — 
Lundis prenci la carrière de l'écrivain à ses débuts et Tembrasse 
tout entière. La plupart de ces essais sont, il est vrai; ceux d'un 
adolescente mais d'un adolescent auquel un immense avenir est 
promis et dont le genie créateur excelle déjà à tirer quelque chose 
du rien. Onpeut s'en assurer du reste en lisant tei on tei artìcle 
de quelques pages consacrò à des auteurs ridicules ou du moins 
justement dédaignés aujourd'hui, et je ne connais rien de plus 
amusant que la perfide analyse du roman de YÉtrangère de M. 
d'Arlincourt Mais notre critique, mème à vingt ans, ne se bor- 
nait par à considérer les oeuvres de ses contemporains par leur 
coté plaisant et Ton sent que Tindignation le gagne lorsqu'il 
songe aux immenses inconvéjiients de publications pareilles à cel- 
les du fameux vicomte: 

« Non, s'écrie-t-il^ il n'est pas permis d'avancer que plus d'un 
jeune homme lira ce livre uvee fruii: insensé, il le lira avec trans- 
port; et sage, avec dégoùt. C'est qu'en effet ce qui est faux n'est 
jamais utile, et qu'au fond il y a quelque chose d'immoral et de 
pervers dans cette falsifìcation de l'histoire qui ment sans pu- 
deur h la vérité des traditions, et dans cette falsifìcation bien 
autrement coupable de la nature humaine, qui la représente dé- 
gradée par d'indéfinissables passions, poussée au crime par je ne 
sais quel vertige sans objet, qui la calomnie en lui prètant des 
désordres qui ne sont pas les siens, et qui^ n'est qu'une insuite, 
un attentat perpétuel aux lois éternelles et sacrées de la raison... » 

On reconnait bien là le futur Aristarque des Lundis, et cette 
ardente aspiration au vrai qui chez lui tìe cessa pas de se forti- 
fier avec les années. Mais c'est surtout dans ses premiers essais, 
plus connus d'ailleurs sur MM. Thiers et Mignet qu'apparait son 
genie divinateur, et la page suivante sur VHisioire de la Róvo- 
Mim reste prodigieusement exacte à un demi-siècle d'intervalle: 

« Parlerai-je maintenant de la partie la moins importante et 
aussi la plus faible de Touvrage, du style, auquel on dirait que 
l'auteur n'a pas songé? Se taches nombreuses disparaissent sans 
doute et pour ainsi dire s'efFacent parmi tant de mouvement et 
d'éclat;maisqu'il eùt été moins incorrect et negligé, loin de dìs- 
traire du récit, il Teùt mieux fait ressortir encore: la pensée 
de l'écrivain, qui quelquefois s'aflaiblit dans ses formes indecise s, 
eùt été plus sùre, gravée de la sorte, d'arriver pleinement intel- 



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- 102-^ 
ligible et franche à cet avenir auquel elle a droit de s'adresser. 
C'est toujours une imperfection fàcheuse qu'une belle oeuvre man- 
que par le style. Il serait si aisó à M. Thiers de nous épargner 
ce regret f seraitce dónc un vceu par trop mesquin, au milieu de 
si grands objists, de souhaiter qu'une seconde édition ne le fit 
plus naìtre? > 

Catte période s'achàve par un point d'ìnterrogation, et Ton de* 
vìne aisément que Tauteur a salsi du premier coup le caractère 
de son homme, malade incurable^ parce qu'ìl fait fi des conseils 
du médecin; la pensée de Sainte-Beuve se précise davantage^ du 
reste à la fin de Tarticle sur M. Mìgnet: 

€ Ce style, qu'au premier abord on serait tenté de juger trop 
soigné, n'est pourtant par exempt d'incorrections; mais il Ètut 
bien distinguer: les incorrections ici ne proviennent plus d'oubli 
ni de négligence, comme chez H. Thiers, je croirais plutòt qu'en 
les rencontrant sous sa piume, l'écrivain a dédaigné de les évi- 
ter, et que, dans sa vigueur de composition, il a mieux aimé 
scìemment forcer la tournure de sa phrase que gèner l'allure de 
sa pensée ... » 

On ne pouvait mieux dire et Tavenir des deux écrivains est 
compris tout entier dans ces quelques lignes prophétiques. On 
trouvera dans ce volume d'autres essais non moins importants, et 
plus développés peut-étre, sur deux hommes que Sainte-Beuve a 
bien connus, Victor Hugo et Lamartine, et le premier de ces ar- 
tìcles est d'autant plus intéressant qu'il nous donne la note par- 
faitement sincère, l'opinion du critique sur les Odes et baUades 
avant la grande amitié et la douloureuse rupture. Quant aux Étu- 
des où dominent les considérations politiques on les lira aussi 
avec fruit, car elles serviront à démontrer que Sainte-Beuve a 
été calomnié par^ceux qui Taccusaient de manquer, à certains 
égards, de sens moral et d'ètre trop indiflférent en matière de 
gouvernement. S'il répugnait, en effet, à faire un choix entre 
des régimes fort analogues et fort imparfaits, il avait des vues 
fort arrètées sur les grandes lignes que neglige trop souvent le 
vulgaire: « Soutenir et contenir » était sa devise en politique 
comme en littérature et ces deux mots pourraient servir d'épi- 
graphe au présent volume. 

Contemporain de Saint-Beuve^ à peu de chose prés : 



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— 103 — 

Et sorti corame lui de la grande boutique 
Romantique... 

Ainsi que disait Musset, Théophile Gautier qui fut pourtant cri- 
tique de profession, dès 1836, n'a eu aucune sorte de parente in- 
tellectuelle avec le fameui auteur des Lundis et de Volupié et il 
a été relativement à ce grand maitre ce qu'étaient aux ponti- 
fes romains les premiers empereurs chrétiens, après que Cons- 
tantin eùt recu d'un concile oecuménique le titre singuller d'évé- 
qae exiérieur. L'écrivain brillant et fantaisiste qui écrivifc Ma- 
demoiselle de Maupin et le CapUaine Fracasse était, en effet et 
avant tout un artiste habile à reproduire le coté plastique de tous 
les objets qui frappaient ses regards et si Sainte-Beuve a péné- 
tré fort avant dans la connaissance du coeur humain, Théophile 
Gautier a étudié à fond « la bète humaine. » Rien ne lui échap- 
pe de ce qui est du domaine de la sensation et du pittoresque et 
l'ensemble de ses oeuvres qui, gràce au zèle d'un célèbre éditeur 
va nous apparaìtre bientòt au grand complet, constitue une im- 
mense sèrie de peintures remarquables par le coloris aussi bien 
que par l'exactitude. Il n'a pas étó facile sans doute de retrouver 
tant d'articles dispersés dans cent recueils, mais cette tàche in- 
grate a été poursuivje avec succès et à la suite de ce volume 
composite que M. Charpentier a qualifié avec beaucoup de justesse 
à'Hisioire du romantisme, il nous offre sous la rubrique de Por- 
traits contemporains (1) une nonvelle et fort ampie collection d'ó- 
tudes artistiques et littéraires qui bien que fort courtes pour la 
plupart présentent nèanmoins presque toutes un intérét réel. 
On sait déjà ce que je pense du genre de mérite de Théophile 
Gautier et pour constater que son talent se mentre en tout son 
éclat dans ce dernier recueil il me suffira de glaner cà et là quel- 
ques citations empruntóes à la belle biographie di Balzac ou à la 
jolie esquisse sur le peintre Marilhat. J'ai lu depuis vingt ans 
un assez bon nombre d'essais sur le puissant inventeur de la Co- 
mèdie humaine, mais dans aucune, à mon sens, Thomme n'est 



(l) 1 voi. in-18, Charpentier. 



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- 104 — 
reconstitué avec autant de vie et de relief que dans celui de Théo- 
phile Gautier qui a su peindre à merveille ce caractère où la 
grandeur le dispute à la trivialité, où la nonchalance est en lutte 
perpétuelle avec l'obstination : 

« Chose singulière^ dit l'auteur, Balzac qui méditait, élaborait 
et corrigeait ses romans avec une méticulosité si opiniàtre, sem- 
blait lorsqu'il s'agissait de théàtre pris du vertige de la rapidité 
Non-seulement, il ne refaisait pas huit ou dix fois ses pièces corame 
ses volumes, il ne les faisait mème pas du tout... Un mot pres- 
sant de sa part nous somma un jour de nous rendre à l'instant 
mème rue de Richelieu, 104, où il avait un pied-à-terre. Nous 
le trouvàmes enveloppé de son froc monacai et trépignant d'im- 
patience : — « Enjan^, voilà le Theo I s'écria.t-il en nous voyant. 
Paresseux, tardigrade^ unau, ai, dépèchez-vous donc; vous de- 
vriez ètre ici depuis une heure... Je lis demain à Harel un grand 
drame en cinq actes. 

— Et vous désirez avoir notre avis, répondimes-nous, en nous 
établissant dans un fauteuil corame un homme qui se prépare à 
subir une longue lecture. 

A notre attitude, Balzac devina notre pensée, et il nous dit de 
l'air le plus simple: « Le drame n'est pas fait. Voici comment j'ai 
arrangé la chose. yous ferez un acte, Ourliac un autre, Laurent- 
Jan le troisième, Belloy le quatrièrae, raoi le cinquième, et je li- 
rai à midi, corame il est convenu. Un acte de drame n'a pas plus 
de quatre on cinq cents lignes; on peut faire cinq cents lignes de 
dialogue dans sa journée et dans sa nuit... » 

Ou ne saurai exposer d'une facon plus piquante les travers 
d'un grand écrivain, et nous aurions maintenant à transcrire une 
bien admirable page, si nous voulions, à Taide de Gautier, mon- 
trer le romancier: 

Vingt fois sur le métier remettant son ouvrage,.. 

Mais plus que personne nous sommes force de tout dire en 
deux raots et afin de produire sous un nouveau jour le presti- 
gieuxtalent de notre critique, nous avons hàte d'arriver à cette 
belle description qui lutte de coloris et de splendeur avec les 
plus belles toìles de Marilhat: 



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— 105 — 

« La place de VEsbekieh au Cafre ! Aucun tableau ne fit sur 
moi une impression plus profonde et plus longtemps vibrante. 
J'aurais peur d'ètre taxé d'exagération en disant que la vue de 
cette peinture me rendit raalade et m'inspira la nostalgie de TO- 
rient, où je n'avais jamais mis le pied. Je crus que je venais de 
conn^ìtre ma véritable patrie et, lorsque je détournais les yeux 
de l'ardente peinture, je me sentais exilé : je le vois encore cet 
enorme caroubier au trono monstrueux pousser dans l'air chand 
ses branches entortillées comme des noeuds de serpents boas, et 
ses touffes de feuilles métaliiques dont le noires découpures font 
briller si vivement l'indigo du ciel; l'ombre s'allonge azurée sur 
la terre fauve ; les maisons élevent leurs moucharabys et leurs 
cabinets treillagés de bois de cèdre et de cyprès avec une réalité 
surprenante; un enfant nu et bistré suit sa mère, long fantóme 
enveloppé d'un yalec bleu. La lumière pétille, le soleil darde ses 
fléches de feu, et le lourd silence des heures brùlantes pése 
sur Tatmosphère..» 

Ces deux passages que que nous avons détachés presque au 
hasard, et bien d'autres encore qui ne leur sont inférieurs en 
rien, montreut assez que ce volume n'est point dépourvu du 
principal genre d'intérèt qu'on est habitué à trouver dans les 
ceuvres de Gautier; mais en dehors des trente ou quarante ar- 
ticles où il parie de lui, je ne puis passer sous silence la charmante 
autobiographie qui ouvre ce recueil et qui en fait selon nous le plus 
bel ornement. On y peut constater en efFet, le mèrito de la dif- 
ficulté vaincue, car si Théophile prodiguait d'habitude des trésors 
d'indulgence au benèfico des plus piètres écrivains, il avait à 
plus forte raison de lui-mème une opinion très-haute et se piai- 
gnait volontiers des cruantés de la destinée à son égard, si bien que 
dans un moment d'impatience M. de Girardin crut devoir mettre 
le public en garde contro ces perpétuelles jérémiades: « Ce jeune 
homme, disait-il, touche rien que dans la Presse un traitement 
plus fort que colui d'un prèsident de chambre de la plus haute 
cour du royaume. » Le reproche étsCit juste, mais le coupable 
ne profìta guère de la lecon, aussi avons-nous été èmerveillé du 
ton de modestie relative qui règne d'un bout à l'autre de ce joli 
naorceau où Tauteur est constamment amusant sans arriver ja- 



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^ 106- 
mais k routre-cuidance et dìssimule sa vanite soas un air de 
bonhomie raillease comme dans ces quelques lignes flnales: 

€ Sans étre romancier de professione je n'en ai pas moins 
bàclé, en mettant à part les nouvelles, une douzaine de romans: 
les Jeunes-France , Mademoiselle de Maupin, Fortunio, les 
Roués innocents, Miliiona, la Belle Jenny, Jean et Jeannette, 
Avatar, Jellatura, le Roman de la momie, Spirile, le CapUaine 
Fracasse, qui fut longtemps ma e Quinquengrogne, » lettre de 
change de ma jeunesse payée par mon àge mùr. Je ne compte 
pas une quantitó ìnnomblable d'articles sur toutes sortes de 
sujets. En tout quelque chose comme trois cents volumes, ce qui 
fait que tout le monde m'appello paresseux et me domande à quo! 
je m'occupo...» 

Ce que nous dit là Gautier est fort spirituel et fort logique- 
ment déduit, mais il oublie d'ajouter que dans cotte OBuvre ìm* 
mense il y a une largo place & faire aux paradoxes et aux sco* 
ries^ car doué comme écrìvaìn de qualités séduisantes il lui 
arriva souvent d'en abusar et nous sommes parfois tonte de nous 
réjouir qu'il n'ait point fait école au moins comme critique. Il 
n'avait pas suflSsarament conscience de sa dignitó de juge et 
c'est avec plaisir que nous avons trouvé d'autres dispositions 
morales chez les trois auteurs dont il nous reste à parler. Dans 
son étude sur Giacomo Leopardi le savant professeur de Montpel- 
lier^ M. Bouché'Leclercq^ a en effet creusé consciencieusement son 
sujet> et il l'a traité plus complétement qu*aucun de ses devan- 
ciers francais, allemands ou Italiens; gràce à lui cotte physio- 
nomie empreinte de mélancolie mais aussi de grandeur^ nous ap- 
parait enfin sous son véritable aspect et dans le petit paragraphe 
qui suit, le biograplio a marqué fort exactement la place qui ap- 
partient à son héros parmi les illustres désespérés de notre 
ago: — 

€ Sì, dit-ìl, on avaìt découvert quelque part un fleuve duDéses- 
poir, une sorte de Styx aux ondes noires, fait avec e les larmes 
des choses, > et qui irait se perdre dans un abime, Je me repré- 
senterais volontiers l'auteur de Werther poncho en observateur 
curieux sur la source ; Chateaubriand contemplant son imago 
dans le miroir mobile des eaux; Sénancour sommeiliant indiffé- 
rent sur la rive; Byron so jouant dans les flots, heuroux d'of- 



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-^107 — 
frayer ses admirateurs et sur d'aborder quand illevoudra; Mus- 
set descendant joyeux dans sa barque et s'y couchant à demi- 
résigné quand il a senti Tattraction du gouffre; enfin, plus près 
de la chute. Leopardi, debout sur son esquif, appuyé dédaigneu- 
sement sur la rame et bravant du regard un ciel sans Dieu. » 

« L'irritation et le dédain, » ce sont bien là les deux senti- 
ments que Leopardi éprouvait vers la fin en présence des reli- 
gieuses croyances d'autrefois, mais il n'avait pas toujours été 
ainsi et M. Bouché-Leclercq saisit avec précision toutes les pha- 
ses de cet affaissement mora! qui, prenant son point de départ 
dans ce qu'on a justement nommó « la foi du charbonnier » 
amena graduellement le poète à chercher le repos dans le néant 
absolu et à savourer par avance « le charme de la mort. » Il y 
avait en somme dans ce caractère profondément transformé par 
la souffrance, une sorte d'aigreur maladive dout le critique a su 
constamment tenir compte en appréciant avec une sympathie exem- 
pte de faiblesse les petits travers du poète. Pas plus que nous, 
M. Bouché n'a pu se faire à ces éternelles invectives contre 
\inaUtabile Recanati, à ces déclamations contre la France en- 
gendrées par de puériles colères bientòt suivies d'équitables re- 
tours, et à ce propos il a flnement observé le développement 
exagére du mot .dans cet adolescent qui pleure sa jeunesse étiolée, 
ses espérances décues, sa caducité precoce, qui écoute de loin 
les rires joyeux des Jeunes filles, et ne peut ni espérer d'ètre 
aimé, ni se passer d'amour. Plus que Werther, que Faust et que 
Rolla celui-là est réellement à plaindre, car « sa tristesse n'est 
point Tabattement flévreux d'un lendemain d'orgie, ni le dégoùt 
qui suit toujours et accompagne souvent les joies vulgaires, ni 
le delire passager d'une àme éprise de l'impossible... C'est une 
douleur méditée, faite de souffrances physiques, d'aspirations 
découragées, de solitude et d'ennui, une doulear grave et pudi- 
que qui, loin de se plaire aux cris de détresse, se tait dans ses 
moments d'exaspération et ne vent point se donner tout entiè* 
re en spectacle. Leopardi aurait pu dire, avec non moins de 
vérité que Goethe, « que toutes les oeuvres et, en particulier ses 
élégies, ne sont que les fragments d'une grande confession. M. 
Bouché ne laisse échapper aucun de ces désolants aveux, et il 
eiplique très-bien que la philosophie de son héros est tout sim- 




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- 108 — 

plement de la misanthropie. Leopardi ne met pas en oeuvre d'au- 
tres arguments que ceux de Rousseau et de Shelley et ces vieil- 
leries qu'il acceptait de confiance rempéchaient de comprendre 
que lacìvilìsatìon a son prix et que la scìence occupée à la con- 
quète du monde matériel, travaille en definitive à mettre l'hom- 
me à Tabri de la brutalité des choses et à le delivrer de la dou- 
leur physique. C'est dono surtout comme poète que le fils ingrat 
de Recanati resterà grand aux yeux de la posterità, mais peut- 
ètre l'auteur Ta-t-il condamné trop sévèrement en tant que mo- 
raliste et je le prends en flagrant délit d'inexactitude lorsqu'à pro- 
pos d'un fragment de Leopardi sur Lamennais il refuso au pre- 
mier la faculté de « se connaitre en hommes » Rencontrant La- 
mennais à Florence en 1832, le poète avait dit de lui: C'est un 
trèS'hàbile parleur; et en dépit des protestations du spirituel 
professeur de Montpellier, nous sommes force d'avouer que l'im- 
pression qui nous est restée de la lecture des oeuvres de notre 
fameux compatrìote, est parfaitement conforme à celle que nous 
ont transmise les amis les plus intimes du prophète breton qu'émer- 
veillait chaque soir dans la solitude de La Chesnaie ce causeur 
brillant et paradoxal. Lorsque les étrangers veulent bien s'occu- 
per de nos affaires, nous sommes trop enclins à supposer qu'ils 
ont nécessairement tort chaque fois qu'ils s'avisent de nous blà- 
mer, ce qui ne nous empèche pas d'user à leur égard, le cas 
échéant, d'une excessive liberto. C'est ainsi que M. Bouché qua- 
lifie Gioberti avec une extréme àpreté, comme s'il ignorait que 
les philosophes italiens sont aujourd'hui partagés en deux écoles: 
celle des Hégéliens et celle des Giobertistes, ou comme s'il avait 
oublié l'immense influence que les oeuvres de l'auteur du Rinno- 
vamento ont exercée >ur la direction des événements dans la 
péninsule durant les vingt dernières années. Notre critique a 
bien commis encore d'autres péchés vóniels et je vais citer un 
court paragraphe qui est & refaire en entier: 

« On rencontrait groupés autour dumarquis Gino Capponi... te 
chansonnier Giusti alors au début de sa carrière, l'ancien general 
et ministre napolitain Colletta. . . des criliques consciencieux, tels 
que Frullani, Bestini, ^tc...» 

C'est vraiment se moquer que d'infliger à Giusti la qualiflcation 
de chansonnier qui ne luì convient à aucun point de vue; quant à 



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- 109 - 

Colletta, rhabile ingénieur militaire, il a été non point ministre, 
mais tout simplement directeur des travaux publics sous Murat, 
et en ce qui concerne FruUani et Bestini, M. Bouché-Leclerq aura 
sous donte pris communication de documents inédits, car nous ne 
croyons pas que ces deux charraants poètes aient jamais fait de 
la critique autrement qu'à huisclos (1). Ces petites distractions 
de l'auteur n'ont d'ailleurs qu'une portée des plus insigni- 
fiantes car nous ne croyons pas qu'il y ait trois pages en 
tout à rayer dans son livre; il lui suflSra d'un nouveaux 
pélerinage au-delà des Alpes pour connaitre à fond tous les 
hors-d'oeuvre de son sujet et il nous a été doux de constater 
en fermant ce volume que Tltalie comptait un ami de plus, et un 
de ces amis qui doivent la consoler des méprisables dédains de 
^uelques sots et de beaucoup d'indifférents. 

Quelque talent que M. Bouché-Leclercq ait déployé dans la 
coDciposition de son remarquable ouvrage, on peut dire qu'il était 
soutenu pas son sujet méme, mais le comble de l'art c'est de 
savoir intéresser son public en traitant une matière ingrate, et 
c'est un peu le cas de M. Marc- Mounier et de ses Poètes gene- 
vois du seizième siécle à nos fours. (2) La ville de Calvin, en 
effet, n'a jamais honoré les Muses qu'avec une certaine tiédeur, 
et si l'auteur se tire d'affaire en cette occasion c'est en mèlant 
adroitement l'histoire politique à l'histoire iittéraire, et en nous 
tracant, le premier peut-étre, un portrait ressemblant du fa- 
meux prisonnier de ChiUon qui fut « chanoine, gentilhomme, 
bon vivant, martyr et beaucoup d'autres choses encore, > mais 
fort différent pourtant de l'homme inflexible et « tout d'une piè- 
ce » que nous ont représentó Byron et Alexandre Dumas. Boni- 
vard, c'est le type du vieux Genevois intrèpide à ses heures, 
mais souriant et bonhomme dans la vie habituelle... avec Calvin 
tout va changer, le fanatisme abaissera son couvercle de plomb 
sur la cité fortunèe et la transformeca en nècropole intellectuelle, 



(i) On doit pourtant à M. Frullanl quelques beaux rapporta offlciels 
au siJijet de divers concours dramatiques tout rócents. 
(le) i voi. te-18, chez Sandoz. 



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— no — 
à tei point quo poor nous parler encore de poesie Tauteur devra 
s'occuper de Marot, de Bèze et d'Aubigné tous Francais de la 
vieille roche. La réaction contre la tyrannie de la « prédestina- 
tion » fut lente à venir et ce fut surtout au yoisìnage et à l'in- 
fluence de Voltaire que la petite et florissante république fut 
redevable de son émancipation. M. Marc«Monnier^ dans un cha- 
pitre special, expose d'une fagon piquante les luttes acharnées 
que le malin yìeillard eut à soutenir contre le consistoire ; il nous 
le montre après un premier échec transportant son théàtre des 
Délices à Carouge en terre savoyarde, puis enfln installant dès 
1766 — en dépit de Rousseau, — les profanes divertissements 
dramatiques au coeur de la cité. Mais le théàtre dans la Suisse 
franjaise ne pouvait ètre et ne fut alimentò que par les produc- 
tions étrangères, et c'est ailleurs qu'il faut chercher les manifes- 
tations de la verve indigène qui éclata surtout depuis l'ouvertu- 
re du Caveau genevois, dont les fondateurs opposèrent à « la 
république de Calvin, la république de Béranger. » Le genre adopté 
par les membres de cette association sera si l'on veut le « genre 
bas, » mais il y a pourtant de l'inspiratìon, de l'entrain, une 
verve comique dans la composition de Thomaguex, de Gandy-le- 
Fort et de Salomon Cougnard, Ils appartenaient tous à Fècole 
classique en vrais positivistes du Léman et à propos de M. Petit- 
Jean qui tirant sur un canard faillit tuer Byron, M. Marc-Mon- 
nier dit fort bìen que « c'est le seul rapport qu'on connaisse à 
l'illustre anglais avec un poète genevois. Il y eut pourtant un 
peu plus tard un petit groupe romantique au sein duquel nous 
distinguons Charles Didier, Blanvalet, André Verre et surtout 
l'infortuné Imbert Galloix qui, à défaut d'une oeuvre achevée 
nous a laissé du moins de splendides ébauches. En somme, lors- 
qu'on arrivo à la conclusion du volume on a retenu quelques jolis 
vers et un certain nombre de noms qui emprunteront tràs cer- 
tainement un nouveau lustve à cette publication; mais l'impres- 
sion dernière à laquelle ou s'arrète, c'est que si Genève n'a pas' 
produit beaucoup de parfaits ouvriers en poesie, elle a fait en re- 
vanche une précieuse conquète en la personne de M. Marc-Mon- 
nier lequel a payé si largement sa dette d'hospitalité envers la 
vieille république. 
Étudier les poètes de Genève c'est réduire Thistoire littéraire 



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- Ili ■- 

à des proportions inflnitésimales, et si le livre de M. Marc-Mon- 
nier a recu un favorable accueil du public special auquel il l'adres- 
sait^ nous sommes heureux de pouvoir signaler en finissant l'ap- 
parition d'un ouvrage qui manquait et où revivent les fkstes litté 
raires d'une grande nation. L'Sistoire de la lUtérature anglaise 
corUemporaine (1) de M. Odysse Barot, nous offre, dans un cadre 
restreint, toutes les notions qu'il est indispensable de posseder sur 
les écrivains anglais et américains qui se sont illustrés depuìs 
1830, et dans une excellente introduction de plus de cent pages 
l'auteur prend son sujet à ses origines tragant à larges traits un 
tableau admirablement vivant des vicissitudes intellectuelles de 
la grande Bretagne depuis Chaucer jusqu'à le mort de Walter- 
Scott. L'ouvrage se divise en onzé chapitres , — si Ton y com- 
prend l'appendice et la « chapitre additionnel, » — et M. Odysse 
s'occupa successivement de la poesie, du roman, de l'histoire, de 
la philosophie, de le presse périodique, se retrouvant sans peine 
dans cette confuse mèlée d'écrivains et nous indiquant en quel- 
ques mots pittoresques tonte la physionomie de l'homme et le 
caractére de son talent. Cette enviable faculté de miniaturìste 
m'a paru particulièrement frappante dans ce portrait de M. 
Disraeli : 

€ Chez lui, l'homme de lettres et l'homme d'action se confon- 
deDt tellement qu'il est impossible de les séparer ; l'orateur et le 
romancier forment un tout indivisrble. Il y a dans ses discours 
autant de littérature qu'il y a politique dans ses écrits. En l'écou- 
tant on croit lire quelques-unes de ces pages railleuses et mordantes 
de Coningsby; dans le débater on retrouve la forme excentrique, 
le langage pittoresque, les tournures piquantes de l'écrivain de- 
sireux toujours de frapper l'attention, de soutenir Tintérèt, de pro- 
voquer le rire, de jeter le sarcasmo, d'étonner, d'óblouir. En le 
lisant, au contraire, ou ne peut s'empècher de l'entendre; on 
s'imagine écouter son organo un peu sec et saccadé, mais clair 
et fort, varie d'intonations, distillant l'épigramme ou soulignant 
le mot à effet; on le volt debout avec sa haute taille, mince. 



(1) 1 voi. ia-l8, ciiarpentier. 



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— 112 — 
droite encore, et bien prise; sa mise elegante et soignée; son 
geste sobre et naturel; sa tète fine légèrement penchée; son lar- 
gè front encadré de longs cheveux grisonnants; son nez arqué 
d'Araméen, audessous duquel se détache un rudiment de mous- 
tache noire, — quelque chose comme une mouche dans la cavité 
de la lèvre; — son regard vif, profond, moqueur et sceptique; sa 
lèvre inférieure rendue proéminente par Texpression habituelle 
du dédain; son menton expressif d'où pend une imperceptible 
barbiche; sa main delicate et aristocratique, toujours gantée me- 
me quand il parie, et jouant avec la pomme d'une canne ou 
froissant quelque papier... 

A coté de ces jolis portraits, de ces ingénieuses analyses qui 
forment comme la trame de Touvrage de M. Qdysse-Barot, on est 
surpris sans doute, mais satisfait en mème temps, de noter au 
passage qnelques renseignements d'un caractère un peu vulgai- 
res, si l'on veut, mais qui appliqués à la littérature anglaise éclose 
dans un pays mercantile, ont certainement leur intérèt et leur 
prix. Qui ne s'émerveillerait, par exemple en constatant ce qu'un 
Seul poème de Moore, et Tun des plus médiocres, lui a été payé 
1000 livres, et qu'une seule édìtìon des Plaisirs de Vespérance de 
Campbell a produit une somme égale, tandis que Southey a gagné 
plus de 300.000 francs avec ses poèmes, et que le libraire de Crabbe 
lui payait 75.000 francs un seul volume de vers? En comparant 
la situation des poètes anglais avec celle de nos chantres en re- 
nom, on est heureiix de se rappeler que Thomme ne « vit pas 
seulement de pain » mais encore d'espérances trompées, et l'on 
admire malgré soi la patience, la souplesse et l'energie de la race 
latine. Ce besoin impérieux de bien-étre et de jouissances physi- 
ques qui caractérise la race anglo-saxonne a profondément in- 
fine sur le dóveloppement de sa littérature comme sur celui de 
son histoire politique et dans ses études sur le roman, et sur la 
poesie ou sur Téloquence populaire, M. Odysse-Barot ne perd ja- 
mais de vue la question sociale; 

4C Que parléje declasses? — s'écrie-t-il- dès le début, — No- 
hilily, Gentry Labourer ou Working man, ne sont-ils pas plutòt 
trois classes superposées, trois peuples entés Tun sur l'autre suc- 
cessivement dépossédés Tun par l'autre ? Y a-t-il autre chose que 
cles vainqiueurs et des vaincus^ une nation conquise et une nation 



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-113 - 

conquérante? moìns vìsìtae dans les autres pays où le mélange s'est 
mieax consommé^ où la fusion s'est faite plus vite et plus com- 
plétement^ où rassimilation s'est accomplie sans laisser de traces 
apparentes des éléments jprìmìtìfs^ ce caractàre réel des difléren- 
ces de situations et de fortunes est plus tangìble en Àngleterre 
où la derniàre conquéte est relativement recente^ où la langue 
elle-méme accuse^ pas ses diversités dans les différentes classes^ 
les diversités d'origine Les nobles et les propriétaires d'autrefois 
sont devenus les prolétaìres d'aujourd'hui. Il n'y a pas trois clas- 
ses d'un méme peuple et d'une mème famille ; il y a trois races 
stratiflées, trois couches ethnologiques princìpales aussi distinc» 
tes que ces terrains primaìres, secondaires, tertiaires d'une cou- 
pé géologique : les Gaels, les Saxons, les Normands; le peuple^ la 
classe moyenne, la noblesse...» 

Catte étude sur la diversitè des races en Àngleterre^ l'auteur la 
reprend et la continue sur le terrain de la philologie, et il n'est 
pas surprenant que de ces prémisses logiquement déduites il ait 
tire une oeuvre solide et rigoureusement exacte. Nous nous ral- 
lierions volontiers à ces conclusions et nous pensons comme lu- 
que l'Angleterre n'est depuis quarante ans qu'un immense labora- 
toire d'idóes. Ainsi qu'il le mentre à toutes les pages de son livre, 
dans la science^ dans la philosophie^ dans le roman^ dans l'his- 
toire^ aussi bien qu'en economie politique^ cette nation si posi* 
tive et si sage quis'est montrée depuis 1789 le boulevard le plus 
solide des choses du passe, ce pays conservateur par excellence 
a produit la littérature la plus révolutionnaire du monde entier. 
Tout cela est parfaitement vrai et si l'on fait abstraction des 
légères imperfections d'un style où l'emploi des termes fSsimiliers 
est poussé jusqu'à l'abus, si Ton ferme les yeux sur certaines 
adhésions un peu hàtives à des systèmes plus ou moins basar- 
dés éclos sous le elei britannique, l'ouvrage di M. Odysse- 
Barot qui apparaìt, dans son ensemble, comme à peu près irré- 
prochable, contribuera sans aucun doute à augmenter la vogue de 
cette còUection d'histoires littéraires contemporaines dont M. 
Charpentier poursuit la publication avec un succès qui va sans 
cesse grandissant. 

ÀMÉDÉE Roux. 

8 



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- 114 — 



NOUVELLES DRAMATIQUES 



Théàtre de V Odèon : — Le Docteur sans pareU, comédie en 
un acte et en vers de M. Ernest d'Hervilly. 

La direction du théàtre de l'Odèon parait avoir pris la bonne 
habitude de célébrer chaque année la fète de Molière par la re- 
prèsentation d'une pièce de circonstance et, M. Ernest d'Hervilly, 
le pontife ordinaire de ces solennités, nous offre cette fois une jo- 
lie bluette en un acte intitulée: le Docteur sans pareil {l). Nous 
Yoyons, au lever du rìdeau trois pères de mauvaise mine, le ta- 
pissier Poquelin, le docteur Astringente et maitre Béjart, procu- 
reur au Chàtelet, lesquels se plaignent, — comme tous les pères 
du monde, — de la difficulté qu'ils éprouvent à maintenir leur 
turbulente progéniture dans le sentier du devoir. Mais pendant 
qu*ils s'accusent réciproquement de faiblesse, on annonce précisé- 
ment que le futur Molière, le petit Poquelin, a pris la clef des 
champs en compagnie du neveu d' Astringente Francois Bernier, et de 
la petite Madeleine Béjart. Si leur compagnon songe déjà à faìre 
le tour du monde, Madeleine et Poquelin ont des vìsées moins 
hautes et voudraient tout simplement exploìter la banlieue en 
grìmpant sur le chariot de Thespis. Colui qui doit écrire le MU 
santrophe a déjà en poche une farce dans le goùt italien: te Doc- 
teur sans pareil, et il s'empressera de roffk*ir à un saltimbanque 
dont le théàtre portatif s'élève au fond de la scéne. Nos trois fu- 
gitifs pendant que l'on court à leur recherche, montent sur les 
trétaux, affublés des vieilles défroques de Vimpresario ambulant, 



(1) 1 voi. in-18 chez Lemerre. 



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- 115 - 
et joaent le Docteur sans pareli aux applaudissements de la foule. 
Mais un geste trop vif ayant, par malheur, fait tomber la perru- 
que du docteur, les fugitifs sont reconnus, rattrapés et condam- 
nés au fouet. Cette escapade n'a pas de suite pour le moment 
mais en lisant les derniers vers que le jeune Poquelin adresse en 
forme d'adieux au paillasse Fritelin, on sent bien que cet enfant 
n'est pas destine à vieillir dans une boutique de tapissier. Ce 
róle de Molière est du reste un peu trop dépourvu de relief et le 
personnage le mieux réussi de l'ouvrage n'est autre que ce Fri- 
telin dans la bouche duquel M. d'Hervilly place ces sages conseils 
doni nos trois petits vagabonds ne profiteront pas: 

Mais regardez-moi donc I 

(// se frappe Vabdomen) 
Ceci qui fut un ventre, 
D'une éternelle faim, hélas I n'est plus que l'antre, 
Ceci — qui fut ma joue — et c'était rondelet, 
Maintenant c'est un gouflfre où se perd un soufllet. 
Ceci 

{Il se prend le nez avec attendrissemenC) 
Qui fut un phare allume sur ma trogne. 
Et dont le feu, le soir, guidait le pauvre ivrogne, 
Qu'est-ce à présente Seigneur? Un misérable nez 
Que ne reflètent plus les flacons étonnés; 
Car l'abstinence a fait loin de tonte cantine^, 
De ce coquelicot une pale églantiue. 
Voyez et frémissez... Ahi courez jeunes gens, 
Retrouver vos papas, vos mamans, vos régents... 

Porel qui est décidément en progrès marqué débite ces vers 
agréables avec beaucoup de naturel, et les autres acteurs ont aussi 
contribué, pour leur part, au succès de ce petit ouvrage. 

Thédlre du Qymnase: — Mademoiselle Lupare, comédie en 
quatre actes de M. Louis Denayrouse. 

M. Denayrouse est un jeune homme de talent et nous avons 
parie l'annéó . dernìère de son heureux début au théàtre fran- 



r 



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Go^le 



- 116 — 
caìs. La Ielle PavUe, cette jolie comédìe élégamment versifiée at* 
testait des qualìtés réelles et nous avions le droit d'espérer que 
le second ouvrage de l'auteur seraìt autre chose qu'un méchant 
pastiche de la Princesse Georges, mediocre drame de M. Alexan- 
dre Dumasle-petit. Mais puisque MUe Lupare a réussi il faut bien 
en parler et dire pourquoi nous ne sommes pas de l'avis da pu- 
blic. Pour qu'un ouvrage plùt, il semblait indispensable autrefois 
qu'une action logiquement et vivement menée aboutit à un dénoù- 
ment acceptable ; or le drame de M. Denayronse reste sans conclu- 
Sion et rintrigue se déroule avec une lenteur désespérante. La plus 
grande partie du premier acte s'écoule avant que nous sachions 
où l'auteur yeut en venir et la pièce ne commence qu'au moment 
où la coratesse de Meursolles, raconte à son onde qu'elle a vu, la 
nuit précédente, le comte s'introduire à minuit dans la chambre 
de Mlle Duparc/ installée dans le chàteau en qualité de demoiselle 
de compagnie. Cette découyerte faite, l'embarras de Tonde égale 
pour le moins cèlui de la nièce, et celle-ci, chrétienne à la fagon 
des.héroìnes de M. Dumas flls, profite de la circonstance pour 
émettre une fori ennuyeuse théorie sur les devoirs de la femme 
abandonnée. La belle afiSigée une fois rentrée dans la coulisse, le 
second acte s'ouvre comme le premier par de véritables hors-d'oeu- 
vre et nous assistons aux causeries d'un préfet en tournée qui 
s'efforce de séduire les électeurs par des propos aimables. Pen- 
dant ce temps son secrétaire s'avise de rappeler à Mlle Duparc 
qu'il Fa déjà vue dans une famille où elle remplìssait les fonc- 
tions d'institutrice, et avec une rare et inexplicable ìmpudence 
il luì donne à entendre qu'elle était considérée comme la maitresse 
du flls de la maison. Insultée de la sorte, Mlle Duparc se lève 
avec un mouvement sublime d'indignation, et va se plaindre à la 
comtesse qui congédie à l'instant le jeune homme. Traité avec plus 
d'indulgence encore qu'il ne le méritait, il semble que ce dernier 
n'ait plus qu'à se retirer au plus vite, mais il imagine au con- 
traire de provoquer le maitre de la maison et nous assistons à un 
duel engagé dans des conditions invraisemblables mais qui était 
utile à l'auteur pour le fonctionnement de sa pénible intrigue. 
Elesse grièveraent en eflfet, le comte est en prole à la flèvre et 
au delire. Revenu à lui, la première personne qu'il reclame à 
grands cris, qu'il veut voir sur le champ, c'est Mlle Duparc» Ce 



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- 117 « 

caprice da malade est loin de plaire à la comtesse qui de concert 
avec son onde traite la jeune personne avec le dernier mépris. 
Celle -ci poussée à bout est sur le point d'accepter les proposi- 
tion du comte guéri fort à propos et tout prèt à enlever celle qu'il 
adore. Mais quei I le comtesse arrive au moment décisif et adres- 
se à Mila Duparc une admonestation si eloquente que la malheu- 
reuse institutrice se croit obligée d'aller s'enfermer aux fiUes re- 
penties, bien qu'elle n'ait encore k se repèntir de rien. Tout ce- 
la est profondément absurde et pour faire avaler au public cette 
pilule amère^ il n'a pas fallu molns que Tengageant sourire de 
MUe Pierson et les dramatìques élans de MUe Tallandiera*. 



NOUVELLES ET FAITS DIVj 




— Dans la séance du samedi^ 9 janvier^ de TAcadémle des scien- 
ces morales et politiques, M. Mignet^ secrétaire perpétuel, a donne 
un apercu des Mémoires déposés pour les concours ouverts par 
la docte assemblée; voici le résumé de son exposé: 1** Concours 
sur le mouvement de la population, 3 Mémoires ; V Sur la no- 
Messe en France et en Angleterre, 2 Mémoires; 3° Sur l'éloge de 
Leon Faucher, i Mémoire; 4^* Sur les relations du pouvoir judi- 
diciaire avec le regime politique, 1 Mémoire; 5** Sur Vìnfluence 
du climat sur les sociélés humaines, 2 Mémoires; 6® Sur le ca- 
pital et les fonctions qu'U remplit dans la société, 1 Mémoire. 
Ces Mémoires seront renvoyés aux sections et aux commissions 
chargées de les examiner. 

— L'Institut a compose de la manière suivante la commission 
du prix Volney (linguistique) : Pour l'Acadéraie francaise, MM. 
Patìn, Dufaure et Xavier Marmier; pour TAcadémie des Inscrip- 
tions et Belles-Lettres, MM. Mohl, Regnier et Littré; pour l'A- 
cadémie des Sciences, M. Milne-Edwards. 



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— UÈ — 

— Dans sa derniàre séance, la Société des Études historiquès 
a élu son bureau pour l'année 1875. Il est ainsi compose: Pré- 
sident, M. Patin, doyen de la Faculté des Lettres, secrétaire per- 
pétuel de l'Académie fran^aise: vice-président, M. Barbier, con- 
seiller à la Cour de Cassation; secrétaìre-général, M. GabrielJo- 
ret-Desclosières, avocat à la Cour d'Appel de Paris; secrétaire 
general adjoint, M. Gustave Duvert, publiciste, offlcier d'académie; 
secrétaire general honoraire, M. Achille Jubinal, ancien député; 
adminìstrateur, M. Louis Lucas. C'est dans sa séance du mois de 
mai prochain que la Société délivrera le prix de 1000 fr. au meil- 
leur Mémoire sur YEistoire élémerUaire de la lUiérature fran- 
faise; le délai pour le dépót des Mémoires expirait le 31 dé- 
cembre dernier; vingt-trois Mémoires ont été inscrits. 

— MUe Marie Dumas, qui revient de Saint-Pétersbourg où ses 
séances littéraires ont été très goùtées par un public d'elite, nous 
prie d'annoncer qu'une nouvelle sèrie de matinées caractéristiques 
aura lieu cotte année rue de la Bruyère, 21, chaque mardi à trois 
heures précises et dans l'ordre suivant : Matinée Louis XV; ma- 
tinée Louis XIY; matinée Moyen-àge et Renaissance; matinée 
anglaise; matinée russe; matinée spirituelle. 

— M. Rossignol, membro de Tlnstitut, a ouvert son cours de 
littérature grecque au Collège de Franco et le continuerà, tous 
les vendredis à midi et demi. Cotte année, il interpreterà les Swp- 
pliantes d'Eschyle, et montrera de quel jour cotte pièce peut éclai- 
rer les antiques rapports de la Grece avec l'Égypte et quels pro- 
grès elle fiit faire à la tragèdie naissante. 

— La question de principe relative à Padmission des femmes 
aux cours de médecine vient d'étre tranchée, dit le Messager du 
Midi, en faveur de MUe Doumergue, recue pharmacien. En con- 
séquence MUe Doumergue est autorisée à prendre les inscriptions 
nécessaìres pour Tobtention du grado de docteur médecin. 

— Le 17 janvier, M. Ballando, rinteUigent fondateur des Ma- 
itnées dramaiiques a convió un public choisi à une conférence 
nouvelle de M. Ernest Legouvé qui a parie avec beaucoup de sue- 



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— 119 — 
cés sur Samsùn et ses éléves. Apròs la conférence, les comédiend 
ordinaires de M. Ballande ont jòué avec beaucoup d'ensemble deux 
pièces de Samson : la Dot de ma fitte et la FamiUe Poisson, qui 
sont parmi ses meilleurs ouvrages. La matinée s'est terminée 
par la rócitation d'un fragment de son poéme de l'Art thédtral, 
fori bien débite par M. Pierre Berton, son petit-fils. 



NECROLOGIE 



Le 11 janvier ónt eu lieu à SaintPhilippe-du-Roule les obsò- 
ques de M. Àrmand Àudiganne, economiste francais^ né à Ànce- 
nls (Loire-Inférieùre) en 1814. Avant de s'occuper d'economie pò- 
litique, M. Audiganne avait pris part aux luttes électorales de 1838 
et avait publié sur les problèmes politiques de l'epoque un cer- 
tain nombre de brochures où se montrait déjà un esprit juste, 
consciencieux et ennemi des utopies. Entré en 1840 au ministère 
du commerce, M. Audiganne abandonna la polémique pour cher- 
cher, dans réconomie politique et dans l'industrie, des études en 
harmonie avec ses nouvelles fonctions. En 1848, il fut place à la 
tète du service de l'industrie. Quelques années plus tard, en 1853, 
M. Chemin Dupontès le nomma secrétaire de la commission de 
de l'Exposition universelle de 1855, pour la section de Tagricul- 
ture et de l'industrie; dix-huit mois après, il flt dans le Moni- 
teur les comptes-rendus de cette mème exposition. M. Audiganne 
s'était présente aux élections générales de 1869, dans la quatriè- 
me circonscription du département de la Loire-Inférieure, où il 
avait réuni 8,598 voix sur 23,401 votants. Les principaux ouvra- 
ges de M. Audiganne sont consacrés aux moyen d'améliorer le 
sort des classés ouvrières, par l'instruction, l'éducation morale et 
le développement du bien-ètre. Nous citerons en particulier: les 
Ouvriers en famille, ou Eutretiens sur les droits et les devoirs 
du travailleur dans les diverses relations de sa vie laborieuse 
(1840, in-8) ouvrage couronné par l'Académie francaise et la So- 
ciété poup rinstruction élémentaire; les Populations ouvrières et 



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^ 120 ~ 
les Industries de la France dans le mouvement social du dix-neu- 
tième siécle (1854, 2 voi. in-8); les Ouvriers d'à présent (1855, 
in-8); l'Economie de la paix et la richesse des peuples (1858). 
Outre ces travaux qui ont une valeur littéraire des plus réelles, 
tout en faisant honneur aux sentiments philanthropiques de Tau- 
teur, M. Audiganne a publió un certain nombre d'ouvrages sur 
rindastrie et les chemins de fer. Il a collaboré longtemps à la 
Revtie des Deux Mondes et à la Revue adminisiralive. 

On annonce également la mort de M. Pierre Larousse. Cet hom- 
me distingue était né k Toucy (Yonne), le 23 octobre 1817. Fils 
d'un charron-forgeron, il s'eleva peu h peu d'une modeste école 
primaire au collège de Versailles où il acheva les études com- 
mencées dans sa ville natale. A peine àgé de vingt ans, il revint 
à Toucy diriger la nouvelle école primaire que venait d'y fonder 
M. Guizot. Dès ce premier apprentissage de l'enseignement, M. 
Pierre Larousse fut frappé des lacunes qui existaient alors dans 
les ouvrages scolaires, et il congut le pian d'une réforme à la- 
quelle il a consacré le reste de sa vie. En 1840, il cèda son èia- 
blissement moyennant quelques milliers de francs et vint s'éta- 
blir à Paris afin de perfectionner son instruction en suivant les 
cours publics de linguistique, de littérature, d'histoire et de Scien- 
ces. Après huit années d'études, il entra comme professeur dans 
l'institution JauflVet. L'année suivante, il ouvrit une librairie 
classique dans laquelle il publia una sèrie de livres qui ont fait 
faire un grand pas à notre enseignement professionnel. En 1858, 
M. Larousse fonda un journal d'enseignement VEcole normale, et 
en 1860 une feuille mensuelle, VEmulaiiony qui s'adressait spé- 
cialement aux éléves. Ces publications classiques avaient acquis àM. 
Larousse une fortune considérable qu'il consacra à la création du 
Grand dictionnaire universel du dix-neuvième siede, ouvrage 
immense qui renferme dans son cadre tous les dictìonnaires pos- 
sibles et forme une véritable encyclopédie, que la mort de l'au- 
teur laisse inachevée. Il faut espérer que les collaborateurs de M. 
Larousse termineront une oeuvre qui est appelèe à rendre de si 
grands services au public. 



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— Vìi ~ 



BULLETIN BIBLIOGRAPHIQUE 
et annonces littéraires 



Annuaire de Vassociations pour 
l'encouragement des études grec- 
ques en • France^ 8e année 1 voi. 
in-8. Chez Pedone- Lauriel et Ad. 
Lainé. 

On a beau dire que les Francais 
sont ignorants^ il est chez noas 
certaines ìnstìtations qui n'out pas 
de rivales à l'étranger, et i'asso- 
ciation pour l'encouragement des 
études grecques est decenombre^ 
Àussi la publication de son an- 
nuaire a-t-eile pour nous l'impor- 
tance d'un véritable évónement, 
et son dernier recueil de Mémoi- 
res nous semble tout particulière- 
ment intéressant. Ce volume s'ou- 
vre par une étude des plus cu- 
rieuses sur le site de Troie selon 
Le Chevalier ou selon M. Schlie- 
mann et si M. d'Eichtal prend parti 
pour le premier de ces explora- 
teurs il appuie sa thèse de fort 
bonnes raisous. A ce remarquable 
travail succède le Mémoire de |M. 
de Raynal sur les géoponiques 
qui sout comme on sait le seul 
traité complet et méthodique que 
la littérature grecque nous ait 
laisfijó sur Tagriculture; puis vien- 
nent des notices sur les textes 
grecs récemment recucìllis en Es- 
pagne : le texte des Oracles de 
Leon le sago; des lettres inèdites 
de Psellus et des lexìques grecs ; 
un excellent essai sur la legende 
d'Aristote au moyen àge par M. Gi- 
del; un poème inédit en grec vul- 
gaire sur le bataille de Varna; 
des notes fort remarquabler re- 
cueillies par M. G. Bersot sur les 



croyances et les superstitions po- 
pulaires de la Grece; des lettres 
inèdites de Brunck, une biographie 
d'Alexandre Soutzos etc, etc. On 
volt que l'association n'a pas 
Chómé cotte année et son annuai- 
sera recherché méme à Berlin. 



Venlévement d'Orithyie par 
BoréCy Oenochoé du Louvre, Mé- 
moire de Georges Perrot 1 voi. 
gr. in-8, typogr. Chamerot 

Le mythe de Borée et d'Orithyie 
ne rentre pas dans la catégorie 
des mythes solai res le plus im- 
portants et les plus nombrcux de 
tous; il appartient à un groupe 
trés-ricbe encore, colui des mythes 
de l'atmosphère, des vents et des 
orages. Welcker, dans le travail 
le plus complet et le plus intéres- 
sant auquel aient donne lieu les 
monuments où ce mythe se trou- 
ve reprèsenté, en a très-bien pé- 
nétré et exposé le sens. Mais 
l'étude de la grande et large 
CEnochoé, récemmeut acquise par 
le musie du Louvre apportait des 
éléments nouveaux à la discussion 
et M. Georges Perrot a sa en ti- 
rer des développements ingénieux 
et inattendus. 



Histoire des Institutions poLiti- 
ques de l. ancienne France^ par M. 
Fustel de Coulanges, première para- 
tie, 1 voi in-8. Chez Hachette. 



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- 122 - 



M, Fttstel dò Conlanges, on le 
sait, est de la race des vieux Bé- 
nódictions mais c'est un de ces Bé- 
nédictìons qui manieut la piume 
avec habiieté, et joìgnent à une 
prodigieuse faculté de travati le 
don <c de seconde vue » en matiò- 
re historique. Profondóment verse 
dans la connaissance de nos ori- 
gìnes nationales, le célèbre pro- 
fesseur de TÉcole nomale a de 
plus Tavantage d'ètre toujours 
reste en dehors de nos innombra- 
bles coteries poliliques et lìttérai- 
res et s'il bouleverse toutes les 
notions que nous pensions posse- 
der sur les premier temps de la 
féodalìtó, il procède néanmoins 
dans ses Investigations de la fa- 
gon la plus scientifique, et ne son- 
geant ni à louer ni à dócrier les 
institutions du passe, il se propo- 
se uniquement de les décrire et 
d'en-marquer Tenchalnement, et il 
y est parvenu gràce à une étude 
patiente des écrits et des docu- 
ments que cbaque siècle a laissés 
de lui. Dans ce premier volume 
M. F. de Coulanges traite succes- 
sivement et en quatre livres de 
la conquéte romaine, — de l'Em- 
pire romain — de Tinvasion ger- 
manique — et du royaume des 
Franks, prodiguant des vues nou- 
veiles suffisamment motivées par 
des faits nouveaux, et déployant 
dans la rechercbe du vrai plus de 
sagacité et dMndustrie qu'il n*en 
faudrait pour édifler le renommóe 
de quatre savants. Nous aurons 
bientot l'ocasion, d'analyser avec 
plus d'étendue, cet admirable ou- 
vrage dont la publication est l'ève- 
nement du jour dans le monde lit- 
téraire mais nous ne pouvions nous 
dispenser d'en conseilier immédia- 
mediatement la lecture à quicon- 
que voudra saisir et débroniller 
le plus difficile problème histori- 
que de tout le moyen-àge. 



Les lois ecclésiastique de V Ita- 
lie, 1 voi. in-8 chez charpentier. 

M. L'évéque d'Orléans avait écrit 
récemment à M. Minghetti une 



lettre qui a fait beancoup de bruii, 
et qui émanée d'une source aus- 
si respectabie evait évidemment 
susciter bien des réciamations 
dans le camp oppose. Tout en s'ef- 
forcant d'étre équitable, M. Dupan- 
loup avait en effet accucìUi trop 
compiaisimment des denonciations 
les unes fausses, les autres fort 
exagérées à Tadresse du gouver- 
nement italien, et Tauteur de la 
brochure que nous annon^ons n'apas 
eu grand'peine à rétablir la véritó 
des fait II s'est d'aìUeurs acquit- 
té de sa tàche avec beaucoup de 
tact et d'ìmpartialité et notre il- 
lustre compatriote ne saurait lui* 
méme étre froissó de cette réfu- 
tation qui en lui révéiant la véri- 
table situation du ciergé italien 
lui apporterà plus de consolations 
que les révoltes de l'amour-propre 
biessé ne sauraient lui causer de 
chagrisan. 



Corre$pondance d'Alphonse de 
Lamartine^ voi Y. in-8. Chez Ha- 
chette. 

Les quatre premiers volumes de 
rintéressante correspondance d'A. 
de Lamartine s'arrétaient au début 
du nouveau regime issu de la Re- 
volution de juillet, et le tome V. 
qui vient de parattre nous méne 
jusqu'à Tannée 1841. A cette epo- 
que, et bien que le poéte n'ait pas 
dit adien à le Muse, on sent qu'il 
est en dècadence et qu'il éprouve 
lui méme le besoin de se renouve- 
ler. Dans le livre où il nous ra- 
conte son fastueux voyage en 
Orient, i) prend déjà les allures 
d'un homme d'Etat in partibus il 
tranche toutes les grandes ques- 
tions qui sont encore pendantes 
à l'heure qu'il est, et, en Jisant 
ses lettres de 1833 et de 1834, il 
est facile de voir qUe ce brillant 
appronti en matière politiquc, ne 
pourra qu'exercer la plus désaster- 
euse influence sur les destinées de 
son pays. Ce vaniteux de genie 
avait pourtant des instants luci- 
dejs et le róle qu'il joua au mo- 



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— 123 — 



ment de la fkmeuse coalition fat 
à la fois honorable et sensé, mais 
Ja encore il u'était qa*un iostru- 
ment ioconscient entre les maios 
de politiques plus raffinés et plus 
logiques. et il est amusant de 
consta ter dans la correspondance 
le puéril dópit qae lui causaient 
ses triomphes stériles toujours 
suivis d'échecs inévitables. Consi- 
dérée à ce poìnt de vue cette nou- 
velle sèrie de lettres renferme de 
graves etsalutalres enseignements, 
oa y trouvera le dernier mot sur 
cet immortel mais dangereux rè- 
veur dout la vie qui pouvait étre 
si glorieuse fut misérablement 
gaspillée et en fermant ce volume 
on est tenté d'appliquer aat eois de 
le pensée ce texte que le saint 
livre appliquait aux mattres de la 
terre et nunc reges intelligite; 
erudimini qui Judicatis terram» 



Biscours de reception de M. 
Mézières avec la réponse de M, 
Camille Rousset, 1 voi. in-8. chez 
Didier. 

Lorsque M. Mézières a été de- 
signò comme successeur de Saint- 
Marc Girardin nous avons ren- 
da hommage au choix de TAca- 
démìe et le discours si remarqua- 
ble que vient de prononcer Thono- 
rable écrivain ne pourra que for- 
tifier les sentiments déstime et de 
sympathie qu'il nous a constam- 
ment inspirés. Ce remarquabie 
morceau d'eloquence est tout rem- 
pli de fines appréciations morales 
et jamais le spirituel et caustique 
professeur de la Sorbonne n'avait 
été appricié avec autant d'exquise 
délicatesse. Quant à la répousede 
M. Camille Rousset elle a eu dans 
eette séance sa benne part de 
succès: rhomme de lettres 8*y est 
mentre Fidèle à la méthode de 
Thistorien et à ses inspirations 
patriotiqdes, mais il avait encore 
nn autre moyen de plaire, et Tun 
des plus infaillibles; il lit très-bien 
il a lu son discours d'une voix 
ferme et nette^ ménagée de ma- 



nière k en faire ressortir les dé- 
licatesses, nous dirons mème les 
habiletés^ et à obtenir dans les 
passages éloquents ces applaudis- 
sements qui sont le succès. Ces 
discours de MM. Mézières et RouS' 
set incomplétement reproduit^i 
pas les journaux vont apparai- 
tre pour le première fois dans 
leur texte authentique et nous ne 
doutons pas que les éloges qu'on 
leur a décernés déjà sur une sim- 
ple audition ne soient conflrmés à 
la lectnre. 



La question sociale et la Socie" 
te', par M. Eugène Puérari, 1 voi. 
in-8 chez Guillaumin. 

Vulgariser sous une forme pra- 
tlque quelques-uns des principes 
les plus importants de Téconomie 
positique, tei est le but que s*est 
propose M Eugène Puérari en pn- 
bliant son li^re sur le question 
sociale. La lecture de ce petit vo- 
lume interesserà certaimment tou- 
tes les personnes qui s'occupent 
d'economie polìtique. Dès les pre- 
pières pages, elles reconnattront 
chez Tauteur une science solide 
unie à un vrai talent d'exposition. 
M. Puérari est unfervent disciple 
de Bastiat, et il tàche de mettre 
à la portée de tout le monde les 
principes des Harmonies écono- 
miques» En deux-cents pages, li 
traite successivement des lois na- 
tnrelles^ des causes perturbatri- 
ces des lois naturelles, enfin de la 
question sociale proprement dite. 
Son livre s'adresse aux masses et 
il peut ètre aisément compris des 
classes ouvrières. Nous pourrions 
Tanalyser, mais il vaut mienx en 
donner un extrait.Voici,par exem- 
ple, une paragraphe du livre in- 
titulé < la spoliation, 2> qui se 
rapporto à le doctrine protectioni- 
ste et qui met à nu le sophisme 
sur lequel elle repose: «Les fabri- 
cants disent : Le pays est soumis 
à plus de taxes que Tétranger; 
nous ne sommes pas placés aussi 
bien que ce dernier il faut nous 



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-m~ 



protéger pour nons fkire re^agner 
DOS taxes ; aatrement dìt : nous 
sommes, nous Frangais, soumis à 
de lourds impòts, faites qae je 
prólève sur mes autres conci- 
toyens de qaoi payes une part de 
ces charges, cela me soulagera. 
Mais cette protection porte en 
elle la haasse da prix de toutes 
choses. Ainsi Touvriertisseur qui, 
grftce a une protection de 12 francs 
pas 100 mètres gagne i fr. par 
jour, est tout suspris de voir qne 
par le fait de la haasse generale, 
il n'a pas autant de paìn de vian- 
de d'étofTes et de chaussures que 
lorsqu'il gagnait 3 francs. » Nous 
serions bien tentò deciter encore, 
mais nous préférons renvoyer les 
lecteurs au liyre lui-mème. Ils ne 
regutterent pas le temps qu'ils lui 
consacreront. 



Michel Bégon et sa collection^ 
par M. Georges Duplessls, 1 voi. 
in-18. Chez Aubry. 

Michel Bégon intendant de La 
Rochelle sous Louis XIV est gé- 
néralement peu connu. Son róle 
comme intendant à été cependant 
étudié par M. de le Morinerie en 
1855. Mais ce n'est pas seulement 
k ce titre qu'il mèrito de n'étre 
pas tout a fait oublié c'était sur- 
toujb un curieux. Or nous aimons 
tant aujourd'hui les curiosités et 
nous faisons tant de folìes pour.... les 
revendre plus chez que nous ne les a- 
chetons,qu'uncurieux sincère, hon- 
néte et convaincu doit étre bon k 
donner comme modèle. Malheureu- 
sement, il est à craindre que son 
exemple ne soit pas suivi. Où trou- 
ver maintenant un homme qui pas- 
sera sa vie à correspondre avec 
presque tous les hommes marqaans 
de son epoque pour s'inquiéter de 
tout ce qui eoncerne les arts et 
aussi les sciences, pour acheter 
tout ce qui lui paratt digne d*in- 
térét, pour commander et payer 
aux meilleurs graveurs les por- 
traits des hommes céièbres de son 
temps, pour augmenter <$haque an^ 



née d*an noaveaa cabinet oa d'une 
non velie galerie sa maison deve* 
nue trop étroite en présepce de 
tant de richesses, et tout cela pour, 
finalement, offrir les produits de 
son goùt et de son activité à la 
Bibliothèque du fìoì, moyennant 
un prix dérisoire? 

Vlngt-quatre mille sept cent qua- 
rante-six pièces des plus éminens 
artistes de l'epoque, en óchange 
d*une rente de deux mille livres ( 
Il est vrai qne le brevet dit que 
cette somme est allouée au fils de 
Bégon < non à titre de paiement 
de la collection de son pére, niais 
comme un récompense due au mè- 
rito et à la vertu. » Mais qui» au- 
jourd'hui, s'arrangerait de ce con- 
sidérant? 

C'est M. Georges Duplessis, da 
département des Estampes à la 
Bibliothèque nationale, qui vient de 
faire revivre pour nous le souvenir 
de Michel Bégon. Dans un joii vo- 
lume imprimé avec le soin qu'ap- 
porte M. Àug. Aubry, libraire de 
la Sociétés de Bibliophlles fì!*ancais, 
à tout ce qu'il èdite, et orné d'un 
remarquable portrait à l'eau-forte 
par P. Sellier, M. Duplessis a ras- 
sembié toutes les lettres et les 
fragmens de lettres de Bégon pré- 
sentant un intèrét artistique. C'est 
là que se trouve Thistoìre de ce 
livre aijgourd'hui précieux: les 
Hommes illustres qui ont paru 
en France pendant ce siede, avee 
leurs portraits au naturel, G'était 
Perrault, l'auteur des Contes^ qui 
écrivait le texte; c'étalt Michel 
Bégon qui commandait les por- 
traits, et qui logeait et héber- 
geait un peintre-graveur special 
a cet effet. A eux deux ils ont prò- . 
duit une belle oeuvre et honoré ce 
siècle où, en effet, les hommes il- 
lustres ne manquaient pas. 

Puisque nous avons nommé Per- 
rault et ses Contes de ma mère 
l*Oye, nous sera-t-il permis d'an- 
noncer, en terminant, Tédition qui 
vient de parattre, dans la Nouvel- 
le collection Jannet, de ce recueil 
excellent, moins enfleintla qn'onne 
pense? 



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-145 — 



M* André Lefebvre en a ikìt une 
édìtion definitive. Il a recherehé 
aree ies savans modernes la part 
qui revient à la mythologie aryea- 
ne dans ces histoires venues d'Asie. 
Cette part est considérable. M. de 
Gabernatis ravBìt en partie indi- 
qnée {Zoological Mythology). Elle 
éclaìre ces légendes et ne leur óte 
rien de lear charme. 

Perrault) le collaborateur de Mi- 
chel Bégon, sentait mieux qae Boi- 
leau, Tòlòve et le champion da 
passe, dans quelle direction devait 
maroher Tesprit moderne. 



La philosophte cathoUque et ses 
diverses écoles, par M. Tabbó Elie 
Méric, 1 voi. in '18 chez Gcrmer* 
Bailliòre. 

Dans la savants étude qu'il vìent 
de pnblìer et que nous annoncons 
M. l'abbé Elie Méric par un savant 
et ingénieux parallèle Indique une 
séparation bìen marquóe de la phi- 
losophie catholique en deux camps 
tròs distincts: < Tandis que Ies 
philosophes spiritualistes, a-t-il 
dit, si jaloux des droits de la rai- 
8on, répudient hautement le con- 
coars de la foi et nous ramènent 
à Stuart Mill, certains philosophes 
catholiques veulent en finir avec 
Malebranche et Descartes, et, par 
one impulsìon vigourense, ils es- 
saient avec un succès que je ne 
veux ni contester, ni approuver 
encore, de nous ramener à la phi- 
losophie d*Aristote et de Saint- 
Thomas. • . Admirateur et disciple 
de Saint Thomas d'Aquin en théo- 
logie, je dirai plus tard si j'ai quel 
ques loisirs, ies craintes et Ies espé- 
rances que ce mouvement contem-* 
porain de la philosopbie catholi* 
qne inspire à ceux qui s'estimo- 
raient heureux delafavoriser sans 
faire néaumoins le sacrifico de 
leurs préférences pour Bossuet, 
Féiielon, Thomassin et saint Au- 
gastin. > Ces prémisses posées, 
M. Tabbé Mèrle remonte au com- 
mencement du dix-septième slòcle 
pour expliquer la séparation dola 
théologie et de la philosophie. G'est 



le Discours de la méthode de Des- 
cartes que opòra cette scission 
Malebranche est cartérien ; mais 
tout en répudiant Aristote, sa 
philosophie est une tentativo d'u- 
nion entre Ies deux écoles. Il ac- 
cepte la raison humaine dans sa 
dépendance à l'ógard de la raison 
divine, Il serait trop long d'exa- 
minor lei Ies différences qui sépa- 
rarent Bossuet et Fénelon, de Des- 
cantes et Malebranche. Nous nous 
bornerons à constater avec M. 
Méric que Bossuet et Fénelon a- 
bandonnòrent la doctrine d' Ari- 
stote et se rapprochèrent de Des- 
sastes et de Malebranche. Au- 
jourd'hui, en revanche Aris tote 
triomphe de Platon. Une hostilité 
dédaigneuse s'élève contro la phi- 
losophie dudix-septième siècle mais 
M. Méric tout en appréciant Ies sé- 
rieuses et profondes études des 
Kentgen, des Sanseverino, des Libe- 
ratore et des Prino, adversaires des 
disciples de Saint Augustin, reste 
plutòt du coté de Malebranche 
quand ce philosophe s'exprime 
ainsi sur la méthode aristotéli' 
que : « Aristote est regu dans Ies 
Universités comme la règie de la 
vérité; cn le cito comme infailli- 
ble; c*est une hérésie philoso- 
phique que de nier ce qu'il avan- 
ce ; en un mot on le révèrs com- 
me le genìe de la nature» et avec 
tout cela^ ceux qui savent le 
mieux la physiquenesont peut-ótre 
convaincus de rien, et Ies écoiiers 
qui sortent de philosophie n'osent 
memo dire devant des personnes 
d'esprit ce qu'ils ont appris de 
leurs maltres... Une doctrine qu'il 
faut onblier pour devenir raison- 
nable ne paraìt pas bien solide. > 
Nous avions besoin de Tautorité de 
l'autorité de Malabranche pour 
oser dire à notre tour qu'il nous 
paraissait difficile de fonder un 
enseignement raisonnable sur la 
doctrine obscure de la physique 
d'Aristote. Los scolastiques, en 
signalant Ies progròs du matéra- 
lisme et de l'orgueil de la raison 
humaine, retiennent leur morale 
dans Ies éternelles et inaccessi- 



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«-126-- 



bles régìons de la théologrie. C'est le 
danger signalé par le savant pro- 
fesseur de Sorbonne. Peut-étre un 
Jour nous expliquera-t-il, comme 
il noas le faìt espérer, le cause de ce 
revirement dans Técole, autrement 
les sceptiques pourraieut penser 
et dire que les nouveaux péripa- 
téticiens s'éloignent de Platon 
parce que Platon est plus près de 
l'Evangile qu'Aristote. N*a-t-on 
pas YU les doctrines des disoìples 
da stagirite refleurir à Constauti- 
nople au onziéme sìècle et devenir 
rame des controverses foUes au 
bout desquelles s'abtma l'empire ? 



Jules Michelet^ par M. Gabriel 
Monod, 1 voi. ìn-18 chez Sandoz 
et Pilchbacber. 

Il serait difficile de remontrer 
dans notre bìstoire littéraire un 
type à la fois plus complexe et 
plus orinai que colui de notre 
grand historien Jules Michelet et 
Personne plus que M. Gabriel Mo- 
nod n'était capable de nous en 
donner la biographie complète, 
Mais si par un regrettable excès de 
modestie le jeune professeur a re- 
culé devant Taccomplissemont de 
cotte tàche difficile, Tesquisse qu'il 
nous offre n'en a pas moins aon prix 
et Ton y doit noter un véritable 
effort dMmpartialité. En dópit de 
de ises sympatbies, M. Monod dis- 
tingue tròs bien les parties fai- 
bles de l'oeuvre du maitre et nous 
pensons comme lui que les six 
premiers volumes de VHistoire de 
France ont été seuls écrits en 
vue de la postérité. 



L'année scientifique et indus- 
trielle de M. Louis, Figuier vient 
de paraitre en un fort volume in- 
18, À la librairie Hachette. 

— Urne de Girardin^ par Im 
bert de Saint-Amand, avec lettres 
inédites de Lamartine, Chateau- 
briand, Mlle Rachel, in-l8elzévir, 
orné d'un portrait, paraltchezE. 



Plon et C% 10, rue Garancière. 3 
fr. franco. 

— Les Souvenirs de VHóteUde- 
Ville de Paris^ par M. Charles 
Merruau, viennent de paraitre à 
la librairie E Plon et C% 10, rue 
Garancière. Bel in-8 avec pian de 
Paris. Prix: 8 ft». franco. 

— En vent à la librairie acadé- 
mique Didier et C% quai des Au- 
gustins, 35 : . 

Discours de MM, Mézières et C. 
Rousset à TAcadémie Francaise ; 
in-8, 1 fr. 

Dico ans de Vhistoire d^Allema- 
gne: Origines du nouvel empire, 
d'après la corre spondance de Fréd.- 
Guillaume IV et de M. de Bunsen^ 
par M. Saint-René Taillandier, de 
l' Académie Francaise : un volume 
in-8, 7 fr. 50. 

La Liberation du territoire en 
Ì8i8, étude historique d'après la 
correspondance de Wellington et 
autres, par J.-H. Creux, avocat; 
un volume in-12, 3 fr. 50. 

Histoire de la Philosophie en An- 
gleterre depuis Bacon jusqu'à Lo- 
elee, par Ch. de Rémusat, de Tln- 
stitut, deux volumes in-8, 14 fr. 

LAventure d'une dme en peine, 
par Gilb.-Augustin Thierry. 1 beau 
voi. in-8, 7 fr. 50. 

Etudes sur Vancienne France 
(histoire, moeurs, institutions), par 
Felix Rocquain, 1 volume in-12, 
3 fr. 50. 

— Le Rapport fait par M. Leon 
Say, sur le Paiement de Vinden- 
nilé de guerre et sur les curieu- 
ses opérations de change qui en 
ont été la conséquence, vient d'è- 
tre publié à la suite de la 2* édi- 
tion de la Théorie des cJianges 
étrangers, de Goschen, traduite 
par M. Say, en un beau volume, à 
la librairie Guillaumin, rue Riche- 
lieu, 14 

— Sous ce simple titre, Barna- 
bé, M. Ferdinand Favre vient de 
publier chez Dentu un nouveau ro- 
man qui nous mentre Tauteur si 
estimi des Courbezon, de VAbbé 
Tigrane^ du Marquis de Pierre- 
rue sous un jour absolument nou- 
veau. C'est la mème vigueur de 



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^127^ 



gtyle, la móme paìssance d'obser- 
yation; mais ici l'élément comi- 
que occupa la première place. 

— Une Femme génante^ tei est 
le titre d'une oeuvre nouvelle que 
publie M. Gustave Droz, et qui est 
appelée certainement à un de ces 
8UCCÒS de finanche et delicate gat- 
te trop rares aujourd'hui pour ne 
pas ètre vivement appréciés. On 
sait comme M. Droz excelle à ma- 
nier le dialogue et à créer des si- 
taations piquantes et imprévues. 
Sa Femme génante ne réussirait 
pas moins à la scène qu*à la lec- 
tnre, surtout si c'était lui-méme 
qui l'y introduisit avec son talent 
si fin et si actuel. 

— La librairie de la Bibliothè- 
qae Nationale vient de faire pa- 
raltre deux volumes : le second des 
CSuvres comtques^ de Cyrano de 
Bergerac, et le Légataire univer- 
sei, de Regnard. Chaque volume, 
25 e; 40 e. rendu franco. 

— La Baine, ce drame de M. 
Vìctorien Sardou, qui a faìt tant 
de sensation et a donne lìeu k une 
si vive polómique, va paraitre, 
augmenté d'une préface, chez Mi- 
cbei Lévy frères. Los mémes édi- 
teurs pablieront successivement et 
tròs prochainement les dernières 
oeuvres de M. Vìctorien Sardou non 
ìmprimées jnsqu'à ce ìouv: l'Onde 
Sanif Andrea^ les Merveilleuses et 
le Magot. 

— Le tome deuxième des Fre^ 



miers Lundis, par G.-À. Sainte- 
Beuve> de l'Àcadémié Francaise^ 
vient de paraitre chez Michel Lé- 
vy frères. Ce nouveau volume con- 
tient des ótudes sur Jefferson, Mie- 
kiewicz, Henri Heine, Saint-Simon, 
Walter Scott, Jouffroy, Dupin al- 
né, Lerminier, Casanova de Sein- 
galt, Loève-Veimars, Aimé Martin, 
Tocqueville, Portoni, Théophile 
Gautier, Balzac, George Sand^ Ale- 
xandre Dumas, Charles de Bernard, 
Alphonse Karr, le comte Walew- 
ski, etc. etc. 

— Sous ce titre, les Ecoles du 
doute et VEcole de la foi, un ou- 
vrage du comte Agénor de Gaspa- 
rin vient de paraitre chez Michel 
Lévy frères. L'éminent écrivain y 
combat, avec tonte Télévation et 
l'energie de son talent, le scepti- 
cìsme et la superstition. Ce nou- 
veau livre de Tauteur du Bonkeur 
et de la FamiUe est l'oeuvre d'un 
des chrétiens les plus éloquens et 
les plus convaìncus de notre temps. 

— On parie de l'appari tion pro- 
chaioe d'un ouvrage intitulé les 
Eommes d'Etat belges, esquisses 
gouvernementales, par un publi- 
ciste en retraite, le móme dont le 
Journal de Débats et d'autre feuil- 
les parisiennes impurtantes ont 
analysé naguòre avec éloges uno 
brochure avant pour titre: Lettre 
aux Cham^res légi^latives belges 
sur fintervention des pouvoirs 
publics dans la question ouvriére. 



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-- 12S — 



PÉRIODIQUES FRANQAIS 



Journal des Débats. 



16 janvier: Revue littéraire de 
M. Amédóe Achard. — 19 janvier: 
La liberté religieuse en Europe, 
par M. E Hugues. — 21 janvier: 
Une conférence de M. Legouvé, par 
M. Cuvillier-Fleury. — 27 janvier: 
L*Histoire de la houille de M. Louis 
Reybaud, par M. Bérard-Varagnac. 



Revue des Deux Mondes. 



15 janvier: Miss Rovel dernière 
partie, par M. V. Cherbuliez. — 
Ch. Aug. Sainte-Beuve, (second ar- 
ticle), par M. Othenin d'Hausson- 
ville. — Journal d'un voyage en 
Syrie, par M. de Vogùé. — La li- 
berto de Tenseignement supérieur, 
par M. E. Vacherot. — Le roman 
archéologique en Allemagne, par 
M. Jules Soury. — Les finances de 
TAutriche Hongrie par M. de 
Marisy. — Essaìs et notices. — 
Chronique de la quinzaine. — Bul- 
letin bibliographique. 

ler février: Flamarande, pre- 
mière partie, par M. George Sand. 
— La Galileo et samarie» par M. 
de Vogùé. — Ch. A. Sainte-Beuve: 
les vingt dernières années, par M. 
0. d'Haussonville. — Les peintu- 
res du nouvel opera, par M. Hen- 
ry Houssage. — Les capitulations 
en Egypte, par M. LavoUée. — 
Froissart et son texte restitué dans 
QQO noavelle édition, par M. Gaston 



I Boissier. — Chronique de la quin- 
zaine. — BuUetin bibliographique. 



UEconomiste frangàis. 



16 janvier: La situation flnan- 
cière et les projets ministériels ; 
Les chemins de fer francais et an- 
glais (suite); Le mouvement eco- 
nomi que en Allemagne; Lettre du 
Brésil; La marine italienne; Re- 
vue économique ; Le tunnel sous la 
Manche; Nouvelle d*Outre mer; 
Rapport financier au président de 
la République; Partie commercialo 
et partie financière. 

23 janvier: Le pian financier de 
M. Bodet; Le commerce de l'An- 
gleterre et de la Franco en 1874; 
Le congrès des économistee ita- 
liens; La couversion de la dette 
aux Etats-unis; Le tunnel sous la 
Manche; La crise de la navigation 
transatlantique ; Les chemins de 
fer en Turquie; Les grèves et Tin- 
dustrie de la houille et du fer en 
Angleterre et en Allemagne ; Revue 
économique; la question du vina- 
gd; Partie commerciale et partie 
financière. 



Moniteur scientifique. 



Le numero de janvier qui a pa- 
ru contient: Une longue étude sur 
les métnodes de dosage de l'acide 



L' 



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— 129 — 



pbosphoriqne faites à la station 
agricole de Halle-sur-Saale. — Le 
procède employé dans les usines 
royales de Freiberg pour priver 
l'acide sulfurique de rarsenicqu'il 
contient, avec une grande planche 
représentant les appareils. — Sur 
les pertes d'acide azotique dans la 
fabbrication de Tacide sulfurique. 

— Les méthodes de dosage du cui- 
vre et d'autre métaux, avec gra- 
vures représentant les opórations. 

— Une Note de M. de Laire sur 
les bleus de méthyl diphényl amine 
directement solubies dans i'eau. — 
Procédés de MM. Friès, Steiner et 
Scbultz pour des appiicatìons de 
rindigo à la teinture. — Une re- 
vue des travaux allemands. — Le 
compie rendu ' de l'Académìe des 
Sciences et des prix décernés, etc. 

L'abonnement au Moniteur sczen- 
iifique du docteur Quesneville est 
de 20 fr. par an franco par la pó- 
ste. -- L'année 1874, qui fosme un 
gfos volume de 1200 pages, avec 
planches, est également du méme 
prix. — Ce volume, plein d'excel- 
iens Mómoires, sera bientót épui- 
sé. Envoyer un mandat de 20 fr. 
par la poste, soit pour Tabonne- 
ment à Tannée 1875, soit pour 
l'achat du volume de 1874, et de 
40 fr. si l'on prend les deux, à Tor- 
dre de M. Quesneville, à Paris, rue 
de Duci, 12. 



Le Correspondant 



On trouve dans le numero du 25 
janvier entre autres travaux in- 
téressants un article de Mme A. 
Craven sur M. Gladstone, une sa- 
vante Etude du general Fave sur 
la reconstitution de Tannée et d'a- 
gréables poésies de M. Fournel. 



L'Artiste. 



'— L'Artiste, par une heureuse 
innovation, donnera maintenant 



ses gravures en donble : format du 
journal et grand format, pour etra 
encadrées ou mises dans les car- 
tons des amateurs. L'abonnement 
a ce journal célèbre, qui date de 
1830, sera dono remboursé deux 
fois par la vaU^ur des gravures. 
On a calculé qu'au prix cu se ven- 
dent les anciennes estampes de 
VArtiste, elles produiraient au- 
jourd'hui 12,500 fr. 

M. Arsene Houssaye, rédacteur 
on chef, s'est assuré pour 1875 le 
concours des meilleurs graveurs 
et aquafortistes. Le prix de Tabon- 
nement est de 50 et 55 fr. 



La Gazette des BeauooArts. 



La Gazette des Beaux-Arts de 
févriep contient trois gravures hors 
tante fort remarquable: le Para- 
dis eau-forte de M. Haussoullier; le 
divin berger de Murillo et une pho- 
tographie du tableau de M. Ha- 
mon : Ma sceur n'y est pas. Les 
articles principaux sont de MM. 
Paul Lefort. Léome Mesnard et 
Walter Fol. 



Le Tour du Monde. 



— Le Tour du monde, Nouveau 
journal des voyages, — 732* li- 
vraison (16 janvier 1875). — Tex- 
te: Ismailia (Gondokoro). Récit 
d'une expódition armée dans TA- 
frique centrale pour la suppres- 
sion de la traite des noirs, com- 
mandée par sir Samuel Whìte Ba- 
ker. (1869-1873. Analyse et extraits 
d'une traductìon inèdite). — Dix 
dessins de G. Durand, E. Riou et 
E. Bayard. 

:r- 733Mivraison (23 janvier 1875). 
— Texte : Récit d'une expédition 
armée dans l'Afrique centrale pouf 
la suppression de la traites des 
noirs, commandée par sir Samuel 
White Baker. (1869-1873. Quinze 
dessins de E. Riou et E. Bayard. 



9 



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^130 - 



Bureaux à la librairie Hachette, 
boulevard Saint-Germain, 79, et 
Paris. 



Journal de la Jeunesse. 



— Journal de la Jeunesse. — 
111« livraison (16 janvier 1875). — 
Texte; Le palseotheriam, par 6a- 
ston Tissandier. — Les oiseaux de 
nuit, par Lesbazeilies-Souvestre. 
^ Les blocs erratiques, par Leon 
Dives, 



15 desslns par Emile Bayard, 
Adrian Marie, Tablot, etc. 

— 112« livraison (23 janvier 1875). 
— Texte: Les Pygmées, par Louis 
Rousselet — > Comment se font les 
statues, causerie de TOncIe Ànsel- 
me. — Le nouvel Opera, lettre de 
Jonquet à sa cousine. 

Il dessins par Adrien Marie, J. 
Fórat, Emile Bayard, Benoist et 
Thérou. 

Bureaux à la librairie Hachette, 
boulevard Saint-Germain , 79, à 
Paris. 



I 
Amédée RX)UX 

Rèdaetew respontàble de la Rbvub littébaibb fban^aisb. 



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-131 - 



Rassegna artistica. 

L'ESPOSIZIONE SOLENNE 
DELLA SOCIETÀ PROMOTRICE DI BELLE ARTI 



" I. 



Anche quest'anno la Società Promotrice delle Arti Belle ha fatto 
la sua consueta esposizione. Il numero de' lavori raccolti è sovrab- 
bondante; sette otto sale piene gremite di quadri di ogni ge- 
nere e per tutti i gusti. Eppure quella moltitudine d'opere invece 
(l'allettare disgusta, perchè nulla dice : l'occhio cerca avido di po- 
sarsi su qualcosa, il sentimento si affatica^ e, passando di stanza 
in stanza, si arriva in fondo stanchi ed addolorati. Se in tanti 
lavori non uno solo ve ne ha che esprima una vigorosa passione 
dell'artista e tutto si riduce a scherzi di luce, a composizione di- 
versa di colori, ad accordi di linee, è duopo pur confessare che 
la mente dei promotori non è in nulla superiore a quella degli 
artisti, e, come loro, essa pure manca d'idee, né sa rendersi 
conto dell'ufficio dell'arte, al cui perfezionamento intende presiedere. 

Difatti a che scopo si fanno queste annue esposizioni? Per de- 
star gara negli artisti, per dargli un mezzo di mostrare il loro 
ingegno, di educarsi a vicenda e di vendere i propini lavori. Eb- 
bene, ufficio si nobile si può egli compiere pigliando sbadatamente 
ciò che capita davanti, mescolando alla moltitudine insipida i la- 
vori pregevoli, tutti intenti al numero senza curare la qualità.^ 
Cotal procedere, unito alla passione partigiana nella dispensa dei 
premi, ha allontanati tutti i più valorosi dall' Esposizione, quelli 
che vi hanno concorso mandarono qualche quadretto fatto li per 
li affine di raccapezzare un centinaio di lire, non per concor- 



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^ 132 -~ 

rere all'onore che non ambivano. Cosi lo scopo principale di que 
sta esposizione ò tolto, gli artisti e il pubblico non se ne danno 
per intesa. 

Il bello ò che si pretende dare aiuto allo smercio dei lavori, 
quasi fosse possibile vender molto e con riputazione prima d'a- 
ver bene accreditato il negozio. Destate curiosità, chiamate colla 
bellezza delle opere il pubblico, e la vendita non mancherà. Siate 
bravi artisti e diventerete buoni speculatori. Si grida da tutte le 
parti: oggi non si spende. Chi Tfaa detto? Io credo non vi sìa 
età che abbia speso nelle belle arti quanto la nostra. Nessuno à 
mai pagati i lavori come noi. Leggete il Vasari, pigliate gli epi- 
stolari pubblicati dal Gaye, gli Statuti editi dal Milanesi e guar- 
date come si ricompensavano gli artisti. Il povero Lìppi si rac- 
comanda per aver qualche sacco di farina, poco o nulla pigliava 
de'suoi lavori Andrea del Sarto e Bramante, e, quando leggete i 
conti di Michelangelo, non trovate 'mai il 100 scudi. Noi abbia- 
mo speso nel Monumento a Cavour seicentomila lire, più di tre 
milioni nel Mercato e non v'à statua monumentale che non co- 
sti 40, 50 e 60 mila lire. Eppure quegli uomini grandeggiavano, 
nelle loro mani l'arte fioriva, i quadri erano allora come ora ri- 
cercati da tutto il mondo; perchè? Perchè eran belli, parlavano 
al cuore, trasportavano e trasportano tutti nelle divine giocondità 
del Paradiso. L'amore dell'arte gli sublimava, il materiale inte- 
resse non c'entrava, loro ideale era l'arte, per lei sola vivevano 
e lavoravano. Questa passione vigorosa creava opere immortali, 
l'universale ammirazione accreditava quegli uomini, tutti volevano 
aver lavori^ commissioni da ogni parte, senza impiastrare i muri 
di cartelli solenni ed empire le quarte pagine dei giornali. Oggi 
all'opposto gli artisti pensano al commercio, senza riflettere che 
l'industria dell'arte dipende dalla sua grandezza. I critici hanno 
torturata VAida del Verdi, Y Alcibiade del Cavallotti, le statue del 
Vela, i dipìnti dell'Ossi, ma appena sentiamo dire che si metton in 
pubblica mostra, l'animo s'apre di gioia e tutti corrono ad am- 
mirare. Là v*ò qualcosa che attrae, vi sono delle idee che agi- 
tano; la critica non fa che renderle più luminose. Ebbene, 
contro quella tendenza fatale si sarebbe dovuta mettere la so- 
cietà promotrice; essa doveva venire in aiuto di quei pochi 
che per amore dell'arte sacrificano tutto, aprire ad essi una 
via di salvazione e d'incoraggiamento. Le sue sale non dovreb- 
bero essere aperte che ai bravi; accettare le opere degne, fos- 
sero due o tre; al volgo profisuio dire: lavorate bene e passerete. 



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— 133 - 

Cosi si rile?er6bb6 l'arte aiutando riqdustrl^i ed agli artìst} si fa^ 
rebbe intendere che i buoni affari dipendon dai lavori belli. La loro 
borsa non sì potrà empire finché il loro cuore resterà vuoto. 

Udo dei guai che funesta oggi il nostro paese à di non esser 
dominati da veruna grande idea. Voltatevi indietro uua ventina 
trentanni & e guardate quanta grandezza e quale splendore 
d'arti e di lettere. Allora non c'era libea^tà di parlare; eppure il 
pensiero italiano si manifestava potente^ infiammava gli animi no- 
stri e destava Tammirazione degli atranieri* Nessuno scrittore 
pensava all'agiatezza^ il lucro era cosa sijissidiaria; una grande 
idea agitava i cuori, lei l'angelo tutelar^, la s£^nta ispiratrice, per 
lei si andava cantando allo Spielberg, si menava sul patibolo, o 
si fuggiva esuli a parlar d'Italia a Londra e a Parigi^ L'art^ista 
ingigantiva, il popolo s'entusiasmava e con esso l'europa; Qoethe 
e Gladstone ci difendevano. Presto la parola diventava qn fatto, 
i poeti, i letterati, i Qlosofi venìvf^no i^ Qapipo di battaglia, )a 
mano che teneva lo scalpello, il p^nn^Uo e la penna brandiva la 
spada; dopo cento rivol^?;iQqi la patria era fatta^ Guardate Cano- 
va e Cimarosa, Gonfalonieri e Mameli, MaD2;Q^i e Guerrasszi, Aze- 
glio e Mazzini, Giusti e Gioberti, Verdi e 3artolini I Che vita 
d'arte e che bellezza d'opere in si chiaro splendore di fatti i Che 
cosa si mette accanto ai loro lavori? Accanto alla Cc^cdata def 
Buca d'Atene la Morte di Filippo S(roz2ii, vicino aW Italia del Ca- 
nova quella del Fantacehiotli e del Dupré, ai Lombardi, al T^o- 
mtore il Ruy-Blas, a,\V Assedio di Firenze la Tisi di cwre,i so- 
netti del Fiu)ini alle poesie del Oimti. 

Costituita l'unità nazionale è venuta meno un'idea potente che 
ci sublimava^ Popolo già maturo siam passati improvvisameqte dal- 
l'entusiasmo ad qnp stato di riflessione, incapaci di pugnare, 
osserviamo attenti i grandi conflitti che la coscienza umana al- 
trove combatte nella filosofia, nella politica, ùella religione, nelle 
arti e nelle industrie, magistralmente scopriamo il debole delle 
due parti, e, dondolandoci fra loro, aspettiamo i fatti per decidere. 
Per ora noi siamo al di fuori del gran movimento europeo, lo 
studiamo per dominarlo; speriamo bene d'arrivare in tempo e di 
non fare come i nostri padri del secolo XVL Siamo in un tempo 
di composizione, idee fatte non ne abbiamo. La mania della cri- 
tica ci porta perfino ad accusare insieme agli stranieri di tem- 
po fa la generazione presente, perchè tolse all'arte la sua ogget- 
tività e tutto colori coli' idea nazionale, arrivando a dire che di 
tutti quei grandi lavori che scossero l'Italia e l'Europa e costi- 



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- 134 - 
tttirono le moderne nazionalità non resterà a malapena che un ro- 
manzo e qualche canzone I (1) E non é nazionale non celebra le 
glorie della patria sua la letteratura greca e latina? L' italiana 
del Medio Evo, la Portoghese ? Omero, Livio, Virgilio, Dante, 
Camoens non vivono essi, anzi non fanno vivere pur oggi il po- 
polo che gli nudri ? Per negare che anche la letteratura e l'arte 
del 3® Rinascimento italiano, come lo disse il Guerzoni, d priva d'un 
altro valore ideale bisognerebbe far vedere che essa non rappresentò 
un pensiero nuovo, universale, non svegliò l'Italia, la Germania, non 
promosse il rinnovamento sociale che ora va elaborandosi. Che 
quell'arte oggi non sìa più possibile, va bene; ma dire che essa 
é morta, scomparirà come fantasma è cosa contro la quale pro- 
testano i libri che continuamente si pubblicano in Europa per 
studiarla, le edizioni che se ne fanno con richiesta grandissima. 
Noi crediamo poco, ma chi non ha presso di sé qualche dipinto, 
incisione o qualche fotografia dell'arte cristiana? Si mutano i sen- 
timenti, ma il cuore ammira sempre ciò che lo commosse, quello 
che ò bello, ò sempre bello, perchè l'uomo crea nuove cose senza 
dimenticare le vecchie. 

In questo stato di cose vediamo da una parte una critica 
eunuca che sminuzzola il passato, tace sul presente e sorride 
cìnicamente a chi le parla del futuro; dall'altra una lettera- 
tura di spasso, d'avventure scipite, di meretrici tradite, di stu- 
pidi che vivono nel trivio e muoiono di languore o di pisto- 
la. Poeti che s'appassionano per un capello, pittori che gio- 
chettano coi cani, colla luce e si trastullano, scultori ebbri di 
baccanti e di veneri accecate, architetti, misericordia! che di- 
segnano i Nuovi Mercati di Firenze. Che v'è in tutto questo? 
Nulla: limee, frasi, polpe ecc. Cercate l'idea dominante, è quella 
del lucro, è la passione del bilancio. Ricordate il programma del 
governo e quello di quasi tutti i deputati ? Che cosa c'era là den- 
tro? Nulla; il bilancio. Qual' idea economica lo dominava? Quella 
d'imparare a levar danaro dove non se ne trova. Noi roviniamo 
il nostro ingegno e con esso le industrie e le arti, ci rendiamo 
incapaci di guadagnare, ci screditiamo e mentre si pensa empir 
le. tasche siamo poveri un giorno più dell'altro. Se non entra un 
po' d* energia nelle nostre anime, se dominati da qualche grande 
idea non ci facciamo avanti collo slancio della giovinezza che pur 



(1) Barzellotti — Le RivdluzUMi e La Letteratura tMiana. 



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— 135 - 
di quando in quando scalda i nostri petti, se sotto i suoi im- 
palsi non costituiamo il nostro carattere e con esso opere che 
a tempo e luogo sappiamo fare, morremo di languore, in progetti 
vanescenti, in lesinerie umilianti, nuovi retori della critica. 

Lo stato di composizione in cui ci troviamo oggi, impedisce al 
nostro ingegno di elevarsi a idee grandiose e comprensive, stia- 
mo preparandone gli elementi. Se qualcuno fa uno sforzo per ar- 
rivare a sublimità da tutti vagheggiate^ non vi riesce e trova 
ne'suoi contemporanei una diffidenza straordinaria. Egli cade nel- 
l'eccletismo, appezza non armoneggia, palesa il sentimento d'un 
ideale armonia, i mezzi gli mancano e procede non colle occhiate 
dei genio, ma coU'indagìne faticosa dell'erudito. 

Questo interno lavoro é causa d'un lavoro esteriore &tto sulle 
cose che debbono esprimere le idee del nostro spirito. Come la 
pittura dovette per gran parte dei secoli XIV e XV rinunziare 
ai lavori grandiosi per risolvere le difficoltà tecniche che si op- 
ponevano alla intiera rappresentazione della natura^ ed apparecchiare 
i mezzi che dovevano rendere tanto esperta la mano di Raffaello^ 
cosi oggi, dovendo obbedire al nuovo modo di conceperire le cose 
e quindi di rappresentarle, é costretta fare uno studio particolareg- 
giato su tutti gli elementi che possono concon'ere ad appagare 
questo sentimento rinnovato. 

L'arte antica ò religiosa ed eroica: rappresenta la parte gran- 
diosa della vita^ le cose piccine trascura o guarda rapidamente. 
Nel M. Evo, meglio nel Rinascimento^ vediamo la poesia e la pit* 
tura abbracciar tutto l'ordine delle cose naturali e rappresentare 
gli afletti del cuore in mezzo alle formosità della natura. Pure 
l'artista italiano si serve della realtà come un mezzo atto ad e- 
sprimere l'ideale estetico da luì vagheggiato; la natura ò sopraf- 
fatta da un sentimento squisito dell'arte, e compare non quale la 
fece il creatore, ma come la senti Rafi&elo, il Correggio, Miche- 
langelo. 

A loro fianco però sorgeva la scuola fiamminga, e Von Eyck, 
Diirer, Rambradt, punto preoccupati di un ideale estetico, ripo- 
nevamo tutto il loro studio nel dipingere al vivo la realtà. 
Qui l'arte era soprafiktta dalla natura; essi alla verità sacrifica- 
vano la bellezza. Intanto vicino alla tendenza classica sorgeva 
quest'altra, che, per il genio de'suoi cultori e per i nuovi senti- 
menti dello spirito, ben presto portava l'efficacia sua sur i desti- 
ni dell'arte. A principio dell'età moderna, guardando in generale, 
^nza trascurare quelle che si potrebbero dire eccezioni e non 



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— 136 - 

sono che deviamenti forieri dei nuovi tèmpi, di vedono Tarte ita- 
liana e la fiamminga cadute nelle miserie degli accademici e del 
realismo volgare, pur mostrando l'una e l'altra i suoi esemplari 
formosi. 

Il sec. XYIII s'atteggiò a critico universale. Bramoso di distrug- 
gere chiamò davanti a sé tutto il mondo medievale lo condannò 
nei tribunali, lo derise sulle piazze, lo distrusse nella civil co- 
munanza. La società francese disimpegnò quest'ufficio con più 
ardore. Cadendo il feudalismo aristocratico e borghese, risorge- 
vano gli eroi greci e romani in veste di girondini, la storia for- 
niva ai novatori i mezzi per distruggere e ricostruire, ma si 
presentava silenziosa a quei sacerdoti della ragione che la face- 
vano dire ciò che loro piaceva. Anche l'arte s'ispira a questo 
realismo capriccioso dei filosofi e degli statisti. In mezzo alla 
moda volubile, e Con un sentimento nemico d' ogni artificio, 
gli iartisti dovettero per non esser redicoli e accademici, ri- 
correre all' Antichità e dipingerne le scene. Ecco la pittura 
storica francese del David, del Lacroix, del Geròme ecc. gli 
antichi non avevano rappresentata la storia? Sì, ma a modo 
loro con i romani vestiti da fiorentini, e disputati in piazza 
della Signoria o di S. Pietro. Il pittore che s'è attaccato alla 
storia, per non saper dipingere le scene che succedono rapida- 
mente sotto i suoi occhi e perchè forzato ad esser verace, con 
un poca di critica cerca nel atto quadro riprodurre quel mondo 
spento in modo da non sentirsi smentire dai critici, già pronti a 
condannarlo o a deriderlo. Il realismo ed il classicismo si uniscono 
nei drammi della Storia, la maestosità del concepire italiano 
aduna in sé il fare schietto e naturale delle scuole fiamminghe. 

Ma il pensiero non è cosi maturo da sapersi trasportare nei 
tempi antichi, rivivere in essi e riprodurli quali avvennero. La sto- 
ria non è che uh espediente che toglie l'artista dall'imbarazzo in 
cui si trova, e però in lei non cerca e non coglie che Tefifetto 
esteriore. Geròme non sente lo spirito romano, il Bezzuoli non 
à l'anima del Rinascimento, essi guardano alla forma, al colorito, 
a tutto ciò che apparisce e seduce l'occhio. Allargano l'arte, la rin- 
vigoriscono, non riescono strapparla dall'accademia. Ell'è tuttora 
fuori della realtà, posa sur un piedistallo falso. L'Ussi grandeg- 
gia di più perchè trasfonde nel suo quadro l'ansia del patriotta, 
l'incertezza del desposta che egli vede e detesta. La forma s'av- 
viva d'un contenuto e la Cacciata del Duca d'Atene parla il lin- 
guaggio ielV Assedio di Firenze e del Ettore Fieramosca. 



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-. 137 ^ 

Lo spirito critico s'impossessava di tutti, abbatteva le sintesi #.r,j 
meravigliose della filosofia, e con esse ogni ideale concepimento ^^'^ 
che tendesse a comprendere in sé la natura tutta. L'esame dei * 
fatti, la loro vera rappresentazione: ecco il suo ideale. A cia- 
scuno il suo. Pittore, vuoi dipingere scene storiche ? Fai come lo k;- 
scrittore, riproducile tali e quali. La natura? Sta bene, ma come \'l^ 



-, ^j • 






è, tutta intiera e quella parte che soltanto apparisce al tuo 
occhio. Siamo pieni fino alla gola di cose grandiose, dipin- . ^ 

gete un po' Tuomo, la famìglia come sono: i fatti che accadono 
sotto i nostri occhi; le scene domestiche. Napoleone I nudo é in- 
soffribile ; bacchi e veneri, santi e madonne bastano. Ritraete noi 
coi nostri costumi. Donne ed uomini non ci amiamo colla giub* 
ba, i pantaloni e il cilindro, la veste sgeronata, la ricca pettina- 
tura? È morta ogni bellezza nella vivente Società? Se qo, per- 
chè l'arte ci dice brutti modelli e ci caccia da'suoi dominii ? Que- 
st'ordine d'idee, unite alla tendenza positiva del nostro tempo, 
sforzavano Parte ad entrare in una nuova via per risolvere i 
problemi che il David e il Geròme avevano da sé rimossi. Ecco 
la cosi detta pittura di genere ed il vantaggio che essa ha sulla 
grand'art Anzi tutto appaga gli animi, è viva, sospinge l'au- 
tore alla ricerca di cose nuove e riesce nell'intento suo. In- 
tanto apparecchia gli elementi per un'arte che vagheggia e dice 
— dell'avvenire. 

Tutte le cose interessano l'artista che appena ne è colpito, ri- 
trae come in bozzetto. Cosi si trova nel reale, lavora di getto e 
fa quadri nel loro genere belli e compiuti. Qui in Firenze il Vi- 
nea, il Conti, lo Scaffai, il Signorini, il Grita, il Gori ed altri 
quando si mettono fanno cosarelline stupende. Una signora che 
esce di carrozza, un altra che prega, o legge una lettera, o 
scherza col canino, o fa la toalette, qualche bravo corcontento, 
ragazzi che fanno il chiasso, una casa, nn monticello sono vive, 
dipingono il vero. C è tutto l' insieme, la veste i capelli, il ca- 
priccio della moda. Li non vedi la caricatura di te stesso o degli 
altri; quelle figure son persone che conosci bene e subito ti metti 
a discorrere. L'arte riesce perchè dispone dei mezzi adatti ad 
esprimere in tali fatti cosi in piccolo. Appena il pittore allarga la 
sua tela, si smarrisce e casca nell'Accademia o nella volgarità. Il 
Vera vede il Grossi col soprabitone appoggiato meditando e riesce, il 
Magni mummifica il più bell'uomo del Rinascimento, Leonardo da 
Vinci. Chi sia la statua di San Marco nessuno lo sa^ il Dispaccio 



i 

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— 138 — 
V Amore del Caroni parla un linguaggio che la Vittoria del Con* 
sani non seppe scrivere in quel libro, imbiancato da anime vili. 
Tali sono le condizioni degli artisti nel tempo nostro. La riu- 
scita loro dipende in gran parte dal saperle intendere e da aver 
forza per risolverla. Quando entriamo nello studio d' un artista 
guardiamo subito la parte che prende in questa grande trasfor- 
mazione. Il suo stile ò il primo a colpirci, perchè sta a lui ri- 
spondere alle nostre domande. Ebbene, entrando nelle sale del- 
l'Esposizione solenne, y'ò l'impronta d'un nuovo stile? V'ò nulla 
che ce lo annunzi? Qual'ò l'idea che scaldò l'animo di tanti ar- 
tisti? Hanno delle idee politiche, morali, religiose, storiche? Han- 
no un ideale dell'arte? il puro sentimento della forma? 

(Continua). 

Dott. PiBR Leopoldo Cbcohi. 



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— 139 - 



Bassegna Soienti^oa. 



SOMMARIO: I. Il passaggio del pianeta Venere sol disco solare (conti* 
nuazione) — IL / tesori sotterranei deW Italia per G. Jervis — III. 
Dizionario universale di scienze^ lettere ed arti compilato dai pro- 
fessori M. Lessona e C. A. Valle — IV. La chaleur mode de mow- 
t>ement par John Tyndall •* V. Notizie scientifiche. 



Non insistiamo sull'importanza della scelta delie stazioni, impercioc- 
ché si rende manifesta a chiunque soffermandosi sulle circostanze del 
passaggio, considera ancora le particolari esigenze di ciascuno dei me- 
todi impiegati. Per quello di Halley che la parallasse vien dedotta dalle 
massime differenze della durata del .passaggio, le osservazioni fatte a 
P. Imperatovski (ig*" 4A* lat. N) e alPisola di Kerguelen (48« 41' lat. S) 
dovevano dare una differenza di 31"* 7; e in generale la Gina e il Giap- 
pone offrivano eccellenti stazioni combinabilissime a quelle di molte 
isole dell'Oceano Pacifico. Pel metodo di Delisle^ che paragona i tempi 
assoluti in cui si osservano le singole fasi del passaggio ed esige la 
longitudine dei luoghi conosciuta con certezza^ Pisola di Kerguelen al 
Sud e Woahoo al Nord sarebbero state stazioni sceltissime. Per os- 
servare infine V immersione del disco del pianeta nel disco solare, 
sia accelerata che ritardata^ come per V emersione e il metodo fo- 
tografico, non mancavano neppure le buone stazioni. Cosi i! pas- 
saggio del \%1A, visibile completamente da una gran parte dell'A- 
sia, avveniva nelle migliori condizioni in riguardo alla varia scelta 
dei luoghi di osservazione secondo i varii metodi. Difatti, l'Italia man- 
dò nelle Indie gli astronomi Tacchini, Doma ed Abetti, preparati 
ad usare il metodo spettroscopico ; la Francia servendosi principaN 
mente del metodo di Halley scelse per le sue sei stazioni, la Cina, 



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— 140 — 

il Giappone e alcune isole del Pacifico; l'Inghilterra onde mettere 
a prova non solo il metodo fotografico, ma ancora il Delisle^ lra< 
piantò osservatorli dove il passaggio era visibile interamente e do- 
ve lo era in parte ; la Germania intendendo osservare il passaggio 
mediante misure eliometriche dirette, scelse stazioni che potevano ve- 
derlo completo ; e la Russia, disposta a studiare il fenomeno con tutti i 
metodi conosciuti, si apparecchiò a farlo fu 27 stazioni destinandovi 
una somma maggiore di 1,200,000 lire. Ecco in quale maniera le prime 
nazioni del mondo aspettarono preparate il memorabile giorno deli' 8 
dicembre 1874, da cui, se non altro, dipende il sapere quali metodi si 
dovranno preferire nel passaggio del 1882^ il quale, sperialmolo, servirà 
Bolp di coatrollo ai buoi^i risults^ti che. si saranno ^i& ottenuti. 



Tutto prevenuto e ogni disposizione presa, teoricamente parlando, 
Il dedurre la paralasse solare dal passaggio di Venere non dovrebbe 
ritén&ni difficile. Ma nella pratica diversa cause di errore cemplióano 
o rendono fkliaci i meUAi di osservazione. Gli asts^noml si sono preob- 
enpati seariamente di eaa^ e qui ne accenneremo alcuna di maggior ri- 
liero. La discrepanEa delle ore di contatto, che furono notate in ocea- 
sione del passaggio di Mercurio sul Sole il 4 novembre 1868 e in occa- 
sione del passaggio di Venere nel 1769 ha fatto dubitare molto sulla 
buona riuscita del metodo di Halley. A causa dell' atmosfera quando 
Venere per la sua opacità intercetta un raggio solare, che senza di essa 
giungerebbe all'occhio .dell'osservatore, non è il raggio interoeltato ohe 
VI giunge ma un raggio rifìratto. L'istante del coniato cambia adunque 
per rifraziùne, e il cambiamento dipendei dalla direzione del movimento 
di Venere nello spazio, relativamente allò spostamento angolare dei 
raggi luminosi prodotti dalL'atmosfora. Resterebbe a sapere se un tal 
cambiamento è notevole; pel passaggio del 1874 il calcolò dimostrò che 
la rifrazione non avrebbe sensibilmente alterato V istante del contatto. 
Vi ha ancora l'incertezza di questo istante, da Lalande in poi spie- 
gata col fatto dell'irradiazione; e ultimamente il Powalky, il lega- 
mento nero che si forma fra il disco del pianeta e quello del Sole nel- 
ristante del eontatto, lo dichiarava pradotto dalla forte espansione 
della luoe del .8ole, la qoale fa parere il sino^disoo più grande di quello 
eho è. Una tale spiegazione non è stata ace^ibtata dai signori Welf e 



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ADdré ddrasservAtorto di Parigi> i quali stadiato U fenomeno mediante 
passiviti ilrtificiali di un disco nero sopra un eerchio iuminoso, hanno 
trovato Terrore di ossèrvaeione del contatto esistere per Timperfezione 
degli istrumenti e quindi possibile il ridurlo insignificante col servirsi 
di teiie«Got>ii che avessero almeno venti centimetri d^occhiOé I cambia- 
menti del contorno apparente del Sole possono pure ingannare sul- 
ristattte reale del contatto e contribuire che il metodo di Halley, 
come dicevamo , sia difficile in pratica e di esito dubbio. Benché 
in quasi tutte le stazioni il metodo fotografico sia stato adoperato 
quale complementare, pure il sig. Fay lo crede il più Sicuro; anzitutto 
per la sua indipendenza dalle illusioni dei sensi e dal turbamento per- 
sonale, e poi per le numerose immagini del fenomeno, che si possono 
ottenere regolarmente. Il signor Janssen allo scopo del passaggio in- 
ventò un apparecchio fotografico che fli messo alla prova dagllnglesi e 
dai francesi. Questo strumento può dare delle fotografie ad intervalli 
di tempo brevissimi e regolari in guisa Che si viene ad ottenere anche 
quella deiristante precìso del contatto. È troppo presto per poter dire 
quale risultato abbiano avuto le osservazioni degli astronomi durante 
l'ultimo passaggio e perciò ci riserbiamo a ritornare suirargomento 
non appena i loro studli saranno completati. Le notizie che si hanno 
continuamente sono tali da farci sperare, che tanti sforzie tanti pre- 
parativi saranno degnamente coronati. 



n. (1) 



/ Tesori sotterranei dell* Italia. Repertorio d'informazioni utili ad uso 
delle Amministrajsioni provinciali e comunali^ dei Capitaliatij degli 
Istituti Tecnici e di Tutti i Cultori delle Scienze Mineralogiche per G. 
Jervis, Conservatore del R. Museo Industriale Italiano in Torino. — 
Parte seconda. Regione dell'Appennino e VuIcsltìì attivi e spenti dipen- 
dentivi. Loescher, 1874. (1 voi. in-8 con vignette di pag. 464, pr. L. 15). 

Se nella prima parte dell'opera grandiosa, che uno dei più distinti 
mineraloghi italiani, il Jervis, imprese a trattare, venne descritta Fin- 



(1) OU editori e gli autori di opera relativA allo Scienze f^ah» e matematiche che do- 
sìilerano ne sia reso conto in questa rassegna scientifica sono pregati di spedire di- 
rettamente le loro pubblicazioni all'estensore della rassegna, sig. F. V. Orlando, Fi- 
eaie, Via iella Mattonaia, 22, 



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- 142 - 
tiera regione alpina dell'Italia, abbiamo nella seconda la descrizione della 
regione apenninica ed i terreni Tolcanici ed eruttivi che ne dipendono. 
Dei due versanti, adriatico e mediterraneo deirAppennino, TA., prende 
uno ad uno i bacini idrografici e procedendo dal Nord al Sud li descri* 
re; intanto si arresta a ciascun comune che incontra e benché succin- 
tamente nota in completo i minerali rinvenuti nel suo territorio, i la- 
vori fìitti per estrarli, le comunicazioni per giungere sul luogo di pro- 
duzione e non si lascia sfuggire tutto ciò che gli fornisca materia ad 
illustrazioni statistiche ed amministrative. È uno studio topografico 
speciale dell'Italia, reso oltremodo interessante per le svariate cogni- 
zioni di geografia che vi sono unite. Però non solo assume il carattere 
di un Manuale Pratico a chi vuole trovare in pochi minuti le informa- 
zioni mineralogiche intorno a qualunque località italiana^ ma ancora 
quello di un'opera scientifica molto notevole per la novità di alcune 
teorie, che possono &r trasformare certe opinioni sin* ora accettate e 
sostenute da non pochi dotti. Son certo che farò cosa gradita riassu^ 
mondo alcuni dei brani dell'opera, che a mio parere sono interessanti. 
Molteplici cambiamenti di minerali e la creazione d'importanti specie 
nuove, epigeniche ed altre sono dovute a decomposizioni chimiche. Cosi 
il serpentino sarà stato in origine tutto diallaggico e quello d'oggi sen- 
za dialiaggio, dovrebbe essere roccia alterata risultante dalla decom- 
posizione chimica della prima. L'oficalce pure sarebbe la stessa roccia 
decomposta, attraverso la quale infiltrò molt'acqua calcarifera prove- 
niente dall'alberese, che produsse alla lunga quelle vaghe venature di 
carbonato di calce alabastrino notissime. Tali cangiamenti, poco o nulla 
nelle roccie di natura omogenea, sembrano essere più potenti ovunque 
la roccia contenga elementi suscettibili a ikcile ossidazione o soggetti 
a decomposizione. Così, l'A., ritiene la termalità delle acque minerali 
quale semplice resultato di decomposizioni chimiche (sempre accompa- 
gnate da molto sviluppo di colore) delle rocce attraversate, mentre le 
acqae minerali delle rocce più antiche, ove è ora cessata la decompo- 
sizione, sono generalmente fredde; e quelle cosi abbondanti nel mio- 
cene, formazione di potenza comparativamente insignificante, che non 
ha alcuna comunicazione profonda, ma i cui componenti sono di natu- 
ra eterogenea, sono per lo più termali. Quindi sarebbe affatto gratuita 
la teoria che il calore delle sorgenti cresca regolarmente di un grado 
per ogni tanti metri che si discende e che le acque più calde proven- 
gano dalle sorgenti più profonde. 

La spiegazione della formazione dei nocciuoli concentrati di minerale 
di rame in mezzo al serpentino non diallaggico o gabbro verde, ope- 
rata intieramente per azione chimica, la formazione dello zolfo nativo 



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— Ii3 — 

cogli stessi agenti, la dimostrazione colia qaale l*ambra risalta un pro- 
dotto dell'ossidazione dei petrolio limpidi8simo> come vuole pure il Bom- 
bicci, ci sembrano teorie semplici, nuove, logiche. Nò qui si arresta 
l'egregio A., punto partigiano della teoria del calore centrale del glo* 
bo; imperciocclìò a decomposizioni chimiche attribuisce principalmente 
i fenomeni svariati delle eruzioni vulcaniche e ne trova l'origine nelle 
ingenti quantità di acqua di mare, che penetrata per fessure apertesi 
in occasione di terremoto o altre cause, a contatto di sostanze facili a 
decomporsi esistenti in quei luoghi, fórse di pirite e combustibili fos- 
sili, ne determina la rapida vaporizzazione ed induce per rincalcolabìle 
pressione risultante, l'elevazione della lava alla bocca del cratere ove 
erutta in uno stato pastoso anzi che fuso. Accennando alla probabile 
analogia di composizione prosstmativa degli altri corpi celesti, dimo- 
stra come, nell'attraversare con incalcolabile velocità le regioni dell'at- 
mosfera gli aeroliti^ in origine formati di granito, greiss, porfido ecc. 
potrebbero per eliminazione e riduzione divenire ciò che sono al loro 
arrivo nel noatro globo. È una deduzione ardita che oltrepassa gli stu- 
di di Schiapparelli e di Daubrée, i quali riconobbero che i corpi sem * 
plici sono gli stessi nel nostro e negli altri pianeti ! E questo basti per 
richiamare seriamente l'attenzione dei cultori della scienza e della in- 
dostria mineralogica sopra un lavoro di moltissimo merito, che costa 
all'autore parecchi anni di studio ed incessanti viaggi in tutte le parti 
d'Italia. 



HI. 



dizionario Universale di Scienze^ Lettere ed Arti compilato da una 
società di scienziati italiani sotto la direzione dei professori M. Les- 
sona e C. A. Tallo. Tomo primo. A. L. Milano, Treves 1874. Un grosso 
volume di 836 pag. in-4 a due colonne, prezzo L. 15. 



Dei tre grandi Dizionarii intrapresi a pubblicare dai Treves in Mila- 
no, uno ò già a mezza via, il Dizionario Universale di Scienze, Lettere 
ed Arti, ed è riuscito tale che veramente onora il coraggioso editore. 
Mancava all'Italia un lavoro che contenesse con brevità e chiarezza 
tutte quelle cognizioni di cui da un istante all'altro può abbisognare lo 
sdaziato come il semplice studioso^ giacché l*eccellente ma voluminosa 



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— 144 — 
e dispendiosa Enciclopedia pubblicata dal Pomba, non si può dire cor- 
rispondesse allo scopo di diventare popolare, al quale era destinata, k 
questo mirando il Treyes ne affidò Timpresa non lieve airegregio pro- 
fessore M. Lessona, il quale insieme ad ua*ottimà collaborazione, ha sa- 
puto condurla degna di sé. Gli oggetti della natura, le scoperte della 
scienza e le loro applicazioni meravigliose, le creazioni deirarte e del- 
rindustria^ tutto ò sviluppato in un modo concis^o e chiaro. Quelle parti 
poi che si riferiscono alTItalia, sia per ciò che riguarda i tempi mo- 
derni come l'antichità, sono interamente originali ed accrescono singo- 
larmente il valore dell'opera. Ora noi, senz'altro, apriamo il libro a 
caso e trascrivendo tre articoli fra i più brevi, lasciamo giudicare al 
lettóre della sua natura e della sua importanza. 

Cloroformio, composto scoparto dà Soubeiran nel 1832. È un corpo 
liquido, incolore, oleaginoso, di odore etereo, soavissimo, di sapore 
piccante, poi fresco^ ohe si ottiene trattando Falcool cogli ipocloriti, 
particolarmente con quello di calce. Chimicamente ò il prodotto della 
sostituzione di 3 atomi d'idrogeno con altrettanti di cloro nell'idruro di 
metile. Simpson dimostrò gli effetti del cloroformio come anestesiaco. 
D*allora in poi questa sostanza è stata moltissimo adoperata in chi- 
rurgia. Si usa come l'etere, collocando sotto le nari della persona una 
compressa inzoppata di cloroformio,^ onde aspiri 1 vapori. Questa ope- 
razione dicesi cloroformizzare. 

FiUoxeray genere d'iosetti emittori della famiglia degli Afidi, di cui 
è nòta specie la Phylowera vastatrix, che dal 1870 reca grandi danni 
ai vigneti in Francia: presenta, come tante altre specie della famiglia, 
individui alati ed individuji senz'ali: questi, che sono i più numerosi, 
intaccano le radici dei tronchi delle viti, e le fanno perire. Si sono pro- 
posti vari rimedi contro i danni di questo insetto, ma nessuno fino ad 
ora efficace. 

Locomobile, macchina a vapore montata sopra ruote che si può con- 
durre, come una carrozza comune, dove è necessaria momentaneamente 
una forza motrice. La caldaia è come quella delle vaporiere, e ralbero 
che la verga dello stantuffo fa girare, porta una puleggia da cui si 
trasmette il movimento alle macchine e agli ordegni con una lunghis- 
sima cinghia. Servono queste macchine portatili per lavori agricoli, per 
le costruzioni, per selciare le strade, per prosciugare terreni, ecc. L'uso 
di esse non data che dal 1850 in Francia. 

U pubblico italiano ha già ben accolto quest'utilissimo e indispensa- 
bile Dizionario, il quale è alla portata di tutti pel suo massimo buon 
mercato. Avremo ancora occasione di parlarne quando verrà alla luce 
il secondo ed ultimo volume che è in corso di pubblicazione. 



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— 145 — 



IV. 



La Chaleur mode de mouvement, par John Tyndall. Deuxième édition 
francaise, traduìte de Tanglais sur la quatrìème édition par M. l'ab- 
bé Moigno. Paris, Gauthier-Villars, 1874, gr. in-l8 de 276 p., prix: 
8 tv. 



La teoria meccanica del calore, che riduce questo agente ad un sem- 
plice modo di movimento, è una delie più grandi scoperte della nostra 
epoca e quando si consideri che tutti i fenomeni fisici non sono che 
modi di movimento identici o analoghi a quello che costituisce, il ca- 
lore, ò facile comprendere che un libro il quale ne tratti è un'enciclo- 
pedia di scienze fisiche, in cui viene indagata la natura dei fatti fon- 
damentali della Meccanica, deirAstronomia e della Chimica. Né alcuno 
poteva farlo meglio del Tyndall, che valente nel fer progredire la scien- 
za, possiede la magìa della parola e dello stile per diffonderla e ren- 
derla amena. Egli ha voluto che gli elementi di una novella filosofia 
della natura, spogli di tutte le dimostrazioni di formolo e di calcoli, 
fossero accessibili anco ai lettori di mediocre intelligenza ed istruzione 
e vi è completamente riuscito. Il suo libro non è un'opera scientifica 
propriamente detta, ma un'opera d'arte piena d'idee nuove e feconde. 
La prima edizione fu pubblicata nel 1863; ora è in corso dì stampa la 
quinta. Tradotta in tedesco dal Hembolz e dal Widemann, è alla se- 
conda versione francese per cura deirillustre abbate Moigno e questa 
noi raccomandiamo agrintelligenti lettori italiani. 



V. 



Notizie Scientifiche. 



— Annanziamo le pubblicazioni italiane e straniere, che abbiamo ri- 
cevute, riserbandocì a farne più estesa parola nella prossima Rassegna: 

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— U6 — 
L'Unità deUe Forze Fisiche del P. A. Secchi (secondo ed ultimo volu- 
me ; Milano, Treves) ; Annuario Scientifico ed Industriale (Prima Parte, 
Milano, Treves) ; Gli Aracnidi^ i Crostacei e i Venni di C. Anfosso 
(Milano, Treves) ; Matière et Étker, indication d'une Méthode pour éta- 
blir les propriétés de Téther, par X. Kretz (Paris, Gauttìler-Villars) ; 
Descendance et Darwinisme^ par 0. Schmidt (Paris, Germer Bailliòre) ; 
L'Année Scienti fique et Industriale par L. Figuier (Paris, Hachette). 

— Ci sono anche pervenuti : VExplorateur^ nuovo giornale, che si 
pubblica a Parigi, dedicato agli interessi della geografia e del commer- 
cio ; la Rivista scientifico-industriale, compilata in Firenze dall'egregio 6. 
Vimercati ; il Giornale di Farmacia^ di Chimica e di Scienze Affini y pub- 
blicato da oltre a 23 anni dalla Società di Farmacìa di Torino; e il Pro- 
gresso, rivista mensile delle nuove invenzioni e scoperte, che esce pure 
a Torino. 

^ L'ultimo fascicolo del Bullettino di Bibliografia e di Storia delle 
Scienze»Matematiche e Fisiche, pubblicato in Roma dal principe Bon- 
compagni, contiene le Notizie storiche sulle frazioni continue dal secolo 
decimoterzo al decimosettimo , per Antonio Favaro. - Raccomandiamo 
agli studiosi la lettura di questo Bullettind omai celebre in tutta Eu- 
ropa. 

— Dal signor Lesseps è stato presentato all'Accademia delle Scienze 
di Parigi il progetto per una galleria sottomarina fra la Francia e 
l'Inghilterra, sotto la Manica. Abbandonata l'idea delle navi por^a-con- 
vogli, e quella di un gran ponte sullo stretto, verranno fatti i primi 
esperimenti per la galleria. Una società con un capitale di 4 milioni, 
versati metà dalla Francia e metà dall'Inghilterra, comincerà lo scavo 
di due grandi pozzi di 8 metri di diametro, a cento metri di profondità 
dalla riva del mare, l'uno sulla costa francese, l'altro sulla costa in- 
glese. Appena raggiunta quella profondità si comincerà a scavare dai 
due lati una galleria orizzontale, per esaminare con precisione la na^ 
tura del terreno e l'inclinazione degli strati da attraversarsi. La costi- 
tuzione geologica del suolo favorevole, lo stretto della Manica non molto 
profondo, l'escavazione fatta dalla macchina Brunton, che producendo 
un foro di due metri e mezzo di diametro, cammina con una velocità 
di un metro e 20 centimetri all'ora , fanno sperare che fra pochi anni 
una ferrovia, al cui percorso basteranno otto ore, congiungerà l'Inghil- 
terra al continente Europeo. 

» Il signor J. Comacho ha presentato all'Accademia delle Scienze di 
Parigi, una memoria sopra una nuova elettro-calamita, formata di tubi 
di ferro concentrici separati da strati di filo conduttore. Questa elettro- 
calamita produce considerevoli effetti dinamici con delle correnti rela- 



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— 147 — 
tivamente deboli. Dieci elementi di Bunsen, grandezza ordinaria, basta- 
no perchè ad una distanza di 12 millimetri e li2 siano attratti 713 obi- 
logrammì. Il tempo necessario allo sviluppo della calamitazione per 
sollevare un tale peso è di 15^ 33. 

— Il XII Congresso degli Scienziati Italiani si terrà in Palermo il 29 
agosto del 1875. 

— Secondo Lakersteen si ottengono quantità considerevoli d'idrogeno, 
facendo passare il vapore acquoso ultra scaldato sopra biossido di man- 
ganese ugualmente portato ad alta temperatura. Poche esperienze pre- 
liminari bastano ad indicare a qua! punto convenga scaldare la cavità 
contenente il biossido e la durata del contatto per ottenere il massimo 
ricavo d'idrogeno. 

Firenze, 24 febbraio 1875. 

F. V. Orlando. 



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— 148 — 



Lettera romana 

(Ritardata) 



Roma, 29 del i875. 



XII Congresso degli scienziati a Palermo — Archeologia — XLVI Espo- 
sizione di belle arti — Vendita di quadri — Il marchese Alfieri di 
Sostegno ed il barone Rothschild — Studii sovra Michelangelo Buo- 
narroti — Benvenuto Cellini — Ernesto Rossi — Una commedia di 
Goldoni. 



Una circolare del Comitato permanente pel Congresso Scientifico uscì 
fuori a farci conoscere che il XII Congresso sarà tenuto a Palermo il 
dì 29 agosto corrente anno. In essa si scrive: <c È parso opportuno che, 
fatto già omaggio a Roma e sciolto il voto degli antecedenti Congressi 
nella sospirata capitale del Regno, venisse eletta altra sede alla futura 
adunanza. Né alcuna fu giudicata migliore di Palermo ecc. ecc. d Tutto 
sarebbe andato benissimo se non vi fosse stata prima una decisione 
degli scienziati dell'ultimo Congresso, i quali avevano approvato di te- 
ner nuovamente lo stesso a Roma, a proposta della presidenza stessa. 

Allora chi presiedeva avrebbe potuto proporre Palermo ed avrebbe 
certamente ottenuto Tapprovazione ; mentre ora la presidenza viene in 
certo modo a sconfessar la propria iniziativa, ed a ledere il voto degli 
scienziati. 

Nell'ottobre p. p. doveva aver luogo in Roma, ed invece una circolare 
viene ad avvisarci che, a cagione delle elezioni generali, si giudicava 
opportuno procrastinaro la riunione, ed ora eccone altra a farci cono- 
scere nuova variazione. E Dio voglia che non ne esca altra con nuovo 
cambiamento ! 

Gli altri Congressi scientifici, tenuti anche in tempi ben critici, pub- 
blicarono tuttavia i loro atti; ma il primo, tenuto dopo la costituzione 
del Regno Italiano, fin'ora non pubblicò i suoi. Essi furono promessi ai 
convenuti, e per questo da loro furono pretese, e si ebbero, lire 20 per 
ciascuno; alla cui somma totale si devono aggiungere parecchie centi- 
naia di franchi ereditate dal precedente Congresso. 

Tenuto conto della solennità del Congresso romano, poiché in esso 
venne finalmente sciolto il voto degli antecedenti, mi pare che ridondi 



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— 449 - 
poco in onore allo stesso la mancanza di qaesti atti, che tutti gli al- 
tri, ben più modesti, pubblicarono. 

Quantunque Roma fosse luogo centrale pure i concorrenti non furono 
poi molti in proporzione. Non è pertanto a sperarsi che devano esser 
in grande numero a Palermo. Il Comitato annunzia che per quanto 
starà in lui curerà affinchè il dispendio del viaggio sia il meno possi- 
bile gravoso agli accorrenti. Prima di tutto osserverei che per quelli 
dell'Italia settentrionale sarebbe sempre gravoso quantunque fosse ri- 
dotto a metà ; ma poi resterebbero ancora il viaggio di mare e la sta- 
gione: forti ostacoli agli scienziati di età provetta, 

Si ritiene pertanto fin d*ora in generale che il XII Congresso sarà 
palermitano o tutto al più siciliano, poiché difficilmente potrà chiamare 
rappresentanze delle provincie italiane del continente. 

È vero però che fra le decisioni prese neirultimo Congresso, sempre 
a proposta della presidenza, vi fu quella di dar diritto a tutti gli uffl- 
ziali, indistintamente, deiresercito di intervenire ; così il Congresso XII 
potrebbe aver da questo buon contingente. In tale decisione vi sarebbe 
a notare molto. Infatto se il Congresso è degli scienziati, come mai 
potrebbero farne parte degli uffiziali, che appena sanno scrivere? Molti 
non devono il loro grado all' istruzione letteraria, bensì al coraggio 
personale od al lungo servizio. É poi strano ohe un laureato non abbia 
titolo per far parte del Congresso scientifico, mentre un nuziale del- 
l'esercito sqnza alcuna istruzione scientifica o letteraria possa inter- 
venirvi. Non resta altro che sperare migliori decisioni dal futuro Con- 
gresso, poiché neirultimo, a dir il vero, ne furono approvate di quelle 
che mi sembrano tutt'altro che scientifiche, a cagione specialmente del 
caos e della precipitazione in ogni cosa, che vi regnarono. 

A seguito delle altre notizie sugli scavi archeologici devo notare che 
negli sterri occorrenti ai lavori del nuovo quartiere dell' Esquilino 
sono state scoperte duemila e più monete dei secoli IV e V. Fu pure 
trovato un peso antico di marmo nero, che dovè servirne di tipo e di 
controllo a quelli usati in commercio. Porta inciso il nome di Quinto 
Giunto Rustico, prefetto di Roma sotto Adriano. 

Fra gli altri oggetti scoperti, è ritenuto importantissimo un fram* 
mento di vaso aretino, avente nel fondo una croce. Servirebbe a sta- 
bilire che la celebre fabbrica di vasi in Arezzo ebbe lunga durata. Al- 
tri pezzi di stoviglie italo-greche sono della miglior epoca. 

Il sig. Fabio Gori, libero insegnante di archeologia, tiene delle con- 
ferenze o meglio conduce chi intende seguirlo ne' recessi più rinomati 
di Roma antica e vi espone 11 risultato de' suoi studii. Quantunque da 
qualche tempo sottoponga gli accorrenti alla tassa di una lira sono i 
medesimi sempre numerosi. Gli stranieri, soggiornanti in Roma, gli uf- 
fiziali militari, gl'impiegati formano la massima parte degli uditori 
suoi; e specialmente i primi si mostrano soddisfatti. Vi sarebbe a ri- 
dire sul sao modo di esporre e sul mischiar spesso l'archeologia alla 



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- 150 — 
politica, come fece nella Mole Adriana; ma comunque deirutilità si ri- 
cava dalle sue esposizioni, le quali giovano a rendere più conosciuta la 
storia romana, i cui fatti maggiormente restando appresi sul vero loro 
campo. 

Chi poi vuole studii più profondi di archeologia allora segue le le- 
zioni del chiarissimo prof. Helbig, che pure conduce i suoi discepoli ed 
i cultori delle arti belle ne' Musei ed altrove, facendo delle relazioni 
illustrative sovra i principali avanzi dell'arte greca e romana. 

Al giorno 18 si aprì l'Esposizione di belle arti in un locale di Piazza 
del Popolo, ove fanno bella mostra una sessantina di pitture e una 
quindicina di sculture. Per una capitale e per Roma mi pare poco ; ed 
è poi pochissimo se vengono esclusi gli artisti stranieri. Infatto quin- 
dici quadri e sei oggetti di scultura appartengono ad oltramontani. 

E per di più negli italiani non trovo che scarsissimi gli artisti rino- 
mati ; e taluno de* mediocri espose tre o quattro lavori. 

Nella scultura, meno una statua in gesso del poeta Heine lavoro del 
danese Luigi Kasserlus e la Notte, statua in marmo del prof. WolfiT di 
Berlino^ tutto il resto è costituito da busti e da piccoli gruppi per lo 
più In gesso. DMntagliatura in legno un solo saggio di Golfredo Ferrari 
fiorentino, che inventò un Apoteosi di Michelangiolo. Va gruppo di fiori: 
quadro in pasta porcellana della signora Laura Marchetti senese ò pure , 
unico nel suo genere in questa esposizione. Vi concorsero, oltre gli ac- 
cennati, Oreste Ferrari, fiorentino^ Alessandro Rondoni, Augusto Castel- 
lani, romani, Achilie Bianchi e Gerolamo Moneta, milanesi, Akrjenberg, 
russo. Giovila Lombardi, bresciano. 

Dei pittori nominerò Bensa, Rivo, Petiti, Haiman, Sassi, Spalla, del- 
ritalia settentrionale ; Bertolla, RafTo, Cabianca, Barilli, della media ; 
Ciccognani, Maggiorani^ Poggi, Eruli, Bompiani, Mancineili, Roester, 
Tiratelli, romani ; Dell'Erba, Capone, La Volpe, De Criscito, Caroselli, 
Laccetti, Benessai, della meridionale. Degli stranieri Kersnjavi, slavone; 
Brunicoff, russo; Nerly e Bandt, prussiani; Riviere, inglese; Helsted, 
danese; Rapirò, spagnolo; Graham, americano. 

E tali notizie in gran parte sono appoggiate più al catalogo che a 
mie particolari conoscenze. Esso è pubblicato dalla Società degli ama- 
tori e cultori delle belle arti ; e per ciò non vorrei prender intera re- 
sponsabilità per l'ortografia dei cognomi e per l'esattezza della patria. 

Ed a proposito di pitture con dispiacere dei cultori delle beile arti 
fu veduto nelle ultime settimane di questo mese vendersi a pubblica 
asta non pochi quadri pregiatissimi. Due di Filippo Lippi furono 
venduti L. 8 mila per ciascuno, VAdorazione dei Magi del Mantegna 
per L. 7 mila, una testa dell'Albani L. 5,700 e vari altri, per lo più 
comperati' da americani o russi. 

Si videro non pochi personaggi notevolissimi per ricchezza venuti a 
bella posta per far compre, fra cui il barone Adolfo de Rothschild. 

Egli approfittò dell'occasione per insistere presso il senatore Alfieri 



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— 151 — 

di Sostegno affinchè gli vendesse l'antica tazza di Merlek-Adel, la quale 
è un vetro persiano dipinto, lavoro pregfevolissimo, che si crede uni- 
co. Il marchese Alfieri il quale non è certamente di quelli che specu- 
lino sugli oggetti di belle arti> anzi invece di defraudarne Tltalia la va 
arricchendo con doni cospicui ai pubblici istituti, naturalmente, come 
aveva dato già prima rifiuto alle proposte fattegli a mezzo di altri, 
continuò a restar fermo nel suo proposito. Allora il Rothschild spinse 
a poco, a poco l'offerta fino a 100,000 lire, ma sempre inutilmente, 
quantunque fosse una bella somma, tenuto anche conto della rarità. 
Per risolverlo il Barone credette di assicurargli che l'oggetto non 
sarebbe mai uscito dalla casa sua in qualunque occasione, ed ebb» 
qaesta precisa risposta : € La decisione che Ella prenderebbe l'indomani 
in cui io le avessi venduto il vaso mi permetto di prenderla io alla 
Tigilia dir venderglielo. » E con questo il signor Barone dovè restar con 
nn desiderio insodisfatto, il che per lui, Creso odierno, deve esser ben 
duro. 

L'operato del signor marchese Alfieri meriterebbe trovar esempio fra 
coloro specialmente del suo ceto, che possedono rarità e capi lavori na- 
zionali ; mentre Tincanto accennato prova tutto al contrario. 

Come il centenario del Petrarca diede origine a non poche pubblica- 
,zioni così quello del Buonarroti fa presagire fin d'ora che ne promoverà 
altrettante, e forse più importanti, affatto inedite. Intanto i diligenti 
studiosi sono attorno a frugar negli Archivi per scoprire nuove notizie 
intorno ad un tanto uomo. Il barone Podestà di recente pubblicò già 
alcune sue Note Artistiche prese negli Archivi di Stato romani, cui de- 
vono seguirne altre riguardanti sempre i lavori di Michelangiolo nelle 
Cappelle Sistina e Paolina. 

Neiraccennato Archivio, di questi di, si venne nuovamente a trovar 
fra carte in massima parte consunte per trascuranza del cessato go- 
verno pontificio due documenti importanti, cioè la carta di pace con- 
cessa a Benvenuto Cellini dal fratello dell'ucciso Pompeo de Capitaneis 
gioielliere milanese del 1534, ed il Moto proprio di papa Paolo III col 
quale assolve l'omicida Benvenuto Cellini. 

Prima di porre fine alla presente mi sembra dovere di un corrispon- 
dente romano raggiungere alcune cose teatrali, essendo accaduto qui 
alcun che d'insolito, interessante anche i letterati. 

Abbiamo Ernesto Rossi, che al Teatro Capranica attira sempre un 
pubblico sceltissimo. Egli ci fece già gustare vari capi lavori del Shaks- 
peare, la Francesca 'ia Rimini di Silvio Pellico, e per tre volte il Ne* 
rone del Cessa, il Cetego del Salmini, affatto nuovo per queste scene. 
Da molto tempo Ernesto Rossi mancava da Roma, e per ciò maggior-, 
mente fu festeggiato, tanto nella prima sera della sua comparsa quanto 
in tutte le altre. Il pubblico romano è entusiasta peli' interpretazione 
del Nerone; mentre altri forestieri ben più con ragione ammirano il va- 
lente attore nell'Amleto, nell'O^eKo ed in altri veri capi lavori. Del Ce- 



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— 152 — 

tegoy in generale qui si attribuì più valore all'attore che all'autore; poi- 
ché il Rossi fece in certo modo scomparire i difetti del lavoro od al- 
meno rese così lievi gli stessi e mise così in risalto 1 pregi da renderlo 
bene accetto al pubblico. Autore ed attore ebbero pertanto applausi a 
josa. 

Fu verificato da molti che se il Rossi è sempre il giovane ed ele- 
gante attore dì una volta, ben mutò in meglio il suo modo di recitare: 
si potrebbe dire che abbia adoperato e continui ad usar la lima nelle 
recitazioni sue. 

Egli sta scrivendo rautobiografia, la quale sarà un libro molto im- 
portante ed istruttivo. 

Abbiamo pure qui Cesare Rossi al Valle il qaale ci espose il famoso 
Egoista per progetto, dato contemporaneamente a Firenze ed a Torino. 
Piacque e fu applaudito per sei sere consecutive; ma pochi sono 
coloro che credano veramente esser un lavoro di Carlo Goldoni , come 
si volle far credere. Poiché il Belletti Bon avrebbe mostrato al pubblico 
torinese il vero manoscritto del Goldoni. Aspetto a dar il mio giudizio 
quando l'avrò visto. 

A. B. 



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Lettera siciliana. 



Egregio signor Direttore, 



Vorrà la sua cortesia permettere che, fra le molte e varie corrispon- 
denze italiane e straniere, ond*è soprammodo vìccsi lei Rivista Europea, 
occapi un posticino una modesta lettera, che le viene da questa estre- 
ma Sicilia? Non secondo a nessuno neiramore di questa classica terra, 
desidero ben di cuore che, fra le varie province italiane, che danno il 
loro contingente al patrimonio del sapere, figuri anch' essa la mia di- 
letta isola nativa. Se Elia farà buon viso a questa^ le manderò altre 
informazioni sul movimento scientifico, letterario e artistico siciliano. 

Tacendo degli opuscoli di occasione e de' foglietti volanti, che hanno 
la vita di un giorno, parlerò delle opera che, per la giusta mole e per 
la loro importanza meritano singoiar menzione. Non tralascerò d'oc- 
cuparmi delle nostre scuole e di ciò che è inerente alla vitale questione 
del pubblico insegnamento; e poiché il culto delle gentili arti del bello 
è indizio di civiltà, toccherò de' lavori de' nostri artisti, sia che vengano 
loro allogati^ sia che li compiano per proprio esercizio, attendendo la 
occasione di venderli. 

E così, senz'altri preamboli, entro subito in argomento. 

Negli ultimi mesi dell'anno decorso, parecchi buoni libri videro la 
lace fra noi. Piacemi accennare quei pochi che mi son venuti a mano, 
e che, a veder mio, hanno molto valore. 

Con quella erudizione sobria ed accurata, che negli studi! archeolo- 
gici è tanto necessaria^ il nostro insigne ellenista e poeta Giuseppe De 
Spuches dettava una Relazione di alcuni oggetti archeologici che, letta 
in questa Accademia di scienze, lettere ed arti, veniva testé impressa 
a Palermo (1). 

L'illustre autore ragiona di un gran mosaico vermicolato di stile 
romano, scoperto nella campagna di S. Niccolò, in quel di Carini. A 



II) JSelazione di alcuni oggetti archeologici letta da Giuseppe De Spuches aU'Acca- 
demia di scienze, lettere ed arti di Palermo, di pag. 15. Tipografia Virzi, 1874. 



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— 154 - 
quanto se ne può vedere dalla tavola num. 1, il mosaico ò bellissimo 
per eleganza di fregi, varietà di colori e correzione di disegno. Il De 
Spuches lo crede anteriore all'età di Teodosio, e del principio del terzo 
secolo dell'era volgare. 

Fu rinvenuto a tre palmi dal suolo^ da piantatori di agrumi ; e lo 
spazio da esso occupato è di trenta metri quadrati. Però la maggior 
parte è rimasta sotterra, e assai malconcia dalle vanghe de^ giardinieri. 
Il brano di che è parola servirà ad ornare certe soglie di veroni di un 
campestre abituro. 

Furono rinvenuti nella medesima contrada un piedistallo marmoreo, 
che serve di tavolo innanzi ad una casa rurale, parecchi soldi aurei di 
Yalentiniano^ una moneta rarissima di Costantino Pogoniate e un can- 
delabro marmoreo, d'ordine jonico, a forma di stele. 

Tali scoverte rendono probabile l'esistenza di una vasta necropoli 
tuttavia inesplorata. Dagli antichi storici, si parla di un forte castello 
litorano, edificato da Dedalo per commissione di un re de' Sicani, mezzQ 
secolo innanzi la presa di Troia. Questo castello fu molto rinomato, 
perchè si tenne sempre nemico de' Segestani, e perchè gli Ateniesi, con- 
dotti nella guerra siracusana, rapirono da esso ben cento venti talenti 
e la famosissima Laide. Il eh. autore porta opinione che, caduto il for- 
tilizio, venisse in sua vece costrutta un'altra più vasta città nella con- 
tigua pianura, e fa voti perchò dalla Commissione d'antichità e belle 
arti fosse ordinato il disseppellimento di questa città, che recherebbe 
tanta luce alla storia della dominazione imperiale romana e bizantina 
in Sicilia, e schiarirebbe il nostro Diritto pubblico antico. Passa quindi 
a parlare di altri nummi romani, di alcune antiche epigrafi latine e 
greco-latine e di tre argille greco-sicule, delle quali dà una dotta e 
sennata interpretazione. 

Sopra gVlstituti di emenda della città di Palermo fa taluni importanti 
studii il prof. Luigi Sampolo (1). L'egregio autore fa precedere al suo li- 
bro alcune curiose notizie sulle leggi di Sicilia intorno alle cortigiane; 
riferisce le prammatiche sanzioni, i bandi e gli editti che, da Federi- 
co II lo Svevo (1221), da Alfonso il Magnanimo (1431), al viceré Marco 
Antonio Colonna (1582) furono promulgati, neirinteresse di tutelare il 
pubblico costume dall'abitare che facevano le donne di mestiere ne' luo- 
ghi più frequentati della città, dal loro sfoggiato vestire, dallo sgua^rdo 
procace, dal lubrico portamento, dalla loro vita randagia nelle sere 
estive e dal recarsi a' pubblici diporti, ove più numerosa traeva la 
gente. Ma nulla valse a frenare le meritrici dal loro sfrontato costume; 
né valse tampoco la santa lega degli onesti, istituita per dar la caccia 



(\) Sugli Istituti di em9nda della città di Palermo, dal see9lo J.VJ al XIX. Stadi di 
Luigi Sampolo, di pag. 58. Palermo, Virzì, 1874. 



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— 155 — 

di notte a quelle infelici, e poco anche forse giovò il ricovero che, nel 
1781, l'arcivescovo Sanseverino apprestò alle male femmine randagie 
in lina vasta sala, da canto alla casa d'Istruzione ed Emenda che, da 
oltre a trent'anni, era sorta in prò delle donne ravvedute. 

Passa indi l'autore a rassegna tutti gl'Istituti di carità che accoglie- 
vano nelle loro mura ospitali le ree pentite. Ragiona del tempo della 
fondazione dì queste case ospitaliere, delle deputazioni che in vari tetapi 
le governarono, de' beni e de' mali che vi produssero, e dello scopo che 
i pii testatori ebbero nel lasciar loro le rendite. Tocca delle vicende 
che questi Istituti, d'indole al tutto laicale, subirono per la ingerenza 
che vi esercitarono le autorità chiesiastiche, che v'introdussero poco a 
poco lo zampino, e fecero poi come il riccio della favola, il quale, chie- 
sta ospitalità nella tana di un topo, vi stabilì il proprio domicilio, e 
al generoso topolino, che, sentendosi pungere da quelle spine, pregò 
Pincomodo ospite a sgombrare, perchè male l'angustia dei luogo poteva 
enjirambi contenerli, con gran faccia tosta rispose: 



< Chi pungere si sente n' esca fuori. » 



Ma assai male ne incolse a quelle ricoverate ; perchè quegl'Istiluti, 
tralignati dallo scopo della loro fondazione, e assunte forme claustrali, 
colpiti dalla legge della soppressione de' conventi, cessarono di esistere. 

Il prof. Sampolo ne' due che ancora ne avanzano (il ritiro di S. Pie- 
tro e la casa d'Istruzione ed Emenda) vede^ da alcuni anni in qua, un 
sensibile progresso, e conchiude osservando che, perchè prosperino 
davvero, uop' è siano richiamati a' loro principii, e che le ricoverate, 
smesse le asceticherie monacali, intendano allo studio ed * al lavoro, 
sotto il governo di una donna che abbia per loro viscere di madre. 

L'accurato studio fatto dal bravo prof. Sampolo sugli storici di cose 
patrie, sulle prammatiche sanzioni di parecchi re e viceré che tennero 
il governo di quest' ìsola^ la piena cognizione degli statuti di ciascuno 
stabilimento, rendono molto pregevole questo lavoro; senza contare il 
inerito del lucido ordine e della schietta ed elegante forma^ in cui esso 
è dettato. 

Operetta di non lieve importanza per gli studi bibliograflci è questa 
sul Primato della stampa tra Palermo e Messina, resa di pubblica ra- 
gione da quel giovane studioso che è il sig. Giuseppe Salvo-Cozzo (!)• 
Ninno negherà al signor Salvo copia d'istruzione, buon giudizio, e so- 



li) Sulla quistione del primato della stampa tra Pmlermo e Messina, osservazioni di 
Giuseppe Salvo-Gozzo, di pag. 39. Palermo, Virzi, 1874. 



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— 156 — 
prattutto quella potenza di volontà, di che pochissimi giovani dell'età 
nostra sono dotati. Un giornaletto di occasione, parlando di questa 
monografia, dice che essa appartiene alla letteratura polverosa, e con- 
siglia il signor Salvo a smettere, e a darsi a più utili cose. Che una 
memoria storica sul primato della stampa in Sicilia appartenga alla 
letteratura polverosa, e che perciò sia roha da gittarsi tra le sferre 
vecchie, ninno sarà disposto a crederlo. Il sig. Salvo, che pure ha eletto 
ingegno^ è di carattere calmo, timido, freddo anzi che no ; ha molto 
giudizio neirinterpretare luoghi oscuri e controversi^ e studia con la 
flemma e la pazienza di un tedesco. Egli parmi nato fatto per gli studi 
di storia patria e di filologia. È bene che egli coltivi gli studi biblio- 
grafici; ma sarebbe ancor meglio il non aver troppa fretta e correre 
il palio, e lo smettere da quella vecchia polemica col libraio Mira. E 
poiché quelle benedette Giunte e correzioni alla lettera A. della Biblio- 
grafia siciliana di G. M. Mira, sono in corso di stampa, lasciamo che 
l'acqua corra alla china. Ma risparmi per l'avvenire quel povero uomo, 
che ha pochi sludi letterari, ma non poca erudizione, pratica e scal- 
trezza nella scienza bibliografica e nell'arte libraria, e quel che fa, at- 
tesi i ristretti suoi mezzi e il bisogno di provvedere alle supreme ne- 
cessità delia vita, è sempre molto, del quale dobbiamo sapergliene buon 
grado. Il trovare libri ed opuscoli sfuggiti alle indagini del sig. Mira, 
e perciò ommessi nella sua Bibliografia, è sì facile vittoria, che Tanimo 
generoso del nostro giovane scrittore non dovrebbe aspirare a conse- 
guirla. 

Ma basti fin qui ; che del pregevole opuscolo del sig. Salvo, dopo la 
rassegna che ne ha fatto la Rivista Europea, quanto se n* è detto è 
d'avanzo. 

Per giovare alla parte educativa nelle scuole di primario insegna- 
mento, il messinese prof. Letterio-Lizio-Bruno metteva alla luce un buon 
libro, che piacquesi intitolare V Educatore (1). Questo libro di lettura 
infantile ottenne tanto favore che, esaurita in pochi giorni la prima 
edizione, un'altra più modesta ed economica ne venne testé impressa in 
Messina. I racconti ni sono scritti in lingua facile, piana e accessibile 
alle più tenue intelligenze ; non mancano di grazia e di eleganza, e, che 
ò più, sono tutti morali. Ma forse ciò basta? lo non credo che V Edv^ 
catore del prof. Lizio-Bruno possa adottarsi come libro di lettura per 
la terza e quarta elementare. Il sig. Lizio-Bruno ha molto lodevolmente 
nel suo libro trattato la parte educativa, ma vi manca la parte istrut- 
tiva. Non vi ha nel suo Educatore quelle brevi ma tanto necessarie no- 
zioni dì storia patria, di geografia, di scienze fisiche e naturali, d'igie- 



(1) L*Sduealore. Racconti, dialoghi e apologhi per fanclalli, scritti dal prof. Lisio- 
Brano, di pag. 175. Messina, Tipografia deirOperaio, 1874. 



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— 157 — 
ne, e che so io, come vediamo ne' libri di lettura del Taverna, del Par- 
rà vicini, del Troya, del Trenta, del Cantù, del Lambruschini, e in qual- 
cuno del Thouar, e così giù giù fino a quelli del Parato, dello Scavia, 
del Castrogiovannì, e di quanti altri sono al dì d'oggi manipolatori di 
libri scolastici, 1 quali, comecché abbiano la non invidiabile arte di 
scrìver libri sugli altrui libri, pure questa parte, tanto raccomandata 
da' pedagogisti, non han punto trascurato. L'egregio professore ben sa 
che la mente ed il cuore sono due importanti facoltà, che bisogna di 
conserva educare. Il segreto sta nel rendere l'istruzione quanto più fe- 
conda ed educativa, per modo che i giovani crescano istruiti, ma in- 
sieme saggi, virtuosi e morali. Lo scrittore, che ebbe la sorte di con- 
seguire questo doppio intento, ha scritto un buon libro e fatto una 
buona azione. 

Né gli eletti e fragranti fiori della poesia sono mancati dal ricreare 
i cuori gentili, che sì facilmente si abbandonano alla magica possa del 
sentimento. L'illustre Vincenzo Errante ripubblica in Roma le sue Le- 
richfi e Tragedie (1). Educato alla scuola di Dant^, del Parini, del Fo- 
scolo, dell'Alfieri e del Leopardi, egli scrisse queste liriche secondo gli 
dettava dentro il cuore, ardente e smanioso di libertà. Esse hanno quasi 
tutte un maschio sentire, una fierezza ed una forza alfìeriana. Son ' 
piene e riboccanti di patrio amore e informate d' ogni alto e generoso 
sentimento. Non dico che non abbiano de' difetti, uno de' quali a me 
sembra il voler conciliare insieme le due opposte scuole, non dirò dei 
classici e dei romantici, che sou nomi dì due vecchie fazioni letterarie, 
cadute oramai, insieme con le secolari catene a pie dell' Italia ringio- 
vanita ; ma dico le due opposte scuole che hanno forma e carattere di- 
verso: l'austero e preciso stile di Dante e di Alfieri, e l'imaginoso e' 
strano di Byron; l'idealità potente del divino Alighieri e il suo fare in- 
cisivo e scultorio, e il naturalismo minuzioso o le forme indeterminate, 
aeree, vaporose de' poeti del nord; l'andar diritto allo scopo del mas- 
simo de' poeti, e strappare le lagrime della compassione e dell' amore 
con una o poche semplici terzine, che accennano i casi pietosi della Pia 
de* Tolomei, o descrivono la celestiale beltà dell' angelica Piccarda, e 
il portare le astruse metafisicherie fino ne' sentimenti più casti e 
gentili, e il tagliare col coltello anatomico le fibre del cuore della po- 
vera Gulnara e della infelice Parisina, per indagare la fonte de' più 
reconditi affetti, come tal volta fa il gran bardo d'Inghilterra. Son que- 
ste, se pur non m' inganno, le caratteristiche delle due scuole ; e il con- 
ciliarle insieme è fare un lavoro di tarsia, una poesia a toppe, come 
la veste d'Arlecchino, mancante d'ordine, d'unità, di vita. L' altro di- 



fi) Idriche e tragedie di Vincenzo Errante. Voi. 2, di pag. 329-402. Roma, Tipografìa 
del Senato, 1874. 



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— 158 — 

fetto deirillastre mìo amico, a parer mìo, gli è questo : che alcune 
delle sue bellissime liriche s*informano a concetti e ad imagini, che 
hanno parvenza di sublime, ma che danno un po' nel ricercato, nel con- 
torto e nel flalso. Ma queste poesie le son poche, e appartengono alla 
prima maniera dell'autore, che fu poi felicemente mutata ; e le mende 
son pur sì lievi, che restano offuscate dalla luce di tante altre bellezze. 
Ci hanno delle poesie, non fatte dalla testa, ma sgorgate dal cuore, e 
sono le più belle ; perchè i più grandi pensieri vengono dal cuore. La 
Campagna^ Una Sera d^Estd^ U Esule, Le Bimbe, L'Alba ed altre molte, 
sono di un sentimento cosi delicato, e di una forma così elegante e 
gentile, che mostrano nell'Errante il vero poeta, il virtuoso cittadino 
e il galantuomo a tutta prova. E chi, al pari di me, conosce ìntima- 
mente l'Errante, dirà che appunto queste poesie sono lo specchio fe- 
dele di queiranima nobilissima, che vive ne' puri affetti della famiglia, 
nelle gioie e ne' conforti deiramicizia, e nel santo amore della patria, 
che egli con l'opera deiringegno, e più, con la virtù incontaminata, 
giova> illustra ed onora. 

Non sarà superfluo l'osservare che la più parte di queste poesie fu- 
rono scritte dal 1840 al 1847, nel tempo della repressione del governo 
de' Borboni, quando a questa terra infelice veniva niegato ogni com- 
mercio col resto degl'italiani, che dal sospettoso governo erano tenuti 
in conto di stranieri. In quel torno, nelle sale ospitali del buon mar- 
chese Corradino D'Albergo, onorate da una nobil donna che, nata tede- 
sca, ebbe sempre anima italiana, la marchesa Sofia D'Asberg-Àlbergo, 
adunavasi una eletta di uomini, che era il fior fiore della eulta citta- 
dinanza palermitana: quel poderoso ingegno di Francesco Perez, mio 
illustre maestro ed amico ; Terudito critico Benedetto Castiglia e il 
culto fratello Giambattista ; lo scrittore di cose d'arte Paolo Giudici e 
gli egregi dipintori Andrea D'Antoni e Giuseppe Meli ; i letterati e poeti 
Vincenzo Errante e Michele Bertolami; lo storico Isidoro La Lumia e 
e i novellieri Antonino e Vincenzo Linares e la poetessa Rosina Muzio- 
Salvo. Parecchie di queste poesie furono lette in quo' geniali convegni, 
ove l'occhiuta polizia non mai fortunatamente penetrò, e dove, senza 
pretenzioni e boria letteratesca, ma amichevolmente e alla buona, si 
ragionava di lettere e d'arti, e si discuteva anco sulla politica, e dove 
talvolta, a ricreamento dello spirito, dalla buona marchesa si fkceva un 
po' di musica. Da questi uomini, e dal profondo scienziato Paolo Mo* 
rollo, era compilata la Ruota, il più dotto de* giornali letterari che 
abbia mai avuto la Sicilia; mentre i più giovani ingegni, Isidoro La 
Lumia, Bernardo Serio, Giacinto Carini e Antonio Onufrio compilavano 
la Concordia. Tanta operosità d'ingegno e tanto rigoglio di forze intel- 
lettive e morali era allora in Sicilia ! — Ora fra que' tempi e noi è pas- 
sato il soffio di due rivoluzioni^ (il 1848 e il 1860) e tutto è mutato. 
L'istruzione si diffonde da per tutto ,v ma ci mancano i grandi t perchó 
quanto più si guadagna in estensione, altrettanto si perde in intensità. 



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-« 159 - 

Sacceduto alla Fìvoluzione del 4.8 il ritorno della tirannide che, per 
ana specie d'antifrase, è appellata la restaurazione^ parte di quegli 
uomini egregi scelsero la via dell'esilio; e la emigrazione accolta nella 
gentile Toscana e nelFospitale Piemonte, onorò il nome siciliano. — 
Quando, dopo un decenne esilio, i nostri cari tornarono all'isola nativa, 
la Sicilia, per virtù di popolo e per l'eroismo di Garibaldi, si era re- 
denta dalla esosa tirannide, e congiunta alla gran patria italiana. 

Oggi molti di quegli egregi son morti ; altri occupano le più impor- 
tanti cariche dello Stato, i pochi rimasti, fidi pur sempre e devoti al 
santo amore della patria, ma offesi e sdegnati nel vedere, in tanto 
tramestio d'uomini e cose, i mediocri occupanti i primi posti d'onore, 
8i chiudono nel santuario della propria coscienza, e vivono tutti a se 
stessi e ne' loro studi geniali. Ma quello che più li cuoce è il veder 
certi giovani che, sgusciati appena da' banchi della scuola, veri eroi 
da poltrona, nelle loro petulanti gazzette strombazzano a' quattro 
venti che sono essi che fecero l' Italia. A detta loro, i vecchi hanno 
fatto il loro tempo, sono un arnese inutile e imbarazzante, malve 
e malvoni ; meglio porli in disparte. Utili e necessari essi soli, for- 
manti il sacro drappello della gioventù che andrà sempre avanti. 
Essi gloria e speranza dell'età nuova ! 

Che vuole ella, signor Direttore ? Io amo la gioventù, alla cui istru* 
zione ho consacrato i migliori anni della mia vita; la riconosco e la 
proclamo speranza dell'avvenire; vorrei che crescesse, non ignorante, 
scettica e beffarda, ma solidamente istruita e adorna d' ogni gentile 
virtù, onore e decoro, non piaga e flagello d'Italia. Amo la gioventù, e 
le desidero ogni hene, e ho fede, immensa fede nel progresso della 
umanità ; ma l'irriverente linguaggio di certi giovani superbiosi e vani , 
i quali rinnegano i servizii che la generazione che ci precesse rese alle 
lettere, alla civiltà e alla patria, mi contrista e addolora. Pure è que- 
sto l'andazzo de* tempi, e molto men duole, perchò'so che la ingra- 
titudine in un popolo libero e civile pesa come un delitto ... 

Oh, quando gli uomini, di cui ho teste parlato, curvavano Tarco della 
schiena sopra 1 sudati volumi; quando producevano le notti insonni 
meditando e scrivendo delle opere, cadute oggi in un'ingrata obblivio- 
ne; quando sfidavano l'ira de'Borboni, sostenevano con animo invitto 
le prigioni del castello, le privazioni deiresilio e talvolta lo squallore 
della povertà, non si attendevano da' proprii concittadini cosi orribile 
ricompensa ! 

Le chieggo venia, signor Direttore, di questa lunga digressione, e 
sèguito il filo del mio ragionamento. 

Ho parlato di poesia : dalla poesia all'arte non vi ha che un passo ; 
anzi la poesia altri definì, se bene mi ricordo, arte parlante, come arti 
mute o figurative appellò quelle che hanno per fondamento il disegno, 
e sono tutte sorelle. 



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— 160 - 

Non parlerò della pittura ; ma di ana minor sorella di lei, la inci- 
sione, che è come la traduttrice delle opere de' più dotti pennelli. 

L'illustre Tommaso Aloysio-Jrvara di Messina, professore d'incisione 
e condirettore della CalcQgrafla romana, ha ripubblicato il Catalogo ge- 
nerale de* rami posseduti dalla R, Calcografia di Roma^ preceduto da 
un cenno storico sulla stessa Calcografia (1). 

La Calcografia camerale romana venne fondata, nel i738, da papa 
Clemente Xll, il quale, comperando, per 45,000 scudi, i rami posseduti 
dagli eredi di Gian Giacomo de' Rossi, impedì che fossero venduti al- 
l'estero, e formò con essi il primo fondo della Calcografia. Però dopo la 
morte del pontefice, che avea cosi ben provveduto al decoro dell'arte, 
poco nulla la calcografia progredì^ ed ebbe anzi a soffrire sfortunate 
vicende. Nel 1798, i repubblicani francesi rubarono molti rami per co- 
niarne moneta, e da que'rami ricavarono parecchie migliaia di scudi 
in tanti baiocchi. — Caduto Napoleone, e tornato Pio VII in Roma, con 
maggiore indegnità di quella di quell'altro papa che ordinava ad An- 
drea del Castagno di coprire con de' pannilini dipinti le parti vergo- 
gnose degli ignudi nel Giudizio di Michelangelo, volle che fossero di- 
strutti i rami creduti osceni, e coverte di un velo le Veneri del Fole; 
e perciò orribilmente guaste. 

Finalmente nel 1847, richiamato da Parigi il venerando Paolo Mer- 
curi, il più perfetto incisore d'Italia, dice TAloysio, gli venne affidata 
la direzione della Calcografia. 11 Mercuri provvide che a' più valorosi 
intagliatori romani fossero, per conto deHa Calcografia, ordinate le in- 
cisioni delle famose Stanze Vaticane, già incise dal Volpato e dal Mor- 
ghen, e, per le molte tirature, oggi logore e sciupate. E benché più 
tardi il Mercuri fosse stato colpito d' apoplessia la quale gli tolse quasi 
l'uso della destra, che avea prodotto tanti pregiati lavori , pure il va- 
loroso direttore, aiutato dal condirettore Aloysio Juvara gode dell'ono- 
re che gli è dovuto d'aver fatto tanto bene all' incremento dell'arte. — • 
L'Aloysio intanto trovava che le stampe incise della calcografia ascen- 
devano al numero di 15,000, rappresentante un grande capitale ; separò 
la parte direttiva dall'amministrativa e formulò un nuovo regolamen- 
to, che venne approvato col R. Decreto del 18 gennaio 1872. 

L'annua dotazione dello stabilimento è di 70,000 lire, e ne assegna 
44,000 per opere d'incisioni, affine di dar lavoro agli artisti, e di man- 
tener sempre fiorente la scuola d'incisione. 

Da questo nuovo ordine di cose ne è venuto anche un gran bene 
economico. La vendita delle stampe che, negli ultimi dodici anni del 
governo pontificio, rese in media 11,000 lire, ne rende adesso il triplo. 



(1) Catalogo generale de'rami incisi al bulino e aWacquaforte^ posseduti daUa R. Cal- 
cografia di Roma, di pag. VIII-82. Roma, R. Tipografia, 1874. 



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- 161 — 

Di queste ed altre cose, qui appena accennate, il eh. professore Aloysio 
Jiivara dottamente ragiona. Segue indi il catalogo delle stampe. 

I rami annotati in questo catalogo (pittura*, scultura, architettura), 
ascendono al numero di 4416. 

Ma quello che più importa ricordare è la famosa incisione che fece 
il nostro Aloysio della Madonna della Reggia, da Raffaello, posseduta 
da* Borboni di Napoli. Questa stampa capitale, che costò all'illustre ar- 
tista venti anni di lavoro, e gli ottenne Tonore di quattro medaglie 
d'oro, fu acquistata dal governo per la somma di quarantamila lire. 
Cento cinquanta copie ne toccarono all'autore, che le ha vendute per 
conio proprio, poche in Italia, la più parte in Germania, ove un libraio 
di Dresda ne comperò parecchie di quelle del massimo prezzo di 400 
lire per ciascuna. Questa stampa è un miracolo di arte ; ed io, che ho 
il bene di possederla, perchè regalatami dalla generosità del eh. pro- 
fessore Aloysio, non mai sazio gli occhi dal riguardarla, beandomi nelle 
sua ineffabile bellezza. Per questo intaglio l'Aloysio vince di gran lunga 
i rinomati incisori moderni Volpato, Bartolozzi, Moghen, Polo, Fontana, 
ed emula il suo maestro Paolo Toschi e il celebre Longhi, e fra gli 
stranieri Audran, Drevet, Edelinck e Mùller. E in verità quando una in- 
cisione, nella piccolezza delle sue proporzioni, traduce la grazia del Cor- 
reggio, come la Madonna del Coniglio o la Zingarella, incisa dal Por- 
porati, ritrae la maestà del dolore, come lo Spasimo di Sicilia di 
Raffaello, divinamente inciso dal Toschi ; quando un' incisione dà il ri- 
lievo e fa presentire il colore; quando in un'incisione sparisce il mec- 
canico congegno del bulino, per dar luogo ad una fusione in cui si con- 
fondono insieme il far libero dell'acquaforte e l'arcano magistero del 
bulino e della punta, allora si potrà sicuramente affermare che l'inci- 
sore ha toccato il sommo dell'arte. E tale è la Madonna della Reggia 
dell'Aloysio-Juvara. Il divino Urbinate, cui toccò la sorte d'avere in 
Marcantonio Raimondi il valente incisore che tanto coi suoi intagli in- 
fluì a divulgare que' dipinti immortali, ha oggi trovato nell'Aloysio 
rinterprete più degno. Questa stupenda incisione è tale, che, ove il no- 
stro Aloysio non avesse altri rami intagliato, basterebbe essa sola ad 
assicurargli l'immortalità del nome. 

Così, signor Direttore, chiude il 1874 fra noi. Vedremo con quali au- 
spici s' inaugurerà l'anno novello. 

Palermo, i8 gennaio i875. 

Carmelo Pardi. 



II 



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— 162 — 



Gassettino bibXiografloo Italiano. 



Il Oon^rito di Dante Alli- 
ghieri, reintegrato nei testo con 
nuovo commento di Giambattista 
Giuliani espositore delia Divina 
Commedia nell'Istituto di studii 
Superiori in Firenze; un voi. in 
due parti; Firenze, Succ. Le Mou- 
nier (prezzo lire otto). Delle opere 
di Dante il Convito è sicuramente 
la più ardua a leggersi ed inten- 
dersi; al che, ove si aggiunga la 
scorrettezza de'testi finqul editi e 
la insufficienza de'commenti, si 
comprenderà agevolmente come di 
tutte le opere dantesche il Convi- 
to sia rimasto la men nota. Oc- 
correva tutto l'amore che il Giu- 
liani porta al suo poeta, tutta la 
piena dottrina ch'egli ha della 
materia dantesca, tutta la sua di- 
ligenza^ e tutto il suo giudizio 
preciso e sicuro, perchè finalmen- 
te il testo del Convito ci venisse 
spianato, liberandosi da que'nume- 
rosi intoppi in parte derivati dai 
codici, in parte dagli editori, che, 
come sterpi in aspra selva, in- 
gombravano la via al lettore. Il 
Giuliani nel correggere, non si 
tolse alcun arbitrio; ma, confor- 
tandosi della sola autorità di Dan- 
te e delia dottrina di quel tempo, 
come pure del proprio, fine ma 
sempre temperato raziocinio, alle 
lezioni meno intelligibili ne sosti- 
tuì alcune pianissime, e che ora, 
come accade, ci paiono ovvie, 
poich*egli ha saputo indicarcele. 
Liberata così la selva del Con- 
vito de'suoi più molesti impedi- 
menti, che tutti ei non presume 
ancora averne appieno rimossi, 
egli pose rindustre ed, in simi- 
li ricerche, bene esercitato in- 



gegno a dichiarare tutta la mate- 
ria del Convito per so stessa e 
nelle attinenze meno avvertite fin- 
qui, ch'essa ha pure assai fre- 
quenti con le altre opere dante- 
sche e con la scienza contempo- 
ranea, della quale l'Allighieri era 
arrivato al pieno possesso. In tal 
forma, il Giuliani non pure ci ha 
resa assai più agevole ed attraen- 
te la lettura del Convito^ ma, nel 
commento di esso, esaltata molto 
più la gloria dell' AUighieri, e il- 
luminati i misteri della sua mente 
sovrana, la quale pur costretta 
ne'faticosi ed avviluppati ragiona- 
menti della fredda scolastica, sa- 
peva far forza agli impacci che la 
scolastica metteva di solito in o- 
gni discorso letterario o scienti- 
fico, e colorire la propria prosa 
con la vivace e potente immagi- 
nativa poetica, e, quel ch'è più, 
scaldarla col fuoco d'una coscien- 
za umana veramente superiore al- 
l'età sua. Il Giuliani, che ci diede 
in questa laboriosissima delle sue 
nobili opere, esempio insigne di 
longanime pazienza investigatrice, 
eccita noi pure, col suo chiaro e- 
sempio, a vincere con animo so- 
stenuto le prime difficoltà d'una 
lettura gravissima, per aver pre- 
mio nelle soavi compiacenze che 
ci arreca il progressivo studio del 
Convito^ ove, se la forma, alla 
prima, appare priva d'agilità, in 
breve, trasportata dalla vivezza 
ed originalità del pensiero dante- 
sco, piglia lume inatteso, e si muo- 
ve con una eleganza, che, malgra- 
do l'astruseria metafisica e teolo- 
gica di alcuno degli argomenti 
trattati, non riesce priva di fasci- 



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— 163 — 



no, e giustifica la sentenza del 
Giuliani che pone come perfetta 
prosa filosofica il libro del Convi- 
to. A ciascuno de'quattro trattati 
de'quali consta il Convito, il prof. 
Giuliani soggiunse un amplissi- 
mo e minuto suo commentario, 
ove non è riscontro opportuno che 
venga dimenticato, nò passo oscu- 
ro che rimanga senza alcuna di- 
chiarazione. Seguono ai trattati in 
appendice le tredici canzoni e la 
ballata, commentate dal Giuliani, 
con la stesssa amorosa diligenza e 
dottrina, che lo distingue da tutti 
i commentatori, per cui egli pare 
qaasi umiliare il proprio inge- 
gno, col solo fine di glorificare 
sempre più il nome del divino 
poeta, a cui s' egli confessa di 
dover tutto, può ancora bene 
gloriarsi d'aver dato tutto so 
stesso. 



TJn. episodio del rlsor- 
jg^imento ita^lìano per Al- 
fonso La Marmerà ; Firenze Bar- 
bera (un voi. in-8. di pag. 190; 
prezzo L. 3). — Cicero py^o domo 
sua; ina la casa di Cicerone è 
questa volta, la casa d'uomo o- 
nesto e veridico ; e ch'ei se ne 
faccia l'apologista, non solo non 
reca danno, ma giova; poich'egli 
non paria per vanità, ma per di- 
gnità, non per sollevare pettego- 
lezzi storici, ma per fornire alla 
storia la testimonianza d'un uomo 
autorevole, per una pagina ch'egli 
operò nella sua vita ben degna di 
essere scritta. Siamo lontani, di 
certo, dal considerare i Mazzinia- 
ni, i repubblicani, ì patrioti, col 
criterio parziale ed esclusivo, e, 
ci si permetta di dirlo, meno 
storico, che guida l'illustre gene- 
rale ; il Mazzini non aveva nessun 
obbligo verso la casa Savoia, e 
gli sforzi ch'ei faceva per costitui- 
re una repubblica erano per lo 
meno tanto legittimi quanto quelli 
de'monarchici, per salvare la mo- 
narchia; non é quindi il caso di 
chiamar bricconi i mazziniani, co- 



me osò talora il Lamarmora, 
attribuendo forse al celebre trium- 
viro di Roma e a' suoi amici l'in- 
tendimento d'indurre il bravo ge- 
nerale al tradimento, mentre il 
vero è che Mazzini, male infor- 
mato, credeva scoppierebbe da un 
momento all'altro la rivoluzione a 
Torino, e che ai ricevimento della 
lettera di lui,. il Lamarmora, ca- 
duto il governo sardo, non sapreb- 
be più a chi veramente obbedire, 
•e sarebbe forse lieto di proseguire 
le battaglie deirindipendenza ita- 
liana coi repubblicani ancora pa- 
droni di Roma, Firenze e Venezia; 
del resto, il Mazzini era il primo 
a riconoscere la perfetta lealtà del 
Lamarmora. Ma non vi può, sicura- 
mente, esser dubbio che l'impresa 
del Lamarmora contro gli insorti 
dì Genova scongiurò dal Piemonte 
e però dall'Italia molti nrfali gra- 
vissimi, (fra i quali l'intervento 
de'Francesi e di Radetzky, che 
offersero le loro armi per sedare 
la ribellione, e che avrebbero fi- 
nalmente occupato Genova come 
si occupò Roma), onde sarebbesi 
forse ritardato ancora per molti 
anni il conseguimento della nostra 
presente libertà. Il Lamarmora 
scrive la storia con la punta della 
sua spaia; quindi un po'ruvida- 
mente; e può, scrivendo in tal 
maniera propria di altri scrittori 
militari, ferire più d'una volta il 
lettore. Ma, il lettore, anche fe- 
rito, non può disconoscere la leal- 
tà dello scrittore, e non seguire 
con vivo interesse il suo racconto 
pieno di quella efficacia, che di 
rado manca a quegli storici che 
hanno come il Lamarmora, il gran 
privilegio d'essere uomini di no- 
bile e forte carattere. 



Opere di ILiionairdo Vi- 

g^o ;Vol. IL; Canti popolari sicilia- 
ni Catania, tip. Galatola (un volume 
gr. in-8. di pag. 752 prezzo L. 10). 
Il venerando Lionardo Vigo ci vor- 
rà, speriamo, dispensare, dal rile- 
vare la parte sconveniente del suo 



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— 164 - 



libro che ci riguarda, nella quale, 
per un falso amor proprio, per ri- 
vendicarsi il primato d*una scoper- 
ta che nessuno ha mai sognato d'in- 
vidiargli (contrastargli, e che un 
nostro scritto inserto or sono nove 
anni nel Potitecnico di Milano ten- 
deva piuttosto a confermargli che a 
porre in dubbio, viene, per una 
suscettività incredibile, ad assalirci 
con le armi poco cavalleresche della 
vecchia irosa polemica letteraria. 
Per fortuna, ogni lettore può ancora . 
consultare il Politecnico ed il libro 
del Vigo, confrontarli entrambi, e 
argomentarne da so stesso, se chi 
scriveva nel Politecnico dava ra- 
gione al Vigo di suscitare in Sicilia 
tutta quella tempesta. Noi potremmo 
dire ài Vigo che nostro solo scopo 
fu di ricercare, come figli d'una 
monferrina, qualche prova nel dia- 
letto monferrino, per confermare 
quello ch'egli suppose già ingegno- 
samente ma che non potò, perchò 
non gli corrisposero le persone che 
egli incaricò dì tale ricerca, dimo- 
strare, cioè che ver dialetto lombardo 
s'ha in Sicilia da intendere special- 
mente dialetto monferrino; e a quel 
piemontese che negò al Vigo d'aver 
mai sentito in in Piemonte rammen- 
tar Diana, chiunque egli sia, diremo 
semplicemente che egli ha dimenti- 
cato il suo dialetto, ove per Diana 
sì giura ancora di frequente. Ma noi 
preferiamo piuttosto lasciare al be- 
nemerito Vigo il soave conforto del- 
l'ultimo sfogo, se anche tale sfogò 
sìa fatto contro di noi, che non gli 
abbiamo mai voluto alcun male; e, 
condonando alla grave età un'ag- 
gressione così ingiusta, passiamo al- 
l'ordine del giorno, ove troviamo u- 
nicamente espresso il voto di ester- 
nare al Vigo tutta la nostra compia- 
cenza per la seconda edizione am- 
pliata dalla già ricca e preziosa sua 
raccolta di Canti popolari siciliani 
(che supera i sei mila canti) , corre- 
data di note utili, ma, per la parte 
storica e illustrativa di costumi forse 
non ancora sufiftcienti, e per l'ampia 
e dotta introduzione storico-letteraria 
sopra i canti popolari Siciliani, ai 
quali il Vigo attende da mezzo se- 



colo, con molta gloria sua e della 
Sicilia dove ha, primo, proiposso 
l'amore di preziose ricerche sovra 
la letteratura popolare le quali tro- 
vano ora nell'incomparabile Pitrè e 
ne'suoi amici, degnissimi e ricono- 
scenti continuatori. 



^SLgfgio di oseroitasEio- 
ni letterarie del prof. Vito 
Vaccaro; Palermo, tip. Virzl (un 
voi. di pag. 156; prezzo lire 2). — 
Se l'autore si fosse meglio consi- 
gliato con sé medesimo, non avreb- 
be forse dato alle stampe questo 
volume, ove, se abbiamo una prova 
di studii più che ordinarli fatti 
con amore, non ci si oflTre pure 
uno scritto che possa in alcuna 
maniera destare la curiosità del 
pubblico. Pochi versi italiani, af- 
fettuosi, ma languidi e scoloriti, 
pochi versi latini bene architet- 
tati e, nel confronto degli italiani, 
più eleganti, ma privi di natura- 
lezza e d'originalità, e un saggio 
di traduzione dal greco in latino 
deW Antigone di Sofocle compon- 
gono il volume. Se per le sue eser- 
citazioni letterarie il prof. Vaccaro 
volesse ora soltanto dimostrare la 
propria attitudine agli studii, non 
v'ha dubbio che il volume ch'egli 
ci offre basterebbe a provare che 
tale attitudine non gii manca; ma 
non crediamo che un professore si 
contenti d'un simile risultato, 
quando egli pubblica un libro; e 
il libro del Vaccaro non potendo, 
per quanto ci pare, averne alcun 
altro all'infuori di quello che in- 
dicammo, diciamo a lui, non tanto 
per lui stesso, ma perchò lo ri- 
dica a' suoi colleghi che avessero 
la stessa impazienza di stampare, 
che da professori s'ha diritto di 
attendere qualche cosa di più che 
semplici, anzi troppo semplici eser- 
citazioni letterarie. Non compren- 
diamo poi come si possano fare 
esercitazioni letterarie in versi la- 
tini In patris funere. Il dolore, in 
tali casi si sfoga come può, ma 
non si esercita in italiano, e tanto 



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- 165 — 



meno ia latino, a meno che non si 
trovi il modo di dire brevemente in 
latino tutto quello che ha saputo e- 
sprimere in pochissimi versi che 
pabblichiamo in questo stesso fasci- 
colo, il valente poeta Giuseppe De 
Spuches; ma in tali versi nessu- 
no sente l' esercitazione. E dicia- 
mo ancora questo al prof. Yaccaro^ 
non tanto per lui, quanto per de- 
siderio ch'egli lo ridica ad alcuno 
de' suol colieghi. 



AI011.IÌÌ T-erisi di Salomone 
Menasci; Imola, tip. Galeati (un 
voi. di pag. 194). — Dopo la splen- 
dida promessa d'un prologo agile, 
disinvolto, pieno di grazia quasi 
giustiana, nel quale il poeta si ri- 
volge, eoa veloci strofe, alla ine* 
vitabile musa, confessiamo che ci 
attendevamo di trovare innanzi a 
noi un poeta vivo, con un proprio 
carattere bene scolpito. La nostra 
aspettativa rimase invece quasi 
intieramente delusa; la meteora 
svanisce^ la fata morgana ci ha 
fatta la burla; i versi del Mena- 
sci sono talora belli ; han nobili 
pensiel^i^ affetti generosi ; ma tutti 
insieme non ci danno nò un poeta 
fatto, né un componimento finito. 
Pigliamo dunque il prologo come 
un augurio di quello che il sig. Me- 
nasci sarà^ non come un documento 
di quello ch'egli ò stato. 



Hi'JLntioristo e la. palln- 
SenesiH di Saverio Albo ; Mila- 
no, Paolo Carrara (un voi. di pa- 
gine 486 ; a spese dell'Autore). — 
Mario Rapisardi ci ha dato la Pa- 
lingenesi, e ci promette un Luci- 
fero, di cui si spera più che molto, 
sebbene corra voce che il poeta sia 
per dannarsi nella glorificazione 
ch'ei farà del suo sconsacrato eroe. 
Intanto che s'aspetta l'Anticristo 
del Rapisardi, il signor Saverio 
Albo ci mette addosso lo sgomen- 
to d'un suo terribile Anticristo, che 
la sua ardente fantasìa cattolica 



ci ha proprio rappresentato nel 
suo essere più mostruoso. Ma se 
l'Anticristo del sig. Albo ò un mo- 
stro, non sono nò mostri nò mo- 
stricini questi suoi versi, che ci 
parvero anzi assai belli, adagiati 
in una ottava severa, elegante, 
piena di dignità, che il Tasso re- 
divivo più d'una volta non rinne- 
gherebbe se gli fosse attribuita. 
Il sig. Albo non mostra poi sol- 
tanto d'aver bene studiato i nostri 
maggiori poeti classici, ma di es- 
sere egli stesso un poeta pieno di 
vigore, il quale, se invece di rivol- 
gere la potenza del suo culto in- 
gegno a scrivere un poema di ma- 
teria divenuta oramai mitologica, 
con ottave egualmente belle, can- 
tasse il trionfo della scienza nel- 
l'età nostra, egli farebbe, senza 
dubbio, parlare lungamente dì so, 
mentre ò a temersi, pur troppo, 
che tutta questa mole di belle ot- 
tave, a motivo della stonatura ge- 
nerale dell'argomento su cui ri- 
posa, sia per passare quasi inos- 
servata. 



]MCairitata sì e no, ed al- 
tri racconti di Sara; Fax-ffel- 
la, ed altri racconti di Sara; Mi- 
lano, fratelli Treves (due volumi 
pagine 300 e 278 ; prezzo lire due 
ciascuno). — Appartengono queste 
novelle al genere romantico; il 
genere non piace a noi ; ma Vi sono 
lettrici che lo gustano; e ad esse 
deve la signora Sara la ricerca 
eh' ò fatta de' suoi racconti, e gli 
editori Treves dovranno loro, in 
breve, lo smercio de' due volumi 
che annunciamo, senza dirne nò 
bene nò male, come suolsi prati- 
care con tutte le creature bennate 
ed innocenti. 



ILia fifl^lia elei i*e di Medoro 
Sa vini ; Firenze, presso l'Autore 
(un voi. di pag. 135, con l'aggiunta 
d'una Fantasia; pag. 10; prezzo 
L. 1^ 50). — « E il primo romanzo 



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166 ~ 



di una serie di dodici che la stessa 
penna del fecondo autore ci offrirà, 
secondo ia promessa, entro l'anno 
1875 ; i seguenti s* intitoleranno ; 
Luisella, Un giorno di sole , Au- 
rore boreali. Rose del Bengala, 
Fantasmi, Angelo Custode, velie- 
da. Stelle cadenti. Fanciulla, Un 
dramma in mare, Fiorenza; ti- 
toli afTascinanti^ sopra i quali la 
fantasìa sempre pronta del signor 
Savini, creando eco nihilo come Do- 
meneddio, si prepara a ricamarci 
dei romanzi. Assistiamo a questa 
prova letteraria, come ad un cu- 
rioso fenomeno psicologico, e pro- 
mettiamo divertirci, a condizione 
che ilsig. Savini nonsiripeta,e, che, 
ad ogni nuovo romanzo, trovi nuo- 
ve combinazioni, nuove frasi^ nuovi 
spasimi, nuovi misteri, nuovi fuo*- 
chi d'artifizio .per sorprendere il 
curioso ed ingenuo lettore. Intanto, 
per la prima prova, le lettrici dalla 
testina romantica si possono con- 
tentare ; gli ingredienti d* una no- 
vella secondo il loro gusto ci son 
tutti; mistero, amore, sventura, 
temporali, svenimenti, battaglie, 
fiori, suono d'origano, tombe, stelle 
tremule, raggi di sole, in sorpma, 
gran parte dell'arsenale della poe- 
sia romantica ; ma che cosa ci ri- 
serberà il sig. Savini per i romanzi 
futuri ? È quanto vedremo ; Tinge- 
gno allo scrittore non manca, e 
noi lo seguiremo con interesse fino 
al dodicesimo esperimento, ma per 
riserbarci poi il diritto, s'ei vin- 
cerà, di muovergli forte rimpro 
vero perchè di tanto ingegno egli 



non cessi di fare così misero 
spreco. 

Oui*iosità e rioeirolie di 
Storia, Subalpina.; puntata 
terza; (prezzo L. 5; Torino, fratelli 
Bocca). Eccone il sommario: Studìr 
nazionali in Piemonte durante il 
dominio francese (è una interes- 
santissima relazione del prof. Costan- 
tino Rodella sopra l'Accademia lette- 
raria de'Concordi fondata in Torino 
nel 1805 dai giovanetti fratelli Ba- 
bo, dal Vidua, dal Provana, dall'Or- 
nato, da Roberto d'Azeglio ed alcuni 
altri belli e promettenti giovani in- 
gegni piemontesi); Il tesoretto di 
un bibliofilo Piemontese (continua- 
zione); Tre edizioni Torinesi del 
secolo XV; Singolare preponde- 
ranza dell'elemento democratico 
nei tre Stati del Ducato d* Aosta : 
Cenni e Lettere inedite di Piemon- 
tesi illustri del secolo XIX; Silvio 
Pellico (continuazione e fine; il Pel- 
lico non vi appare solo come un san- 
t'uomo^ ma come un ingegno alto e 
potente, ed un buon ilaliano; e ibei 
commenti di Nicomede Bianchi co 
ne rendono sempre più veneranda e 
simpatica la memoria) ; // Museo 
Storico della Casa di Savoia. Per 
essere opera di privati, questa intra- 
presa che s'avvia già così bene, me- 
rita ogni encomio; e gli studiosi mo- 
desti che concorrono con tanto zelo 
e con tanta intelligenza a preparare 
i preziosi materiali che vengono 
fuori man mano in questa raccolta, 
hanno diritto a tutta la nostra rico- 
noscenza. 



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- 167 — 



Notisie letterarie italiane. 



— L'illustre poeta ed archeologo palermitano principe Giuseppe De Spuches, 
alte condoglianze che gli faceva per la morte della amatissima figliuola il 
conte Giuseppe Rossi, rispondeva con questo elegante e commovente Chari- 
stéì^ion in distici latini, che ci viene cortesemente comunicato dai depu- 
tati Paolo La Spada e Mauro Macchi: 

Dum mea tabescunt crudeli pectora luctu^ 

Quis me dignatur Carmine dulcis olor? 
Rossius est, Orpheu cui fas aequare canendo, 

At CUP non itidem flectere fata potest ? 
Si quiret.... dempta, o mea Lux, mea blandula nata, 

Esses semineci mox reditura patri I 

Panormi, nonis januarìis A. MDCGCLXXV. 

— Il signor Carlo Dossi ci indirizza la seguente letterina; e noi gli diamo 
il gusto di leggersela stampata, perch'egli s'accorga davvero que cela son- 
ne creuxy e che egli ci ha messo, per un momento, di buon umore : 

Milano, 6 gennaio 1875. 
« Crìtico mio; 

Quand une téle et un livre 
Yiennent à se heurler, 
Et que cela sonne creux, 
À qui en est la fante, 
De la tète ou du livre ? 

Conoscete questi versi ? Pare di no. Li capite ? Capiteli pure senza rite- 
gno^ che non sono miei, nò sono nuovi. Del resto, io vi offro sinceramente 
la mano. Ho pochi anni, ma bastante esperienza per sapere che dal nemico 
il più cieco^ cavasi spesso Tavvedutissimo amico. £ se voi non siete ancor 
mio, io mi dico già il vostro Dossi. » 



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— 168 — 

— II prof. Gaetano Sangiorgio, cui $i fece carico del carico da lui fatto 
allo Sclopis ed al Gantù^ nel suo pregevole studio sul Custodi^ che s'ò ora 
tradotto in francese a Losanna^ rettifica che in una Storia della legislazione 
italiana gli pareva fosse opportuno che il sapiente torinese rammentasse la 
Collana custodiana^ salutata dal Poli come miniera d'italiana sapienza, e che 
il Gantù nel Principe Eugenio citasse il Gustodi, sebbene ei lo citi e vi 
accenni in altre opere. 

— Il Gircelo Filologico di Firenze ha ripreso il suo corso di letture set- 
timanali. Esordi 11 signor cav. G. E. Saltini con un lodato discorso sopra la 
gioventù di Bianca Cappello. Seguì il prof Gaetano Trezza, con uno stu- 
pendo improvviso sopra il sentimento della natura presso 1 poeti antichi e 
presso i moderni, nel quale fondandosi specialmente sopra quanto scrisse 
intorno a tale argomento Federico Schiller^ critico non egualmente popolare 
ma non meno grande forse che il popolare e grande poeta, intese a dimo- 
strare particolarmente come ogni nuova forma di sentimento della natura 
sia il prodotto naturale e necessario di una propria e speciale evoluzione 
storica. Accennato come nella prima forma il sentimento della natura debba 
essere mitologico, ammesso pure che i Greci si sentissero figli diretti della 
natura, anzi una cosa sola con la nutura stessa^ egli intese a provare come 
anco presso i Greci (e citò in proposito un frammento di Alcmano e un 
frammento di Saffo) fosse già nato il sentimento estetico della natura. Pro- 
cedendo quindi ai Romani, trovossi il Trezza ancora d'accordo col Schiller 
nel riconoscere in Orazio indizii della sentimentalità de' poeti moderni, nella 
aspirazione, specialmente, ch'egli manifesta verso la pace della sua villa Sabina, 
e, sovra tutto poi, con accento caldo e potente, significò il moderno concepi- 
mento della natura presso Lucrezio, che innanzi agli abissi dell'infinito sente 
una divina voluttà mista di terrore, per soggiungere che a tal forma di 
sentimento, che invano il Mommsen s'è provato a negare ai poeti latini, do- 
vettero i romani solamente arrivare dopo essere saliti al colmo della loro 
grandezza, sì che potevano, con Tesperienza propria e de*greci, considerare 
il mondo dall'alto. Corse il Trezza rapidamente sopra il medio evo, in cui 
la poesia parve come chiudersi in una specie di sonnambulismo, di sonno 
letargico, e arrivò a Dante per avvertire che la Divina Commedia non è 
soltanto la splendida tomba del Medio Evo, ma la culla felice del rinasci- 
mento, con cui si risveglia la vera poesia, il sentimento fresco, vergine, 
spontaneo della natura, con qualche malinconico presentimento di quell'ideale 
con cui il mondo moderno sente e comprende la nutura ; quindi, con natu- 
rale transizione, il Trezza passò a discorrere delle varie forme del senti- 
mento presso i moderni, forme, del resto, che un critico attento potrebbe 
riconoscere in germe presso i poeti antichi , e non forse così bene distinte 
in sé stesse e nel discorso del Trezza, che meritino veramente d'essere se- 
parate runa dall'altra e numerate singolarmente, quando piuttosto esse sì 
succedono e si vengono a confondere in una sola forma generale che in so 
tutte le concentra ; che sia la natura considerata dall'uomo come madre o 
come matrigna, s'addormejiti Tuomo in essa^ olattribuisca ad essa i propriì 



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— i69 - 

sentimenti, essa è la stessa per Tuomo moderno come per l'uomo antico : 
solamente ritorna a risplendere sempre più la verità del concetto di Schiller 
che quanto più l'uomo si stacca nella realtà dalla natura tanto più la ricerca 
idealmente. Que<$to fu il tema principale del discorso del Trezza e su questo 
tema l'inspirata sua eloquenza ebbe momenti felicissimi, che trasportarono 
il numeroso ed eletto uditorio del Circolo Filologico ad mia viva ed entusia- 
stica ammirazione. 

— Gli editori Treves di Milano hanno pubblicato un nuovo racconto dél- 
rillastre trevisano Antonio Gaccianiga, intitolato II bctc^ della Contessa 
Savina (\m voi. di 354 pag. ; .prezzo L. 3. Ne daremo conto al prossimo fa- 
scicolo). 

— Quasi ogni mese ci porta un segno della mirabile e dotta operosità 
di Cesare Cantù; ecco ora abbiamo sott occhi il terzo interessante vo- 
lume della nuova edizione della Storta degli italiani che ci descrive la 
coltura scientifica e letteraria di Roma al fine della repubblica e sotto 
l'impero ; e la 33.a dispensa della sempre piccante Cronistoria della 
indipendenza italiana, ove si raccontano gli ultimi casi della Repub- 
blica Romana. 

— Prosegue in Milano la dotta pubblicazione di Pietro Selvatico : Le 
arti del disegno in Italia, della quale riceviamo il quinto fascicolo, in 
cui si studiano gli Elementi greco-etruschi nelVarte romana. Dello 
stesso illustre critico d'arte la tipografia Sacchetto di Padova ha pub- 
blicato due pregevoli scrìtti illustrativi: Una visita allo studio di Gio- 
vanni Duprè, — Di alcuni abbozzi di Tiziano e di altri dipinti nella 
galleria del conte Sebastiano Giustinian Barbarigo in Padova. 

— È pubblicato il sennato ed eloquente discorso che il prof, deputato 
Pasquale Villari fece in Parlamento il 30 gennaio 1875, sopra il pa- 
trimonio delle opere pie e la necessità non già che il governo se lo 
appropri!^ ma che ne rivolga i proventi a beneficio dell'istruzione, e 
specialmente delle scuole d*arti e mestieri, che come, ha bene dimostra- 
to il Villari, premio sovra tutto, se òi voglia provvedere sul serio a 
risolvere la questione sociale m Italia, e a rìttiediare davvero alla pub- 
blica miseria, anzi ohe vergognosamente alìmeintorla. 

— Abbiamo sott'occhi un opuscolo notevolissimo^ stampato a Padova 
da Fr. Sacchetto, dove Antonio Malmignati^ egregio patrizio padovano 
discorre con affetto simpatico e con parola ornata ma punto frondosa 
hella vita e delle opere di Carlo Leoni, suo parente ed amico, già 
nostro chiaro collaboratore^ nobilissimo cittadino, scrittore originale, 

— Il signor Eusebio Garizio, che degnamente professa lettere greche 
e latine nel liceo Cavour di Torino, ha messo alle stampe, per i tipi 
eleganti del Bona un suo eloquente disborso in latino De Carlo Bot^ 
cherono, pronunciato a Torino in occasione della distribuzione de'pre* 
miì agli alunni delle scuole secondarie. 

— £ uscito a Palermo un libello di Francesòo De Beaumont contro 
l'opera del prof. Giuseppe Guerzoni: Il terzo rinascimento; la volga- 



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— 170 - 

rìtà deirassalto dispensa il Querzoni dai rispondervi^ noi dali'occapar- 
cene. 

•» Il comprensivo e fine studio del prof. Giacomo Barzelletti sopra La 
letteratura e la rivoluzione in Italia avanti e dopo gli anni 1848 e 
i849y che vide già la luce in tedesco neìV Italia deirHillebrand fu ora stam- 
pato a parte in italiano, in ano opuscolo che vide la luce in Firenze pres- 
so i successori Le Mounier. 

•^ La libreria Brigola di Milano ha stampalo il proverbio in un atto di 
Achille Torelli : Chiodo scaccia chiodo, che non ha potuto reggersi sulla 
scena; ci si lasciava sperare dagli indulgenti critici di Milano che la let- 
lura almeno ci avrebbe deliziati; ma crediamo che alla lettura debba esse- 
re anche peggio; una prosa stentata, che non è di nessuna Imgua, uno 
stile da noiosa esercitazione scolastica, che prova pur troppo soltanto come, 
per ciò che risguarda l'arte dello scrivere^ il nostro fortunato commedio- 
grafo, abbia ancora un gran bisogno d'andare a scuola, s'egli ne avesse an- 
cora voglia. Ma chi oserebbe oggi dare un consiglio simile ad Achille Torelli^ 
dopo che gli s'è decretata una specie d'apoteosi? E il primo a patirne 
danno sarà ora lui stesso che, collocato troppo alto per una commedia che 
provava in lui una singolare attidudine scenica, ad ogni nuova rappresen- 
tazione s'accorge che non solo egli non può arrivare all'esagerato concetto 
che s'aveva del suo valore, ma neppure ad uguagliar so stesso. E di ciò 
più che il Torelli ha colpa lo zelo d'alcuni critici, che per volergli troppo 
bene, finirono col fargli del male. 

— Lo stesso editore ha pubblicato un nuovo racconto dell'immaginoso e 
fecondo B. E. Maineri; se ne parlerà forse meno, ma scommettiamo cbe 
si leggerà di più e che, dove si leggerà, farà del bene. 

— La Strenna del giornale V Epoca per essere arrivata ultima non ce- 
de, per interesse, alle più sollecite che s'assicurarono per tempo il favore 
del pubblico. Vi son versi allegri e malinconici di non cattiva fattura^ boz- 
zetti briosi, un po'dl zavorra inevitabile, e una interessante corrisponden- 
za berlinese sopra la festa del Natale in Germania. 

— Riceviamo la dottissima e giudiziosa prolusione che l'amico nostro 
Michele Kerbaker professore di sanscrito e grammatica comparata all'Uni- 
versità di Napoli 1 esse in quest'anno sopra La filosofia comparata e la 
filologia classica. Fu pubblicata in Napoli presso la stamperia del Fibre- 
no, — e merita d'esser ricercata e letta con attenzióne dei nostri studiosi. 

— Ignoravamo che anche Perugia avesse degnamente celebrato il quinto 
centenario di Francesco Petrarca; ce lo fa sapere ora nella forma migliore 
un ben pensato, ben sentito e bene scritto discorso che il professor Giulio 
Giani recitava e stampava in quell'occasione a Perugia sul Petrarca precur- 
sore del rinascimento, e che ora soltanto ò pervenuto fra le nostre mani. 

— Da Quarto a Caprera è il titolo di una pregevole narrazione storica 
dell'impresa garibaldina nelle due Sicilie,'? pubblicata testò a Napoli con 
nuovi e pregevoli documenti dal conte Giuseppe Ricciardi che ne fu, in 



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— 171 — -^^ 
parte, spettatore^ come ne era stato uno de'patrioltic» promotori. (Nàpoli, tip. 

del Vaglio; prezzo lire due). .^ \ ;^ 

— Non possiamo, nella brevità dello spazio, far altro che annunciare le \ . •> 

seguenti pubblicazioni, la importanza di alcuna delle quali i nostri lettori ^^^ 

sapranno essi stessi argomentare: Prime letture tedesche, raccolte, ordì- \':Jm 

nate e corredate d'un vocabolario dal prof. Giuseppe Mùller (Torino, Loes- '4 v-j 

cher; un voi. di pag. 260; prezzo L. 2.40); Saggi di filosofia sociale per '5Ì^ 

Gius. Carle, prof, di filosofia del diritto neirUniv. di Torino (Torino, Boc- ' j^ 

ca; prezzo L. 2); Saggio Critico-Storico suUe vere cause delle crociate **;^ 

per Nicola Fornelli (Napoli, Morano, pag. 114); La cremazione dei cada- -'^ 

veri, studii storici, morali e sociali per Carmine Soro Delitala studente nel W 

io anno di leggi (Sassari, tip. Sociale; prezzo L. 2); I ^catasti d* Italia , • Vy 

e l'economia agricola in Sicilia riflessioni e proposte di Michele Basile *^ 1^^ 



V 



e 



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> ^''t 
''Ù' 



(Messina; prezzo L. 1,50); Moroni contro Da Passano, consultazione del 
TAvv. prot Francesco Carrara (Firenze, Manuelli); Gio. Batt, Vico tesi di 
laurea di Salv. Chiriatlì (Firenze, tip. Cenniniana); Infelice! storia .vera 
narrata da Giovanni Fanti (Bologna, Soc. Compositóri); Storia d'Amore, 
70 sonetti di Romualdo Ghirlanda (Imola, Galeati; prezzo una lira, a van- 
taggio degli asili d'infanzia di Ferrara); L'Angiolo della casa, lettera di 
Guglielmo Godio (Torino, Camilla e Rertolcra); Poesie di Stefano Vacca (un .V 

voi. di 320 pag.; Osimo, Quercetti); A Giuseppe Rovani, voto *(in versi) 
di Achille Olginati (Milano tip. Golio); Ser trapano Al Gingillino idei .^ 

movi tempi versi di Aless. Arbib (Venezia, Visentini; imitazione giustia- 
na); Il cavallo-gallo pittura vascolare illustrata da F. Gamurrini (Roma 
Salviucci, interessante nota arcbeologico-mitologica); Le Provincie meridio- 
nali e il congresso degli economisti, Lettera delPavv. F. Santoni De Sto al 
Direttore della Gazzetta di Milano; Elementi^ di grammatica generale con 
applicazioni alla lingua italiana ad uso delle scuole elementari ^1 maestro 
Donato Cascioli (Napoli; prezzo cent. 50). 



M 



^'j 



— 172 — 

il^ ,*«M, »/,«,« »,J4.V',| if •;•-*:... 

.,, ' Notizie letterarie Slave. 



' • • Statistica della piMlica istruzione in Russia. 

Spesso si dice^ che la statistica d*UQ paese ò la saa storia ferma. Se 
questa sentenza è vera, alcane ci Are statistiche, che mostrano lo stato 
intellettuale della Russia moderna, non saranno forse inutili ai lettori 
della Rivista Europea. I giganteschi progressi fatti dalla Russia nel- 
l'ultimo ventennio, e Tìnfluenza, che cresce ogni anno, di questo stato 
sulla politica europea, sono le cagioni del sommo interesse, manifestato 
nelTultimo tempo della stampa europea verso la Russia, la sua popo- 
lazione^ le sue forze, la sua letteratura. Non è nostro scopo di fare un 
quadro statistico completo dello stato della Russia moderna; Togliamo 
solamente, seguendo V Annuario Russo del sig. Suvorin (il migliore An- 
nuario statistico russo) dare ai nostri lettori unMdea dello stato del- 
ristruzione pubblica in Russia. 

II ministero dell'istruzione pubblica in Russia non comprende sotto di 
sé tutte le scuole dell'impero. Quasi ogni ministero ha proprie scuole 
speciali, le guida e le provvede a sue spese. Perciò nella cifra gene- 
rale di 33 li4 di milioni di rubli (un rublo vale circa 4 lire), rappre- 
sentante le spese annue per l'Istruzione, la parte del ministero dell'i- 
struzione pubblica non sopravanza più delia metà. La maggior parte 
delle spese cadono* in favore dell'Istruzione secondaria e superiore; la 
minor parte in favor deiristruzione primaria popolare. Ma oltre il go- 
verno molte scuole popolari sono mantenute dai Consigli provinciali. 

Come il clero ortodosso in Russia costituisce ancora fln'oggi una spe- 
cie di casta, la sua intrusione si fa nelle scuole, a suo speciale uso e 
profitto. Nelle università russe l'insegnamento teologico non ha luogo, 
ma la Russia ha quattro <k Accademie ecclesiastiche » pollo studio teolo- 
gico superiore. Nell'anno 1873 queste Accademie avevano 446 alunni. Se- 
guono 789 « Seminari, )> o istituti secondarli con 13,103 alunni, e 1,375 
scuole primarie con 26,671 alunni, aperte solamente pei fanciulli dei 
sacerdoti ortodossi (di rito greco). 

La Russia ha otto Università, senza contare l'Università Finnica di 
Helsinkfors, che è indipendente, come tutto il paese di Finlandia, 
dairAmministrazione russa. Il bilancio di queste otto Università per 
Tanno scorso era di 2 1|S milioni di rubli. Il numero degli alanni delle 



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- 173 -^ 

nnìversità è di 6,115. La più frequentata nniversità è qnella di Mosca 
(1,353), la meno quella d'Odessa (365). Sebbene le aniversità rosse 
avessero nel 1873^ 486 insegnanti, questo numero non era sufficiente, 
e 185 cattedre rimanevano vacanti. 

L*ìst^uzione secondaria è rappresentata principalmente dai < ginnasi » 
con un corso completo di otto anni, e da « proginnasi, > con un corso 
inferiore, limitato ai soli primi quattro anni. Queste scuole sono rigo- 
rosamente classiche, e sono le uniche, che dònno diritto d'entrare nelle 
università. In tutto, vi sono in Russia 122 ginnasi e 32 proginnasi ; il 
Damerò generale degli alunni ò di 54,284, e le spese dello stato sono di 
circa 5 milioni di rubli. La mancanza dei professori per i ginnasi, prin- 
cipalmente per le lingue classiche, ha costretto il ministero dell' istru- 
zione pubblica a fondare in Pietroburgo V < Istituto Filologico > per i 
giovani, che vogliono prepararsi alla carriera pedagogica. Anche a Lip- 
sia (in Sassonia) fu aperto l'anno scorso un « Seminario » per prepa- 
rare i professori di lingue classiche per la Russia. Questo «. Seminario » 
ha per iscopo d'attirare in Russia professori slavi occidentali, che co- 
noscano sufficientemente la lingua russa. 

L'istruzione classica ò quella, che gode principalmente in Russia della 
protezione del ministero dell'istruzione pubblica; l'istruzione seconda- 
ria politecnica (propriamente la realschtde tedesca) è rappresentata 
solamente da 30 scuole. Ma queste scuole così dette reali hanno più di 
14,000 alunni, onde si vede, che sono più frequentate delle scuole secon- 
darie classiche. — Non differiscono molto dalle scuole reali secondarie 
i 14 ginnasi militari. Non sappiamo per ceno, qual numero di alunni 
abbiano i ginnasi militari, ma debbono averne non meno di 10,000. per- 
chè ogni anno la direzione dei detti giannasi riQuta d'accettare alcune 
centinaia di candidati per mancanza di luogo. 

La statistica delle scuole popolari in Russia ò molto incerta ; ma non 
vi ò dubbio che ii numero delle scuole popolari è molto insufficiente. 
Le scuole popolari non sopravanzano, senza dubbio, il numero di 30,000 ; 
onde in Russia si conta una scuola quasi per 3,000 abitanti, mentre che 
in Italia troviamo una scuola per 620 abitanti. 

Ommettiamo le scuole speciali, quali l'« Accademia militare, » Teisti- 
tato delle lingue orientali, » le « Scuole di orticoltura, » le « Scuole 
pei sordo-muti » etc., e passiamo all'istruzione femminile. 

Oltre le scuole elementari in parte specialmente femminili, in parte 
miste, tutte le scuole femminili d'istruzione secondaria (che corrispon- 
dono alle scuole femminili superiori d'Italia) hanno anche le classi in • 
feriori, cosicchò in uno stesso stabilimento ò riunito l'insegnamento pri- 
mario e il secondario. Le scuole femminili si dividono in « istituti, » con- 
vitti (alcuni anche senza esternato), e a ginnasi » — solamente per 
l'esternato. L'insegnamento negli istituti e ne' ginnasi è quasi il medesi- 
mo. Le allieve non studiano le lingue classiche, hanno meno matematica 
che gli ^nnni de* ginnasi maschili, ma «opravnzano questi ultimi nelle 



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- 174- 

scieazd fisiche e nelle lingne moderne. In Russiaf vi sono 26 istitati con 
8,000 allieve e 50 ginnasi femminili. Vi sono inoltre 139 « proginnasi^ » i 
qaali^ come i proginnasi maschili^ hanno solamente la prima metà del- 
rinsegnamento ginnasiale. Nei ginnasi e proginnasì imparavano nell'an- 
no 1873, 24,000 allieve. 

Confrontando queste cifre colle corrispondenti cif^e degli altri paesi 
d'Earopa troveremo, che alla Rassia moderna manca ancora molto, e 
che rìstrazione pubblica in questo paese non è ancora abbastanza di- 
vulgata ; ma non bisogna dimenticare, che prima di venti anni queste 
cifre erano ridotte alla metà del loro valore d'oggi, e che V istruzione 
popolare non esisteva affatto prima di questo periodo. I sei anni, dal 
1860 al 1866, fUrono i più felici per la propagazione della luce in Rus- 
sia; ma lo zelo del governo e della società russa per IMstruzione in 
quest'ultimi tempi, se non cessò del tutto, si è però evidentemente di- 
minuito. 

V. V. 



— Les journaux croates consacrent des notices bibliographiques très- 
sympathiques a la mémoire de l'abbé Yalentinelli préfet de la biblìo- 
thèque de Saint Marc. L'abbé Yalentinelli était membre de l'Àcadémie 
des Slaves méridionaux d'Agram^ il avait pubiié un grand nombre de 
travaux concernant l'hìstoire de la Dalmatie et du Montenegro; un 
certain nombre de ces travaux avaient paru dans le recueil pubiié à 
Agram sous le titre de Archives pour servir à Vhistoìre des Slaves me- 
ridionaux. ArMr za jugo-slavenskupomestnicu (voi. V, VI, Vili et XII). 

— Au mois d'ootobre dernier a été inaugurée à Agram l'Université 
de cotte ville. Cotte université qui porte le nom de l'empereur Fran- 
cois-Joseph a été établie par la liberante d'un certain nombre de par- 
ticuliers, notamment de l'illustre évèque Joseph Strossmayer. L'ouver- 
ture a été accompagnée de grandss |étes. Farmi les universités étran- 
gères celle de Berlin et de Bologne étaient représentées. On peut s'é- 
tonner quo les croates n'aient pas songé à inviter à ces solennités cer- 
tains écrivalns étrangers (francais notamment) qui ont eu autrefois 
l'occasion de rendre certains services à leur cause. 

L'Université d'Agram est après les deux universités polonaises de 
Cracovie et de Leniberg le premier établissement slave d'enseignement 
supérieur qui soit ouvert en Autriche. Les Tchèques dont la civilisation 
est pourtant supérieure à celle des Slaves méridionaux mais qui ont le 



^.«mI 



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- 175 - 

malheur d'étre plus voisins des Allemands n'ont pas encore pu obtenir 
rUnì^ersìté qulls réclament. Pourtant l'article 19 de la constitution 
qui régit aujourd'hui rAutriche déclare quo toutes les natìonalités de 
Tempìre ont droit à Tenseignement daus leur langue natìonale. G'est 
là une sìogulière anomalie. 

L'Université d'Agrafia ne comprend provisoirement que trois facultés : 
Théologie, droit, phiiosophie. La Faculté de médeclne sera installée 
plus tard. 

— Le nombre des journaux qui se publient en langue croate (c'est à 
(lire en serbe écrit en caractères latins) est aujourd'hui de 25. C'est la 
UQ progrès considérable si Fon songe qu'avant 1830 la laague croate 
ne comptait pas un seul journal. La Revue littéraire la plus importante 
est le recueil Vienac (la Couronne). A partir de Tannée 1875 ce recueil 
a considérablement augmenté son format. 

— L'Académie des Slaves méridionaux dont nous avons souvent en- 
tretenu nos iecteurs continue ses importantes publications. Elle a récem- 
ment èdite les volumes 27 et 28 de ses mèmoires et le tome sixième 
de sa coUection d'anciens textes (Starine). Vient en outre de parattre 
le premier volume du magnifique ouvrage de M. Bogisich. Collectio 
consuetudinnm juris apud Slavos meridionaies etiamnum vigentium, 
Cet ouvrage écrit en langue croate, malgré son titreilatin, est le rósul- 
tat de 10 années de recherches sur le droit coutumier des Slaves mé- 
ridionaux. M. Bogisich est originaire de Raguse; après avoir rempli 
(les fonctions scientifiques à Vienne et à Temesvar, il a été appelè par 
le goavernement russe aux fonctions de professeur de législation slave 
àrUniversitó d'Odesse. Récemmement le gouvernement du Montenegro 
l'achargé de rediger la législation de la principautó. L'ouvrage de M. 
Bogisich résumé les rèsultats d'une immense enquéte ouverte par Tauteur, 
enquéte pour laquelle des milliers de questionnaires ont éte distribués. 
Il fait le plus grand honneur à Tauteur et à TAcadémie. 

— Le prince de Serbie a récemment nommé ministre de Tinstruction 
publique M. Stojan Novakovic. M. Novakovich qui a d^à occupò le por- 
tefeuìlle de Tinstruction publique méritait à tous égards cette nou velie 
(listinction. Né en 1842 il occupe aujourd'hui une des prenci éres places 
parmi les savants serbes. Il a successivement rempli à Belgrado les 
fonctions de Professeur au gymnase et de bibliothécaire. Il a poursuivi 
de front de nombreux travaux d'histoire, de littéraiare et de philologie. 
Ea 1864 il fonda le recueil littéraire la Vila, en 1867 il a publió une 
histoire de la littérature serbe, en 1869 une bibliographie serbe, et une 
syntaxe serbe, en 1870 une éditlon critique du Code de l'empereur Dou- 
chan. Il est l'un des collaborateurs les plus assidus du Qlosnìk ou re- 
cueil de la société littéraire de Belgrado et il a fourni de nombr^eux 
mttériaux aux mèmoires de l'Académie d'Agram. 

— Vient de.paraìtre à Paris: Les Serbes de Hongrie, leur histoire, 
leurs privilègesy leur église^ leur état politique et social (un voi. in-S**, 



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— 176 — 

librairie Maisonnenve). Cet ouvrage doni noas avons il y a a quelqnes 
mois annonoé la première partie est aujourd'hui complótement achevé. 
Il n'est pas signó; sans prétendre dévoiler J'anonyme de Taulear nous 
pouvons dire que c'est un écrivain jeune encore qui a longtemps vécu 
dans les régious danabiennes et qui a été chargé de diverses missions 
par le gouvernement francais. On peut dès le premier abord constater 
chez Tauteur u^ie coanaissance approfondie de la langue serbe et des 
idiomes voisins (notamment le roumain et le magyare). Gette connais- 
sance fort rare chez les étrangers a permis à l'auteur d'utiliser une 
foule de matériaux rares ou ignorés. L'auteur a prétendu faire non pas 
seulement oeuvre de publiciste, mais oeuvre de critique et de philolo- 
gue. Il renvoie constamment aux sources. L'ouvrage ne saurait étre 
confondu avec ces publications sans valeur que nous signalions encore 
derniérement et qui n*ont d-autre but que de soutenir une thése poli- 
tique. M. XXX a poussé le scrupule jusqu'à reproduire exactement 
ponr tous les noms slaves Torthcgraphe originale. Il est vrai qu'il im- 
primait son livre à Fragno, avec les signes dracritiques usités pour 
ridiome tchéque ou croate. C'est peut Stre là un excés de conscience. 
Malgré la clef qui se trouve en téte du volume^ le lecteur peu familier 
avec les procédés de transcription sera peut ótre embarrassó pour res- 
tituer à ces noms étrangers leur véritable physionomie. 

Nous recommandons spécialment les chapitres où Tauteur expose les 
priviléges de la nation serbe et leur situation juridique vis à vis de 
la Hongrie, celles où il raconte la lutto des serbes contro les Hongrois 
et les conséquences da Dualismo introduit en Autriche sous les auspiees 
de M. de Bòust. 

Les personnes qui étudient TAutriche Hongrie sans se rendre compte 
des conditions spéciales do cet empire trouveront dans ce travail l'oc- 
casion de rectifier bien des préjugés. Il est accompagné d'une foule de 
renseignements statistiques et géographiques que Ton chepcherait vai- 
nement ailleurs. La Sociétó littéraire serbe {Mattea) siégeant à Novi 
Sad (Hongrie meridionale) a deciso qu'elle en publierait une traduction 
en langue serbe. Giter ce fait, c'est faire de Touvrage le plus bel éloge. 

Louis Lboer. 



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177 



I 



NotÌBÌe varie. 



Lorsque Dora d'Istria, presqa'au début de sa carrière littéraire, pu- 
blia dans la Revue des deux mondes (1 mars et 15 juiilet 1858) ses 
articles sur les Iles Joniennes^ quand elle s'adressa bravement au li- 
béralisme de TAngleterre, en la coDJarant de donner au monde civiiisé 
un mémorable exemple, de faire disparaitre les causes d'irritation qui 
«listaient contro la plus libérale et la plus progressive des royautés 
parmi les chrétiens orientaux, de rendre enfln les Iles Joniennes à la 
Grece, les « sages, » les « hommes sérieux et pratiques » les « con- 
servateurs libéraux, » etc, tous ces esprit s à la fois bornós et préten- 
ticux dont le monde est plein, ne manquèrent pas de traiter de « rè- 
verie, » peut étre > d'extravagance, » une hypothèse aussi contralre 
aax tradìtions égolstes, farouches et hargneuses du «bon vieux temp^.» 
Le réve est aigourd'hui un fait accompli, et un savant jonien, redevenu 
hellène, commence la publicatidn de Thistoire de ces belles tles (1) de- 
puis l'epoque qui les assujettit à Sa Majestó britannique jusqu'à leur 
restitution au royaume hellénique (2). M. P. Chiote ne pouvait mieux 
couronner une carrière remplie par tant d'utiles travaux. Le docte 
auteur de la Lettre à la Princesse Dora d'Istria^ (3) s'est presque 
constamment occjipé depuis 1849 de l'histoire des Sept Iles. Non con- 
tent de tirer consciencieusement parti des sources indigènes^ il a^ me- 
tbode qu'on ne peut assez recommander toutes les fois qu'il s'agit de 
l'histoire de TOrient, consultò avec le plus grand fruit les riches 
archives des cités italiennes^ particulièrement celles de Venise. Son ou- 
vrage, dont le premier volume a seul paru, offre dono aux érudits des 
garanties qu'on ne trouve pas malheureusement chez tous nos histo- 
riens, trop étrangers aux principes de la critique moderne. 



(1) Zante, od écrit M. Chiòte, porte en Italie le doux nom de *^ fiordi Levante. „ 

(2) loTOpix roTJ ìoviw Kpòtroui ornò cjcTÓ.Teui Kitrov /xix^c svÒ9tù»i (ìttj 1815-1864)9 
wrò UoLvùcyiéìTO'j Xccltrou (ZantO, 1864). 

(3) EntTFoXii itpói rijv TtptYfCKiavcM lidtpecv Irrptocv^ 1863. 

12 



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— 178 - 

Les relations particnlìòrement sympathiqaes qai existent entre la 
Grece et les Etats-Unis devraient bien nous faire proflter des admira- 
bles travaux quo font constamment les Américains pour ramélìoratioa 
de la condition de notre pauvre espèce. La grande Revue que publie 
TAssociation américaine des sciences sociales, dont le sìége est à New- 
York (Journal of social science : containing the transactions of the 
american association, New- York, Hurd and Hougton, 13, Astor Place) 
esc une mine dans laquelle nous ne saurions assez puìser. Je regarde 
dono comme un véritable devoir d'appeler particulièrement Tattention 
sur rìmportante elude intitulée Tent hospitcUs par M. Forster Jenkins. 

Pour peu qu'on étudie avec quelque attention la condition des rian- 
tes cités des bords de la Mediterranée, on est frappi^ d'un fait 
vraiment capital. La mortalité y est restée presque la mème qu*au 
moyen-àge tandis que ^ans d'autres pays, chez les Anglo-Saxons des deux 
mondes, par exemple, la moyenne de la vie huroaine est, depuis la Ró- 
formation, devenue beaucoup plus longue. A Turin, qui a subi profon- 
dóment Tinfiuence de idées et des habitudes modernes, Texistence est 
relativement longue, et cependant combien le climat de la froide val- 
lèe du haut Pò dìffère de celui du merveilleux golfo de Naples! < Le 
moyen-àge, dit très bien Michelet, a vócu sur le fbmier. » Or ce moyen- 
àge dure toujours-matériellement et moralement — dans plasieurs 
des villes dont les blancs palais se mirent dans < la plus belle des 
mers (1). > Un écrivain italien constatait mélancoliquement^ il y a 
quelque temps (2), ce déplorable état de choses, et il faut le louer de 
sa franchise; car c'est agir en mauvais patriote, en ennemi^ de son 
pays, que de dissimuler un mal dont les conséqnences sont si graves 
tandis qu*on devrait fair/e tout ce qui est humainement possible pour 
cbanger cotte triste situation. 

< Vivere agiatamente, dit le Professeur Spezia, e il più lungamente 
possibile fra le più liete speranze è una quistione che deve non poco 
interessare non solo ai privati individui ma alla Società intiera la 
quale se vive, gli ò solo in proporzione della vita de'suoi membri; or 
bene, mentre in Europa una tale quistione si trova ancora appena in 
una limitatissima sfera, in America ha di già prese proporzioni va- 
stissime, tantoché dove a Napoli, a FirenzOi a Madrid, a Costantino- 
poli si contano in una settimana dai 30 ai 50 morti ogni mille abitan- 
ti, a Filadelfia, a Washington, a Nuova-York, se ne contano appena 
normalmente dai 16 ai 22. Quale immenso divario ! E sì che quelle po- 
polazioni sono tuttora in via di formazione e non hanno ancora avuto 



(1) Byron. 

(2) Scuola Pico, anno V, fuc» 22i 



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-- 179 — 

agio a provvedere a tutto, E non c'è ciò nonostante da prendere nna 
favorevole lezione? » 

Cette comparaison n'endort nullement Tactivité Anglo-Saxonne et l'Asso- 
ciation américaine cberche avec ardeur tout ce qui peut améliorer la con- 
dition des peuples, méme les plus avancés. Malgré Tadmìrable propreté 
qui règne généralement dans les villes habitées par les natioos germa- 
niqaes, l'Association se préoccope avec raison des dangers que les 
hòpitaux, tels quMls sont actuellement organisés, pnt pour les grandes 
agglomérations. Aussi Tauteur, fort compétent, des Tent hospitali, pro- 
pose-t-il une réforme complète, qui a semblé aux hommes spéciaux 
digne d*étre sérieusement étudìée. Mais on connait rinertie tradition- 
nelle des gonvernements, des ministres, des municìpalités de notre vieil- 
le Europe. Tant que nous n'avons pas le choléra ou la fiòvre jaune, 
tout est pour le mieux dans le meilleur des mondes possibles. D'ailléurs 
on a tant de choses Àfairel II importe avant tout de savoir si celui- 
ci ferait vn meilleur nomarque (prófet) que celui-là, s'il faut changer 
de mlnistres tout les six mois ou tout les trimestres, ou bien quelle 
opinion on doit avoir sur i'Immaculée Conception, les < miracles » de 
la Saletté on les appari tions de Lourdes ! En attenilant, la mort mois- 
sonne^avant le temps des milliers de victimes, qu*un peu de vigilance 
et dlntelligence lui arrache ailleurs, le deuìl entro dans les coeurs et 
dans les famtUes pour n'en plus sortir parfois. « L'homme ne meurt 
pas, > disait admìrablement un célèbre physiologiste francais, Flonrens, 
il se tue !» Il ne se tue pas seulement par les vices, par l'envie qui le 
ronge, la débauché qui le degrado, l'ivrognerie qui Tabrutit, mais aussi 
par une honteuse apathie qui Tempéche de s^occuper de ses ìntéréts 
les plus ehers, par une Ignorance crasse qui ne lui permet pas do 
les voir, par les grotesques superstitions qui lui font préfórer des 
moyens absurdes et chimériques, à ceux par lesquels il lui serait fa- 
cile d'avoir, dans une longue et facile existence, € un esprit sain dans 
un corps sain. » 

Phii«blbvtbbsos. 



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— 180 — 



ItaJLiani all'estero. 



— Ricéviamo il rendiconto dell'esito delia Curtms-Stiftung istituitasi 
a Lipsia in onore dei prof. Giorgio Gurtios, per promuovere gli studi! 
di filologia classica^ secondo il metodo scientifico promosso special- 
mente dal Curtius. Da esso risulta come furono finquì raccolti 2464 tal- 
leri, dei quali circa 1600 furono forniti dalla Germanla/326 dairitalia, 
340 dalla Grecia, i3 dalla Norvegia, 63dairiDghilterra, 566 dairAmerica. 

— Il Fremdenblatt di Vienna del 12 febbraio ha un generoso articolo 
del distinto poeta Luigi Foglar sopra la nostra Rivista Europea, So- 
pra la medesima è pure un cenno molto lusinghiero nella Deutscìw 
Rundschau del mese di gennaio. 

— Il Gregorovius ha pubblicato nei numeri 39 e 40 déìVAUgemeifìe 
Zeitung due amplissimi articoli sopra la magnifica opera del conte 
Gozzadinì: Studii intorno alle torri gentilizie di Bologna. 

— I due distinti professori di musica neiristituto Musicale fiorentino, 
professore Giovacchini e professor Giorgio Lorenzi (dai quale ultimo si 
diede nella sera del 24 febbraio neirAccademia filarmonica uno splen- 
dido concerto a otto arpe, novissimo esperimento e di bello e cotìjmuo- 
venté effetto che fu vivamente applaudito) dedicarono all'illustre arpi- 
sta inglese Thomas un loro magnifico duo per violino ed arpa sopra 
i motivi delVAfrieana. 

— 11 chiarissimo signor Fortunato Demattio prof, ordinario nell'uni- 
versitèi dlnnsbruck, pubblicò un nuovo lavoro sulla Fonologia italiana, 
di cui sarà reso conto da un nostro speciale collaboratore. 

•^ Il fascicolo di febbraio della Deutsche Rundschau contiene uno 
splendido articolo del prof. H. Hettner sopra Petrarca e Boccaccio co- 
. me fondatori della coltura del rinascimento in Italia, 

— La Chronique italienne della Revue Suisse sempre simpatica per 
gli italiani e sempre interessante, s'occupa specialmente nel fascicolo di 
febbraio, delle pubblicazioni storiche sulla riforma che va facendo la 
Rivista Cristiana di Firenze, sopra il Congresso degli economisti a Mi- 
lano, sopra la Teoria dei periodi politici di Giuseppe Ferrari, sopra la 
Vita del pensiero di David Levi^ e sul bel libro di Bouché-Leclerq intor- 
no a Giacomo Leopardi ; il brillante cronista ci dà pure un suo proprio 
Ingegnoso saggio di traduzione ritmica de* versi di Leopardi a Nerina. 

— Nella Gazette des Beaux Aris del mese di febbraio, L. Mesnard ha 
pubblicato uno studio sopra Luca Signorelli. 



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— 181 — 

— Udiamo che sarà presto pubblicato un volume del prof. Michele 
Bréal contenente il risultato de' suol preziosi studii sopra l'antico 
umbro. 

— La Romania del mese di aprile pubblica il fine dell' importante 
studio di Alessandro d'Ancona sopra Le fonti del Novellino. 

j — UEdinburg Review del mese di gennaio ha uno scritto sopra Leo- 

nardo da Vinci, 
t — Nel giornale Le Frangais del 4 gennaio leggesi un articolo di 

\ Ch. Timbal sopra la traduzione francese del Savonarola di P. Villari. 

l — Il noto editore di Lipsia Filippo Reclam ha pubblicato una ridu- 

I zione tedesca del Nerone, dramma in versi di Pietro Cossa, fatta, col 

consenso dell'autore, da Carlo Reissner. 
( — È uscito il secondo volume ùeWItàlia di Carlo Hillebrand. 

— Il Constitutionnel del 7 febbraio ha un articolo di H. Trianon so- 
pra la edizione francese della Mitologia zoologica del prof. De Guber- 

[ natis. 

— Sotto il titolo Memor : Passe et présente étude d'Mstoire contem- 
poraine, l'editore Plon di Parigi ha pubblicato un libretto di grave im- 
portanza, nel quale sopr^ i documenti pur troppo autentici presentati 
dal generale Lamarmora nel suo libro Un po' di luce, relativi alleanza 
^anco'prussiana, la condotta del principe di Bismarck viene energi- 
camente riprovata, e la lealtà e prudente indipendeuza del nostro gene- 
rale nelle trattative^ messa in opportuna evidenza. 



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182 - 



Gazzettino bibliografloo straniero. 



N'ouT'elle Griramniaiire 
francaise, par Aug. Brachet 
(Paris, Hachette, 1874). — Dopo i 
lavori del Curtius, dello Sweitzer- 
Sidler, del Vannicet e di tariti al- 
tri che applicarono allo studio delle 
lingue classiche i criterii della fi- 
lologia comparata, cominciano a 
mostrarsi i primi tentativi di rial- 
zare ed agevolare l'insegnamento 
delle lingue moderne profittando 
delle nuove ricerche, I tedeschi 
hanno accolto con molto favore la 
forse troppo succinta, ma bellissi- 
ma grammatica del Vilmar che ha 
già avuto l'onore di parecchie edi- 
zioni, in Francia ha fatto ora lo 
stesso tentativo A. Brachet. Questi 
aveva gik scritto la sua Crram- 
maire historique, la quale però, 
sebbene scritta in forma lucida ed 
abbastanza elementare, non può 
servire che a chi già ben conosce le 
due grammatiche latina e francese^ 
non essendo altro se non un'espo- 
sizione delle leggi secondo le quali 
nacquero e si vennero modificando 
i suoni e le forme del francese. 
Ora però il Brachet ha voluto dar- 
ci, come già il Vilmar, un vero 
manuale per le scuole, ossia una 
breve grammatica nella quale si 
insegnassero e ad un tempo si spie- 
gassero a giovinetti iniziati al- 
lo studio del latino^ le regole 
della lingua francese. « L'asage 
présent, dans toute langue, dépend 
de Tusage ancien et ne s'explique 
que par lui : dòs lors quoi de plus 
naturel que de faire servir l'his- 
stoire de la langue à Texplication 
des règlds grammatical, en remon- 
tant depuis Tusage actuel jusqu'au 
moment où elles ont pris naldsan- 
ce? Ontre l'aranttge d'étre ration- 



nelle, la méthode historique en 
possedè un autre: la mén^oire re- 
tient toujours plus nettement 
ce dont notre esprit s'est renda 

compte » In Francia già da 

tempo si gridava contro il metodo 
d'insegnamento tutto meccanico ed 
astratto della grammatica elemen- 
tare. Già Egger, il Baudry e molti 
altri ne avevano mostrato la ste- 
rilità. Dopo Io guerra, il Bréal chie- 
se insistentemente una riforma del 
metodo è dei programmi, e Jules 
Simon in una sua circolare (8 ot- 
tobre 1872) prescriveva che l'in- 
segnamento grammaticale non si 
limitasse « à T étude purement 
mécanique des règles, » e nel 1873 
il Consiglio superiore decideva 
« que le professeur devait s'inspi- 
rer des recherches et des décou- 
vertes de la philologie comparée, 
pour donner aux élèves l'explica- 
tion des règles préalablement ap- 
prises par coeur. » Con questi in- 
tendimenti ha scritto il Brachet la 
sua Nuova Grammatica, Dopo le 
più generali nozioni sulla storia 
della lìngua francese, egli passa 
ad esporne parte a parte le leggi 
grammaticali, spiegandole poi bre- 
vemente e mostrandone le relazioni 
colla grammatica latina. In ciò 
egli si scosta dal Vilmar e questo 
rende, a mio credere^ la gramma- 
tica del Brachet meno utile per le 
scuole. Infatti non abbiamo qui una 
vera grammatica storica, ma una 
grammatica nella quale sono qua 
e là inseriti dei documenti sulla 
storia delle forme francesi. Lo scopo 
pratico ed il teorico non sono qui 
ben conciliati e compenetrati^ e il 
giovanetto non v'impara insieme 
colla legge là sua ragione, ma 



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183 - 



prima meccanicamente la legge che 
poi trova frammentariamente spie- 
gata nel troppo breve commenta- 
rio. Certo doveva riuscire di gran 
lunga più difficile lo scrivere una 
vera grammatica storica per il 
francese e per Titaliano che non 
per il tedesco, come fu più facile 
per il greco che per 11 latino. E 
(faìtra pcirte non si giunge, in que- 
ste cose, a risultati soddisfacenti 
se non dopo ripetuti tentativi, e 
si deve in ogni modo riconoscere 
in questo lavoro del BrachPt un 
passo notevole fatto per il miglio- 
ramento degli studi grammaticali. 
Ma crediamo che in una nuova edi- 
zione il suo lavoro acquisterà non 
poco d'importanza tanio scientifica 
che didattica se all'A., che già 
tanto ha fatto in questo campo e 
che ha a sua disposizione cosi co- 
pioso materiale ed un cosi sicuro 
possesso di ogni particolare riguar- 
dante la grammatica francese, riu- 
scirà di meglio fondere ed armo- 
nizzare insieme le sue due gram- 
matiche, per modochè nella mente 
del giovane, che egli suppone già 
iniziato nel latino, la ragione si 
compenetri col fatto, sicché non 
sia costretto a rifare il faticoso la- 
voro dello scienziato per coordinaro 
e spiegare nozioni meccanicamente 
apprese. 

C. 



Moire ea,u.x Olioisis <les( 
j^raiicli«i ecirivaiii« du XVI 

siede, pas Auguste Brachet, 1874, 
Questa opportunissìma cre>?toma- 
raazia accompagna e completa Tin- 
segnamento storico della lingua 
francese nelle scuole secondarie a 
cui abbiamo veduto mirare la Nou • 
velie grammaire. Se era grave er- 
rore il limitare, come finora si era 
fatto in Francia, l'insegnamento 
della letteratura nazionale all'epo- 
ca sua più splendida, passando di 
un tratto dal secolo di Costantino 
a quello di Luigi XIV, altrettanto 
g)'ave era il trascurare affatto lo 
studio della lingua francese del se- 
colo XVI, lasciando cosi i giova- 



netti nella più completa oscurità 
intorno a molti fatti che, ben co- 
nosciuti e spiegati, possono soli 
rendere ragione di cerUi perples- 
sità e vicende della lingua del pe- 
riodo posteriore e sopratutto della 
sua riforma ortografica. Nel seco- 
lo XVI la letteratura e la lingua 
ebbe a risentire non meno forte- 
mente in Francia che in Itatia Tin- 
fiuenza degli studi! classici^ che 
pure additando nuove fonti d'ispi- 
razione e Tesempio di un magi- 
stero incomparabile, le allontanò 
troppo dalla tradizione popolare e 
dalla vita moderna, e provocò una 
reazione che dura ancora. Non solo 
s'imitarono i so «r getti e le forme 
antiche e si presero dal latino pa- 
role, espressioni e costrutti, ma si 
alterò la schietta ^ ortografia del- 
Tantico francese, che fendeva fe- 
delmente il suono, per avvicinare 
il vocabolo alla forma latina e ten- 
tare una restaurazione del suono 
primitivo. Donde venne alla lingua 
quella perplessa e confusa ortogra- 
fia nella quale lottando due con- 
trarie tendenze, l'imitazione latina 
e il bisogno di rappresentare le 
successive alterazioni della pro- 
nuncia, fece sentire, in tempi a noi 
più vicini, il bisogno di estese ri- 
forme. Di molto interesse è perciò 
in questo volume T introduzione 
sulle proprietà della lingua e prin- 
cipalmente dell'ortografla e della 
pronunzia del secolo XVI, in cui 
l'A. spiega e coordina con mirabile 
lucidezza tanti fenomeni contra- 
dittorii, ed importante ed accom- 
pagnato da ricche indicazioni è il 
lessico con cui si chiude il volume. 
La raccolta poi contiene squarci 
non solo dei più grandi scrittori 
come Ronsard, Rabelais, Montai- 
gne^ ma ancora dei minori e dà 
perciò un* idea assai compiuta del 
movimento letterario francese dei 
secolo XVI. 

C. 



Nuovi romanzi france- 
si (3 fr. 50 il voi.) — Le Mari di 
Charlotte par Hector Maiot. 



•« 



f 



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184 — 



('ariotta moglie di Emmanuele Nar- 
banton fu prima di sposarlo innamo- 
rata di Giorgio Saffarel, uomo am- 
bizioso che T'aveva abbandonata get- 
tandosi nella politica (ove riesce de- 
putato) e giudicando questo matri- 
monio poco adatto al suo amor proprio; 
benché prima le avesse dimostrato 
un vivissimo affetto. Emmanuele di 
natura generosa e sottomessa ama 
la sua Carlotta e si sacrifica intera- 
mente a lei ; essa gli corrisponde con 
un amore sempre crescente, e caccia 
dal suo cuore e dalla sua memoria 
Giorgio^ che anche suo padre mori- 
bondo non desiderava per lei. Un 
incontro dei due amanti a Parigi rav- 
viva in Carlotta l amore assopito ; 
Giorgio per ottenere la sua vittoi'ia 
intera insinua all'amante che Emma- 
nuele è mii^cciato di follia, essendo 
figlio d'una donna morta pazza. Egli 
avverte i medici, Tapparizione dei 
quali concorre a disturbare Emma- 
nuele, già angustiato egli stesso dal 
pensiero del male ereditario. Gior- 
gio ottiene da Carlotta ch'Emmanuele 
sia rinchiuso fra i matti; egli tre- 
mava e cambiava d'aspetto solo al 
vedere Giorgio, ma uomo f»opra tutto 
generoso e pronto al sacrificio finge 
una maggior pazzia per lasciare in 
libertà sua moglie. Carlotta cede al- 
l'amore di Giorgio, e, mentre il ma- 
rito tradito esce dalla casa dei pazzi, 
Carlotta divien madre. Emmanuele 
accetta la creatura nata come la sua, 
ma esige la partenza di Giorgio per 
TEstero. Dopo di ciò egli stesso si 
arruola nell'armata dei franca- tireurs 
che combattono contro i Prussiani e 
va a morire in Isvizzera dove il suo 
reggimento fu trascinato. Vi sono 
scene vivacisdme, ma il dramma sa- 
rebbe assai più commovente se Car- 
lotta ispirasse più simpatia: incerta 
e sempre divisa fra i due amori per 
Emmanuele e Giorgio, essa è scol- 
pita, è vero, secondo il tipo moderno 
assai frequente nel mondo, dove man- 
ca Tenergla e l'intima persuasione di 
ciò che sì desidera e si cerca. 

-- Un costume de bai par la Com- 
tesse Dash. 

Racconto assai ben condotto, in 
cui il marito dell'eroina, uomo ge- 



neroso, piglia la colpa di sua moglie 
sopra di se per salvare l'onore della 
donna amata. I romanzi di questa 
celebre autrice hanno sempre avuto 
uno scopo morale e religioso, «/'ai - 
me mieux étre accuse qu'elle » 
dice il marito di cui tutta la vita 
si riassume in questo: Elle tou- 
jours et jamais lui. 
* — Bona Sirène par Henry Murger. 
Una giovane orfanella spagnuola. 
Dona Sirène, educata in un convento 
a Madrid, dove la monaca Beatrice, 
in relazione col demonio le fa noto 
eh' essa è destinata a maritarsi 
dopo che due giovani saranno 
morti per amore di lei. Una storia 
piena di carattere e di colorito, con- 
forme alle superstizioni, all'indole del 
paese, e alla tavolozza speciale dello 
scapigliato Murger. 

— Les Roueries de Vingénue^ 
par Henry Murger. 

È la storia della celebre attrice 
Costanzina. ^ Le Minotaure mo- 
j derne, dice l'autore, c'est le rire, 
et plus inclément que rancieri, 
Vimpòt quHl reclame est quotidien* 
Aussi le plus joli cadeau qu'un 
homme puisse faire, p, ex:, à une 
femme^ ayant un salon frequente, 
sera de lui apporter quotidienne- 
ment un ceuf de scandale à cou- 
ver; ai'>ant le soir, Voiseau aura 
des ailes. » Una contessa Nani tra- 
dita da suo marito si vuol vendicare 
scegliendo per vittima la Costanzina 
figlia illegittima del conte Nani. Per 
strumento di sua vendetta sceglie 
una certa Lucrezia, la quale sottu la 
maschera d'una ingenua nasconde 
ogni rouerie. Questo romanzo ri- 
masto interrotto tradisce ancora un 
po' di disordine 

— Lroit au but par Amédée A- 
chard. 

Questo romanzo, diviso in due 
parti « La Maison de la rue du 
Rocker e r Hotel de la rue de Ber- 
ry, » di cui l'eroina è il tipo assai 
volgare d'una civetta parigina, ci 
sembra di poco interesse, i protago- 
nisti della storia non presentando 
nessunissima originalità. Si legge 
però con un certo piacere, grazie al 



modo facile, elegante e disinvolto con 



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— 185 — 



cui, anche s'ei non volesse, deve pur 
sempre scrivere l'illustre autore di 
Belle Rose, 

— La fante d u Mari par Henri 
Rivière, 

Storia di due coniugi che si divi- 
dono perchè s'amano in un modo 
diverso; e Madame Her^ier, va- 
riazioni sul medesimo tema, dove i 
sentimenti ed i caratteri poco spic- 
cati presentano un po' di confusione. 

— Les Amours de ce temps là 
pas Arsene Houssaye. 

Quel tempo è il secolo passato; 
gli amori sono amori dì cortigiane 
più meno famose, nella rappresen- 
tazione delle quali l'Houssaye acqui- 
sto fama d'insuperabile. 

La fiUe de la comédienne, par 
Hector Malot, Paris, M. Lóvy. 

La figlia della Comédienne^ la 
bella e dolce Denise è la figlia di 
QQa certa attrice Emma Lajolais, 
ramante del marchese Arturo de 
Rudemont, la quale, morendo, affi- 
da la bambina al suo amante. Il 
Marchese si affeziona talmente a 
questa ragazza che si dispone a 
farla erede della sua considerevo- 
lissima fortuna. Egli piglia in ca- 
sa una certa Clémence per fare 
Teducazione di Denise ; donna at- 
traente ed astuta ; essa è la mo- 
glie d'un vigliacco, òon vivant, 
scialacquatore, il colonnello Beau- 
jonnier, il quale, dopo tutte le in- 
fedeltà che le fa la lascia /senza 
nessun mezzo. La vediamo dunque 
introdotta nella casa del Marchese, 
dove entra subito con lo scopo di 
impadronirsi intieramente dell'a- 
nimo del ricco Marchese • Essa ùl 
la disperazione dei parenti del 
Marchese, del suo cugino Sr Car- 
quebnt, la Sra Méraut ; queste due 
persone miravano al medesimo 
scopo, cioè a diventare eredi del 
Marchese. Tutto il romanzo è una 
tela d'intrighi, di cui la vittima è 
l'amorevole Denise; c'è un altro 
personaggio simpatico nel roman- 
zo, Louis Méraut, il figlio della 
cugina, il quale cerca, ma invano, 
di ispirare anche alla madre sen- 
timenti più generosi e più elevati; 



si legge il romanzo con interesse 
e si vuol sapere il seguito. 

UHéritage d: Arthur ò la conti- 
nuazione del medes ì mo intreccio Glé- 
mence riesce ad allontanare Denise 
mettendola nel convento di Sainte 
Rutenie, dove s'intende coi capi di 
questa Istituzione. Il Marchese si 
imbecillisce sempre più sotto il 
giogo tirannico e ad un tempo af- 
fascinante della colpevole Clémen- 
ce, la quale, dopo avere ottenuto 
il testamento del Marchese in suo 
favore, precipita la sua fine ram- 
mentandogli sempre la morte che 
il vecchio peccatore teme. Louis, 
il quale, anche nel primo libro ve- 
diamo innamorato di Denise, cerca 
di salvarla dai convento, e riusci- 
togli di venire presso il Marchese 
conduce presso il suo letto d'ago- 
nia la perseguitata Denise. La 
mente e le* labbra del Marchese 
non possono più dichiarare, mal- 
grado il desiderio, la sua ultima 
volontà in favore della figlia. Egli 
muore, accennando soltanto Deni- 
se, in presenza del notaio e di 
quattro testimoni. Louis e Denise 
si sposano. Clémence intenta un 
processo contro Denise; fallisce, 
ma i giudici decidono che la co- 
lossale ricchezza del Marchese pas- 
si al convento della Sainte Rutenie. 

Ma lì non finisce la lunga storia 
dell'eredità; l'autore ci invita ad 
assistere in un altro libro allo 
scioglimento di questo intreccio 
ben combinato e pieno purtroppo, 
di verità. 

S. D. G. B. 



«Jules Miiclielet par Ga- 
briel Monod, avec un portraità l'eau- 
forte par Boilvin, un sonnet par G. 
Lafenestre et un fac-simile; Paris, 
Sandoz et Fischbacher éditeurs (ele- 
gante voi. di pag. 122). — Michelet 
réveur fierpar l'amour agite: que- 
sto verso espressivo del sonetto, del 
resto un po'stentato, del signor La- 
fenestre, risponde bene all' idea che 
tutto il libro di Gabriele Monod ci 
offre del grande francese che la 
Francia non si consola d'aver per- 



13 



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— 186 -- 



duto. Noi crediamo che il Monod ab* 
bia perfettamente definito il Michelet 
e gli iDgegni che gli somigliano, in 
quel luogo del proemio ove dice « il 
était. il est encore, par ses écrits, un 
inspirateur; il ne pouvait pas de ve- 
nir un maitre ; » le linee che seguono 
dicono ancora il vero , ma , in- 
sistendovi troppo, e uscendo con 
una sortita che tradisce più tosto lo 
scrittore avvezzo ad una critica mi- 
nuziosa che il biografo riconoscente: 
< il coniribua, egli dice, comma l'a- 
vraient fait avant lui Yillemain, Gou- 
sin et Guizot, à dénaturer le carac- 
tóre de notre enseignement supérieur 
en transformant les lecons en mor- 
ceaux oraloires, adressés non à une 
élite studieuse^ mais à la foule. » Se 
non ci fosse la riconoscenza di mezzo, 
chi sa qual censore acerbo del Mi 
chelet non diverrebbe il valente Mo- 
nod ! Egli intanto pone ogni cura e 
forse più del bisogno ad avvertirci e 
a ripetere che Michelet non può ser- 
vire di guida, che nessuno può farsi 
suo discepolo, che il suo metodo non 
è buono per alcuno, che bisogna 
spesso controllarlo, correggerlo e 
contradirgli. Tutto ciò parrebbe pro- 
vare che il M(»nod dovesse essere 
meno atto a scrivere un'affettuosa 
biografia dei Michelet; eppure tutto 
il libro prova invece il contrario ; la 
prefazione non è il programma del 
lavoro., ma, in qualche modo, è de- 
stinata, invece, a temperarne Tentu- 
siasmo ; poiché, in Francia, come al- 
trove, vi è il pudore dell'entusiasmo, 
e si teme sempre di parer fatui e 
ingenui, quando, dopo un accento di 
simpatia non se ne soggiunga qual- 
che ^altro che ne abbassi il tono; noi 
avremmo preferito il libro senza pre- 
fazione; ma, fra tante prefazioni più 
belle del libro, noi ci confortiamo di 
questo esempio d'un libro riuscito 
simpaticissimo malgrado la non sim< 
patica prefazione. 



Xjes eooles du. don te et 
Peoole de la fiA, par le comte 
Ag. De Gasparìn ; deuxieme édition; 
Paris, Michel Lévy fr. (un voi. di 
pog. 432; prix 3 fr. 50 e). — L'e- 



ditore pone in nota queste parole: 
€ Ce livre, publié il y a vingt ans, 
est aujourd'hui plus actuel que ja- 
mais. > Vi è tutto il calore apostoli- 
co; il conte Gasparin servivasi della 
predicazione per mezzo delle confe- 
renze e dei libri^ anzi ogni cosa^ per 
dichiarare meglio a sé stesso ì prò- 
prii sentimenti,' determinarli ed af- 
forzarli con la parola ; cosi fortificati 
erompevano naturali, caldi e simpa- 
tici, senza più guardare a pregiudi- 
zii ed a contradizioni, anzi cercando 
quelli e queste per combatterli gli 
uni e le altre e vincerle. E ch'ei sia 
stato vittorioso lo prova il grande 
favore con cui vennero accolti i suoi 
libri i quali, se fossero soltanto bene 
scritti, per la natura degli argomenti 
che trattano, avrebbero per i più 
avuta probabilmente una scarsa at- 
trattiva. Ma 11 Gasparin, senza porre 
in evidenza sé stesso, occupa con 
tutta la sua coscienza ogni opera pro- 
pria, e questa coscienza alta e serena 
se non può a tutti i lettori recare il 
beneficio della fede, apporta a tutti 
sicuramente alcun buono ed elevato 
sentimento, risultato al quale un nu- 
mero ben scarso di libri ha la virtù 
di condurci. 

Le devoiiement par Mi- 
chel Masson ; ouvrage illustre de U 
gravures sur bois ; Paris, libr. H.i- 
chetie (un voi. di pag. 280 ; prezzo 
fr. 2 35 e). La nostra lingua non 
ha, a nostra notizia, un corrispon- 
dente preciso di questa parola fran- 
cese che esprime tanto. Ma ciascuno 
di noi conosce il senso della parola 
< dóvouement, » e sotto quante for- 
me si possa esso manifestare. Il sig. 
Masson ha fatto^ a guisa di racconto, 
una vivace rappresentazione di tutte 
le forme del « dévouement, » nelle 
relazioni domestiche, in quelle verso 
il proprio paese e nelle relazioni con 
la società in genere. Ecco un altro 
eccellente libro di lettura per le fa- 
miglie, che possiamo, con sicurezza, 
raccomandare alle madri. 

Le noiivel opera par Cb. 

Nuitter, archiviste de l'Opón», ou- 



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1«7 — 



vrage contenant 59 gravures sur bois 
et 4 plans; Paris, libr. Hachette (un 
voi. di pag. 250, prix 3 fr. 50 e). È 
solamente percorrendo questo dili- 
gente libro illustrativo che il lettore 
può farsi un'idea proporzionata di 
tutta l'immensità delFedificìo che per 
accogliere l'opera francese in musica 
fu di recente inaugurato a Parigi. Il 
signor Nuitter non ha tralasciato nulla 
che potesse tentfjre la curiosità del 
lettore; ha voluto vedere, sapere, 
contar tutto, tanto che, con l'aiuto 
delle sue spiegazioni ed illustrazioni, 
noi, lontani, possiamo, grazie alla sua 
curiosità e diligenza, compiacerci di 
riuscire a farci un'idea più completa 
del nuovo grandioso teatro di quella 
che probabilmente se ne faranno gli 
stessi visitatori parigini affrettati. 

F>orti-alts et etiides 
d'ixistoire litteraire par 

N. D. NIsard, de l'Accademie fran- 
caise (Paris, Michel Levy fr.; un 
voi. di pag. 440 ; prix 3 fr. 50 e). 
Oltre il celebre manifeste cantre la 
Uttérature facile, si ripubblicano in 
questo volume i nobilissimi saggi del 
Nisard aopra Victor Hugo nel 1836, 
sopra Lamartine nel 1837, sopra Ar- 
mando Garrel, sopra Saint Marc Gi- 
rardin, rimportavte lavoro intorno 
alle Classes moyennes en Angleter- 
re ed alla bourgeoisie en Franee e 
lo studio sopra Lord Byron. Per 
quanto studioso de' classici e ligio ad 
essi^ il signor Nisard ha mostrato, da 
gran tempo, in questi saggi critici di 
sapere con una certa larghi zza com- 
prendere e giudicare il suo tempo, e 
recare nella sua critica parecchie im- 
pronte d'un ingegno originale. 

H^tudes philosopliiqiios 
et litteiraii^es par L. Vitel de 
r Academie f rati ca ise, prócédées d'une 
notice par M. Guizot. (Paris, Michel 
Lóvy fr. ; un voi. di pag. LXXX- 
330 ; prix 3 fr. 50 e). Il Vitet non 
avrebbe certo sperato dopo la sua 
morte jin elogio così ampio e splen- 
dido pel quale, col piede quasi nel 
sepolcro, l' illustro storico Guizot ne 
raccomandava la memoria ai posteri. 



Il volume editi» ora dai Lévy com- 
prende ì seguenti scritti del Vitet: 
La science et la foi; De Vétat ojc- 
tuel du christianisme en Franee ; 
Le Christianisme et la Société; 
Sept lettres sur le siége de Paris; 
Réponse au discours prononcé par 
M. Octave Feuillet pour sa reception 
à l'Académie francaise ; Réponse au 
discours prononcé par M. Vabhé 
Gratry pour sa reception à l'Acadé- 
mie francaise. 

Oeiivres de Jules Lacroix; 
Théatre (in tre volumi) ; Oedipe Roij 
Le testament de Cesar, Valeria. La 
jeunesse de Louis XI, Macbeth, Le 
Roi Lear ; (Paris, Mich. Lévy; prix: 
10 fr. 50 e). Il poeta Giulio Lacroix, 
il fratello del noto bibliofilo Paul La- 
croix, ch'ebbe.cura di riunire tutti gli 
articoli più eloquenti scritti in onore 
di suo fratello, non avrà forse la 
consolazione di veder vivere lungo 
tempo i suoi drammi, in gran parte, 
imitati e ridotti, sulle scene del tea- 
tro francese, ove tuttavia, quando 
apparvero furono vivamente applau- 
diti, e coronati coi suffragi de'critici 
più autorevoli , ma, nella storia let- 
teraria francese si terrà sicuramente 
conto di questo elegante e robusto 
poeta, il quale, dopo aver studiato i 
capolavori dei grandi maestri, li tra- 
dusse, li imitò con un gusto mira- 
bile, che se non gli acquistò la glo- 
ria d'un ingegno grandemente ori- 
ginale, gli assicura la fama d'uno 
scrittore squisito. Forse nelle liriche 
delle quali si promette la ristampa ci 
sarà dato di meglio comprendere le 
qualità proprie ed originali del poeta 
LacroiXy il quale intanto s'acquistò 
un bel nome presso quello di Ducis. 
che egli superp, come scrittore, per 
finezza d'arte, e che, per vigore dram- 
matico seppe uguagliare. 

Paris, ses orig^anes» tses 
fbnittions et sa. ^ìe dans 

le seconde moUié du XIX siede par 
Maxime Du Camp; lume sixième (un 
bel voi. di pag. 582: Paris, Ha- 
chette). Con questo sesto volume ter- 
mina la grandiosa opera, con una 



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— 188 — 



longanimità mirabile condotta a 
compimento da Maxime du Camp. 
Furono scrìtte tante grandi frasi ad 
effetto sopra Parigi; ma come Parigi 
fosse fatto dentro, ne'suoi più minuti 
congegni, nessuno sapeva bene, nes- 
suno finquì ci avea detto appieno. li 
Du Camp intraprese egli solo la più 
difficile e complicata di tutte le guide, 
poiché ad illustrar Parigi occorreva 
una testa enciclopedica, bene erudita 
ed artisticamente educata, per poter 
seguir tutto e di tutto dar conto. 
Maxime Du Camp ama Parigi, ma 
non radula; ne comprende la po- 
tenza, ma non se ne fa l'idolatra; si 
riserba perciò il diritto di dire gran- 
di verità anche a'suoi parigini, alla 
gloria dei quali egli ha pure inal- 
zato il più splendido dei monumen- 
ti. Tutta Topera è di una impor- 
tanza capitale; che di tutte le gran- 
di questioni che s'agitano nella vita 
parigina il Du Camp ha saputo ren- 
derci pienissimo conto; ma al nostro 
pubblico, composto in gran parte 
d'uomini di lettere, vogliamo, in 
questo volume, ricordare, per lo spe- 
ciale int^esse, i capitoli sopra i tea- 
tri, le biblioteche, i giornali, i co- 
stumi parigini, che sono della più 
viva attrattiva, e che vorremmo be- 
ne, se non ci fosse così avaro lo spa- 
zio, recare qui tradotti perchè i no- 
stri lettori potessero sentire tutta 
la sincerità delle nostre parole. 



Premlers litndiN» de Sain- 
te Beuve; tome deuxième (Paris, 
Michel Lévy fr.; un voi. di pag. 
424 ; prix 3 fr. 50). Sono, il primo 
eccettuato, che risguarda il filoso- 
fo Jóuffroy quasi tutti articoli di 
breve dimensione; circa una cin- 
quantina, in tutto, sparsi qua e ih 
nei giornali, con mano prodiga, e 
pure sempre prudente, che fecero 
buona impressione quando appar- 
vero, e che sarebbero oggi dimen- 
ticati se un editore intelligente non 
li avesse raccolti. Gli articoli bre- 
vi non sono i meno piccanti, cu- 
riosi, ed importanti ; qualche vol- 
ta, il critico, forzato alla brevità, 
condensa in una parola il carat- 



tere di tutto un libro, di tutto un 
uomo> e quella parola pare scol- 
pita; nell'articolo lungo, il critico 
ha bisogno di mostrare qhe ha egli 
stesso studiato, s'allarga divaga, fa 
della ginnastica intellettuale viag- 
gia per proprio conto, e non solo 
non aggiunge nulla alla nota ca- 
ratteristica che si trova spesso 
nella sua breve notizia, ma qual- 
che volta gli accade di dimenti- 
care affatto questa nota stessa. Il 
Saintè Beuve, come critico, ebbe 
quasi sempre sulle labbra un a- 
mabile sorriso; e se qualche volta 
ed, anzi non di rado, menò qualche 
destro colpo di spillo, la sua mano 
fu sempre pronta a carezzare il 
ferito e a fargli quasi parer dolce 
il veleno che il critico lasciava fil- 
trare nelle vene della sua vittima. 
Certo il Sainte Beuve, per essere 
gustato appieno, ha bisogno di 
trovare lettori non volgari e non 
troppo ingenui, che sappiano un 
poco leggere tra le linee; quando 
il critico ha questa buona fortuna, 
egli è sicuro che la sua critica 
non va perduta, per quanto sia 
velata in modo da parer quasi u- 
nicamente intenta alla lode. Sainte 
Beuve ama gli uomini, e non vuo- 
le loro far male; è anche buon 
compagno con gli scrittori, e, dove 
può, li incoraggia e conforta; ma, 
come osservatore fine, non vuol 
rinunciare al suo diritto di lasciar 
capire ch'egli ha pure visto il ro- 
vescia dèlia medaglia; ed è que- 
sto rovescio ch'egli lascia al letto- 
re intelligente la cura d'indovinare 
sotto ri»*onia sottile e appena per- 
cettibile che accompagna i suoi 
encomii generosi. 



Portraits et souvenir^ 
littex-aiires par Théophile Gau- 
tier (Paris, Michel Lóvy ft,; un 
voi. di pagine 320). Sainte-Beuve 
ci dà delle figure in iscorcio; Gau- 
tier ci offre in questo volume quat- 
tro ritratti in pieno: Gerard de 
Nerval, Madame Emile de Girardin, 
Henri Heine, Charles Baudelaire; 
furono suoi amici, li conobbe, li 



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— 189 - 



stadio bene; li risuscita pieni di 
vita nella loro più poetica realtà. 
E di moda fra i lazzeri o zingari 
della letteratura considerare il 
Gautier come uno dei loro; ma, 
fra lui ed essi ci corre quanto fra 
un libero usignolo che non conosce 
regole ma trova armonie mirabili 
ed un sozzo corbacchio che svolazza, 
gracchiando, in traccia di vermi; il 
Gautier aveva un sacro orrore per 
tutto ciò che è comune, volgare, 
di cattivo gusto, e i pìccoli zingari 
che hanno aria di scimmieggiarlo, 
oltre che non hanno una dramma 
del suo ingegno, non hanno poi, 
anche quando professano dì fare 
l'arte per l'arte, alcun sentimento, 
alcuna religione dell'arte stessa, 
che sono i primi a profanare ed 
adulterare. Zingari come Gautier li 
amiamo anche noi, che, anzi, ce ne 
appassioniamo; ma tali zingari sono 
inimitabili ; essi ci piacciono ap- 
punto perchè, quantunque originali, 
hanno in so stessi il naturale senso 
della correttezza e della misura; le 
loro scimmie oscene che vengono 
invece a scoprire in uno scrittore 
qualche lieve fusrgevole debolezza, e 
ne fanno subito una virtù, e la esa- 
gerano portandola a sistema d'arte 
ci paiono degne d'essere cacciate 
con lo scudiscio; e in ogni modo nel 
tempio dell'arte non hanno nulla 
che fare e vedere, a meno che 
anche i postriboli vogliano anche 
essi un'arte per loro consumo, con 
tutte le irregolarità, licenze, stra- 
nezze che in luoghi siffatti non 
offendono certamente nessuno, poi- 
ché ogni sentimento di decenza, 
di dignità, di bellezza vi si umilia 
e si ottunde. 



X>ietloi]Liialire d.es soien- 
ces pl^^losopbiqiies par 

une Socióté de professeurs ed de 
savants sous la direction de M. 
Ad. Franck membro de Tlnstitut; 
deuxiòme édjtion; l.er fascicule 
(160 pag. in-8 gr. a due colonne; 
Paris, Librairie Hachette). La 
buona riputazione di questo dizio- 
nario di cui la libreria Hachette 



intraprende una nuova edizione 
migliorata ed arricchita è fatta da 
oltre vent'anni; il nuovo suo Illu- 
stre Direttore non ha ora trala- 
sciato nessun prezioso aiuto, nes- 
sun articolo importante perchè 
anche l'ultimo quarto di secolo 
della storia della filosofia si trovi 
degnamente esaurito. Per la parte 
italiana . troviamo annunziati fin 
d'ora gli articoli su Galluppi e 
Gioberti] speriamo che non sarà 
tralasciato il Rosmini. Alcuni ar- 
ticoli riuscirono vere monografie, 
come è già, in questo fascicolo, lo 
scritto deir illustre Barthel. de 
Saint Hilaire, traduttore di Ari- 
stotile, sopra Aristotile ; sul De- 
voir prepara una vera e propria 
monografia Paul Janet, l'autore 
del bel libro sulla Morale. Ritorne- 
remo con piacere su questa note- 
volissima pubblicazione appena 
sarà più avanzata ; crediamo in- 
tanto che tutti i nostri studiosi 
di filosofia si affretteranno a far- 
ne ricerca. 



Ooirresi>oii<la,nce die 
X^aiuLa.i*tiiie publiée par Madame 
Valentine de Lamartine; tome cin- 
quièmn, (1834-1841) ; Paris, Hachette 
(un bel voi in-8. dì pag. 590; prix: 
7 fr. 50 e). Le più che duecento let- 
tere contenute in questo volume han- 
no unMmpertanza specialmente poli- 
tica; le lettere sono per la massima 
parte dirette al conte di Virieu, al- 
cune poi non poco curiose a madame 
deGirardin e a suo marito; le lettere al 
padre pigliano un carattere di tenerezza 
insolita; nell'età decrepita il già severo 
padre di Lamartine divenne, come un 
figlio sottomesso del proprio figlio Al- 
fonso. Lamartine, uomo politico, spie- 
ga, tra gli anni 1834-1841, un carat- 
tere moito spiccato, e proprio ; sfida 
la impopolarità, sicuro che, «juando 
egli avrà irritato tutti i partiti, tro- 
verà per sé la coscienza del paese; 
ottiene granii trionfi oratorii, e se 
ne compiace; si dimostra disposto a 
entrare nel ministero Guizot, ma a 
condizione che gii sia dato il porta- 
foglio deirialerno; rifiutatogli, prefe>- 



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— 190 — 



risce non ottener nalla^ piuttosto che 
accettare un posto secondario ; ha bi- 
sogno che si parli 'ad ogni costo di 
lui, anche se si voglia dirne male; 
ha fiducia nel proprio avvenire, ma 
passa per molti mesi di scoraggia- 
mento; scherza sopra la sua età che 
se ancora non invecchia, divien ma- 
tura; è preoccupato dalle solite mo- 
lestie finanziarie, e continua a far 
debili, occorrendogli cento mila lire 
alFanno per vivere a Parigi. Adolfo 
Thiers non fa In queste interessanti 
lettere la miglior figura; ma il La- 
martine non era il giudice più im- 
parziale e più giusto che il Thiers 
potesse attendersi. 

]L«es s^randls eoi*iva.iiis 
de la. Franoe, publiés sous la 
direction de M. Ad. Hegnier ; Molière 
par M. Eug. Despois; T. II (Paris, 
Hachette; un voi. ln-8. di pag. 440; 
prezzo 6 fr.). II presente volume 
delia solenne edizione completa delle 
opere di Molière contiene quattro 
produzioni, Les précieuses ridicu- 
les, Le cocu imaginaire, Dom Gar- 
eie de Navarre e L'écoles des ma- 
ris. 11 diligente Despois, olire la cura 
da lui posta nella revisione del testo, 
premise a ciascuna commedia una 
importante intrdlluzione storico-lette- 
raria, ove tutte If notizie relative 
alla storia delia commedia si trovano 
raccolte e messe in buon ordine; e 
soggiunse a piò di pagina copiose ed 
opportunissime note filologiche. Il mi- 
glior modo di onorare un autore è 
studiarlo; e chi studii Molière col 
signor Despois può confidare d'avere 
intorno ad esso appreso quanto di 
più sicuro sia conosciuto e degno di 
esserlo. Quando mai avremo anche 
noi uno studio simile fatto sopra il 
teatro di Goldoni e sopra quello di 
Alfieri ? 

ILies pensee» <le tout le 
monde 9 par A-rnauld 
Fremy. Paris, M. Lóvy. Il ti- 
tolo indica il contenuto; pare però 
che l'autore applichi particolar- 
mente ai suoi concittadini certe 
0ue massime. Ve ne sono 1050; in 



tanto numero non può recar me- 
raviglia, quando «e ne trovino pa- 
recchie volgari. 

L'avenir de l'eg^lise 
ruisse par le R. P. C. Tondini 
Barnabite ; Paris, Libr. de la Sociétó 
Bibliographique (pag. 80). Il reve- 
rendo e dotto padre Tondini, dopo 
avere tradotto, annotato, commenta- 
to il regolamento ecclesiastico di Pie- 
tro il Grande accompagnandolo con 
l'istruzione del procuratore generale 
del Sinodo (fu pubblicato in un vo- 
lume di circa 300 pag. in-8 presso la 
stes-a Libreria), intende ora col suo 
opuscolo a dimostrare come la chiesa 
russa deve sottrarsi alla diretta in- 
fluenza e sovranità dello tzar, ed ar- 
gomentare che Tunica soluzione di 
tale questione sta nella conversione, 
nel ritorno, com'egli Io chiama , dei 
russi al cattolicismo. Noi siamo cer- 
tamente d'accordo nel trovare strano 
e funesto che il capo politico delia 
società ne sia ad un tempo il capo 
religioso; crediamo che il tempo mo- 
dificherà anche questa condizione di 
cose in Russia, che avvicina ancor 
troppo lo tzar ad una specie d' ido- 
latrato imperatore del Regno celeste; 
ma non crediamo niente necessario 
per questo che i russi si sottometta- 
no, pel fatto religioso, airautorità del 
papa ; né abbiamo uopo di ricordare 
al padre Tondini che fino al 1870 
anche il Papa fu pontefice e re nel 
suo stato, a quel modo ch'egli de- 
plora che continuino ad essere gli 
tzar; onde, per lo meno, riesce dopo 
la lettura di questo opuscolo, fatto 
con ìscopo evidente di propaganda 
cattolica, per continuare l'opera del 
convertito padre Schuvalotf morto 
nel 1859, necessario il conchiudere 
che il re Vittorto Emanuele ha fatto , 
bene a separare la persona del papa i 
da quella del principe, ed a mettere 
in libertà la chiesa. 1 

I>ie I>ìosl£iireii iter lahr- 1 
gang, 1875 — Literarisches lahrbuch 
des ersten allgemeinen Beamlen- 
Vereines der òsterreichisch-ungaris- 
chen Monarchie ; Wien, Selbstverlag 



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— 191 - 



des Vereines). Un ricco e bel volume 
di oltre 500 pagine di versi e prose, 
di qaasi ottanta valenti penne tede- 
sebo, che dobbiamo anche in que- 
st'anno, alla liberalità della Società 
degli impiegati austro-ungheresi, So- 
cietà che contava al fine dello scorso 
settembre già 37,605 membri e che 
prospera di continuo. Tra le sue 
spese annue sono comprese quel- 
le per una Rivista intesa agli 
interessi degli impiegati e per 
questo bellissimo Annuario lette* 
rario intitolato : I Dioscuri , ove la 
poesia ha sempre la miglior parte^ 
quasi a sollevare eli impiegati dalla 
molta prosa delle Toro quotidiane oc- 
cupazioni, è poesia eletta, e simpati- 
ca, ove^ come fanno il Foglar ed il 
Cisri, s'inneggia nobilmente alla feli- 
cità della vita domestica, ove la pa- 
tria, la scienza, la virtù d'amore si 
esaltano, ove l'ideale si scalda. In 
questo prezioso volume abbiamo pure 
trovato un importante studio di sto- 
ria veneziana relativo a Mattia Cor- 
vino, di I. Mirese, e un tentativo di 
traduzione d'alcune poesie di Leopar- 
di, ma che non oseremmo dire troppo 



felicemente riuscito. Il volume con- 
tiene pure belle poesie di Roberto 
Hammerling, lulius Rodenberg, Fr. 
Bodenstedt, Betty Paoli, Fr. Marx e 
d'altri poeti chiarissimi; un notevole 
lavoro del barone los. Al. Heffert so- 
pra Napoleone e Maria Luisa^ alcune 
graziose novelle, schizzi di costumi, 
e insomma, se si eccettui un po' di 
esuberanza di poesia lirica, la più 
simpatica varietà che sì possa desi- 
derare in una strenna letteraria. 



Bfinne-Siiineii -von Jo- 
sefine Xjipper t ^on Oran- 
berg^. Wien. Una bellissima rac- 
colta di poesie liriche, piene di 
sentimento elevato, le quali ci ri- 
velano l'anima particolarmente de- 
licata e sensitiva dell'autrice; 
sono ordinate in 8 parti; UAus 
Schòner Zeit, SaAllein, 3a Ta- 
geszeiten, 4alm Walde, 5aFrùhling, 
6a Verschiedenes, 7» Wanderungen, 
8& Italien, quadri della natura me- 
ridionale bene dipinti, perchè bene 
osservati e sentiti, e freschi come 
le nostre primavera 



Oltre le pubblicazioni straniere già annunziate ne' fascicoli precedenti e 
che attendono tuttora un rendiconto abbiamo ricevuto le seguenti che 
esamineremo nel prossimo fascicolo, e che frattanto raccomandiamo :, 
La langue et la littérature hindoustanies en £874 revue annuelle par 
M. Garcin de Tassy (Paris, Maisonneuve; pag. 116; prix 2 fc.);Histoi' 
re des insHtutions politiques de Vancienne France par Fustel de Cou- 
langes (Première panie; L'empire romain, des Germains, La Royauté 
Mérovingienne ; Paris, Hachette; un voi. di pag. 546; prix 7 flr); Saint 
Louis et son Temps par H. Wallon membro de l'Institut; due voi. in-8. 
(Paris, Hachette; 12 fr.); Oeuvres, de Tacite text latin revu avec un 
commentaire par Emile Jacob professeur de rhétorique au Lycée Saint- 
Louis (Annales I-VI; lo voi. in-8. gr., di pag, 430; prix 6 francs); 
Schweden; Statistiche Mitheilungen von D.r Elis Sidenbladh; Moses und 
Die Zéhnwort'Qesetze des Pentateuchs mythologisch-culturhlstorischo 
Untersuchung von D.r Martin Schultze; Berlin, Calvary (pag 32); Prin- 
cipie de filologia comparativa ario-europea ; Lectìunea I (fatta alla fa- 
coltà dì lettere di Bucarest Thiel e Wriss); Les Dindons de Panurge 
par Pierre Vóron (è una raccolta di nuovi schizzi e bozzetti di questo 
principe de'cronisti parigini; Paris Michel Lévy fr; pag. 318; prix 3 
fr 50 e); Mistoire de petite ville, Contes et nouvelles par Charles Deu- 
lia (Paris, Dentu); L'année géographique revue annuelle par M. Vivien 
de Saint Martin (tome XII, treizième anné 1874) Paris, Hachette 
(prix 3 fr. 50 e.) 



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- 192 - 



Rassegna politica. 



Come 1 libri, hanno i loro fati anche gli Dei : e il carnevale» i cui 
ultimi giorni ricorsero quest'anno nel principio del mese di febbraio, 
n'è una prova viva e solenne, a conforto di quanti dallo spettacolo di 
altre follie fossero condotti a disperare della vittoria finale della verità 
e del buon senso. Istituzione religiosa in antico e naturale a tutti i paesi, 
dove allignò prima la vite e fu adorato il vino vivificatore degli ani- 
mi^ semplice ne' suoi primordi e limitata ai balli di famìglia e a co- 
rone innocenti d'ellera e di corimbi, usurpata poi da collegi di sacer- 
doti e sacerdotesse che s'armarono, com'è lor costume, del tirso e di 
pugnale, e trascorsa negli eccessi, che in Grecia costarono la vita a 
Penteo e ad Orfeo, schernitori dei nefandi riti, e alle figlie di Mineo, 
caste tessitrici di tele, e che in Roma indussero il Senato a proibirla 
per legge ; le feste dionisie, sparito il Dio e mutati i pampini in con- 
fetture e la nudità oscena in un velo di pudore, rimasero nel Cristia- 
nesimo, come istituzione civile, col nome di carnevale. E questo, che 
non senza ragione ebbe il suo poeta in un tiranno, Lorenzo il Magnifico, 
e che per maggiore affinità di natura fu più proprio delle nazioni cat- 
toliche, incalzato per le vie dai fischi del popolo stesso, manda ora 
anche tra quelle gli ultimi suoni nei teatri e nei palazzi ; Sardanapalo, 
che si. rinchiude nella sua reggia e non aspetta il nemico, ma vuol 
morire sul talamo e incoronato di rose. 

Accada questo nei popoli in virtù della crescente riflessione o della 
miseria, deve accettarsi lietamente il benefìcio: sarebbe da desiderare 
miseria anco maggiore, se per ogni lagrima che cade dagli occhi avesse 
a cadere dalle menti un errore, se per ogni secolo d' affanni avesse a 
sparire una superstizione o una stoltezza; nella vita deirumanìtà il male 
sarebbe pur sempre compensato largamente dal bene. Ad ogni modo ci 
consoli la storia dei grandi e potentissimi Dei della Grecia e di Roma 
antiche, i quali né i canti d'Omero né le aquile vittoriose valsero me- 
glio dell'ambrosia, ond'erano circonfusi, a preservare da morte. Ad al- 
tre feste vedranno i posteri toccare la sorte di quelle di Bacco; altri 
culti sparire, come quello di Bacco, dalla città, e ridursi nelle abitazioni 
private, ultimi sbadigli di gente che ritorna da un festino notturno ; 
dei regno e del nome temuto d'altri Iddi! non restare, come del regno 



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— 193 — 
e del nome di Bacco, che un'esclamazione innocente e senza soggetto 
nella bocca dei popoli. 

Continuiamo intanto, poiché tale è il nostro ufficio, ad aggirarci tra 
le ombre e i deliri! delle età mitologiche; e incominciamo dalla Spagna, 
che sola è in guerra aperta, e dove il medesimo Dio combatte nei due 
campi opposti. 

Il nuovo TBy che dai collegi d'Inghilterra ov'egli studiava, toccata l'età 
maggiore, e d'accordo coi cospiratori di Madrid e del Vaticano, a di- 
sporre in favore suo l'Europa civile e gli uomini incerti, e per aver 
ragione di tare novità, pubblicava uno scritto pieno di sensi civili, toc- 
cato appena il suolo spagnuolo, si trasforma, e pur non cessando dalle 
parole oneste, a disarmare il carlismo, non trova altro miglior partito 
che far suo nei fatti il programma di quello: bacìa la mano a tutti i 
vescovi, si prostra a tutti gli altari, fa chiudere le cappelle dei prote- 
stanti, atterrisce la stampa, e per dare al clero un pegno delle sue in- 
tenzioni assai più gradito^ nelle stremate finanze dello Stato, aumenta 
di qualche milione il fondo del culto. Ma il clero piglia^ e non cambia, 
perchè non può cambiare senza uccidersi da se stesso; e clero e car* 
listi rispondono, a chi porta loro l'olivo, a colpi di fucile. Non ottenu- 
tosi colie parole di far posare le armi, bisogna fare di necessità virtù 
e tentare la sorte; perchè a un principe giovine e nuovo, specialmente 
nella terra del Gid e della cavalleria, e quando il rivale si periglia ogni 
giorno nelle battaglie, non si conviene farsi vedere nella capitale colla 
spada in mano senza la corona d'alloro in testa; ed egli va difilato al campo 
senza toccare Madrid. Non v'era bisogno d'aspettare i ragghiagli dal telegra- 
fo o dai giornali. Quando tutto comandava di starvi, il venir via era Tannun- 
zio della sconfitta, e una fuga ; nel collegiale di Woolwich la paura fu più 
forte della ragione di Stato e della voce dei pedagoghi. Ma a lui, cate- 
cumeno nella schiera dei principi, un battesimo era ad ogni modo ne- 
cessario per entrare nel regno dei cieli; e poiché il suo organismo non 
aveva potuto comportare quello del fuoco, bisognava trovarne uno di 
rito più facile e più innocuo pel suo capo pi*ezioso. Presa la briglia del 
bell'andaluso che lo trasportava in fuga a traverso gli Stati non anco- 
ra suoi, lo fecero capitare al castello del gran battezzatore di tutti i 
governi di Spagna, del generale Espartero. Si ritirino i profani, che 
l'augusta cerimonia va a compiersi. Sono tre soli in una sala del ca- 
stello: il ministro deirinterno^ il giovine principe, e il generale. Il mi- 
nistro presenta al prìncipe, da parte del governo, il diploma del più 
alto Ordine cavalieresco della Spagna; il principe mostra di schermir- 
aene, come confuso di tanta bontà, dichiarando modestamente di non 
aver fatto ancor nulla per meritarselo. Vinto a tanta umiltà congiunta 



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— 19i -- 

a così alto concetto della gloria, segni non dubbii di predestinazione, il 
vecchio generale, gran primate dell'Ordine di San Fernando, si alza, e 
togliendosi dal collo il cordone da lui portato in tutte le battaglie e 
che s'era messo quel giorno pel ricevimento, lo mette al collo del princi- 
pe, baciandolo in fronte e pronunziando sopra di lui queste parole in 
lingua misteriosa : 

«... Io te sopra te corono e mitrio. » 

È fama, che durante la cerimonia ridessero tutti e tre; ne rise cer- 
tamente l'Europa, come ne rideranno i posteri, se l'eco di tali fanciul- 
laggini giungerà ai loro lidi lontani. 

Ma il battesimo costituzionale ricevuto dalle mani di Espartero non 
inganna alcuno, nemmeno nella Spagna. Un gran compito pare che si 
sieno assunti colà, più che altrove, tutti i governi, che si succedettero 
fino ad ora e si sono cacciati l'un l'altro ; ed è quello di scaltrire essi 
stessi le moltitudini, e di renderle incredule alle parole. Mentre altri 
vede nelle mancate promesse la causa dello scetticismo che predomina 
nell'età nostra, e ne lamenta i tristi effetti, il filosofo sperimentale 
gode dei disinganni ; perchè solo in virtù di questi, i popoli, per quanto 
ottusi d'ingegno e tenaci delle abitudini, ma tenaci ancora più della 
vita e delle sue dolcezze, abbandoneranno il metodo a priori e deìVipse 
dixit per attenersi unicamente ai fatti anche nell'ordinamento sociale. 
Lungo, troppo lungo in vero fu nel mondo il regno della magia e del- 
l'alchimia : nessuno ora in Europa, tranne qualche individuo che rima- 
ne sempre nelle specie a testimonio e illustrazione dei tipi passati, per 
aver oro o salute o altro bene qualunque in particolare, ricorre all'o- 
pera dei maghi e degli alchimisti. I quali però possono esercitare an- 
cora ed esercitano le loro arti nel maneggio dei popoli; perchè qui po- 
tendo principalmente le idee, queste, come sono state ultime a for- 
marsi, cosi sono sempre ultime a sparire. Ma spariranno, come sono 
spariti 1 lambicchi, le fiale, le bacchette e i circoli magici del medio 
evo; e la Spagna sarà ben più benemerita dell'umanità per aver docil- 
mente sottoposto il suo corpo a tutti gli esperimenti^ che per aver dato 
ascolto a Colombo e portato il cristianesimo e la strage tra le vergini 
e felici tribù dell' America. 

A tutti gli esperimenti, abbiamo detto; non mancando ora, se non 
che Don Carlos salga sul trono, ed essendo probabile quanto desidera- 
bile che ciò avvenga, per far l'ultima prova e mostrare anche la im- 
potenza di lui a ricostituire la Spagna. La politica, colla quale Alfonso 
ha inaugurato il suo regno sì all'interno che all'estero, e che è quella 



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- 195 - 

stessa di Don Carlos, ha già tolto a quello ogni ragioire dì combatter 
questo e dì stare a Madrid : gli uomini che lo circondano, faranno il 
resto. Chi ha tradito una volta, è sempre pronto a tradire la seconda, 
quando vi trovi il suo utile; e in tutta la Spagna, conviene pur dirlo, 
non v'è ormai altro di sano e d'integro, che Don Carlos p i suoi, ar- 
gomento più potente di vittoria che le armi stesse. 

Ma volgiamoci a settentrione, e valichiamo i Pirenei. 

Fra le credenze dei maomettani v'ha quella dell'esistenza di un ponte, 
non d'altro fatto che di un sottilissimo fli di ferro, gettato tra la terra 
e il cielo, per cui devono passare dopo morte tutti i credenti, e al ter- 
mine del quale stanno ad aspettarli sulle soglie del paradiso le Uri prò- 
mettitrici di gioie eterne, mentre sotto è Tabisso. Le fantasie orientali 
vollero forse con ciò rappresentare le difficoltà della vita, e ammonire 
uomini e popoli dì non metter piede in fallo, mostrando con una imma- 
gine sensibile quanto sottile sia la linea, che separa il bene dal male, la 
somma felicità dalla somma miseria. 

La Francia si trova da cinque anni e cammina nuovamente sopra 
quel ponte ; e ad ogni passo che fa, il filo oscilla da un capo all' altro 
quanto è lungo, e minaccia di travolgerla nel precipizio. Nel mese di 
febbraio fu la discussione delle leggi costituzional', e specialmente del- 
l'articolo relativo al Senato, che la tenne sospesa sopra l'abisso ; dove 
sarebbe caduta sulla punta della spada di Mac-Mahon, se non era Tar- 
rendevolezza dei repubblicani. Il futuro, e un futuro forse non lontano dirà, 
se questi, accettando per timore del presente la istituzione d'un Senato, 
non abbiano per avventura più presto nuociuto che giovato alla causa 
per la quale combattono, e se non sarebbe stato meglio per essi cadere 
avvolti nella loro bandiera. Una nazione non muore così di repente; e 
alla fine vince necessariamente quel partito, il quale s'identifica con 
essa, peròhò se con essa cade, con essa anche risorge. Ma, partiti e 
nomini, tutti sono invasi dall'impazienza di vincere, che è quella poi 
che tutti li perde; come ha perduto il Cristianesimo, quando stanco 
delle catacombe, o preso dalla vanità del dominio, venne a patti con 
Costantino, con Giove e con tutti gli Doi dell'Olimpo, corrompendosi e 
corrompendo. Considerata la cosa dal lato dei principii, l'argomento 
vale ancora più; perchè, se sono dì quelli destinati a non perire (e 
possono ormai perire le nazioni, non la sovranità nazionale), ogni de- 
roga fatta ad essi da parte del partito che li rappresenta, ò un piede 
messo in fallo, e caduta certa, dalla quale per ritornare al punto per- 
duto, gli conviene rifare tutta la via. 

Dopo il colpo di Stato del 2 dicembre, il plebiscito, e le elezioni al 
Corpo legislativo, un immenso sgomento aveva invaso in Francia e in 



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— 196 ~ 
Europa anche le menti più ferme, intorno alla bontà del suffragio uni- 
versale. Era allora ancor vivo La Mennais; e a quelli che gli manife- ' 
stavano i loro dnbbii, il vecchio venerando e sereno veniva ripetendo, 
che non temessero: perchè se il suffragio universale oggi falla^ doma- 
ni, sotto la prova de'suoi errori stessi, si ravvede e si purifica, e ad 
ogni modo si muove col muoversi delle idee. I fatti hanno dato ra- 
gione all'autore delle Parole d*un credente. In Francia 1 repubblicani, 
cinque soli di numero, pe'prìmi anni, nel Corpo legislativo, aumentati 
nelle elezioni del 1870, possono oggidì nel governo della cosa pubblica 
tenere da soli il campo contro le forze coalizzate di tre monarchie. ' 

Come non v'è diritto contro il diritto, così non v'è sovrano contro il 
sovrano: e in tal modo pare che la intendano gli elettori del collegio 
di Tipperary in Irlanda, i quali nominarono a loro rappresentante alla 
Camera dei Comuni John Mitchell, il successore di O'Connell, il capo 
del partito rivoluzionario irlandese, condannato nel 1848 per ribellione 
a quattordici anni di deportazione. Ma di là della Manica la sovranità 
nazionale, dopo secoli di libertà, dopo Loke e Byron e Stuart Mili, 
s'avvolge ancora, non meno che presso popoli più nuovi ed inesperti, 
nelle ombre del mito: gli uomini vi sono tanto più tenaci e gelosi delle 
formule e dei simboli, quanto meno si curano della cosa simboleggiata: 
maestri, divenuti proverbiali, del rispetto che si deve all'opinione pub- 
blica, non soggetti anzi, per quanto si dice, che a questa, la discono- 
scono e insultano nella più alta e più solenne delle sue manifestazioni, 
quale è la nomina del deputato. Nell'annullare la quale gli uomini di 
Stato inglesi non solo si mostrarono irreligiosi, ma vennero meno e- 
ziandio all'antica loro fama di accorti politici : perchè sia il luogo, 
sieno i conlatti, le convenienze o altro, fatto sta, che nelle assemblee 
degli nomini, come in tutte le aggregazioni della natura, v'è una sin- 
golare e prepotente virtù di assimilazione; e John Mitchell nella Ca- 
mera dei Comuni, se ha qualità d'uomo grande, sarebbe stato il più u- 
tile dei consiglieri, se non è che un agitatore volgare, o si sarebbe 
perduto nella massa tacendo, o parlando da tal luogo, sarebbe appar- 
so più volgare ancora, e in ambedue i casi avrebbe finito ben presto 
col perdere ogni prestigio agli occhi de'suoi stessi elettori. Fuori del 
Parlamento invece egli rimane ed è una potenza, fatta già tale dalla 
prima condanna, centuplicata ora da questa seconda; la quale avrà il 
merito di estendere a tutta l'Irlanda l'ammirazione e gli entusiasmi, 
che ebbero per lui, al suo arrivo nell'isola, le città di Queenstown e 
Cork. 

Nel medesimo errore, commesso testé in Inghilterra, cadono abitu- 
almente aU^ri oligarchi, i moderati d'Italia; i quali vorrebbero proscritti 



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- 197 - 
dal Parlamento tutti gli uomini, che per una ragione o per Talti a so- 
no in fama di rivoluzionari^ o in sospetto di antìdinastici^ oon consi- 
derando, come questi, dopo l'esercito e forse più dell'esercito, formino 
la forza della monarchia, non tanto per esserle amici, quanto per non 
potere esserle nemici. Se tutti cotesti uomini fossero rimasti a casa 
loro, se vivendo in mezzo alle moltitudini e aspirandone le ire, aves- 
sero pQSto, per preparare una rivoluzione, metà dell'energia e dell' in- 
gegno che pongono negli intrighi elettorali e parlamentari ; i mo- 
derati avrebbero corso a quest' ora o correrebbero ben altre ven- 
ture che quelle d'un portafoglio. Assai più sagace di loro è il re; 
il quale, mentre tutto il campo monarchico era sottosopra per la 
elezione dì Garibaldi, e Roma si riempiva d' armi e d'armati , co- 
me se Annibale o Catilina fosse stato alle porte , mandava quieta- 
mente a Caprera il suo primo aiutante di campo , e insegnava ai mo- 
derni Machiavelli, come si trae il vello ai leoni. E aftinché la visita 
di Garibaldi al re non sia interpretata come un atto d'omaggio reso 
.«solamente alla persona, o un accesso momentaneo d'affetto verso l'an- 
tico compagno d'arme, il principe ereditario va a farsi consacrare da 
lui e a far consacrare la dinastia, come Alfonso andò da Espartero, e 
David, 11 re fatto secondo il cuore di Dio, dal vecchio e geloso Samuele. 
Ora non manca, se non che in un'altra testa, nella quale può molto la va- 
nità, si possa far balenare l' idea del gran trionfo che sarebbe per essa 
e per tutta la Chiesa, se prima di morire stringesse pentito al seno, 
come il cardinale Federico l' Innominato, il condottiero delle legioni in- 
fernali. L'araldo è già trovato nel principe dei finanzieri romani, nel 
grande elemosiniere del Vaticano: al macchinismo non manca neppure 
il soprannaturale; il Papa ha accolto gli Iktti della canonizzazione di 
Cristina dei Reali di Savoia. È una festa, a cui la famiglia interviene 
di diritto; ed è ben naturale, che insieme colla famiglia v' intervenga 
pure, com' è di costume, chi li tenne tutti a battesimo. Allora sarà ve- 
nuta la pienezza dei tempi, saranno spiegati i miti, e compiute le pro- 
fezie: gli. agnelli dormiranno coi leoni, i pargoli scherzeranno in cuna 
colle creste dei draghi. 
Cavallotti e Carducci, poeti della camicia rossa, preparate il peana. 

Firenze, 28 febbraio 1875. 

A. M. M, 



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— 198 — 



^.•• 



Tavole Neorologiobe. 



M. A. P. {d') Avezac illustre geografo francese. 

Alessandro Bulgarini bibliotecario della Riccardiana in Firenze, au- 
Hl" tore dì due pregevoli romanzi storici, la Donna nel Medio Evo e VAs- 

< ' sedio di Siena, 

Carlo Biirci senatore del regno d'Italia, illustre medico, membro del 
Consiglio direttivo dell' Istituto di Studii Superiori di Firenze. 

Luigi Dessoir celebre attore tedesco, di cui la cronaca berlinese della 
Deutsche Rundschau del mese di febbraio, reca una estesa e simpatica 
commemorazione. 

Paolo Foucher uno dei veterani del giornalismo parigino, cognato di 

' ■ Victor Hugo. 

Clemente Papi, fonditore in bronzo di gran merito. 

Ava. Federico Pescantini {dì Lugo nell'Emilii). Molti giornali svizzeri del 
Cantone di Vaud ( 1), alcuni francesi, e parecchi italiani (2), hanno, ad una 
voce, annunziata e commemorata con rammarico la morte di Lui av- 
venuta il giorno 11 di Gennaio, in una sua villa prossima aNyon, nel- 
Tetà di 73 anni. — Ne hanno onorato tutti il patriottismo, operoso per 
tanti anni, dal 1831 in cui prese parte al moto rivoluzionario di quel- 
l'anno in Bologna e nella maggior parte dello Stato Pontifìcio d'allora, 
lo spirito eminentemente liberale, ma niente affatto esclusivo o parti- 
, '• ^Mano, e il cuore generoso. L'hanno chiamato un veterano delle grandi 

* . lotte politiche che precedettero e seguirono l'anno agitato, memorabile 

per sempre, del 1848. E menzionandone ancora alcuni titoli d'onore 
acquistatisi in Italia ed in Isvizzera pure, sua seconda patria, adottiva 
nel lungo esilio, hanno però tutti quanti passato sotto silenzio affatto 
una sua speciale qualità, al certo commendevole; la qualità. d'uomo c^^' 



fi) Le Nouvelliste Vaudois, di Losanna; Le Courier de la CòUj di Nyon ; Le Confé- 
dét'é de Fribourg, e e. . 

(2) La Gazzetta d'Italia t di Firenze; L'Opimione, di Roma; L'Italie^ id.. 



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- 199 — 

lettere, e di lodato scrittore. — A noi, per supplire intanto airomis- 
sione, basterà di notare, fra le non poche e svariate letterarie produ- 
zioni che varranno sempremai a raccomandare il suo nome^ le se- 
guenti : 

— L'Esule — Giornale letterario, nelle due lingue italiana e france- 
se, io fascicoli mensili, da lui fondato in Parigi nel 1832-33^ colla coo- 
perazione di valenti ed illustri autori italiani e francesi; nel quale si 
distinguono parecchi suoi dettati sulla italiana letteratura, inspirati al* 
l'ottima scuola, qual fu quella, privata, di un Paolo Costa in Bologna: 
ad essa il Pescantini erasi nudrito negli anni de'suoi studi universita- 
ri dì Legge poco niente, a dir vero, di suo genio ; 

— Un Opuscolo cui pose a titolo Lettres sur l'Italie, coiffmendato 
da preclari dotti e statisti: dal Gioberti, suo benevolo e parziale assai, 
si senti poi dire : avergli queste sue Lettere inspirato più che Fargo- 
raento della cospicua Opera del Primato ecc.; 

— Un suo superbo, molto persuasivo e vivace, articolo Sulla poesia 
del Cattolicismo ; in contradizione apertissima con certi vanitosi piali 
di protestantismo, che avevano, in allora, promossa e gridata su per 
giornali una tesi opposta; 

— E, finalmente, e sopra tutto, le sue molto notevoli Lettere, in 
nùmero di otto, intomo alla guerra del Sonderbund di Svizzera, com- 
parse gli ultimi mesi del 1847 nel pregevole e assai divulgato giornale 
L'Alba di Firenze. Codeste Lettere, poUtico-religiose, d'una energia, 
franchezza, e sensatezza mirabili, vennero da Lui dirette al Gh.mo Pa- 
dre Ventura (nascondendone però, nella stampa, il nome, di già sos- 
petto alla Curia romana, sotto puntini), mentre stava per iscoppiare 
fervente quella iniqua guerra civile; la quale si sarebbe potuto sven- 
tare e sperdere, sol che Pio IX, in que'giorni ancora divinizzato, por- 
tatOj dai liberali, ai sette cieli, avesse alzato una mano (trattenuta 
invece, e peggio, dalla funesta fazione gesuitica); codeste Lettere re- 
steranno a documento imperituro di un punto capitale della storia di 
quella guerra, perfida e vergognosa pel partito clericale capitanato 
dalla romana Curia. 

Luogo non è questo di parlare della bella sufficienza da Lui raggiun- 
ta nell'arte del recitare sulle scene, e in quella della declamazione, e an- 
cora nell'arte del canto, da esso un po' coltivata ne'primi tempi del Tesi lìo, 
non senza lode di successo in tutte, ma segnatamente nella prima. Piut- 
tosto, se la brevità impostaci in questa commemorazione il consentisse, 
ci vorremmo fermare a dar ragguaglio de' Corsi di Letteratura à?i Lui 
tenuti in varii luoghi della sua Svizzera. Soltanto diremo che gli 
ultimi, dati a Losanna nel declino e nella posatezza della età, vennero 



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~ 200 — 
riassunti ed onorati de'più belli elogi nei fogli locali. — Sulle quali e- 
sercitazìoui, come su altre ^ letterarie, ba lasciato traccio e qualche 
saggio in suoi scritti, tali, a quanto sembra, da poterne cernere del 
buono e del bello per produrlo in suo merito. 

Certamente il Matteucci, sugli ultimi mesi del 186:2 (anno in cui 
cadde il suo breve M^iistero deiristruzione Pubblica) si fece presenti 
anche, anzi principalmente, i meriti letterarii dell' Avv. Federico Pe- 
Fcantini (conosciuto da lui in Bologna verso il 1830, accostato in Pa- 
rigi al tempo del mentovato Giornale UEsuleJ, nel determinarsi, di 
suo moto, rivedendolo allora in Torino, a decorarlo della croce del- 
l'Ordine Mauriziano. — Il Pescantini l'accettò, con gratitudine ; ma non 
ne fece mai alcuna mostra, e pochissimi, fra i più intimi amici o con- 
giunti, ebbero contezza o sentore di questa avventizia onorificenza sua, 
a 60 anni. 

Firenze 29 Gennaio 1875. 

Prof Silvestro Gher\rdi. 

Raccomandazione, I molti amici del compianto F. Pescantini vengono 
vivamente pregati, dal compilatore del precedente articolo necrologico, 
di volergli favorire, in prestazione, scritti di Lui usciti già. a stampa, 
che possedessero, o potessero procurare ; ei si prefiggerebbe di fare una 
scelta fra i tanti da Lui stesso pubblicati, ma sparsi per lo più in gior- 
nali, diffìcilmente da uno solo ritrovabili ; e di comprenderli in un opu- 
scolo, principalmente formato delle su lodate Lettere sul Sonderbund : 
ad ogni modo l'opuscolo, almen con queste, ordinate e raccolte insieme, 
fornite di una prefazione e di qualche noterella, dovrebbe uscire fra non 
molto, a desiderio e cura del medesimo compilatore. 

Raffaele Sonzogno, direttore del giornale La Capitale. 

L, F. C. Tischendorff il celebre orientalista, editore ed esegeta de- 
gli scritti biblici. 



ANGELO DE GUBERNATIS, Direttore responsabile. 



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Anno 6.° - Volume 2.° - Fascicolo 2.° 



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EIYISTI^eKOPEA 



APRICE 1875 



LA FAMIGLIA DEL SIGNOR ONORATO 



Una magnifica finzione, la più cara finzione che possa uscire da 
un cervello umano^ é uscita molti anni sono dal cervello del si- 
gnor Onorato. 

Questa finzione ha una storia. 

Molti fra i miei lettori ebbero diciotto anni e sanno che siano 
gli spasimi gentili di quel tempo^ le ansiose notti vegliate a pin- 
gere nel buio della cameretta la vaga forma dell'avvenire ; costoro 
frughino sotto la neve dei capelli bianchi e si ricompongano in- 
nanzi agli occhi un signor Onorato da ieri soltanto « signore », 
sebbene già grave in volto, con una selva di capelli neri, con ap- 
pena l'ombra dei baffi futuri, coirocchio intento ad interrogare 
gli uomini e la natura, bello, avvenente, robusto. 

Or bene codesto giovinetto, a cui il tempo doveva far tante 
burlette superficiali, senza scendere al cuore, era allora un po' più 
maturo dell'età sua, ed aveva modi che gli valevano il battesimo 
d*uomo singolare presso gli uomini suoi colleghi, i quali non erano 
come certe mummie giovanili d'oggidì, tutte immerse nei listini 
della borsa e nelle cabale d'un adulterio, non correvano dietro 
alla fortuna ed agli onori a guisa di gente paurosa d'arrivar troppo 
tardi, non aspiravano alla precoce celebrità d'un piccolo scandalo, 
non si divoravano la vita nel primo appetito per atteggiarsi poi 
ad immatura gravità; sapevano anzi spendersi con garbo, in mo* 



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202 

neta spicciola, facevano mille pazzie, aspettavano che il senno ve- 
nisse di passo senz'andargli incontro di galoppo, e se non gli vol- 
tavano le spalle addirittura, si dicevano savi pur facendone d'ogni 
cotta, e vantandone più che non ne facessero. Erano un po' gio- 
vinastri tutti quanti, un po' frivoli, molto chiassosi, ma pieni 
di cuore; avevano l'innamorata, ma volevano un mondo di bene 
alla sorellina ed alla mamma — in una parola avevano diciott'anni. 
Oggi non più, né giova dissimularlo; il mondo è sempre lo stesso, 
ma i giovani di diciott'anni convien cercarli fra quelli che non 
ne hanno ancora diciasette — e sono rari. 

Ai suoi tempi, il signor Onorato passava, lo ripeto, « per uomo 
singolare, » solo perchè, esagerando sentimenti ed affetti naturali, 
non sapeva nascondere un febbrone d'entusiasmo e quella specie 
di poetica baldanza, che è la forza dei giovani, sotto la vernice 
della frivolezza. Lo dicevano « il vecchio Onorato, » ma egli era 
giovane quanto qualsiasi altro, o almeno quanto qualsiasi altro 
aveva la gioventù del cuore, se anco pareva mancargli quella 
della fantasia. 

Portare fra gente spensierata e ridente un'anima aperta a tutti 
gli affetti più miti, trovare la beffa e il ridicolo dove cerchi una 
tenerezza, e non inselvatichire un poco e non chiuderti dentro 
di te e non far di te stesso un mondo a parte, non ti è possibile. 
Il signor Onorato fini col meritare il battesimo che si era bu- 
scato gratuitamente, divenne singolarissimo, se ne stette solo. 

Egli aveva un fratello minore, una sorella piccina piccina, un 
padre cadente .per acciacchi, più che per vecchiaia. La sua casa 
era melanconica, seminascosta nell'ombra, colle finestre ad una 
di quelle strette viuzze senz'aria e senza luce, che cincischiano 
Genova in tutti i versi. Pure Onorato vi si trovava bene, e vi 
passava la vita fantasticando; gli accadeva si, d'immaginare la 
vetusta casa ereditaria divenuta una palazzina moderna, tutta 
bianca, tutta inondata dal sole, dall'aria, dalla brezza marina, ma 
non mai di dolersi. Sporgendo il capo dalle finestre e volgendo 
il capo in su, vedeva, tra due gronde che quasi si baciavano, il 
cielo come un sottile nastro azzurro, in faccia gli occhi curiosi 
d'un vicino. Codesto lo ricacciava entro, lo costringeva a chiu- 
dersi meglio nel suo guscio, a vivere nelle pareti di casa. E qui 
era ben altro. Le vecchie tappezzerie avevano care sembianze 
note solo ai fanciulli. I quadri antichi semicancellatì serbavano 
un sorriso bonario e parevano meno tetri nelle cornici nere; per 
le ampie sale non erano risonanze paurose, e quando scendeva la 




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— 203 — 

notte^ la luce dei candelabri accendeva nei vecchi cornicioni do- 
rati cento riflessi festosi. Il padre infermo amava sedere accanto 
ai figli, la sorellina C eofe giocava colla bambola, il fratello leg- 
geva, ed Onorato contemplava in silenzio un'aperta campagna, 
un cielo azzurro, un bel volto di donna, un paio di amorini vi- 
spi come quelli d'Albano ed assai più chiassosi, una casa piena 
di luce e d'amore. 

Quanto tempo passò di tal guisa? Sempre gli sguardi curiosi 
dirimpetto, sempre quella striscia di cielo sul capo, e una melan- 
conia dolce e confortata spirante dalle tappezzerie damascate, dai 
volti scialbi degli antenati /fTppesi alle pareti. 

Un giorno, un tristissimo giorno, il padre lascia i figli per sem- 
pre; Onorato si sveglia dai suoi sogni per piangere come un fan- 
ciullo, ha 26 anni; éarà lui il babbo della sorellina, la quale ha 
già cominciato ad uscire dalle forme rotonde dell'amorino e si 
allunga e si assottiglia. 

Il tempo passa; il fratello si fa sposo ad una donnina pallida e 
gentile e da quelle nozze nasce un bamboluccio. Cleofe si allunga, 
si assottiglia ancora ; Onorato continua a sognare ad occhi aperti 
il riso giocondo dell'innamorata, della sposa, della madre. 

Passa il tempo; Cleofe non si allunga più, ma si assottiglia 
sempre. Onorato aspetta sperando ancora che essa trovi marito. 

E interviene la morte in questa eterna commedia della vita; la 
cognatina pallida e gentile se n'è andata, il fratello le ha tenuto 
dietro, al piccolo Gabriele non rimangono al mondo altro che 
gli zii. 

La solenne finzione incomincia. 

« Io sarò la mamma di Gabriele, » dice Cleofe ;« sarò io il bab- 
bo » dice Onorato, e quando prenderai marito... 

— Sempre lo stesso sognatore, risponde Cleofe, come se da me 
dipendesse il prenderlo od il lasciarlo. Non posso già andare a 
dire ad un uomo che mi piaccia : « sposatemi » od offrire una mo- 
glie stagionata nella quarta pagina del giornale. Mi sono messa 
il cuore in pace,., farò la mamma; quanto a te... 

Quanto ad Onorato, ahi! è finita; ha cinquant'anni suonati da 
un pezzo, il cuore dei primi giorni, ma i capelli incanutiti degli 
ultimi; è tardi, è tardi. Ha attraversato la vita sognando la fe- 
sta d'una casa bianca, d'un orizzonte aperto, d'un ampio cielo, 
d'una carezza di donna e di fanciullo, ed ha l'immenso mare di- 
nanzi ad un villino pieno di sole; ha gli amplessi nodosi della 
sorella e le moine infantili di Gabriele. 



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— 204 — 

Non è tutt'uno, ma bisogna esser felici: è felice. 

Al piccolo Gabriele piace viaggiare da Genova a Milano a To- 
rino a Roma ed altrove sulle ginocchia del babbo, ed Onorato è 
proprio il cavallo che ci voleva per un viaggiatore instancabile 
come quello. Intanto Cleofe cura le faccende dì casa e i geranii del 
suo giardino; nelle ore perdute legge e ricama, e lascia andare 
il pensiero e l'occhio pell'infinito mare, e segue i viaggi delle nu- 
vole, e ne contorna 1 mutevoli profili, ed ascolta il concerto dei 
suoi canerini e la canzone dei passeri che vengono a dire non 
so che ai prigionieri; è felice. 

E il tempo passa. 

Gabriele si è fatto grandicello; ha perduto l'amore pei viaggi, 
non domanda più né cavallucci, né carrozzelle da spingere a ri- 
baltare nei viali del giardino, ama i libri, i fiori, gli alberi, gli 
uccelli, è divenuto il collaboratore e l'amico di mamma Cleofe, sa 
a memoria i nomi latini di venti piante, ha i suoi arbusti, pro- 
prio suoi, le sue rose, le camelie sue, e tanto comprende ed ama 
la proprietà, che va fino all'usurpazione. Ci è per esempio un 
paciiglione coperto di glicinie, che una volta era di tutti ed ora 
appartiene in proprio al signor Gabriele, il quale vi riceve come 
in casa sua. 

È un pò baldanzosetto codesto signor Gabriele, ma è buono, af- 
fettuoso, e qualche volta gli accade di accusarsi in cuore di fare 
una partaccia da tiranno colla n^amma Cleofe. 

Quella vita serena è segnalata da un memorabile avvenimento. 
In un viaggio da Genova all'America del Sud va a picco una na- 
ve; l'equipaggio perisce e con esso il capitano Stefani, un vec- 
chio amico di Onorato, un amico di quei buoni pei quali si ha 
sempre il cuore aperto anche quando ad altri paia chiuso a ca- 
tenaccio. Codesto Stefani ha un figlio ed una figlia e per te- 
stamento li aflìda alla tutela del signor Onorato. Il notaio in- 
formando il tutore della nomina, segnala in una lunga lettera tutto 
l'onore di questo incarico che la. legge vuole dato a persone senza, 
macchia, ma soggiunge pure che il signor Onorato non può 
rifiutarsi, non avendo Tetà, né il numero di figlioli richiesto dal 
Codice per ottenere la dispensa; poter forse essere una causa di 
esenzione la volontaria tutela già assunta di Gabriele, infine fa- 
cesse sapere al più presto le proprie intenzioni al consiglio di 
famiglia. 

Il letterone curiale affligge ed incollerisce il signor Onorato. 
Cleofe, piantata quant'è lunga nel mezzo della stanza, ha tutta Ta- 



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- 205 — 
ria d'un punto d'esclamazione ; non pensa più ai geranii, agli uc- 
celli, alle nuvole^ aspetta da buona madre di famiglia che il capo 
di casa manifesti le proprie impressioni. 

— Che disgrazia per quelle creature I dice Onorato, che di- 
sgrazia I 

La signora Cleofe ripete che « è una terribile disgrazia per 
quelle creature » e quasi ha dispetto di non poter celare quanto 
soggiunge in cuore e di scorgere riflesso nel viso del fratello 
il proprio sentimento. 

— Sai, Cleofe ? finisce per dire Onorato, sai che tu ed io siamo 
un paio di egoisti? v | 

Cleofe crolla il capo socchiudendo gli occhi. 

— In fondo in fondo... se vogliamo esser schietti... 

Cleofe continua a crollare il capo ed a tener chiusi gli occhi. » , .r« 

Il signor Onorato non ha il coraggio di compiere la frase, e .'-'M 

muta discorso. 

— Quell'anima... buona di notaio che viene a parlarmi della 
sua legge, delle dispense, del consiglio di famiglia. Sta a vedere 
che non si potrà fare un pò di bene senza esservi costretti da un 
articolo dì codice; gli risponderò che io non voglio conoscere al- 
tro codice fuorché la mia coscienza... E sai che mi dice la mia 
coscienza? — mi dice di far da padre ai due orfanelli. 

— E a me dice di far da mamma, aggiunge Cleofe. 
Due giorni dopo la famiglia del signor Onorato conta due 

membri di più, una fanciulla d'undici anni, un giovinetto di quat- 
tordici, due belle figure brune, con tanto d'occhi, vispe, piene d'un 
fuoco naturale che brilla anche attraverso le lagrime. 

Gabriele fa ai nuovi venuti gli onori del padiglione di glicinie, 
con un sussiego più grave dei suoi dieci anni non compiti. 

Nei primi giorni ci è un po' di ritrosia fra i fanciulli e un po' 
di mestizia in tutti, ma in capo ad una settimana tra Vittore e 
Gabriele incomincia quella perfetta complicità, che è sinonimo di 
perfetta amicizia, e il signor Onorato e la signora Cleofe si pi- 
gliano in fallo dieci volte al giorno nell'atto che dicono: « figliuo- 
li, state buoni f » con uno scampanio di festa nel cuore. 

Ma che vale ? Meglio egoisti che ipocriti, il signor Onorato dirà 
aperto quel che pensa, e pensa che la sua casa è benedetta dal 
Cielo, che il sogno si è fatto finalmente realtà, che la sua fami- 
glia è ora davvero una famiglia patriarcale. 

Presto la dimestichezza fraterna di Vittore e Gabriele prende un 
aspetto singolare ed inevitabile; Vittore dà uno scappellotto a 



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— 206 — 
Gabriele, e Gabriele non pensa a restituirlo, sebbene, essendo egli 
tarchiato, i suoi pugni possano far prova di aver quattordici anni 
buoni come ì pugni dell'avversario mingherlino. Vittore si pente, 
domanda scusa; Gabriele dice: « non mi hai fatto male; » si torna 
in pace. 

Ma negli scappellotti che si danno ai colleghi, come negli altri 
che si danno al buon senso, alla prudenza ed in genere alle virtù 
cardinali, il primo solo costa. Vittore è presto ridotto a pentirsi 
di frequente e Gabriele nella necessità di perdonare spessissimo. 
Qualche volta però riesce al timido giovinetto di afferrare la 
mano minacciosa del fratello, e di tenerla stretta, senza fargli 
male, finché l'altro prometta di smettere; mai nulla di più. In 
fondo si amano molto entrambi e pensano con rammarico che 
quella bella vita durerà un mese solo, dovendo poi Vittore tornare 
nel collegio militare. Per compensarsi, moltiplicano le loro im- 
prese; i giovani alberelli del giardino tremano fin nelle radici 
quando Vittore si slancia per arrampicarsi, e Gabriele dietro; 
i geranii della mamma Cleofe formano oramai una maggioranza 
di storpi; la vitalba getta cento braccia penzoloni dopo d*aver re- 
sistito invano e lasciato le mani attaccate alla muraglia; le siepi 
si curvano a terra nell'atto del massimo scoraggiamento — è un 
disastro vero. 

Finalmente il mese passa, gli alberelli accolgono per l'ultima 
volta, tremando, il terribile amplesso di Vittore, i geranii ne sen-' 
tono le formidabili pedate con raccapriccio, il fratello piglia l'ul- 
timo scappellotto e l'ultimo bacio, ed il futuro ufflziale di caval- 
leria torna in collegio. 

Elena e Gabriele rimangono soli. 

Che ha fatto in questo mentre la fanciulla? 

Ha vissuto un po' colla bambola, un po' colla mamma Cleofe, ha 
letto in certi bei libri colle figurine, ed è divenuta l'amica intimis- 
sima del babbo. Quando Gabriele si vede solo, torna si, quello 
che era prima, fa la pace cogli alberelli, aiuta le siepi a rizzarsi 
in piedi, medica gli ùltimi geranii feriti, si stupisce e si accu- 
sa in cuore d'essere stato feroce, fa si, tutto codesto ma non 
può più ricuperare la sconfinata autorità che lo rendeva tanto 
formidabile. Una gran parte gliel'ha tolta quella fanciulla bruna, 
dagli occhi neri, dal sorriso malizioso, a cui egli non aveva quasi 
badato, cieco della propria ammirazione per Vittore. 

Ah ! è una dolorosa scoperta per Gabriele t 

Al primo sentirsi impotente, tutti gli istinti del tirannetto gli 



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— 207 — 
tornano in frotta; gli pare che sarebbe un omettino felice sol 
che potesse, come una volta, mettere alla disperazione la zia Cleo- 
fé facendo il broncio in un canto. 

Ma si! ora la zia Cleofe ha altro da fare; quando non è inten- 
ta a guardare i nugoli, prepara la guardaroba della bambola della 
signorina, o conta le fole alla signorina... Viene voglia di far- 
gliela vedere!... 

Per esempio stando una settimana senza farle i baci, quindici 
giorni senza parlare, mangiando poco poco, facendosi venire un 
febbrone... 

Gabriele prova un paio di volte a far vedere qualcosa di simile 
alla zia, ma la furba indovina l'intenzione e la previene rac- 
comandando al giovinetto di far da buono, di non essere teste- 
reccio come i fanciulli cattivi, tutte cose inaudite; e se per poco 
egli si ostina, gli viene proposto l'esempio di Elenuccia, la quale 
è ubbidiente, la quale è amorevole, la quale è savia... un fenomeno 
insomma. 

E come piglia il proprio panegirico la signorina? Con un sor- 
riso pieno di malizia, non chinando gli occhi, anzi piantandoli in 
faccia al « fratellp » senza provocazione, certo, ma senza ombra 
di riguardo. 

Gabriele non si crede uomo feroce, ma è quasi sicuro di odiare 
la sorellina; e se gli riuscisse di vendicarsi senza farle male!... 
Ci pensa, non trova nulla. Ebbene, combatterà a viso aperto,'la 
piglierà in disparte per dirle che la signorina si è portata male... 
Infine sa lui quel che dirà! Venga l'occasione di poterle parlare 
senza testimoni e sentirete. 

D'occasioni ce ne ha tante che Gabriele non sa trovare pro- 
prio quella che gli è dovuta dalla sorte. Una volta ha creduto di 
esservi arrivato; erano soli in camera, separati soltanto dalla lar- 
ghezza del tavolino su cui facevano gli esercizi calligrafici. B'u 
lei la prima a levar gli occhi dallo scritto, si guardarono fissi, 
Gabriele comprese che era il momento di dichiarar battaglia, si 
senti in petto il cuore di un eroe, brandi la penna come se fosse 
una lancia... ma l'avversario sorrise, ed era in quel sorriso im- 
pertinente tale espressione di bontà, che Gabriele fu vinto. Si 
provò a resistere incrociando sguardo con sguardo, ma finalmente 
prese la fuga, curvò il capo sul proprio quaderno... pensando che 
l'occasione buona sarebbe venuta un'altra volta. 

E un'altra volta, essendo andati a spasso sulla spiaggia, -col 
babbo, ed essendo rimasti un breve tratto indietro a far provvi- 



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— 208 - 
sta di seppie, Elena^ per raccoglierne una bellissima deposta al- 
lora allora dall'ondata^ si fece innanzi e cacciò un piede nella 
sabbia umida. Ma un'altra onda^ gelosa di quel dono fatto ai fan- 
ciulli dalla sua compagna, accorse minacciosa... Gabriele^ che me- 
ditava la sua vendetta^ mandò un grido, impallidi, e la fanciulla 
ebbe appena il tempo di mettere il piede nell'asciutto senza aver 
potuto raccogliere la seppia che fu riafferrata dall'onda. 

— Hai avuto paura? domandò Elena ridendo. 

Gabriele non sapeva qhe cosa gli convenisse rispondere. E l'altra : 

— Dunque vuoi bene alla tua sorellina? Anch'io te ne voglio, 
E non badando alla ritrosia, buttò un braccio intorno al collo 

del fratello scrollandolo tutto. Fu impossibile tenere il sussiego, 
bisognò ridere con buona grazia e correre insieme cosi allacciati 
a raggiungere il babbo. 

L'alleanza fu strettai e tanto che non vi ebbe più istante della 
vita, in cui Gabriele non sentisse intorno al collo il giogo deli- 
cato di quel debole braccio dì fanciulla. 

E il tempo passa. 

Bisogna tornare a Genova non più in quel palazzo melanconi- 
co d'una volta, ma in una leggiadra palazzina nuova, che si ar- 
rampica sul colle e domina tutto il formicolìo della città, e guarda 
air ampio mare, rizzandosi sulle spalle del gigante che le sta set- 
to. È ancora come in campagna, tranne che si ha il giardinetto 
di meno ed il chiasso di più... e la scuola, non bisogna dimen- 
ticare la scuola. 

Gabriele non ci va mal volontieri, ma vi han pur dei bei gior- 
ni di sole in cui, nell'atto di far l'esame di coscienza per vedere 
se saprà la lezione, divaga, divaga e si trova senza avvedersene 
a raccogliere seppie sulla bella riva del bel mare... in pensiero, 
s'intende. 

Pur tocca qualche gran conforto alla scolaresca; ogni tanto se 
ne impara una nuova, non sospettata nemmeno. E pensate la gioia 
di poter correre a casa, e pigliare Elenuccia in disparte e dirle 
per esempio: « sai, sorella, ò la terra che si muove, il sole in- 
vece sta fermo I > 

Fuggono gli anni ; dieci volte si é tornati alla campagna, quasi 
altrettante il formidabile Vittore è ritornato in permesso colla 
sua bella uniforme, e finalmente con una uniforme più bella, col 
brevetto d'uffiziale a dire addio ai parenti prima di raggiungere 
il reggimento di guarnigione a Milano. Vittore, tutto lucido, tutto 
splendente^ sembra fatto d'argento e d'oro, porta l'elmetto, uno 



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-- 209 — 
scìàbolone che picchia sul lastrico, due speroni che tintinnan 
come campanelluzzi' — ecco un altro uomo felice. Gabriele ci fa 
una triste figura al confronto, vuol misurarsi l'elmetto... non gli 
starebbe male, ride e sprigiona insieme un sospiro^ e lo manda 
non sa dove... 

E intanto il babbo è incanutito man mano^ più e più sempre^ 
/ino a quella intiera canizie civettuola che illumina il volto e lo 
fa bello d'una serenità da patriarca; la mamma, nodo più o meno, 
è rimasta tal quale, colle sue ingenuità dì fanciulla, colle sue fan- 
tasie romantiche, a lanciar sguardi attraverso le vetrate ; ed i 
giovinetti si sono voluti bene, proprio come fratello e sorella... 
dicono. 

La finzione del signor Onorato non ò più una finzione; quattro 
teste fantasiose hanno un affetto comune, la casetta bianca ha 
un'unica gioia, un filo invisibile congiunge quei cuori, quella 
casa, quell'orizzonte infinito e quell'azzurro cielo... complici tutti 
della splendida finzione. 

A me queste cose le avevano dette un po' il signor Onorato e 
la signora Cleofe, un po' la signorina Elena e Gabriele. 

Ieri mi ò stata fatta una confidenza dal luogotenente di caval- 
leria. 

— Proprio? dico io. 

— Proprio, dice lui. Vi stupisce? 

— Tutt'altro; ma siccome nessuno ne aveva fiatato meco... 
cosi io l'aveva indovinato. 

— Proprio? 

— Proprio. 

— Non lo state a dire. 

Ho promesso, e non dirò nuUa^ perchè è una cosa dilicata — 
si tratta di nozze ! 

Se vi preme saperlo, fate come ho fiitto io: indovinate — e in- 
tendiamoci... non lo state a dire. 

Salvatore Farina. 



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MISTERO DELL'ISTRUZIONE PUBBLICi 



Se v'ha materia, cui debba applicarsi il principio di libertà, ella 
é certamente quella, che dipende da questo dicastero. Scopo del 
medesimo è di favorire lo sviluppo della scienza; ma questa non 
vive e non si svolge, che all'ombra della libertà. La libertà è ad 
un tempo madre, e figlia della scienza. La storia c'insegna, che là 
solamente sorse vigorosa ed adulta la scienza, ove regnò la li- 
bertà; e per altra parte da tutti si sa, che solamente presso i po- 
poli, in cui fiorisce la coltura e la scienza, si gode vera libertà. 
Questa è sempre in ragione diretta deir applicazione dei veri prin- 
cipiì scientifici. 

Trattando del principio di libertà in fatto d'istruzione occorse 
formulare in modo preciso, che s'intenda per l'attuazione della li- 
bertà in relazione alla scienza. L'attuazione vera di questo prin- 
cipio consiste in ciò, che ciascuno individuo, od associazione di 
individui, abbia diritto di scoprire la scienza, d' insegnarla a pia- 
cimento, e di apprenderla, come meglio gli piace. Questo fonda- 
mentale principio nasce dal diritto e dal dovere» che hanno gli 
uomini di operare per il proprio perfezionamento, senza che altri 
vi ponga ostacolo. Da ciò si vede, che il principio invalso, che lo 
Stato, la Chiesa abbiano il monopolio dell' istruzione è diame- 
tralmente contrario ai diritti, e ai doveri dell'umana natura. 

Lo Stato come Stato non ha punto diritto, non solo di conser- 
vare il monopolio dell'istruzione, ma neanche di occuparsene; 
però in sole circostanze eccezionali potrebbe dare quell'istruzione, 
che non fossero in grado, per la spesa, di dare i privati o le as- 



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— 211 - 

sociazioni pubbliche o particolari. Badisi^ che quando Io Stato si 
occupa di istruzione o di educazione^ non se ne occupa come Stato, 
ma piuttosto come una associazione comprendente Tuniversalità 
dei cittadini^ che difatto si confonde collo Stato, ma che ne è ra- 
gionevolmente distinta al modo stesso, che l'universalità dei citta- 
dini non si deve confondere collo Stato, quando impresta denari 
alio Stato, e così contratta con essolui. Oltreché la natura dello 
Stato ripugna ad ingerirsi d'istruzione^ materia eminentemente 
positiva, mentre lo scopo dello Stato è eminentemente negativo, 
havvi ancora un'altra potente ragione, per cui l' opera dello 
Stato in materia d'istruzione riesce sempre dannosa. Difatti lo 
Stato se vuole istruire deve valersi dell'opera della burocrazia. 
La burocrazia è per lo Stato quello, che è la gramigna nei campi. 
Gettatone il germe appena o visibile, tosto si dilata, e succhia 
il sangue dei contribuenti. Né qui sta tutto il male; il male peg- 
giore si é, che la burocrazia nemica di tutte le libertà, impedisce 
che la stessa si attui nelle leggi, o, se si concreta nelle leggi, la 
svisa e la distrugge coi regolamenti e colle circolari. Ne volete una 
prova palpitante? La legge Casati del 1859 emanata coi pieni 
poteri, accordati al ministero Rattazzi, contiene un'ottima dispo- 
sizione, che é la migliore di quante in esse sieno^ e che consi- 
ste in ciò: — Il padre di famiglia ha diritto di presentare 
all'esame di licenza ginnasiale o liceale il proprio figlio , dichia- 
rando, che fu educato sotto la paterna disciplina. — Qui la legge 
non fa che riconoscere un diritto sacrosanto di natura, il quale 
non si può violare, neanche con una legge, senza fare oltraggio 
ai diritti e doveri del padre; eppure, questa disposizione non andò 
a genio alla burocrazia ministeriale. Quindi con decreto reale si 
misero tali condizioni ristrettive, che si poteva dire quasi abolita. 
Essendo il Berti ministro io gli feci una interpellanza tendente 
ad ottenere il rispetto della legge, e la deroga del decreto, che la 
violava. Il Berti, che passa da clericale, senza esserlo, capi, che 
il princìpio liberale era evidentemente violato e promise pubbli- 
camente che avrebbe provveduto. Mantenne la parola e due giorni 
dopo il segretario generale commendatore Napoli mi presentò un 
progetto di decreto per riformare il precedente decreto nel senso 
voluto dalla legge, ed attuare la liberale disposizione della medesi- 
ma. Il progetto era redatto in*modo, che non risolveva la questione 



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— 212 — 
nel modo da me posta. Quindi lo restitaii con tale osservazione, 
perchè fosse rifatto. Egli lo rimandò all'ufficio ministeriale perchè 
lo rifacesse nel senso da me indicato. Mi riporta la nuova reda- 
zione ; ma anche questa lasciava sussistere in parte le restrizioni 
alla legge. Ciò visto, mi feci a redigere io stesso il decreto. 

Il decreto fu pubblicato secondo la mia redazione/ e cosi il prin* 
cipio di libertà stabilito dalla legge riportò pieno trionfo, il quale 
però fu di breve durata; imperciocché caduto il Berti, si fece al- 
tro decreto, col quale si apportarono restrizioni maggiori di pri- 
ma. L'on. SpantigatCi sul finire della passata X' legislatura ha 
tentato di richiamare l'attenzione della Camera sopra la questione 
stessa, che io avevo trattato; ma la sua interpellanza non ebbe 
seguito. Cosi il principio liberale della legge è manomesso od an- 
nullato dal principio reazionario di un decreto reale. Questo prova, 
che il regno della burocrazia è incompatibile col regno della li- 
bertà. 

Se la burocrazia è indispensabile in certe amministrazioni, non 
è però necessaria in fktto d' insegnamento. Nella scienza molto 
c'è da insegnare, niente da amministrare; la burocrazia vi è non 
solo inutile, ma deleteria. Vediamo dunque come si possa farne 
senza con grande utile della nazione, che avrà cosi economia di 
spesa, e più fiorente coltura. 

Per applicare il principio della libertà all'insegnamento conviene 
considerarlo nei suoi tre aspetti d'insegnamento universitario, 
secondario o generale, e primario. 



Insegnamento Universitario. 

Attualmente lo Stato ha il monopolio dell'insegnamento supe- 
riore. Tutti i monopoli! sono una negazione di libertà. Ma in 
questo caso il monopolio ha per conseguenza necessaria non solo 
la negazione della libertà, ma un danno, positivo perchè impedi- 
sce lo svolgimento della scienza, la quale è condizione sine qua. 
non del benessere materiale e morale dei popoli. 

Lo scopo dello Stato è negativo, quindi non dovrebbe occuparsi 
d'istruzione; ma d'altra parte l'istruzione universitaria riesce non 
solo utile e necessaria ai professionalisti, che ne approfittano^ ma 



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— 213 - 

anche airuniversalità degli individui, che compongono lo ;Stato, e 
quindi la spesa deve essere a carico di tutti. Questi due princìpii 
paiono in opposizione^ ma essi si conciliano nella pratica mediante 
l'applicazione del principio di libertà. Dirò in poche parole come 
io vorrei attuato siffatto principio vitale togliendo allo Stato ogni 
ingerenza diretta nelle cose universitarie e lasciandole solo il po- 
tere di tutelare con leggi la libertà dei cittadini in relazione al- 
l'insegnamento superiore. 

Lo Stato dovrebbe a mio parere decretare con legge quale sia 
il numero dell'Università necessario per la cultura superiore del- 
l'Italia, dar loro Tautonomia ed il carattere di Università ufficiali 
con diritto di conferire diplomi. Quando la legge dichiarasse che 
sono ufficiali le Università di Torino, Genova, Pavia, Padova, Bo» 
logna, Pisa, Firenze, Napoli, Palermo e Cagliari, l'Italia in esse 
avrebbe ad esuberanza l'insegnamento superiore. È follia il cre- 
dere, che la coltura superiore di una nazione consista nel numero 
delle Università e dei professori delle medesime. L'Italia aveva in 
antico ir primato delle scienze, che ha sgraziatamente perduto, e 
che non ha ricuperato nonostante gli 800 o mille all'incirca pro- 
fessori universitari, che gravano sul suo bilancio. Pochi profes- 
sori, ma veramente buoni, valgono meglio dei molti mediocri, e 
siccome le persone di talento superiore sono poche, ne consegue, 
che allargando il corpo degli insegnanti si deve cadere nelle me- 
diocrità, che sempre sono funeste all'incremento degli studii. Ma 
qui sorge la questione municipale circa l'abolizione delle Univer- 
sità secondarie. Io sono contrario a quest'abolizione, ma trovo 
contrario alla giustizia, che si faccia concorrere tutta la nazione 
per mantenere certe facoltà di medicina, che hanno solo quattro 
studenti; sicché il numero dei professori sorpassa quello degli 
studenti. Sono ora di moda le statistiche. Se si facesse una stati- 
stica da cui risultasse il costo allo Stato di certi studenti univer- 
sitari si verrebbe a conoscere, che certe facoltà universitarie si 
mantengono per abilitare ad una professione 3 o 4 studenti che 
godono la borsa o pensione durante il corso, e che sommando in- 
sieme la pensione o borsa, alle^spese occorrenti per i professori 
ed accessorie, lo Stato viene a spendere da 3 a 4 mila lire per 
ciascheduno studente. 

Grandi somme sono pure sciupate nell'irragionevole moltiplìcità 



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— 214 — 

di cattedre per le scienze razionali com' è la scienza legale, ove 
cinque cattedre sarebbero più che sufficienti. Queste Università non 
vorrei abolirle ma, che restino a carico delle provinole, che le 
d6«iiderano. 

Dichiarate come si è detto quali siano le Università ufficiali lo 
Stato dovrebbe dichiararle nella legge come dipendenti per la 
gestione economica dall' autorità provinciale consegnando alla 
stessa autorità tanta rendita sul debito pubblico, quanta è la 
spesa, che attualmente si trova inscritta nel bilancio per l'inse- 
gnamento universitario. Fatto questo il Governo non dovrebbe 
pensare ad altro. Se occorrono nel progresso dei tempi nuove 
spese devono essere a carico del consorzio delle provinole sulle 
quali la Università esercita la propria giurisdizione e béneflca 
influenza. 

Quello, che dico delle Università deve intendersi anche delle Acca- 
demie di belle arti ; ma per queste forse sarebbe più conveniente 
metterle sotto le immediate dipendenze dei comuni in cui risiedono. 

La legge dovrebbe garantire la posizione degli insegnanti, la 
libertà ^'insegnare, ed anche quella di studiare. 

Per avere buoni professori conviene loro fare una posizione 
decorosa e garantire il diritto alla pensione di riposo. La posi- 
zione del professore universitario non deve dipendere da un voto 
di maggioranza del Consiglio Provinciale, quindi i professori 
debbono essere inamovibili, le loro punizioni o rimozioni debbono 
essere giudicate dal Consiglio superiore nominato per elezione 
dalle Università ufficiali fra i loro membri. 

Il servizio prestato in qualunque delle Università dovrebbe es- 
sere computato per la pensione. 

Le pensioni liquidate dalla Corte dei Conti dovrebbero essere 
pagate dalle casse dello Stato, il quale si rimborserebbe mettendo 
la spesa, che paga per la pensione, a carico delle provinole col 
ripartirla in ragione diretta delle imposte da ciascheduna pagate. 
Si dovrebbe provvedere agli attuali insegnanti delle Università 
secondarie con disposizioni transitorie, le quali ne tutelino i 
diritti acquisiti. 

Per la libertà d'insegnamento la legge dovrebbe stabilire T in- 
troduzione dei liberi docenti, che ha fatto buona prova in Ger- 
mania. 



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— 215 — 

Non basta la libertà d'insegnamento; ma dovrebbe ancora la 
legge stabilire la libertà di studiare. Per libertà di studiare in- 
tendo la libertà di apprendere nel modo^ che più piace agli indi- 
vidui. Di questa libertà di imparare ne abbiamo un'esempio nel- 
rUniversità di Napoli^ ove come sotto il Governo assoluto ed anche 
attualmente possono 1 giovani presentarsi all'esame di laurea in 
facoltà di legge senza obbligo di corso. Una libertà sacrosanta^ che 
non osò togliere neanche il governo assoluto del Borbone^ perché 
dovrà essere tolta o limitata ai soli napoletani dal governo libero 
d'Italia? 

Questa libertà non fece cattiva prova; mentre è un fatto noto^ 
che i più abili giureconsulti sono napoletani, che fecero i loro 
stadi! sotto il regime della libertà d'imparare. 

Il fatto prova, che il principio di libertà, se genuinamente ap- 
plicato, apporta buoni frutti; ond'è ch'io vorrei che l'obbligo del- 
riscrizione si limitasse a quelle scienze che richiedono l'osserva- 
zione sperimentale, togliendolo per tutte quelle scienze, che si pos* 
SODO apprendere sui libri. 

È strano e non c'è ragione, per cui lo Stato voglia violentare 
la libertà individuale al punto da obbligare uno studente, che può 
apprendere la scienza legale nella solitudine del suo gabinetto, 
ad impararla invece dalla bocca di un professore. Ammesso nello 
Stato il diritto, a tutela dei cittadini, di prescrivere che ì diplomi 
por l'esercizio delle professioni non si rilascino, se non in seguito 
ad esperimento di esame, non ne consegue, che l'autorità dello 
Stato sia estesa al di là di quella, che richiede la tutela dei cit- 
tadini. In qualunque modo si apprenda una scienza, il cittadino, 
che se ne sente fornito, ha il diritto d'essere abilitato all'eserci- 
zio della stessa, senza che lo Stato debba verificare, se nell'ap- 
prenderla si sia servito più dell'organo della vista, che dell'organo 
dell'udito. Quando lo Stato ha di queste pretese, cade non solo 
nello assurdo, ma nel ridicolo. Eppure quest'assurdo e questo ri* 
dicolo esiste tutt'ora in Italia se si eccettuano le provinole napo- 
letane. Supponete due individui, l'uno piemontese, l'altro napole- 
tano. Supponete, che si l'uno che l'altro abbiano sostenuto con 
buon esito l'esame di licenza liceale. Supponete che tutti e due 
abbiano appreso la scienza legale alle loro case, e sui libri per 
modo, che sieno ambedue al caso di sostenerne con buon esito lo 



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— 216 - 
esame. Ebbene quale sarà la sorte dei due sotto l'attuale legisla- 
zìone? 

Il napoletano si presenterà alla Università di Napoli^ e sarà 
addottorato in legge. Il piemontese non sarà ammesso all' esame 
per la ragione, che la legge vigente in Piemonte non ammette, 
che sì possa studiare la scienza legale col solo uso dei libri , ma 
pretende, che non sia vera scienza, se lo studente non l'apprende 
dal professore, girovagando per le piazze e per i caffé di una pO' 
polosa città. 

Queste osservazioni provano anche ai ciechi, che per certe 
scienze non basta la libertà d'insegnamento, applicata coi Ubèri 
docenti; ma che ci vuole ancora la libertà di studiare negli stu- 
denti, per quelle scienze, che non richiedono laboratorii, o Musei 
ed esperienze fisiche. 

Che questa libertà di studiare abbia fatto buona prova resta | 
ad evidenza provato da quello che avvenne nelle Provincie napo- 
letane le quali hanno dato i migliori giureconsulti, che vanti 
l'Italia. 

Stabilito il principio di libertà nei modi anzi detti, la legge 
deve provvedere in modo che ad insegnare nell'Università non 
sieno promosse persone inette. Per questo ogni anno ciascuna 
facoltà di Università dovrebbe eleggere un suo membro, che fa- 
cesse parte dì una Giunta giudicante, incaricata di esaminare e 
giudicare i tìtoli di ammissione a professore universitario* Cosi 
si avrebbero tante Giunte giudicanti, quante sono le scienze , le 
quali Giunte sentenzierebbero in modo definitivo sulle domande 
degli aspiranti all'insegnamento universitario. Il Ministro non 
avrebbe ad impacciarsene, avrebbe il solo incarico di proporre 
alla firma del Re il decreto per la nomina del concorrente prefe- 
rito dalla Commissione. 

I regolamenti attinenti alle discipline, esame ed altre cose re^ 
lative all'insegnamento universitario, sarebbero compilati dalle 
rispettive facoltà e rese esecutorie da un decreto del rettore. I 
reclami circa questi regolamenti dovrebbero essere deflbriti al 
rettore assistito da un consiglio universitario, tratto dai professori. 

Le università d'accordo dovrebbero adottare un programma co- 
mune per Pesame di ammissione a ciascuna delle scienze inse- 
gnate nelle università. Questo programma dovrebbe servire di 



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— 217 — 

norma per la compilazione de' programmi delle materie, che deb- 
bonsi insegnare nelle scuole secondarie. 

Mediante quest'esame di ammissione resterebbe inutile l'attuale 
sistema dell'esame di licenza liceale, che senza essere di nessuna 
pratica utilità trae seco gravissimi inconvenienti. 

Sono a carico dello Stato come istituti di insegnamento su- 
periore le Accademie di belle arti. Anche qui l'ingerenza dello 
Stato grava ingiustamente i contribuenti, e la sua azione impedi- 
sce lo svilippo delle arti belle. Le accademie furono un invenzione 
dei Governi assoluti, i quali, vollero cogli stipendii rendere schiavi 
del loro volere gli artisti, perchè colle arti immortalassero i loro 
nomi e servissero alla potenza delle loro famiglie. I grandi artisti 
divennero <;ortigiani e l'arte divenne stazionaria. L'arte non meno 
della scienza ha bisogno di libertà. I grandi artisti sorsero dal- 
l'insegnamento individuale di grandi maestri. I precetti non creano 
gli artisti, come non creano i poeti. Chi ha genio imita i lavori 
de' grandi artisti. Il lavoro dell'imitare sveglia e perfeziona in lui 
l'istinto del genio, e lo fa diventare artista originale. Ma qui non 
è il caso di decidere la questione, se meglio conferiscono al fio- 
rire delle arti belle le Accademie o l'insegnamento privato degli 
artisti. La storia proverebbe, che le arti raggiunsero la massima 
perfezione, prima che ci fossero accademie. Qui si presenta una 
questione molto semplice. Conviene decidere, se un opera positiva 
ed educati va^ qual'è l'arte, entra nelle attribuzioni dello Stato. Lo 
Stato non ha che uno scopo negativo. Quindi non deve occuparsi 
di positivismo educativo. Quando lo Stato esce dai confini delle 
proprie attribuzioni fa sempre male. Potete apprezzare V opera 
dello Stato nei regolamenti relativi allo insegnamento delle arti, 
che il Ministero impose all'Accademie fiorentine, che ha sede 
nella città delle arti belle e che respinse sdegnosamente il giogo 
del Ministro. 

Le Accademie di belle arti si cedano ai Municipii, i quali ben 
sapranno, se occorre, conservarle, abolirle, o riformarle. Essi soli 
sono competenti in materia di loro attribuzione. 

(Continua) 

A. Sanouinetti, ex-Deputato. 



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Del Criticismo Russo ^'^^^\ 



Il lettore italiano è ordinariamente un po' straniero a tutto 
ciò che concerne la Russia e la sua letteratura. Poche persone 
in Italia conoscono i nomi dei moderni scrittori « moscoviti » e 
possono farsi un' idea del movimento intellettuale che la società 



(♦) Siamo liotissimi di poter accogliere in queste pagine Timportante 
e competente saggio sulla critica in Russia, che uno de' più distinti no- 
vellieri russi, critico egli stesso di singolare acume, si compiacque pre- 
parare, in lingua italiana, per la nostra Rivista. Alcune delle opinioni 
dal nostro chiaro collaboratore manifestate, troveranno probabimentc 
in Russia qualche opposizione; e noi, pur ringraziandolo di tante pre- 
ziose notizie ch'egli offre, per mezzo della nostra Rivista^ al pubblico 
europeo, non pigliamo la responsabilità di tutti i giudizii ch'egli esprime 
intorno a' suoi colleghi moscoviti e petropolitani, nella critica. Ma, nel 
far tale riserva, tanto più necessaria per noi, trattandosi di giudizi! 
sopra una letteratura straniera pochissimo conosciuta, vogliamo nel 
tempo stesso avvertire come non pure in alcuna rivista italiana, ma, 
a notizia nostra, in nessuna rivista europea, è uscito finqul un saggio 
cosi ampio e di persona cosi competente sopra i critici russi ; onde 
proviamo la più viva compiacenza, nel potere offrire queste primizie 
ai nostri colti lettori. 

Lx Direzione. 

(1) Ad evitare qualsiasi equivoco^ dobbiamo osservare che il nostro 
studio sul criticismo russo concerne unicamente la critica letteraria — 
militante^ dove si riflettono le tendenze ed i punti di vista di varii 
circoli e campi del giornalismo. Non abbiamo, per la stessa ragione, nò 
passato in rivista, né analizzato alcuni lavori di critica retrospettiva e 
fliosoflco-biograflca, che si o^^upa dei fenomeni intellettuali già appar- 



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— 219 — 

russa ha percorso negli ultimi ventanni. Forse alcune di esse 
hanno sentito parlare d*una tendenza che fu chiamata in Russia 
il Niilismo (1) dopo l'apparizione della novella di TurghenefF 
« I padri ed i figli. » Ma noi domandiamo: un concetto chiaro di 
questo nome esiste egli nei lettori italiani? 

Ecco una questione che noi a priori non possiamo risolvere. 
Noi crediamo che questo nome sia piuttosto un suono che una 
cosa ben conosciuta dalla maggioranza. Il niilismo fu una mani- 
festazione non tanto filosofica, che sociale contro il regime che 
durò in Russia più di trentanni. Cominciando per sollevarsi con- 
tro il giogo delle autorità gerarchiche d'ogni sorta, la gioventù 
russa trasportò il suo criticismo dai fatti sociali nei concetti e 
nei principii astratti. Far tàbula rasa è più facile di creare e di 
far fruttare qualcosa. La negazione ha soppiantato lo sviluppo 
sistematico delle idee. Una guerra fu dichiarata a tutte le autori- 
tà, a tutto ciò che impone una stima tradizionale. Ma nel pe- 
riodo di questa febbre distruttrice si è formato a poco a poco 
un movimento molto più sano che conduceva ad un concetto 
molto più edificatore. Le scienze esatte hanno contribuito a for- 
mare un codice di principii dove il niilismo, ossia negazione as- 
soluta, non è possibile. Lo studio della natura insegnò alla me- 
desima gioventù che grida contro tutte le autorità, che senza 
leggi non può esistere alcuna organizzazione, che il sano concet- 
to del mondo deve basarsi sui fatti scientifici e non sulle aspira- 
zioni personali. Una volta acquistata questa verità la gioventù 
cercò anche per la vita sociale principii si stabili come lo sono 



tenenti al passato, o deirinsieme dell'opera d* uno scrittore messo in 
istretta connessione colla sua vita personale. Tali studii critici, bene ho 
poco numerosi presso di noi, rappresentano, al parer nostro, il vero 
tipo di critica. Gli scritti del signor Pypin su varie epoche del nostro 
movinoento letterario, quelli del signor Annenkoff s\x\ Pusckin, rientrano 
del tutto nel giro di cotesti studii filosofico-biografici che noi deside- 
riamo fare apparire più spesso anche nella nostra crìtica militante. 

P. B. 
(1) V. il nostro articolo « The nihilism In Russia » nella For^w?p/ì% 
Review^ 1868, fascicolo d'agosto. 



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G_o^le 



«i^ 



— 220 — 
le leggi naturali. Un'iUililarismo morale s'impadronì delle loro 
coscienze e li condusse a trattare tutte le produzioni letterarie u- 
nicamente dal punto dì vista deirutilità sociale. 



Storicamente parlando, la critica letteraria Russa fu sviluppata 
al grado d'una dottrina, d'una forza morale, solamente dal Be- 
linski nella quarta decina del secolo. Questo critico ha primo di 
tutti passato in rivista le celebrità letterarie russe fino al Pusckin 
ed ha assegnato a ciascuno con indipendenza e buon gusto il suo 
vero posto. Egli proclamò per la prima volta, coll'autorità d'una 
fede giovanile, la necessità di considerare le lettere non come un 
diletto vano, non come esercìzii di stile, ma come manifestazione 
del genio creatore della nazione intera. Ciò non ostante la car- 
riera di Belinski che durò più di quindici anni e fii interrotta 
colla sua morte prematura nel 1849, non presenta un sistema fi- 
losofico conseguente^ un tutto armonico di concetti e di principii. 
Egli cominciò con una professione di fede d'un discepolo ardente 
della filosofia tedesca, specialmente di quella di Hegel. Nella pri- 
ma metà del suo criticismo il Belinski professava una dottrina 
d'ottimismo o piuttosto d'indifferentismo sociale. Per lui non c'era 
al mondo altre questioni che quelle dell'arte pura, delle entità 
metafisiche, dell'armonia tra le produzioni del talento creatore, e 
la realtà qual'essa si sia pel suo contenuto. Per lui al di fuori 
dei capo lavori della bella letteratura e della filosofia tedesca 
tutto era indegno di qualsiasi serio interesse. Nella seconda me- 
tà del suo criticismo che fu percorsa a Pietroburgo egli ha 
variato considerevolmente i suoi concetti critici. Continuando 
la medesima lotta in favore di tutto ciò che la letteratura russa 
offrì d'ingegnoso, di nuovo, di veramente nazionale, egli divenne 
molto più accessibile agli interessi sociali, e finì per acquistare 
evidenti simpatie liberali dei tutto opposte al suo ottimismo con- 
servatore d'un tempo. La sua critica ha ricevuto un carattere 
meno astratto e dimostrava una tendenza all'utilitarismo che la 



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— 221 — 

generazione posteriore riprese con un'energia giovanile ed intol- 
leranza, che il Belinski non conobbe. 

Le varie mutazioni del criticismo di Belinski sono assai se- 
gnalate nelle sue opere e sono abbastanza spiegate negli studii 
biografici che videro la luce nell'ultimo tempo nelle varie riviste 
russe (1). 

Dopo la sua morte fino al risorgimento della vita sociale in 
Russia, sotto il regime attuale, la critica non ha progredito. Essa 
non fece altra cosa che ripetere i principii ed i motivi elaborati 
dal Belinski. Le riputazion di alcuni nuovi scrittori si alzarono 
sotto l'egida del grande critico che ha indovinato il talento di 
press' a poco tutte le autorità contemporanee nelle loro prime 
opere. 

La critica sociale dei prodotti letterarii inaugurata anche dal 
Belinski nei due o tre ultimi anni della sua carriera si tenne 
inerte dopo lui sotto la pressione di circostanze troppo sfavore- 
voli cioè: la mancanza di libertà della stampa. 

Nel periodo di dieci anni dopo la morte di Belinski ebbe luogo 
il movimento di negazione di cui noi abbiamo parlato nella no- 
stra introduzione. Un nuovo ingegno critico è venuto a formula- 
re le tendenze e le aspirazioni della gioventù russa. Questi si fii 
il Bóbroluboff, Egli cominciò la sua carriera letteraria prima 
d'aver finito i suoi studii accademici, all'età di 19 anni appena, 
ma però già armato di tutte le qualità d'un'intelletto analitico, e 
di quelle d*un cittadino, amico del progresso democratico. Tutta 
la carriera di Dobrolubofi* non ebbe a durare che sette anni, es- 
sendo egli morto nella primavera della vita, ciò a 26 anni ; ma 
tuttavia in un tale breve periodo egli divenne un'autorità se non 
superiore di Belinski, certo eguale. 

L'iniziativa filosofica del criticismo russo non è devoluta al 
Dobroluboff, avendo abbastanza il Belinski elaborato questa sfera. 

Il Dobroluboff mostrò ingegno originale piuttosto neirapplica- 
zione della critica letteraria allo studio della società russa. È un 
metodo questo che fu anche inaugurato in modo generale dal 



(1) Noi designiamo specialmente gli artìcoli del signor Pypin nel Mes* 
aggiere d'Europa, 1874. 



r 



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— 222 — 
Belinski negli ultimi anni del suo criticismo, come abbiamo già 
detto. La differenza fra 1 due critici sta principalmente nel punto 
di partenza di ciascuno. Il Belinski considerava i prodotti del- 
l'arte come manifestazione d'un'ideale assoluto e li studiava « an 
ùnd fiìr sich » secondo la frase tedesca, cercava a stabilire le 
leggi dell'arte obbligatorie, per ciascuna bella produzione. Pare 
che, negli ultimi anni della sua carriera, quando egli divenne 
sensibile al movimento liberale del suo paese, sottoponesse all'uti- 
lità d'un lavoro il suo merito artistico. Pel Debroluboff al con- 
trario tutto ciò che la letteratura contemporanea gli offri, non fu 
se non un pretesto agli studi! sociali. Per iscolparsi presso il 
pubblico, egli sosteneva che la letteratura del suo tempo non 
conteneva lavori veramente grandi, degni d*un*analisi estetica 
dettagliata. E quando trattavasi di certi lavori come per esempio 
del Teatro ieìV Ostròvshi o dei romanzi di Turgheneff e di Gon- 
ciarofT, egli faceva un'introduzione polemica per provare che le 
opinioni estetiche di altri critici Russi sui medesimi autori era- 
no troppo contraddittorie e concludeva nell'impossibilità di stabi- 
lire alcune regole assolute di bellezza estetica. In questa maniera 
furono scritti i due migliori studii del Dobroluboff. « Il Regno 
Scuro » cioè: un'analisi della media classe russa, sulle comme- 
die di Ostrovski; r« Oblomovtcinà » sul romanzo di Gonciaroff, 
intitolato: « Olomoff » dove egli cerca di provare che tutti gli 
eroi della letteratura Russa non furono se non variazioni d'un solo 
tipo, cioè del far niente personificato, di dilettantismo cronico che 
fu nutrito nella classe nobile per il servaggio dei contadini e la 
mancanza d'interessi politici. É da notare che, anche al contra- 
rlo di Belinski, il Dobroluboff inclinava nei suoi ultimi articoli ad 
una critica letteraria più assoluta, più indipendente dal punto di 
Tista (lell'utilità sociale. Ma comunque sia il metodo di Dobrolu- 
boff egli doveva professare un certo codice di principii nei suoi 
studii critici. Gli mancava un sistema metafisico che noi vedia- 
mo nel lavoro di Belinski, ma egli fu nondimeno imbevuto di 
concetti assai determinati e fìssi, perche la sua parola era sem- 
pre persuasiva, ferma e vigorosa. Questo tutto di concetti sì ri- 
duceva nel suo criticismo ad un principio fondamentale : la sotto- 
missione dell'arte alla realtà, la necessità assoluta per ciascun 
scrittore di seguire la vita reale in tutte le sue manifestazioni. 



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— 423 — 

Per conseguenza, i fenomeni gravi e caratteristici della vita so- 
ciale hanno secondo Dobroluboff, TimpQrtanza unica di [farsi ri- 
produrre, nella bella letteratura e debbon essere illuminati nel 
senso progressivo. Il concetto dell'arte come pura imitatrice della 
realtà non appartiene al Dobroluboff stesso; questa dottrina fu 
già professata da un'altro pubblicista russo Cernyscevski che può 
essere considerato come il suo iniziatore filosofico. Nella Itesi del 
Co^yscevski: « Le relazioni estetiche fra l'arte e la realtà» — 
l'autore, facendo una guerra accanita a tutti gli estetici puri, di- 
fende il principio della inferiorità dell'arte di fronte alla vita 
reale, e proclama la sua natura eminentemente imitatrice. Questa 
dottrina, malgrado il suo carattere realista, è in fondo una dimo- 
strazione ultra-metafisica, giacché qui si tratta d'una eniUà cioò 
di sapere: l'arte sta ella sopra o sotto la realtà? Quest'è una 
questione che non può essere né proposta, ne risoluta da un pen- 
satore veramente scierUifico, nemico di ogni assolutismo dogma- 
tico. Forse il Dobrolubofl", se la morte non l'avesse prematura- 
mente rapito, avrebbe finito per professare altri principii esteti- 
ci; ma i suoi articoli scritti con gran talento diedero un'impulso 
vigoroso ad una certa malattia critica che durò nel giornali- 
smo russo fino ai nostri giorni. 

Fra i critici che gli successero, il Pissareff si è fatto un no- 
me ragguardevole presso i giovani lettori. Puossi considerarlo 
come lo sviluppatore del metodo di Dobrolubofl" che volle spinger- 
lo sino ai suoi ultimi confini. La critica d'arte si trasformò sotto 
la penna di Pissareff in una requisitoria contro tutto ciò che 
non comprende un'utilità, diremo quasi palpabile; in un codice 
di morale, secondo il quale le più grandi produzioni poetiche non 
siano che vestigli d'un tempo barbaro ed insciente dei suoi do- 
veri sociali. Tali esagerazioni non costituiscono la totale critica 
di Pissareff: v'hanno nei suoi numerosi studii cose eccellenti, e 
tutto ciò che egli scriveva allo scopo di guidare il senso e la se- 
ria morale; l'analisi del lettore russo, non è soltanto ben'espres- 
so, ma altresì ben pensato e sinceramente provato. Le stravagan- 
ze di Pissareff sono da spiegarsi colla rapidità del suo sviluppo 
intellettuale, mentre che la sua produttività era esuberante. Egli 
saltò di botto da un'idealismo quasi mistico ai guasti mentali del 
libero pensiero. Durante la breve sua carriera, essendole stata 



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— 224 — 

troncata da infelice morte nel fior degl'anni, il Pissareff non ebbe 
nò abbastanza tempo nò disposizione per elaborarsi un sistema 
di criticismo più solido. Le sue idee erano sempre esposte con 
ardore, ma egli le ha concepite o più sovente attinte da altri nel 
momento stesso della loro propaganda. Una natura nervosa, im- 
pressionabile, atta a toccare gli estremi, fece il resto. Quantun- 
que la sua sincerità, il suo amore alla verità ed al progresso, 
siano fuor di dubbio; tuttavolta egli permettevasi non solo pa- 
radossi e crudezze d'ogni sorta; ma più, fu il suo criticismo ap- 
punto che diede luogo alla riprovevole maniera di rovinare le 
celebrità si straniere che nazionali, ad un'arbitrario trattamento 
dei talenti e delle opere d'arte, che apparivano nel giornalismo 
russo e dei quali ci occuperemo più tardi. Nel Pissareff si sono 
per cosi dire personificati i buoni lati ed i più marcati difetti 
d'un sistema critico, dove le produzioni letterarie non sono che 
pretesti agli studii pubblicistici, alla propaganda d'idee e di 
principii appartenenti al critico nel momento del suo svi- 
luppo morale ed intellettuale. Ma il lettore vede che il destino fu 
pur troppo crudele verso i nostri tre. talenti critici: Belinski, 
Dobroluboff e Pissareff; — la morte non diede a nessun di loro 
il tempo necessario per compiere la loro missione, in ispecial 
modo ai due ultimi. Per chi voglia osservare dal punto di vista 
storico il lavoro dei tre distintissimi campioni del criticismo rus- 
so, certo ammetterà che nessun di loro poteva parlare e pensare 
altrimenti, quando si abbia riguardo alle circostanze nelle quali 
hanno vissuto e scritto. È non meno una verità anche quella che 
senza la loro iniziativa, malgrado tutti i loro difetti, la critica 
russa sarebbe oggidì in istato di puerilità^ infestata da declama- 
zioni, vuota di serio interesse, nociva al movimento letterario 
e sociale del nostro paese. 



IL 



Menti'd che la critica del Belinski si sviluppava nella tendenza 
che seguivano i due suoi successori, l'arte pura trovò anche di- 
fensori convinti. Questi campioni dell' « arte per l'arte » si re- 



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— 225 ~ 

elutavano tra letterati che d'un lato serbavano le tradizioni dei 
circoli del filosofismo moscovita, dall'altro lato s'approfondivano 
pur troppo nel dilettantismo artistico, chiudendo gli occhi a tutto 
ciò che la realtà gli presentava di contrario alle loro dottrine 
estetiche. L'uomo il più fornito in questa serie di critici fu 6H- 
gorieff, che, nato ed elevato a Mosca, fu nello stesso tempo, poe- 
ta, traduttore di Shakespeare e di Byron, appendicista e mo- 
nografo, amante della poesia popolare, collezionista delle canzo* 
ni e di altri documenti della vita storica russa. Nel Grigorieff 
noi abbiamo un complesso eterogeneo, composto dell'idealismo fi- 
losofico tedesco e delle tendenze ultra nazionali-moscovite. Al 
principio, al suo escire dall'università, egli si é sottoposto all'in- 
fluenza delle idee che furono professate in Germania pel filosofo 
della natura Schelling e differiva poco dai principi! estetici del Be- 
linski. Era un grande ammiratore dei capo-lavori stranieri, special- 
mente di quelli a cui i romantici di tutti i paesi danno il loro 
suffragio : Shakespeare, Byron, Schiller, Hoflfmann, Victor Hugo. 
Come critico e come poeta il GrigorieflT non proclamava ancora 
la necessità di procedere nell'arte russa da principi particolari, 
non diceva peranco che il popolo russo si è elaborato un'altro 
ideale di bellezza, di moralità e di sapienza, quanto l'Europa oc- 
cidentale. Codesti aforismi ultra-nazionali si formarono nel genio 
di Grigorieff" più tardi, dopo le sue relazioni colla società mo- 
scovita dei cosi AqUì Slavofili. La loro dottrina che è anche un 
amalgama del filosofismo tedesco col misticismo bisantino fu 
trent'anni fa più o meno C)rmulata per articoli e per la propa- 
ganda a viva voce in un circolo ristretto d'amici e correligiona- 
ri. I nomi di Chomiahoff, dei fratelli Kireievshi, di Samàrin e dei 
fratelli Ahsàkoff costituiscono, in fin dei conti, tutte le loro 'au- 
torità letterarie e filosofiche. Imbevuti d'un'idealismo patriottico 
e sentimentale, quantunque difensori d'alcune idee sane in* 
torno al progresso sociale del popolo russo, i slavoflli non 
poterono appunto affacciare i prodotti dell'arte moderna senza 
idee preconcette sulla superiorità del genio russo sopra l'Europa 
occidentale. Questa mancanza di base reale e di punto di vista 
chiaro ed obbiettivo fu fatalmente la grande debolezza del Grigo- 
rìefi", durante tutta la sua carriera critica, benché egli non sia 
da considerare, come uno slavofilo puro al pari dei sopradetti 



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— 226 -^ 
corifei della scuola. Se noi comparassimo la facoltà critica del 
suo ingegno , a quella dei tre menzionati critici , biso- 
gnerebbe convenire che nel Grigorieff ci erano graRdissime 
disposizioni al criticismo: un'amore sincero per l'arte, una 
erudizione se non profonda, tuttavia svariata nelle cose let- 
terarie, un sentimento fino della forma, una maniera assai ori- 
ginale di esprimere le sue idee e di caratterizzare i motivi, le 
situazioni ed ì tipi che s'incontravano nelle produzioni letterarie 
da lui analizzate. Ma tutte queste qualità non potevano formar 
del Grigorieff un critico, nel vero senso della parola; viveva 
sempre in lui un dilettante di filosofismo schellinghiano, un'am- 
miratore pur troppo entusiasta del carattere nazionale russo, un 
campione del romanticismo, male applicato alle tendenze mistiche 
dei slavofili. Le sue esagerazioni non furono forse più luminose 
di quelle del Pissareff; ma quest'ultimo seguiva anche nei suoi 
eccessi critici una tendenza di pensiero realista, più conforme 
alle aspirazioni progressive dell'epoca, mentre il Grigorieff parla- 
va in nome d'ideali e di principii opposti a ciò che il filosofismo 
scientifico brama di stabilire e di diffondere fra le masse dei 
lettori. Un'esempio basterà a dimostrarlo. Il teatro di Ostrowski 
fu sempre pel Grigorieff il tema di dissertazioni sopra l'arte e la 
morale, a proposito degl'intrecci e dei tipi di quel drammaturgo. 
Noi abbiamo già visto che il Dobroluboff ha anche analizzato i 
drammi e le commedie di Ostrowski per istudiare i costumi della 
decadenza morale nelle varie classi della società Russa. Ricono- 
scendo nell'autore un gran talento d'osservatore e di poeta il 
Dobroluboff s'interessava esclusivamente alla realtà dipinta dal- 
l'autore, senza trasformare i personaggi da lui rappresentati in 
caratteri ideali, senza dar loro una significazione universale al 
pari delle più alte creazioni della poesia europea. E cosi proce- 
deva precisamente il Grigorieff. Le sue simpatie personali per il 
teatro di Ostrowski lo conducevano a questi errori e sovente gli 
facevano scrivere cose quasi contrarie al senso comune. . Il suo 
sentimento artistico lo lasciava in tali esagerazioni. I difetti più 
evidenti nel drammi di Ostrowski come quei della sua cronica 
drammatizzata « Il Minin » furono pel Grigorieff manifestazioni 
d'un talento originale, della grandissima idea nazionale che si na- 
scondeva € sotto '1 velame de li versi strani » per usare il motto 



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^ 227 -• 
Dantesco. Un tipo d'un miserabile 4C bohème^ » l'eroe della com- 
media di Ostrowski intitolata « La miseria non é vizio » sem- 
brava al Grigorieff un tipo eguale, come creazione poetica e 
grandezza d'anima, alle figure grandiose di Shakespeare, e cosi 
via. In pari tempo, negli articoli di Grigorieff sopra i nostri mi- 
gliori romanzieri e poeti: Gonciaroff, Turgheneff, Pissemski. L. 
Tols(oi, Nekrassoff — si trovano eccellenti apprezzamenti, punti 
di vista nuovi e scielti, conclusioni basate sullo studio disinte- 
ressato di tutto lo sviluppo intellettuale ed artistico dei varìi au- 
tori. Il Grigorieff, morto dieci anni fa, non ebbe, tra la gioven- 
tù, seguaci, né fece scuola. Un solo amico di Grigorieff di certo 
valore letterario è da citare> perchè la loro dottrina estetica sta 
in conformità dei principii. Questo campione « dell'arte per l'ar- 
te » foderato di misticismo russofilo si chiama Strackoff. Stu- 
diava prima le scienze naturali dove avrebbe potuto farsi un no- 
me, ma si lasciava traviare dal suo cammino scientifico per il 
fascino della amena letteratura e della critica d'arte. Malgrado il 
suo fino ingegno, le sue svariate conoscenze, la sua dialettica 
sottile ed il suo stile elegante lo Strackoff che perdura nella sua 
attività non potè dopo oltre 15 anni di notorietà pubblica farsi 
riconoscere dalla massa dei lettori come una autorità critica. Il 
bene ed il male che egli diceva di varii autori non fu né ascol- 
tato né ripetuto dalla maggioranza intellettuale; scriveva e scri- 
ve ognora per un piccolo circolo di dilettanti che si trovano al 
di fuori del movimento generale. E, come accade sempre a si- 
mili scrittori, divenne solidario col partito retrogrado della stam- 
pa russa, per conseguenza morto agli occhi della nuova genera- 
zione a cui appartiene l'avvenire del paese. Né maggior signifl* 
cato avevano due critici i quali, seguendo in generale la dottrina 
dell'arte pura, stavano tuttavia lontani dai principii ed aspira- 
zioni degli slavofili. Il primo di essi Druginin, conosciuto prin- 
cipalmente come novellista di talento e di gusto, eccellente tra> 
duttore di Shakespeare e conoscitore della letteratura inglese 
moderna si fece anche una certa riputazione nel criticismo. Le 
sue Lettere d'un' abbonato provinciale furono quindici anni fa 
lette con grande interesse da tutto il pubblico colto e liberale. 
Queste appendici si riportavano alle produzioni letterarie russe, 
principalmente a quelle che videro la luce nelle varie riviste di 



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-^228 — 
Pietroburgo e Mosca. Poi il Druginin è divenuto redattore d'una 
importante rivista, dov'egli era critico ex ufficio e potè svilup- 
pare i suoi principii estetici in articoli più estesi. Ma il suo cri 
ticismo si moveva sempre ne' stretti limiti degli apprezzamenti 
superficiali, senz'abbastanza basarsi sulle correlazioni che l'arte 
presenta con la realtà della vita in ciascun lavoro letterario. Egli 
non poteva emanciparsi dai lieux communs d'estetica, dalle fra- 
si sopra la bellezza eterna e la significazione assoluta dell'arte, 
al di fuori d'ogni scopo morale o filosofico. 

Con certe particolarità di ragionamenti ma sui medesimi prin- 
cipii scriveva pure il secondo critico — il Dudyschin, redattore 
anch'egli d'una rivista importante. Benché la sua critica si mo- 
strasse sempre indipendente e saviamente elaborata, questo gior- 
nalista non giovò alcuna seria autorità se non presso alcuni amici, e 
nessun gran talento fra i nuovi fu da lui incorato e raccoman- 
dato al pubblico. ÀI contrario, egli ebbe la cattiva sorte di assa- 
lire le prime produzioni drammatiche di Ostrowski, che è a con- 
siderare come il creatore del repertorio moderno russo, qualun- 
que siano i suoi difetti relativi. Il Dudysckin invece di porre alla 
luce il grande talento di Ostrowski, come pittore di tipi e costu- 
mi della media classe e maestro nella conoscenza del suo verna- 
colo, analizzava le sue commedie dal punto di vista del formali- 
smo letterario, cercando di dimostrarne le imperfezioni sceniche, 
rimproverando all'autore^ in pari tempo, la scelta degli argomenti 
e le simpatie per certi caratteri popolari, dove il Dudysckin pre- 
sentiva tendenze slavofile a lui antipatiche. 

Se noi aggiungiamo a questi critici-puristi ancora due nomi 
cioè : — di Edelsohn e di Solovieff, che occupavano un posto più 
modesto di loro, noi avremo accennato tutte le forze intellet- 
tuali più meno importanti nel campo opposto a quello, do- 
ve il Dobroluboffed il Pissareflf acquistarono riputazione. Edelsohn 
s'avvicinava più a Druginin e Dudysckin, e Solovieff seguiva 
piuttosto le dottrine di Grigorieff e Strackoff. Tutti, ad eccezione 
dello Strackoff, morirono neirultimo decennio in età ancor virile, 
assoggettandosi cosi a quella fatai sorte che pur troppo colpisce 
i nostri scrittori. 

{CorUinua) 

Pietro Boborykin. 



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LA STREGONERIA NEL RINASCIMENTO 

E 
SOTTO la A. RIFORMA (1) 



Il Rinascimento e la Riforma furono il tempo dell' apparizione 
d'un gran numero di libri contro la stregoneria. Questi libri furono 
scritti non solamente da preti e monaci, ma anche da laici, e 
spesso da uomini, l'influenza de' quali lasciò più d'una bella pa- 
gina nella storia dello spirito umano. Malgrado ciò, tutti, senza 
eccezione, i libri di questo genere si distinguono per tanti pre- 
giudizi!, tanta credulità, tanta falsità di ragionamento, che al mo- 
derno lettore non è facile di comprendere, come lo spirito umano 
abbia potuto ingannarsi cosi grossolanamente in tale questione. 
Chi tien conto deirinfluenza del clima sulla vita sociale, od esa- 
mina convenientemente le istituzioni dello Stato, non può dubi- 
tare, che la malia possa agire dappertutto; il filosofo, che scrive 
contro il dominio temporale del papa e contro Toscurantismo del 
clero, tende la mano al sacerdote, quando quest'ultimo comincia 
a parlare della necessità di bruciare gli stregoni e le streghe; il 
riformatore, il propagatore del libero esame pelle cose sacre, ne- 
mico della chiesa cattolica, emula i rappresentanti della sacra in- 
quisizione perseguitando ostinatamente tutti quelli che sono so- 



(1) Non è, senza una parllcolare compiacenza, che noi pubblichiamo la 
presente dotta scrittura, stesa in italiano per la nostra Rivista da un di- 
stinto professore russo. 

La Direzione* 




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Gc^gle 



- 230 — 
spetti d'aver relazioni col diavolo. Ma si può ancora facilmfìnte 
ammettere, che prima di tre secoli si credeva universalmente 
alla possibilità della malia, cioè del commercio cogli spiriti infer- 
nali; ma come comprendere tanta leggerezza di giudizio, tanta 
mancanza di criterio, quanta se ne vede nei processi delle stre- 
ghe, processi, che finivano pure ordinariamente con la pena ca- 
pitale degli stregoni? Ammettiamo, che alcune volte l'imputazione 
di malia fosse cagionata da una illusione ottica, per una straor- 
dinaria riunione di circostanze, per sonnambulismo, monomania ec; 
ammettiamo, che spesso Tinvidia, l'avarizia, la vendetta degli ac- 
cusatori dei giudici preparavano il rogo ai cosi detti stregoni; 
ma, pare a noi, che solamente alcuni processi possano spiegarsi 
in questo modo, e non la più gran parte delle condanne, che eb- 
bero luogo nel secolo XV e nella prima metà del XVI, nella 
Svizzera, nella Germania, e nella Francia. 

Studiando i processi contro le streghe di questo tempo ci do- 
mandiamo involontariamente, quanti uomini siano stati decapitati 
bruciati per malia, nel pieno medio evo, quando V ignoranza e 
il dominio clericale dominavano tutta l'Europa con una forza più 
solida, che nel secolo XVI, quando l'anatema del papa rovinava 
i troni degl' imperatori, quando Pietro d* Amiens e San Bernardo 
sorprendevano i popoli con la loro eloquenza. Ma percorrendo gli 
annali del secolo Vili, IX, X, XI e XII, troviamo con sorpresa, 
che i casi di stregoneria sono stati allora molto rari, le pene de- 
gli imputati molto minori, e che gli uomini i quali vivevano so- 
lamente d'idee religiose, non manifestavano per tal riguardo nep- 
pur la centesima parte delllntolleranza e del fanatismo dei loro 
nepoti coetanei di Lutero, Gerson, Bacone, Copernico. Nel secolo XV 
e XVI ogni processo di malia finiva o con la morte o con altre 
gravi pene dell'imputato : la prigionia perpetua nel cosi detto « in 
pace, » il rogo, la privazione dei membri — ecco il risultato di 
questi processi. La malia fu un delitto straordinario {crimeyi ex- 
ceplum), ì giudici di essa furono liberi dalle ordinarie formalità 
giuridiche ; non vi fu bisogno né della confessione dell' imputato, 
né del numero dei testimoni, prescritto dalla legge; i principi 
accordavano agli inquisitori la piena libertà d'azione per tali casi. 
Se l'imputato, alla vista degli strumenti della tortura, manifestava 
sgomento, quello era considerato come una prova contro di lui; 
se l'imputato non poteva piangere, questo provava la sua alleanza 
col diavolo. Era lecito uccidere un uomo sospetto di malia; i 
falsi delatori non venivano puniti; alla porta delle chiese si pò- 



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- 231 — 

nevano le cassette destinate specialmente alle delazioni anonime... 
Tal fu la situazione della questione delle streghe nella prima metà 
del secolo XVI. 

Vediamo ora ciò che dicono in proposito i capitolari di Carlo 
Magno ed alcuni altri monumenti giuridici della prima metà del 
medio evo: troviamo in un capitolare (1) la minaccia di grave 
pena a quelli che perseguitassero un uomo sospetto di magia 
senza averne prove evidenti ; un altro capitolare (2) prescrive che 
lo stregone, il cui delitto sia provato, non debba essere ucciso, 
ma messo in prigione, per aver tempo di pentirsi e di ritornare 
alla vita cristiana. Il codice di Teodorico minaccia gli stregoni 
delle verghe, della prigione e nella confisca dei loro beni ; la legge 
Salica impone le multe; la legge Longobarda paragona una strega 
a una donna pubblica. 

Ma forse ci si obietterà, che queste leggi non sono severe, per- 
chè provengono da laici, mentre che nel secolo XVI i processi 
di magia erano ordinariamente fra le mani del eie» o. Ma rispon- 
diamo, anzi tutto, che, se il civile potere avesse avuto un' altra 
opinione su questa materia, egli avrebbe potuto limitare lo zelo 
dei clericali; in secondo luogo, abbiamo molte prove, che fino al 
secolo XII il potere civile, pei casi di malia, non era più mite dei 
clericali stessi. Nell'anno 506 la chiesa chiedeva l'espulsione delle 
donne che aveano commercio cogli spiriti infernali. Nell'anno 633 
un prete spagnuolo, che s'abbandonava alle scienze illecite, era con- 
dannato alla prigione perpetua in un chiostro. Non bisogna di- 
menticare, che questa pena era severissima; altre condanne di 
questo tempo non andavano al di là di due o tre anni di prigione. 
Prima del secolo XII non abbiamo trovato condanne al rogo od 
alla decapitazione, provenienti da giudici ecclesiastici. 

La persecuzione per malìa era dappertutto; le diversità dei 
caratteri nazionali non hanno avuto una grande influenza sopra 
questa cosa. Il numero dei condannati in Treveri fu di 700; nel- 
l'episcopato di Vurzburgo in un anno furono condannate 800 per- 
sone ; in Douay (nella Francia) 50, nella Svizzera 70. Il parla- 
mento di Tolosa pronunciava in una seduta la condanna di 400 



(1) Capit. de partìbus Saxoniae. 

(2) Capit. ecclesiasticum. 



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- 232 - 
uomini, ed in Bordeaux in tre mesi, dal maggio all'agosto, flai- 
vano la vita sul rogo 80 condannati (1). 

Il numero delle condanne dimostra, che la Germania era il 
paese dove la persecuzione per magia infleri di più. Questo fatto 
proviene dalla divisione della Germania in molti Stati indipen- 
denti, e ciascuno stato istituiva il suo proprio tribunale, il quale 
emulava i vicini nella sacra causa delle persecuzioni; ma le ca- 
gioni principali delle persecuzioni erano dappertutto le medesime: 
l'opera di un tedesco fanatico, il « Malleus Maleficarum » di Spren- 
ger, rassomiglia molto alla « Demonomanie des sorciers » del ce- 
lebre francese Bodin. 

Il popolo al principio della civiltà divinizza la natura, che pare 
a lui popolata da diversi spiriti. La luce del giorno, che aiuta 
Tuomo-pastore a vedere da lontano la bestia pericolosa nel greg- 
ge, la pioggia calda e tranquilla che fa vegetare le piante, delle 
quali il gregge, e forse l'uQmo stesso si nutrono, fanno credere 
all'esistenza degli spiriti buoni; le tenebre della notte oscura, il 
calore immenso, che gecca le piante, provano per lui l'esistenza 
d'una forza nemica nel mondo. Di qui proviene l'idea del duali- 
smo, che fu la base di quasi tutte le religioni. Se nella società 
degli uomini primitivi appariva un uomo d'ingegno più vasto, un 
uomo, che sapesse dominare alcune delle forze della natura, que- 
st'uomo veniva considerato come un ente soprannaturale, o al- 
meno come quello che avea relazioni con gli spiriti reggitori del 
mondo. Ecco l'origine dei sacerdoti ed anche degli stregoni, servi 
degli spiriti maligni e perciò riempienti di paura il volgo. Il ser- 
vitore degli spiriti maligni potrebbe coll'aiuto di essi non sola- 
mente far danno agli uomini, ma egli, come alleato dei nemici 
della divinità, nella guerra continua del bene col male, egli of- 
fende la divinità stessa. 

Il mondo classico perseguitava anche gli stregoni, ma i motivi 
di questa persecuzione provenivano da un'altra fonte. Nella Gre- 
cia e nella Roma antica l'idea di religione non eccitava più la 



(1) Molte interessanti cifre intorno ai condannati nei varii paesi il 
lettore può trovare nei seguenti libri: Michelet^ La sorciòre, pag. i98, 
206; Leeky^ Geschichte der Aufklàrung, voi. I, pag. 3-5; Scherr, Ges- 
ohichte der civtlisation in Deutschland» pag. 403. 



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— 233 - 

persecuzione^ la quale era determinata da scopi pratici. II governo 
cacciava la malia, perchè questa poteva contrariare le sue dispo- 
sizioni ; ma il governo stesso era pronto a profittare dei servizii 
della malìa e non temeva di offenderne gli dei. Gli incantatori ed 
i profeti sono stati banditi più d'una volta dallo Stato Romano e 
sotto la Repubblica, e sotto l'Impero; ma i libri della Sibilla Cu- 
mana, benché essa non stesse in buone relazioni con Apollo, go- 
devano d'una gran venerazione. I magi erano qualche volta i 
primi ministri ed amici degli imperatori, che perseguitavano nel 
medesimo tempo i magi ed i profeti non devoti alla loro corte, 
per timore ch'essi non rivelassero al popolo il futuro, forse in- 
fausto al governo. 

Quando la fede cristiana a poco a poco cominciò a distruggere 
il politeismo classico, gli uomini fedeli alla nuova religione sen- 
tirono una profonda avversione agli usi, costumi ed alle cerimo- 
nie religiose dei pagani. Ma i primi cristiani non furono in istato 
di negare l'autenticità dei miracoli ai quali credevano i pagani. 
Il cristianesimo stesso nei primi secoli della sua storia fu assai 
imbevuto delle idee dello spiritismo neoplatonico; esso stesso fu 
costretto ad ammettere l'esistenza degli spiriti nemici di Dio e di 
ogni creatura di lui, come anche degli spiriti buoni, servitori del 
Dio, che prestano aiuto a tutti i fedeli cristiani nella loro lotta 
coll'inferno. Non potendo negare l'autenticità dei miracoli antichi, 
i cristiani cominciarono a considerarli come opera del diavolo, 
quel diavolo, l'esistenza del quale fu stabilita per dogma dalla 
chiesa. I pagani, perseguitanti la religione cristiana, erano agli 
occhi dei cristiani uno strumento del diavolo, che tentava in tutti 
i modi possibili di sminuire il gregge di Cristo; il diavolo pos- 
sessore della forza soprannaturale, era un nemico di ogni fedele 
servitor di Dio. Simili sentenze si trovano quasi in ogni pagina 
degli autori cristiani dei primi secoli della chiesa. I cristiani ten- 
tavano anche qualche volta di volgere al loro profitto alcune pre- 
dicazioni pagane, forse anch'essi stessi inventarono tali predica- 
zioni. Gli scrittori cristiani narrano, che Augusto, dopo aver edi- 
ficato il tempio della pace, mandò alla Pizia per domandarle, 
quanto tempo Roma avrebbe vissuto in pace. La Pizia rispose : 
« La pace durerà fino al momento, in cui una casta vergine sarà 
madre. » Questa profezia fu la cagione, che il nuovo tempio venne 
chiamato tempio della pace eterna (templum pacis aelemae). Una 
incantatrice svelò a questo medesimo imperatore, che, in poco 
tempo sarebbe nato il Dio dei popoli. Si narra anche, che Costan- 

16 



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- 234 - 
tino il Grande, abbia trovato nell'archivio del senato una vecchia 
cartapecora, confermante l'autenticità di questa profezia (1). 

Quando si ammette l'autenticità di due o tre profezie, la pura 
logica esige di ammetterne un gran numero di altre. Questa cre- 
denza non era in discordia colla fede dei cristiani antichi; essa 
trovava molte prove nella santa scrittura; nessun altro che il dia- 
volo fu il promotore dei tormenti di Giobbe; egli tentava anche 
di traviare lo «tesso Gesù Cristo; cominciando dai tempi antichis- 
simi, quando egli, avendo per strumento i magi dell'Egitto, che 
lottavano con Mosè ed avevano anche la forza di far miracoli, 
egli non cessa fino ad ora dal far guerra agli uomini fedeli a Dio. 
Fra i fedeli egli non può vivere; egli appare solamente per far 
danno; ma il suo nido è nell'inferno o nei tempii pagani. Parec- 
chie considerazioni forzano il celebre Bodin ad ammettere, che 
l'uomo è un ente, composto per metà di luce e di tenebre, che 
egli è l'oggetto della lotta eterna del cielo e dell'inferno (2). Ma 
oltre l'idolatria classica ve n'era ancora un'altra — l'idolatria 
delle nazioni barbare, destinate a fondare i nuovi stati sulle ro- 
vine del mondo antico. I barbari avevano anche un gran numero 
di sacerdoti, di profeti, di incantatori, coi loro miracoli, le loro 
profezie, le loro credenze nell'esistenza delle fate ecc. Questo culto 
fu anche riconosciuto come diabolico, e la chiesa cristiana si sfor- 
zò di distruggerne ogni frammento (3). 

Impiegando tutti i mezzi per far dimenticare ai popoli le loro 
credenze antiche, la chiesa cristiana della prima metà del medio 
evo presenta essa stessa un vasto campo ai pregiudizii, alle in- 



(1) Christian, Hìst. de la magie, pag. 227- 129. 

(2) Bodin, La demonomanie des sorciers, pag. 7-9. 

(3) III molti proverbii popolari russi si vede a maraviglia la meta- 
morfosi delle antiche idee pagane sotto l'influenza del cristianesimo. 11 
sìf^nor GalochofF nella sua « Storia della letteratura russa » scrisse: 
« Frammenti delle idee antiche e pagane troviamo ancor oggi nei pro- 
verbii popolari sui vecchi alberi, monti e paludi come abitazioni del 
diavolo. Ancor' oggi sono usati i proverbii : d'un vecchio albero esce o 
un gufo, un diavolo; i monti ed i precipizii, sono l'abitazione del 
diavolo ; la palude e Tinferno non son lontani Tun dall'altro. » (Istoria 
Russkoj Slovesnosti, voi. I, pag. 26). 



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- 235 — 

flaenze delle forze soprannaturali. Il satanasso ò dappertutto: egli 
appare sotto varii aspetti^ e perciò é cosi pericoloso per gli uo- 
mini, che le loro proprie forze non bastano per vincerlo, ma in 
questa lotta l'uomo può confidarsi all'aiuto di Dio e degli angeli. 
Se il diavolo mandava una densa nuvola, bisognava operarle con- 
tro col suono delle campane della chiesa ed il pericolo spariva ; 
lo spirito infernale avrebbe potuto impadronirsi del corpo d'un 
morto; ma l'acqua benedetta impediva di farlo; il diavolo entra 
qualche volta nell'uomo vivo, ma un prete prudente ha sempre a 
sua disposizione un'esorcismo, che forza il diavolo ad abbandonare 
la sua preda (1). Il nome di Cristo o della Santa Vergine, invo- 
cato con fede, è un'arme sicura contro gli spiriti malefici; diverse 
piccole croci, medaglie, reliquie dell'abito di santi ecc., furono 
sempre considerati come i più efilcaci talismani ed anche permessi 
dalla chiesa. Il popolo credeva d'essere minacciato dal diavolo, 
ma egli credeva anche, che il cielo fosse pronto a prestargli aiuto. 
Simili idee sono cagione d'innumerevoli miracoli, che ingombrano 
le cronache di quel tempo. 

La più lusinghiera cosa nel paganismo fu, senza dubbio, pei 
cristiani del medio evo, la possibilità d'indovinare i futuri destini, 
e quasi tutti gli scrittori ecclesiastici non negarono autorità alle 
profezie antiche; ma riconoscendo alla Pizia ed agli auguri que- 
sta facoltà, essi la considerarono come proveniente dal diavolo e 
quindi come illecita. Perciò non è da meravigliarsi, che nel senti- 
mento d'un cristiano, sopra tutto nei momenti sfortunati della vita, 
la curiosità potesse vincere qualche volta la pietà e costringere 
l'uomo a ricorrere a mezzi illeciti per sapere il futuro. Ci pare 
che gli stregoni ed incantatori dovessero far fortuna principal- 
mente per le loro profezie. Bodin, con cui è d'accordo l'illustre 
Littrè, assicura, che la denominazione francese degli stregoni 
(sorciers) proviene dalla parola « sort, » che vuol dire destino. 

Gli esorcismi, le croci, le reliquie corrispondevano ai talismani 
pagani ed agli scongiuri magici; ma anche per le profezie la 
chiesa prestava un campo assai vasto. Le profezie furono spesso 










(1) I più interessanti esorcismi sì trovano nella raccolta del papa 
Gregorio III intitolata: « Gonjurationes adversus priucipem tenebrarum 
et angelos ejus. » 



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- 286 — 

usate dagli Ebrei antichi. Oltre i libri dei profeti ebrei^ ricono- 
sciuti dalla chiesa, v'erano molte profezie apocrife che godevano 
fra ì cristiani d'una gran considerazione. Tali erano le profezie 
attribuite alla figlia di Noé^ la quale avrebbe predetto alcuni fatti 
della vita di Cristo ed anche le vicende politiche dell'impero Ro- 
mano. L'antico inno cristiano^ cantato ancora oggi nelle chiese, 
« Dies.ìrae, dies Illa > contiene le parole: « Teste David cum 
Sybylla. » I pagani tentavano di rivelare il futuro per mezzo dei 
libri sacri, i cristiani lo facevano pure. Presso Gregorio di Tours 
troviamo molte prove, che i cristiani consideravano come profe- 
zie le sentenze del Vangelo, scelte a caso. Cosi Meroveo, figlio 
di Chilperico I, mise il Vangelo sopra la tomba di S. Martino, 
lo aperse, e la prima frase, sulla quale cadde il suo sguardo, gli 
tolse per sempre la speranza di regnare. Cosi divinava il futuro 
Cramno, volendo ribellarsi contro suo padre Clotario (1). 

In simili circostanze le scienze naturali non potevano godere 
d'una gran considerazione. Ogni uomo adatto alle scienze natu- 
rali, fu sospetto di relazioni collo spirito infernale (2). La medi- 
cina, come scienza che pone ostacoli alla volontà del Dio (la ma- 
lattia proviene per volontà di Dio), fu illecita; tutti gli uomini 
che la coltivavano, furono sospetti. Il concilio ecclesiastico d'Agde 
(506) dichiara senza riserva, che un ammalato non deve cercar 
sollievo che nella preghiera. Gregorio di Tours narra che la sabbia 
delle tombe dei santi ha una proprietà medica veramente mara- 
vigliosa. La cortina della tomba di S. Martino ^ ha la medesima 
proprietà, e lo stesso Gregorio ne fece la prova, quando sofl'riva 
dolori di capo. Una volta gli venne il pensiero che questa pro- 
prietà medica fosse una pura invenzione; ma allora egli senti un 
fortissimo male di capo, che non cessò se non dopo una sincera 
penitenza fatta presso la tomba di S. Martino (3). 

Ma benché la società fosse imbevuta d'un gran numero di pre- 
giudizii grossolani, ella era molto pacifica e tollerante fino al XIII 
secolo. Il diavolo^ principale causa dei pregiudizii, era dappertutto; 



(1) Gregor. Tur. Hist. Francorum, V, 14, 19. 

(2) Da papa Silvestro II (Gerberto), amatore degli stadii, i suoi con- 
temporanei dicevano : « Homagium diabolo fecit et male flnivit. » 

(3) Gregor. Tur. Hist. Francorum, VI, 6, 160. 



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— 237 — 
ma i cristiani avevano anche armi sicure contro di lui : una pic- 
cola preghiera, la croce, la medaglia, l'acqua benedetta sostene- 
vano contro di lui una lotta non troppo ardua; il suono delle 
campane allontanava le fitte nuvole ; quando una grandine minac- 
ciava distruggere i giardini ed i campi, il pio cristiano, volgen- 
dosi con la faccia ad Oriente, Settentrione, Occidente e Mezzo- 
giorno, leggeva i quattro Vangeli, e le parole di Dio, portate dai 
venti dappertutto, dovevano vincere le male arti di satanasso ; 
quando gli agricoltori avevano bisogno della pioggia, il sacerdote 
diceva alcune preghiere presso una fontana, e gli agricoltori erano 
tosto sicuri dell'aiuto del cielo. Quando il suono delle campane, i 
Vangeli, le preghiere rimanevano senza effetto, allora i fedeli 
erano persuasi, che Dio stava in collera contro di loro, ed erano 
anche pronti a ringraziarlo dei flagelli mandati quaggiù, perchè 
le disgrazie della vita facilitano l'ingresso al paradiso. 

Non vogliamo affermare che in questo tempo non vi fossero 
esempii di persecuzione contro gli stregoni e contro le streghe. 
Se il Capitolare di Carlo Magno proibisce di far danno a sospetti, 
è lecito di supporre che le persecuzioni esistevano. Sappiamo an- 
che che lo stesso Carlo ordinò una volta di uccidere alcuni in- 
cantatori. Al fine del secolo VI furono bruciate alcune donne de- 
vote alla corte di Fredegonda, perchè la. loro malia cagionò la 
morte d'un figlio della regina. Ma tutti questi casi furono acci- 
dentali ; essi non ci presentano un sistema generale, un' inclina- 
zione assoluta per la persecuzione, simile a quella dei secoli XV 
e XVL La credulità senza limiti ammetteva la forza della malia, 
ma ammetteva anche quella dei talismani cristiani. Il popolo igno- 
rante fu sotto l'influenza del clero ignorante, ed a quest'ultimo il 
diavolo non era pericoloso. Ed eccone la causa per cui il clero 
non tentava di eccitare il popolo contro la stregoneria ; perciò la 
potestà clericale era per tal riguardo, più liberale della potestà 
civile. La persecuzione non poteva essere generale e sistematica 
senza' il permesso del clero ; ma per provocare il clero fu neces- 
sario, che il diavolo minacciasse fortemente; fu ancora bisogno 
che nella società cristiana la credenza nei talismani della chiesa 
fosse scossa prima che la credenza nel diavolo ; finalmente fu bi- 
sogno che l'uomo portasse una maggior attenzione alla vita ter- 
restre, minacciata dal diavolo. Tutto questo comincia a svilupparsi 
nel secolo XII, e la persecuzione va crescendo. 

Già verso il fine del secolo XI appariscono i germi delle tur- 
bolenze religiose, benché questi germi fossero ancora in quel 



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— 238 — 
tempo assai rari ed assai deboli. In Orléans ed Arras ebbe luogo 
una disputa sulla transustanziazione; in Milano si predicava che 
la Santa Scrittura non é che una allegoria; alcuni nemici della 
gerarchia cattolica andavano da Torino nella Francia meridionale, 
dove molti cittadini furono corrotti da questa dottrina pericolo- 
sissima per la chiesa. Le medesime turbolenze vediamo anche 
nella Germania. Nell'anno 1212 il vescovo di Strasburgo fu co- 
stretto di ricorrere a mezzi severi contro i nemici del digiuno e 
del celibato dei preti. Gli abitanti d'Oldemburgo ricusavano di 
pagar la decima al vescovo di Brema, ed allora quest'ultimo or- 
dinò una crociata contro il proprio gregge. Nel 1207, il popolo 
pagò la decima e si salvò in questo modo dalla crociata ; ma la 
medesima ribellione appare nell'anno 1232 ed il paese fu quasi 
tutto rovinato dalle genti armate del vescovo. Finalmente il 
mondo cattolico fu scandalizzato dall'eresia degli Albigesi, che 
pagarono carissima la loro ribellione contro la chiesa dominante. 

(Continua) 

B. Paulowic*. 



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UN NUOVO GIORNALE D'ARTE IN FRANCIA 



(!) 



Per qual ragione i giornali che trattano esclusiv*araente di 
belle arti sono si scarsi in Italia, e per contrario si numerosi in 
Germania, in Inghilterra, in Francia? Per una semplicissima: 
perchè in Italia l'opinione pubblica non si dà gran pensiero del- 
l'arte e del suo procedere, mentre se ne dà moltissimo e per- 
severante presso le nazioni or nominate. In questi tempi di pub- 
blicità sbraitona, chi porta in piazza idee, aspirazioni, politica, 
scienza, è il giornale: esso è il dinamometro delle tendenze d'un 
popolo. Perciò se in un paese i desiderii del maggior numero si 
indrizzano ad un determinato scopo, se mirano a prediligere una 
disciplina piuttosto che un altra, ecco dieci giornali che fanno, 
come suol dirsi, la reclame a quella tal disciplina ed a suoi cul- 
tori. 

Per contrario, se una scienza, un ramo di letteratura è accarezza- 
to da pochi; se non desta che scarsissimo interesse anche nei più 
istruiti, ecco che il segnale del suo abbandono viene attestato 
dal mancare di speciali diarii, ovvero dall'essere di rado ricor- 
dato in quelli che vanno per le mani di tutti. E ciò è stretta- 
mente logico; giacché i giornali per aver credito, o dirò meglio, 



(1) L'Art. Revue kebdomadaire illustrée paraissant le dimanche, 
— Paris — H. Hey marni editeur^ E. Véron, rédacteur en chef. — Pre- 
mière Année. 



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Go^lc 



— 240 — 
vita, hanno bisogno di lettori, e non di quelli che leggicchiano a 
caso, ma di quelli che comperano; e dal giorno in cui il denaro 
è diventato il mezzano di tutti i prodotti permutabili, non si con- 
pera se non ciò che soddisfa ad un bisogno materiale o morale. 

Hanno un bel cantare certi nostri arcadi, tipo d'ingenuità, che 
le arti del bello visibile tengono lo scettro soltanto qui da noi; 
hanno un bel ripetere che il popolo nostro nasce artista, e non 
ha quindi mestieri che nessuno gli mostri la via per salire alle 
alte vette della gloria artistica. A maraviglia; ma con tutto que- 
sto, salvo pochi romiti dell' intelligenza lasciati in solitudine nel 
dimenticatojo dei loro studii, nessuno si piglia briga di sapere 
se l'arte nostra vada innanzi od indietreggi. La gente entra in 
una esposizione artistica, come si entra in un bazar di cianfru- 
saglie ad un franco Tuna: sì contenta di qualche commento alla 
leggiera sui dipinti e sulle statue poste in mostra; poi se ne 
torna ai domestici penati, e felicenotte: si dimenticano esposizio- 
ni> espositori, soggetti, indirizzi artistici, ogni cosa in somma, 
aspettando che nell'anno susseguente una nuova esposizione por- 
ga modo a ripetere la stessa melensa Via Crucis. 

La prova palmare che di tutta quella roba messa là a sperata 
tentazione di lodi e, meglio, di compere, il pubblico si dà poca 
cura, la ci viene offerta precisamente dai giornali. Finché stanno 
aperte le sale dell'esposizione, tre o quattro di essi, e di solito 
affatto locali, fanno un po' di chiasso, e più spesso di scandalo, 
con una furia di battibecchi in favore del pittore A. o a danno 
dello scultore B: poi silenzio su tutta la linea. 

Vedeste mai p. e., che un nostro periodico, prendendo a com- 
pito di trattare soltanto dell'arte, vi desse incisi e quindi chio- 
sati i prodotti migliori d'una esposizione ? fosse matto i Ci giun- 
terebbe le spese, perchè pochissimi comprerebbero una pubblica- 
zione di sua natura alquanto costósa. 

Parendo a molti impossibile questa perdurante indifferenza del- 
l'Italia per una disciplina che nel passato le fruttò, e meritat is- 
simi tanti onori, tentarono, in luoghi e tempi diversi, di fonda- 
re un giornale puramente artistico. Ma fossero questi periodici 
ben condotti o no; usassero critica indulgente o severa, non eb- 
bero forze da attecchire ; e dopo breve e languida vita, morirono 
di marasmOi vittime illacrimate dell'universale apatia. Ond*è che 



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- 241 - 
adesso dobbiamo sincera gratitudine ai bravi editori si gg. fratelli 
Treves, i quali con la solita abilità loro, seppero aprire all'arte un 
usciolino, affinchè entrasse nella loro coraggiosa Illustrazione ita- 
liana, si che in quelle decorose colonne trovassero degno posto, e 
col disegno e colla parola, le migliori opere della presente arte 
nostra. 

In Francia invece, in quella Francia che i rammentati nostri 
arcadi stimano ancora tuffata nella mediocrità rispetto all'arte, i 
periodici che ne trattano ex professo, son molti, perchè molta è 
l'attenzione che il pubblico porge ad ogni cosa che vi si riferisca. 
L'arte in Francia è penetrata in ogni ordine de'consorzii civili; 
vi circola quasi fluido vivificatore; è come il nettare de'numi an- 
tichi che serviva a mantenerli in florida giovinezza. L'arte colà, 
scintilla nei gioielli che accerchiano il collo della grave dama; 
si colora di fulgide tinte nello sciallo' che avviluppa astutamente 
i flessuosi fianchi della Tersicore ad alta tariffa'; spicca dorata 
nella legatura della strenna elegante; è nei gingilli che con istu- 
diata negligenza coprono il tavolino di palissandro; è nella seg- 
giola, nell'armadio, nel trespolo fin delle medie fortune ; s'infiltra 
nelle industrie; anima le manifatture di lusso; può dirsi infine, 
il labaro del lavoro gentile, che si fa bandiera di vittoria econo- 
mica e morale per la nazione, ed esercita autocratica signoria su 
tutte quelle forme che son chiamate ad ossequente docilità dallo 
inquieto farfalleggiar della moda. 

Perfezionati cosi, almeno per quanto riguarda i magisteri tec- 
nici, i prodotti delle arti minori, dovea entrare, ed entrò in fatto, 
passo passo», nel popolo, il bisogno che lo fossero eziandio quelli 
delle maggiori; e di conseguenza sugli uni e sugli altri fermasse 
studiosamente le sue osservazioni la stampa periodica, sicura 
d'appagare cosi una delle più fervide curiosità tanto dei veri in- 
telligenti, quanto di coloro a cui bastano le non faticose colture 
di semplice apparato. 

Da ciò lo stimolo a parecchie pubblicazioni mensili ed ebdo- 
madarie, rivolte non solo a soddisfare simili tendenze della na- 
zione, ma a far conoscere fuori di Francia quale indirizzo vi ab- 
bia l'arte, e quali opere di rilievo vi si vengono producendo. •— 
E in effetto, i giornali di tale disciplina vi sono numerosi, si ri- 
cetto all'arte in generale, si relativamente a ciascheduno de' suoi 



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— 244 — 
rami. E ancora ciò non basta all'appagamento della pubblica cu- 
riosità, che ne vediamo intrapresi di nuovi ogni anno. 

In questo p. e., uno ne venne fondato a Parigi, che, e per la 
decorosa edizione, e per la sceltezza di alcune tavole, e più pegli 
articoli di critica artistica che ne'suoi primi numeri contiene, ci 
porge indizio di futura prevalenza su parecchi de'suoi fratelli. 
Col titolo che ho già annunziato ; CArt, prese a pubblicarlo il 
ben noto editore sig. Ippolito Heymann, il quale a guarentire il 
buon successo, ne affidò la redazione ad Eugenio Véron, il vi- 
vace scrittore da cui ebbimo, non sono molti anni, uno scritto del 
quale si potranno accogliere alcune sentenze col benefìcio dell'in- 
ventario, ma non mai contestare la finezza delle osservazioni: 
alludo a quello che vorrebbe dimostrare la superiorità dell'arte 
moderna sull'antica. 

Lo scopo del giornale su cui discorrò, è svolto con molta sa- 
gacia in una prefazione, perocché in essa si proclama come car- 
dine fondamentale dell'arte il principio, ch'essa deve giovarsi 
bensì delle tradizioni e degli insegnamenti del passato, ma solo 
come un mezzo, non come un fine « I fisici (dice il Véron), i chir 
mici, i matematici, i naturalisti, studiando i libri dei loro prede- 
cessori, si propongono, non di ripetere quanto dissero, ma di 
cercare nelle cognizioni acquistate il mezzo di acquistarne di 
nuove. > 

Proseguendo col ragionamento, egli trova che ciò è egualmen- 
te necessario nell'arte, perché se essa deve giovarsi delle osser- 
vazioni e dei processi anteriori, non é per altro men vero che 
la sua aspirazione dev'essere assolutamente personale.. « Per l'ar- 
tista (continua l'autore) che si fa ristrumento di un processo in- 
vecchiato straniero; che si piega a riprodurre l'opera altrui; 
che surroga l'imitazione d'una maniera imparata alla manifesta- 
zione delle sue impressioni personali, manca la fiamma dell'arte, 
e l'opera sua, per quanto perfetta dal lato tecnico^ non è né può 
essere che una contraffazione. » En un mot (esclama l'autore) 
dans le domaine de Vart, pour faire quelqiie chose il faut élre 
quelqvCun. 

Considerata l'arte sótto questo punto di vista, vien naturale 
che il Véron si proponga, innanzi tutto, di combattere l'ecletti- 
smo snervante e sterile, che al dir suo domina fra gli artisti; ed 



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^ 243 - 

è pur naturale che dipoi egli intenda dar posto distinto (e lo di- 
chiara) a tutto quanto direttamente od indirettamente si riferi- 
sce all'educazione artistica delle giovani generazioni; scopo in- 
vero ben più dell'altro opportuno a pratica utilità. 

Parecchi scritti dei collaboratori al giornale che finora com- 
parvero nelle sette dispense pubblicate, si adattano all'uno od al- 
tro dei prenominati scopi, anche trattando argomenti che a pri- 
ma vista vi parrebbero stranieri; perocché in mezzo a questioni 
di storia o di biografìa .artistica, stanno massime che allo svolgi- 
mento dei prefati scopi s'attagliano. 

Fra gli scritti che però ci parvero rispondervi meglio, son 
da porsi i due del Véron stesso, sulla celebre Marchesa di Pom- 
padour e sulle forme dell'arte che rampollarono dalle influenze 
di questa prodiga Taide del secolo XVIII. Con molto ingegno e 
colla briosa spigliatezza di stile che lo distingue, il Véron ci mo- 
stra la sua eroina occupata a trasfondere nell'arte V impulso me- 
desimo che ella volea pur dare alla rovinosa guerra dei sette 
anni, e al più che turco Haremme del re cristianissimo, cono- 
sciuto sotto il nome di Parc-auooCerfs. 

Se non fossi serrato fra la ristretta cerchia di un articolo bi- 
bliografico, vorrei qui trascrivere alcune fra le acute osservazio- 
ni dell'autore sull'età decomposta di cui la Pompadour fu turpis- 
sima sintesi. Mi contenterò invece (e ne saranno più contenti i 
miei lettori) di riportarne una sola, in cui è mirabilmente dipinto 
l'erompere di impudiche tendenze che avvenne in Francia dopo 
la morte di Luigi XIV, tendenze delle quali pur si fece istro- 
mento Boucher, il pittor favorito della Frine regale. « Après le 
solennel ennui des dernières années de Louis XIV, il y avaìt eu 
comme une détente subite de toutes les hypocrisie imposées, une 
revanche des sens contre Tascétisme, on pourrait dire une explo- 
sion de Timpudeur trop longtemps conprimée. Le roi lui-mème 
donnant Texemple, tout ce monde s'abandonait, se làchait sana 
scrupule. C'était une baccanale, une saturnale, une orgie à pea 
près universelle, à la quelle la mythologie antique rendit le ser- 
Tice de fournir un vocabulaire acceptable et des formules décen- 
tes. Les Gràces, Vénus, Les Amours remplirent les livres des 
poétes et les tableaux des peintres; e de tous les peintres da 



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— 244 — 
teznps aucuQ n*aima ni n'excella comme Boucher à peindre les 
Araours. » 

Di maggiore importanza rispetto alla storia dell'arte è l'altro 
articolo del Véron consecrato a determinare cosa debba intender- 
si col nome di stile Pompadour. In questo scritto egli dimostra 
coi documenti alla mano, come sia errore il ritenere la Pompa- 
dour tutrice e difondltrice dello stile che diciamo rococò : peroc- 
ché essa, al contarlo, tentò porre argine all'invasione di quella 
maniera frondosa e gonfia per darsi a proteggere il culto di un 
arte, se non più corretta, di certo lontana dai goffi eccessi dello 
incartocciato barocco. In fatti, sotto l'influenza di lei, e da lei so- 
stenuti, operarono Sufflpt, l'autore del Panteon francese, monu- 
mento arieggiante il classico; e quel M. Cochin, che pur rima- 
nendo sempre arcigogolato nelle opere del suo pennello, non so- 
stenne meno colla parola l'opportunità di studiare a fondo i capo- 
lavori degli antichi. 

Degni d'attenta lettura son pure i tre articoli che il signor 
Luigi Ménard ci dette sugli scavi di Pompei e sul Museo di Na- 
poli; né soltanto ne sono degni pel giusto apprezzamento che e- 
gli fa di alcuni fra quei bronzi insigni, ma eziandio pel modo in- 
dustre col quale egli, raccostando le tendenze elevate dell'arte 
grecoromana con le magre e meschinelle della moderna, chiari- 
sce quanto e come quelle si lanciassero all'ideale, mentre le no- 
stre si tuffano in un realismo inconseguente e profano. 

Àssennatissime riflessioni offre all'autore la policromia della 
quale son coperte architetture e sculture della dissepolta città; e 
dopo aver dimostrato a proposito di ciò, come gli antichi, senza 
essere coloristi nel senso da noi 'dato oggidì a questa parola, 
facessero tuttavia sul colore grande assegnamento e lo tenessero 
come base delle loro creazioni artistiche, dice « la policromia in- 
terna ed esterna degli ediflcii ed anche delle statue, non può es- 
sere oggi più contestata in nessuno dei periodi dell'arte antica. 
Un partigiano delle vecchie teorie classiche ed accademiche in- 
dietreggerebbe inorridito dinanzi a quella policromia smaglian- 
te; ma, per contrario, se un antico fosse per disgrazia traspor- 
tato in una delle nostre città moderne, morrebbe di noia dinanzi 
alla lugubre monotonia de'nostri ediflcii d'una sola tinta; e gli 
riuscirebbe poi di maggior maraviglia il sapere^ come coloro da 



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— 245 — 

cui furono costruiti, e gli altri che li ammirano, si reputino gii 
eredi diretti e i fedeli dipendenti della tra-lizione antica. La poli- 
cromia fu ammessa nell'antichità ed anche nel medio evo, come 
lo è tuttavia in Oriente; gli è soltanto dopo il secolo XVII che l'Eu- 
ropa s'avvezzò a vivere sotto uno spegnitoio. » 

La simpatia che di preferenza si guadagnano, a parer mio, i 
due ricordati scritti, non esclude che molta non se ne meritino 
anche alcuni altri inseriti nei fascicoli finora usciti. Tale mi 
sembra, ad esempio, quello del Lerci sui figli del famoso caricaturi- 
sta Gavarni; tale la biografia stesa dal Genevay sopra il celebre 
miniatore Jsabey. 

A rendere poi il giornale più direttamente utile al fine cui mi- 
ra, non poco giovano due rubriche colle quali vien chiuso cia- 
scun fascicolo ; l'una intesa ad esaminare brevemente i libri che 
vanno uscendo sulle arti belle; l'altra destinata a raccogliere di 
queste ì fatti più salienti, di mano in mano che avvengono. Gran 
peccato che ad ambedue queste rubriche siasi dato finora cosi 
scarsa estensione f Quanto ne comparve nelle sette dispense già 
uscite, è troppo bene condotto perchè non sentasi il desiderio che 
di tali rubriche sia allargata degnamente la cerchia. E un'altra 
cosa in quelle dispense bramerei vedere (e con me, ne ho cer- 
tezza, lo bramereranno quanti si conoscono d'arte) bramerei cioè, 
che un più gran numero di tavole e dì incisioni intercalate al 
testo non fossero inferiori per merito a quelle poste ad illustra- 
re gli articoli risguardanti il Gavarni, ed Augusto Langon, Tini- 
pareggiabile disegnatore d'animali. 

P. Selvatico. 



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DEGLI ARCHIVII 

E DI QUELLO DI SIENA IN PARTICOLARE ^'^ 



Chi sì presenta a un Archivio presto sa che è, senza bisogno 
che ninno spenda parole per dimostrarglielo. Archivii più o meno 
ordinati, più o meno diligentemente custoditi, tutti i popoli ne eb- 
bero: ma chi fosse il primo che immaginasse gli Archivii è 
ignoto, né noi ci metteremo a una faticosa e forse vana ricerca. 
Quel che si può affermare si é che tutte le società strette con 
leggi scritte, ebbero luoghi ove depositar queste leggi, insieme 
alle memorie più importanti della vita, alla conservazione delle 
quali provvidero cercando collocarli nei luoghi più degni, più ve- 
nerandi: questi luoghi non sarà forse discaro al lettore di ri- 
cercare brevemente con noi. — Ci sembra un fatto molto note- 
vole, il vedere come a ciò, i popoli antichi scegliessero i templi. 
In fatti gli Ebrei li deponevano reverentemente nell'Arca e nel 
Tabernacolo. I Greci nel tempio di Delfo, nell'Areopago. Gli Egizi 
scolpivano le loro memorie nelle colonne de' loro santuari, e i 
Romani, che prima le deposero nel palagio di re, comprendendo 



(I) Dal libro de' Sigilli dello Stato antico e moderno della Città o 
provincia di Siena, illustrazione ancora inedita della Marchesa Brigida 
Fava Tanari. 



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- 247 - 
che niun luogo era più degno per conservarli della casa di un 
Nume, li collocarono nel tempio di Saturno; quasi sperando che 
affidati alla sua custodia li avrebbe resi immortali. Da ciò ben si 
comprende come ogni azione importante de* popoli primitivi era 
costantemente ooUegata colla religione. — A poco a poco T uma- 
nità col prendere nuovi indirizzi e col separare la politica dalla 
religione, provò un nuovo bisogno, il quale non restringendosi 
al desiderio della sola conservazione degli Atti, intese a farli 
servire a scopo di pubblica utilità. — Fu allora che a custodirli 
si fabbricarono locali pubblici e privati a cui si diede il nome di 
Archivi! dalla parola greca ^px^tov e fu allora che si cominciò a 
conoscere l'importanza vera di questa istituzione, dovendo al suo 
nuovo inviamento le celebri storie di Polibio, di Livio, e di tanti 
altri famosi scrittori, i cui documenti vennero cercati negli 
Archivi del Senato e de* patrizi romani. — Giustiniano ben com- 
prendendo quanto fosse necessario alla compilazione della storia, 
la custodia, e il buon ordinamento degli Archivii, dettò leggi e 
discipline su questa materia. — I primi cristiani ebbero i loro 
Archivii con appositi archivisti (archeotae) e in quelli delle chiese 
i notari raccoglievano diligentemente gli atti de' martiri. — In 
Francia gli Archivii si stabilirono al tempo dei re della seconda 
razza, e le ordinanze e le memorie di Carlo Magno, e le ordinanze 
di Luigi il Buono si conservavano negli Archivii di Palazzo. — 
L'impero germanico possedeva il suo Archivio diviso in 4 sezioni; 
l'imperiale e il camerale a Wetzlar; quello della Dieta germanica 
a Ratisbona, e l'Archivio arcicancellieresco a Magonza. — Gli 
Archivii delle grandi famiglie alemanne risalgono appena al XIII 
secolo e quelli delle città al XIL Presentemente il più ricco Ar- 
chivio della Germania è quello di Kònisberg; in Francia il più 
cospicuo è quello di Parigi, e in Inghilterra, il famosissimo della 
Torre di Londra a Westminster. — Se la costituzione politica, 
non permise airitalia di avere un Archivio nazionale, essa ser- 
bava però negli Archivi sparsi qua 8 là nella Penisola;, tesori 
meravigliosi, da superare in ricchezza tutti gli Archivii più co- 
spicui di Europa: per esempio, l'Archivio del Vaticano e l'altro 
di Venezia, detto dei Frari, danno un'idea delle sue ricchezze. 
Quello dei Frari si compone di 2276 Archivii, di circa 12,000.000 
di volumi, non compresi i fascicoli, il tutto disposto in 294 stan^ 




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Gocwle 



— 248 - 
ze (1 ). ^ Come tutte le umane cose, gli Archivi subirono in Ita- 
lia e fuori, varie vicende. Quale deplorabile strazio sopportassero 
quelli di Toscana, per l'abbandono completo in cui per molto tempo 
rimasero, non è a dire. Basti rammentare che a Parigi si faceva 
pubblicamente mercato d'autografi derivanti quasi tutti dagli Ar- 
chivii di Firenze. I custodi, i visitatori facevano a gara nel dela- 
pidare questi Archivii : ora strappando dai volumi le miniature 
preziose, e i documenti rari, ora involando diplomi di Papi e di 
Imperatori, rubando ben anche teche d'oro, perchè per certuni 
derubare gli Archivii pare cosa lecita. — Fortunatamente il tempo 
delle trascuratezze passò, tanto dalla parte delle persone che dei 
governi, e nel citato Archivio di Frari nel 1814 si videro posti 
buoni regolamenti. Contemporaneamente, a Napoli s'intese a for- 
mare il grande Archivio del Regno, l'area del quale si calcola 
a 100,000 braccia quadrate; similmente buone provvidenze si fe- 
cero in Piemonte, e cosi nella Sicilia, in Padova, in Genova, in 
Milano, ove si crearono direzioni generali per l'Archivii. Nel 1847 
il governo imperiale istituì in quello di Frari una cattedra di Pa- 
leografia, altra ne fu stabilita a Bologna nel 1805, che fu tenuta 
dal Signorelli, e un altra in Napoli; ma queste due ebbero corta 
vita (2). — Finalmente Firenze, nel 1852 stabiliva essa pure una 
direzione centrale degli Archivii dello Stato, e nel settembre del 
1855, inaugurava il suo Archivio. Cosi Firenze ebbe un Archivio 
centrale di Stato, e il cav. Bonaini, professore di diritto a Pisa, 
ne fu nominato SoprainienderUe e considerato principale fondatore. 
Una cattedra di Paleografia vi fu istituita col decreto sovrano, 
che fondava l'Archivio Centrale, e primo professore fu il chiaris- 
simo sig. Carlo Milanesi di onorata memoria. Di poi la cattedra 
passò all'Istituto degli Studii Superiori, e la occupò Silvio de'An- 
dreis : indi venne soppressa, e ripristinata nell'anno scorso, e af- 
fidata all'egregio sig. Cesare Paoli del quale più avanti avremo 
a parlare. — Il prof. Bonaini sunnominato, ottenne quasi intera 



(1) L. Galeotti, « Arch. centr. di Stato, » a pag. 83. 

(2) Al tempo del Governo Provvisorio, a Bologna, fu rimessa questa 
cattedra e affidata al Generelli. 



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— 249 — 

la fabbrica del Vasari detta degli Uffìzii lunghi « la quale ritor- 
« nata alle primitive sue forme parve fosse stata ideata dall'ira- 
« maginoso artefice per Tufficio a cui doveva servire > (1). Cosi 
dentro a questo magnifico edifizio in una lunghissima fila di grandi 
e nobilissime sale si accolsero e ordinarono dentro decorosi ar- 
raadii i documenti, i registri onde attualmente quest'Archivio 
Centrale di Stato è composto. — Quello che è straordinariamente 
bello per noi in quest' istituzione fiorentina è lo spirito largo che 
l'iliustre fondatore seppe infonderle, spirito che a parer nostro 
dovrebbe regnare, non solo nell'istituzioni pubbliche, ma dovrebbe 
esser guida delle azioni più comuni degli uomini, il quale senza 
danneggiar l'utile proprio dovrebbe pur sempre mirare al bene 
di tutti. E a proposito di ciò ci sembra convalidare la nostra 
opinione quanto dice il Ficker parlando degli Archivii Toscani: 
« ...trovasi in essi, » ei dice « attaccato il principio che gli Ar- 
« chivii anzi tutto sono da riguardarsi, come istituti sussidiarii 
« per le ricerche, e debbono èssere ordinati principalmente in re- 
« lazione a quest'intendimento » e aggiunge: « Da questo lato ci 
« sarebbe per noi molto da imparare ! (2) » (Ciò serva a quegli 
italiani che trovano tutto pessimo in casa loro). In fatti i tesori 
di questi Archivii toscani sono senza eccezione alcuna, aperti a 
quanti studiosi nostrali e forestieri hanno bisogno di consultarli. 

Gli Archivii di Lucca, di Pisa e di Siena (e di quest'ultimo per 
quanto sta in noi, daremo accurato ragguaglio), non sono che 
sezioni del Fiorentino ; tuttoché separati, legati però alla Soprain- 
tendenza di Firenze, ordinati e governati colle stesse norme di 
quelli, e diretti col medesimo nobilissimo spirito. Questa Soprain- 
tendenza procurò dunque a Siena il suo distintissimo Archivio 
che ebbe principio il 17 novembre i858. — Prima di questo 
tempo gli Atti più rilevanti dello stato senese si conserva- 
vano in un particolare Archivio detto delle Ri f or magioni, nu- 
cleo dell' attuale, e, conservavasi nel Palazzo del Comune; ma 
vedendo che il locale non poteva capire tutti i documenti che pel 



(l) L. Galeotti, Op. cit., a pag 42. 

(2; Dallo International Ausstellung Zeitung, luglio 1873. 



17 



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GoqqIc 



- 250 — 
nuovo decreto dovevano in esso raccogliersi fu ordinato che l'Ar- 
chivio abbandonasse l'antica sua sede p6r prender stanza più am- 
pia in sei sale del terzo piano del palazzo Piccolomini, cospicuo 
e grandioso edifìzio fatto inalzare dai nipoti di Pio II, ove ven- 
nero raccolte, oltre le Pergamene delle Riformagioni, quelle non 
meno copiose appartenenti oW Archivio generale dei Contratti, 
alla Prefettura, all'Università, all'Opera della Metropolitana, ed 
alla Biblioteca Comunale. — Queste pergamene cosi riunite am- 
montarono nel 1859 a 29,920 delle quali la più antica è dell' an- 
no 814. Vennero aggiunti all'Archivio, cosi composto, tre grossi 
volumi membranacei, in foglio, detti i Caleffl di S. Galgano, os- 
sia i cartulari dell'antica Abazia di quel nome; furono ancora 
portati in quest'Archivio altri volumi simili a questi contenenti la 
copia de' contratti privati, e vari documenti scritti in carta bam- 
bagina, venuti per lo più colle pergamene suddette. — Nel giorno 
24 di maggio 1859 fu per decreto ministeriale abolito l'Ufficio di 
Cancelleria delle Riformagioni, e istituito l'altro di Direttore Ar- 
chivista, carica coperta per il primo dal cav. Filippo Luigi Poli- 
dori d'onorata memoria, dimodoché può dirsi in quest'anno 
definitivamente costituito l'Archivio di Stato senese. — Dal 1865 
a oggi furono riunite le pergamene del Conservatorio del Refu- 
gio, quelle di S. Maria Maddalena, quelle del Patrimonio dei Re- 
sti Ecclesiastici; nel 1867 quelle dei Conventi di Siena soppressi 
nel 1808; nel 1870 quelle dello spedale di S. Maria della Scala, e 
nel 1874 quelle del Comune di Sinalunga. — Raddoppiato così il 
numero delle pergamene, che, come abbiam detto, nel 1859 era 
di 29,920, secondo il computo fatto nel 1872 crebbe a 42,236, per 
cui il locale non essendo più bastevole a contenerle, oltre il terzo 
piano del summontovato palazzo, occupò anche il secondo, e in- 
vece di 6 sale oggi se ne contano 23, una delle quali destinata per 
la Mostra permanente, — In questa sala di mostra permanente ci 
piace di soffermarci un poco, e rammentare i giorni in essa pas- 
sati a ritrarre disegni, e memorie utilissime, aiutati nelle nostre 
ricerche dalla cortesia inarrivabile del chiarissimo sig. cav. Lu- 
ciano Banchi, ora Sindaco di Siena, e dell'altro gentilissimo e 
dottissimo giovane sig. Cesare Paoli fiorentino, ora — come ve- 
demmo — prof, di paleografia in patria. — Si entra in questa sala, 
nonché in tutto l'Archivio, da una galleria molto ben dipinta dal 



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— 251 — 

prof. Giorgio Bandeni senese. Questa Galleria, come la sala di 
mostra permanente furono cominciate e finite nel 1866 al 67. — 
Compiti i lavori, fu inaugurato l'Archivio ai 25 d'agosto del l867, 
e l'orazione inaugurale fu recitata dal Sopraintendente comm. Bo- 
naini, nella gran sala del Mappamondo ,del Palazzo Comunale di 
Siena, e vennero collocate nella Galleria le lapidi commemorative, 
dettate in latino dal prof. Michele Ferrucci. — La sala di cui 
noi teniamo discorso è assai vasta; è illuminata da sei grandi fine- 
stre che occupano gran parte di due delle sue pareti. — Posti intorno 
alla sala vi sono Plutei con vetrine, ed uno centrale che la tra- 
versa quasi per intero. In questo pluteo, come in quelli che con- 
tornano la sala si trovano racchiusi preziosi documenti, distinti 
nelle seguenti categorie: 

1* Categoria — Documenti più antichi d'Archivio. 
2* id. — Diplomi imperiali e regi. 

— Documenti vari di storia patria. 

— Id. spettanti alla storia di Siena dal 
1525 alla caduta della Repubblica. 

— Doc. spettanti all'antico commercio senese. 

— Id. risguardanti i Capitani di Ventura. 

— Id. Danteschi. 

— Id. letterari. 

— Id. artistici. 

— I Codici più insigni dell'Archivio per minia- 

ture e altri caratteri estrinsici. 

Nella prima Categoria vi sono due pergamene provenienti dal • 
l'Abadia di S. Salvatore di Montamiata con la data del 736. 

Alla seconda Categoria appartengono i seguenti diplomi impe- 
riali : 

Due di Lodovico Pio dell'SU e l'altro deir816. 

Uno di Berengario del 915, 

Id. Ugo e Lottarlo del 937. 

Id. Ottone I del 962. 

Id. Ugo il grande Marchese di Toscana del 995. 

Id. Enrico II del 1004. 

Id. Federigo Barbarossa del 1158. 



3« 


id. 


4» 


id. 


5* 


id. 


6» 


id. 


7« 


id. 


8» 


id. 


9» 


id. 


0« 


id. 



r 



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— 252 - 
Uno di Enrico VI del 1186. 
Id. Ottone IV del 1209. 
Id. Federigo II del 1221. 
Id. Carlo IV del 1357. 
Id. Sigismondo del 1433. 
Id. Federigo III del 1455. 
Id. Massimiliano I del 1513. 
Id. Carlo V del 1536. 

Alla terza Categoria appartengono i seguenti autografi e do- 
cumenti : Un albero genealogico dei fondatori dell'Abbadia a Isola 
del XII secolo. Le Bolle di canonizzazione di Santa Caterina, e 
di S. Bernardino da Siena. Gli autografi di diversi principi e per- 
sonaggi illustri fra i quali quello di Giovanna I* regina di Na- 
poli, di Ladislao, di Emanuele Paleologo, di Pio II, di Cesare 
Borgia, di Lodovico il Moro, di Luigi XII, di Pandolfo Petruuci, 
di Filiberto di Chalons, di Caterina de* Medici, di Margherita 
d'Austria, d'Isabella Orsini, di Bianca Cappello, di Andrea D'Oria, 
di S. Carlo Borromeo, di Leone X ecc. ecc. 

Alla quarta Categoria appartengono gli autografi degli Amba- 
sciadori e Agenti cesarei in Siena dal 1525 al 1552, e degli Agenti 
francesi del 1552, fra i quali di Enrico II re di Francia, di Piero 
Strozzi, d'Enea Piccolomini delle Papesse, del Monluc, del Mar- 
chese di Marignano ecc., ed il Copialettere originale di Piero 
Strozzi. 

Alla quinta Categoria appartengono alcuni autografi, e docu- 
menti relativi ai seguenti Capitani di Ventura : a Pandolfo Mala- 
testa, a Sforza da Cotignola, a Tartaglia da Lavello, a Micheletto 
Attendoli da Cotignola, a Braccio da Montone, a Niccolò da Tolen- 
tino, a Niccolò Piccinino, a Ranuccio Farnese, a Sigismondo Pan- 
dolfo Malatesta, a Iacopo Piccinino, a Buosso Sforza Attendolo, 
ad Antonello da Forlì, a Francesco Sforza Visconti, a Bartolomeo 
d'Ai Viano, a Giovanni delle Bande Nere, a Prospero Colonna, a 
Fabrizio Maramaldo, a Malatesta Baglioni. 

Alla sesta Categoria appartengono i documenti relativi alla 
Compagnia Tolomei, Salimbeni, Buonsignori, alle fiere di Fran- 
cia nei secoli XIII e XIV. 
Nella settima Categoria si trovano riuniti, alcuni documenti che 



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- 253 — 

illustrano la Divina Commedia, fra i quali un diploma del re Manfre- 
di, dato 78' giorni dopo alla battagia di Monteaperti, la lega con ì 
fuorusciti ghibellini del 1251. Una bolla di Bonifazio Vili del 1296, 
uno statuto del secolo XIII nel quale è ordinato Tedificazione 
di una chiesa in Monteaperti. Il pagamento fatto per l'arsione di 
Capocchio, e il resoconto di Madonna Pia de* Tolomei del 1292. 

NeWoUava Categoria vi sono quattro lettere volgari del 1253, 
e gli autografi di alcuni letterati storici e novellieri, fra i quali 
del Macchiavelli, del Poggio fiorentino, di Monsignor della Casa, 
di monsignor Claudio dei Tolomei, di Bernardino Ochino, di Am^ 
brogio Caterino, degli storici Orlando Malavolti, e Alessandro Soz- 
zini ; e di Scipione Bargagli, e Pietro Fortini novellieri. 

Alla nona Categoria appartengono i documenti artistici rela- 
tivi al Duomo di Siena dal 1259 fino al 1379, alla Fonte Gaja 
del 1408 al 1419. Gli autografi di Jacomo della Quercia, di An- 
drea di Vanni, di Sano di Piero, del Vecchietta, di Pietro del 
Minella, di Francesco di Giorgio Martini, del Biringucci, di Bal- 
dassarre P eruzzi, di Domenico Beccafumi e di altri artisti meno 
notevoli. 

Finalmente appartengono alla decima Categoria il CaleflTo del- 
l'Assunta, cosi chiamato un magnifico codice membranaceo di 802 
cajte, scritto di una sola mano, compilato circa il 1334 a cura di 
tre savi uomini eletti dal Consiglio Generale della Campana. Que- 
sto codice ha una stupenda miniatura di Riccolo di Ser Sozzo 
Egliacci. A questa stessa categoria appartiene lo Statuto volgare 
del Comune di Siena compilato intorno al 1310, quello di Mer- 
canzia del 1342. Il libro dei Censi, parimente ricco di miniature. 
Le quali cose da noi ammirate in questa sala ci vennero in parte 
ritornate alla memoria dal gentilissimo sig. Cesare Paoli citato. 

Il medesimo ci fa osservare che i documenti della mostra per- 
manente che si trovano in questa sala ponno essere soggetti a 
qualche cambiamento, non tale però da alterare l'ordinamento ge- 
nerale, da privare il pubblico degli autografi, e dei documenti 
di principale importanza. —, L'ordine dato in principio a questo 
Archivio si conserva; cosi in prima si veggono gli Atti appar- 
tenenti alla Repubblica di Siena, poscia quelli che appartennero 
al Governo del principato, indi quelli risguardanti la Prefettura 
dell'Ombrone (Siena), le sottoprefetture, i tribunali di prima istan- 



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— 254 - 
za, di commercio ecc. Si veggono quindi quelli del 3 febbraio fino 
al giugno 1814 nonché la serie delle componenti la giurisdizione 
della Provincia. Alle quali cose il lettore volendo schiarimenti mag- 
giori può ricorrere air opuscoletto intitolato : Il R. Archivio di 
Stato in Siena nel settembre 1862. 

Nel maggio 1873 fu formato un Museo di Tavole e Quadri ap- 
partenenti airUffizii di Bicherna e della Gabella. In questo nuovo 
Museo che occupa la galleria e le tre sale del 2® piano saranno 
altresì riuniti altri oggetti d'arte come miniature, sigilli ecc. Le 
Tavolette che formano quella collezione, e che esistevano prima 
appese alle mura della sala permanente, di cui tenemmo discorso, 
sono in numero di 77 delle quali 6 sono del sec. XIII, 8 del XIV, 
23 del XV, 31 del XVI, e 9 del XVII. Sono per la maggior parte 
pervenute dall' Accademia di Belle Arti, dal Comuhe di Siena, 
e dal sig. Niccolò Piccolomini e molte servirono a suo tempo di 
copertura ai libri dei Camarlinghi di Bicherna, e della Generale 
Gabella, e tutt'ora se ne vedono due uniti ai propii libri. 

Descrivere le pitture che ornano queste tavolette, che per una 
per altra ragione potessero interessare il lettore ci è sembrato, 
opera lun ga e poco profìcua, perciò credemmo più utile e piacevole 
il dare alcune di queste Tavolette disegnate come sì trovano alle 
pareti di questa Galleria, le quali serviranno non solo a conten- 
tare i curiosi di cose antiche, ma ancora a soddisfare gli artisti 
onde conoscere i costumi degli uomini di que' tempi remoti. 

Brigida Tanari. 



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ALCUNE LETTERE DANTESCHE 

DI 

A 

raicHEiiAurcEiiO cilweiìxx (1) 

I. 

Onorandissimo signor Duca, 

Quali grazie potrò io mai renderle del favore col quale à ac- 
colto i poveri miei studii? Le parole d'incoraggiamento che Ella 
usa verso di me sono veramente testimoni della sua cortesia e di 
quella benevolenza che i veri Maestri non negano mai a' discepoli. 
Ed io le accetto appunto come da mio maestro ed autore, e La 



(1) Di questo valoroso e immeritamente dimenticato dantista una se-* 
rie di lettere ossequiose fu indirizzata, negli anni 185S-1859, al patrìzio 
romano per cuore, inofegno, dottrina e carattere più insigne, a Miche- 
langelo Caetani Duca di Sermoneta, fra i dantisti dell'età nostra de' più 
sicuri e profondi. Nell'ordinare le lettere del Trevisani, tra le quali sce- 
gliamo ora quelle che ci paiono più caratteristiche, Michelangelo Caetani, 
quando egli poteva ancora rallegrarsi del lume degli occhi, vi apponeva 
di proprio pugno la seguente ricordevole postilla biografica: « Gaetano 
Trevisani, avvocato napoletano, dotto letterato, amico e discepolo aman- 
tissimo di Carlo Troya, essendo infermo e avendo da pochi giorni avuto 
un primo figlio dalla sua giovane sposa, venne improvvisamente, senza 
veruna sua colpa, aggredito in casa dagli sgherri borbonici e condotto 



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- 256 — 
ringrazia del bel dono che m'à fatto della sua Mateìda. Quanto 
io glie ne sia grato, e quanto accetti la sua opinione, ò creduto 
doverlo dimostrare in un breve articolo che si è pubblicato sul 
nostro Diorama e che mi permetto inviarle sotto fascia per la 
posta. Di Lei e delle sue cose discorro sovente col venerando no- 
stro Troya, col quale divido la stessa ammirazione per i suoi no- 
bili studii; e la Matelda non è stata l'ultimo soggetto de' nostri 
discorsi. Tanto essa piacque a lui sommo ed a me minimo fra i 
suoi ammiratori. Si compiaccia, onorando sig. Duca, continuarmi 
la sua benevolenza e di annoverare nel numero de' suoi devoti 

Il suo odbLmo servo vero 
Gaetano Trevisani. 

Napoli, 11 del 1858 
Strada Signoroni a San Giov. Maggiore, n. 29 



Onorandissimo signor Duca, 

Stava leggendo il dialogo del B.... rimessomi dal Direttore del- 
Y Antologia (1), quando mi è pervenuta la sua graditissima de' 27 
aprile con una copia dello stesso Dialogo, e dell'una e dell'altra le 



in esiglio ad Avellino, ove in due giorni si morì d'infermità e di cre- 
pacuore, sul finire dell'anno 1859. Ma quelli 

che fér centra lui 
Non hanno riso; però mal cammina, 
Chi si fa danno del ben fare altrui. » 

Michelangelo Caetani, Roma 1869. » — In un venturo fascicolo, offrire- 
mo ai nostri lettori alcune delle lettere che riilustre Troya dirigeva 
al Caetani. 

La Direzione. 
(l) Rivista napoletanag 



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— 257 — 

SODO obbligatissirno. Spero potere in questi giorni avere un- poco 
di tempo per scrivere sul Diorama o smW Antologia alcune poche 
parole sugli argomenti del B...., i quali possono esser buoni a 
provare che la Contessa Matilde non fu né Cunizza, né Santa 
Chiara, ma non certamente che ella fosse la Matelda di Dante. 
Ciò introdurrebbe una grande dissonanza nel concetto Ghibellino 
del Purgatorio. Il Troya che vi {sic) saluta, ed a cui era anche 
pervenuta una copia del B...., è della stessa opinione. Il nome 
del grar^de nostro storico è però assai imprudentemente citato dal 
B...., il quale accennando la data del 1208 per la pubblicazione 
MVInferno, fa cadere il suo Veltro Benedetto XI. Le rimetto 
sotto fascia alcuni scritti di Giovanni Manna, valente nostro eco- 
nomista, e ciò perchè Ella mi mostrò desiderio di avere le cose 
che si pubblicano qui intorno a Dante. Ho mandato a leggere la 
sua lettera alla Principessa Ravaschieri, per mezzo di un comune 
amico, ed essa La ringrazierà direttamente. Ove vegga la Con- 
tessa B., Le ricordi del Troya cui non ha più scritto, ed io mi 
permetto di darle questo incomodo perchè son certo quanto buono 
profitto farebbe all'inferma salute del nostro comune amico una 
lettera dell'egregia contessa. Questa si ricorderà d'un ignoto che 
vide sempre in casa del Troya, col quale ignoto disputò alcuna 
volta, sì che rimase in lui profondo il senso dell'ammirazione per 
le non comuni doti di Lei. Ella si mostra poco contento di cote- 
sto soggiorno. Eppure quanto desidererei di potermivici traspor- 
tare fosse anco per breve ora l Cosi Dio mi conceda di potere at- 
tuare questo mio vivo desiderio, e di poterla in questa occasione 
salutare da vicino, il che non sarà senza mio reale profitto f 

Certamente avrà conosciuto costà lo scultore Pistrucci. Questi 
molto tempo fa esegui il busto in gesso del nostro Troya, e la 
forma rimase presso di lui. Ora io mi permetto pregarla di pren- 
der conto, se Le riesce, presso di chi quella "forma si ritrovi, e 
se fosse possibile di averla ceduta ed a qual prezzo dal possesso- 
re o almeno di averne estratta qualche copia. 

La benevolenza della quale Ella mi onora mi fa ardito di par- 
teciparle il mio seguito matrimonio colla signora Enrichetta La- 
bonia figlia del Barone di Campana e di Bocchigliano. Il numero 
de' suoi servi rimane cosi accresciuto. — Sta sotto il torchio il 
mio capitolo su' Ghibellini, che Le invierò appena sarà pronto 



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— 258 — 
anche pel suo amico Don Catervo Serani, e le lodi che Ella gli 
fa sono per me certo documento del valore di lui, al quale molto 
mi raccomando. Sarebbe forse indiscreto il mio desiderio di co- 
noscere il nome dell'erudito francese, che si è data la pena di leg- 
gere i mìei Studi? Mi onori di qualche suo comando e mi creda 



Suo devotissimo per servirla 
Gaetano Trevisani. 



Napoli, 2 maggio 1858 
Arena della Sanità^ n. 12. 



III. 

Arena della Sanità, n. 12. 

Onorandissimo signor Duca, 

Alla sua lettera del 22 luglio io rispondo ai 12 agosto, ed Ella 
cosi buona e benevola verso di me non se ne sarà dispiaciuta. 
Ella già sa qual perdita abbiam fatto noi tutti (1), à fatto Tlta- 
lia, anzi l'Europa, e nel suo dolore che certamente è stato vivo 
avrà fatto ragione del mio che per venti anni non mai interrotti 
sono stato sempre ai fianchi del grande uomo che ora non è più, 
ed ero il suo confidente e depositario di *tutti i suoi segreti, di 
tutte le sue aspirazioni. Iddio à cosi voluto, ma per quanto io mi 
sforzo di rassegnarmi a suoi voleri, il dolore mi à talmente op- 
presso che io son fuori di me, e piango sempre, nà avea mai 
pianto in mia vita. Spero colla posta ventura poterle rimettere 
il terzo paragrafo ed ultimo sulla Matelda, già scritto e conse- 
gnato al Diorama da' principii di Luglio. Appena che sarò più 
tranquillo farò ristampare i tre articoli e glie ne rimetterò un 
numero di copie. Ora sono occupato a scrivere alcune Notizie bi- 
bliografiche del comune amico, per quanto se ne potrà scrivere 
qui. La ringrazio delle cortesi parole che mi scrive pel mio se- 



(1) Quella di Carlo Troya, morto il 28 luglio 1858* 



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— 259 — 
sto paragrafo degli Studii. Con altra occasione glie ne rimetterò 
cinque o sei copie per que' benevoli che avranno la pazienza di 
leggerlo. Spero che la sua Signora siasi del tutto guarita, e La 
prego dì presentarle i distinti ossequi miei e di mia moglie. Ove 
abbia occasione di vedere la Contessa B., La prego di ricordarle 
il mio nome, sebbene in un momento doloroso per entrambi. 

La prego di non farmi mai mancare sue lettere, le quali mi 
sono di grande utilità e di un conforto morale che non potrebbe 
immaginare. Mi onori di qualche suo comando e mi creda 

Il suo devotiss, servo vero 
Gaetano Trevisani. 



IV. 

Onorando signor Duca, 

Ò tardato a rispondere alla sua de' 27 dello scorso mese di ago- 
sto perchè mi augurava ogni giorno potere avere le copie qui 
stampate della Malelda, ma ciò non à potuto accadere che in que- 
sto stesso momento in cui le scrivo. Gliene rimetto adunque una 
copia sotto fascia, e ne tengo a sua disposizione altre cinquanta 
copie, che passerò al Principe di Torcila, ove voglia prendersi la 
cura di rimetterle costà. La prego poi dirmi la sua opinione sulla 
mia congettura per giustificare il paragone con Proserpina. Forse 
sarà un poco stiracchiata. La contessa B. mandò a chiedere di- 
rettamente i suoi libri alla vedova Troya, la quale li spedi subito 
alla signora G. che corse molto impeto nel chiederli comunque 
non ve ne fosse mestieri poiché erano stati già offerti per mezzo 
mio. Ora si è nella premura di conoscere l'arrivo di que' libri. 
La ringrazio deirofferta che mi fa delle lettere del Troya, della 
quale io certamente profitterò, quando potrà essere attuato il 
pensiero di pubblicarne la corrispondenza. Cosi molti somiglias- 
sero anche di lontano alla cortesia del Duca Caetani I 

Colle copie della Maielda riceverà le altre copie del VI para- 
grafo e spero alcune copie delle mie Brevi Notizie sulla vita del 
nostro Troya. Saranno brevi notizie e d'una metà soltanto della 



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— 260 — 

i^ vita ! Riceverà pure un'altra copia del Dialogo del Manna, giac- 

ché non à ricevuto la prima, ed un nuovo scritto del Baldacchini, 

f che dà buone staffilate ad un lurco che à voluto parlar di Dante. 

^ ' , — Mi attendo con altra sua lettera migliori notizie della salute 

della Duchessa alla quale prego sempre di presentare i rispettosi 

.•: ossequii di mia moglie. — Amerei avere qualche notizia della 

^ principessa Lancellotti e della sua salute. Non credo che sia ri- 

tornata da Firenze. — La prego di non farmi mancare sue let- 
tere, sempre che à un poco di tempo da perdere. Il conversare 
con Lei è per me uno de* più grandi divertimenti. Anzi solo le 
sue lettere anno avuto la forza di trarmi dalla gleba forense, e 
togliere d'intorno a me l'aura morta del Foro e farmi capace di 
scrivere le poche cose che ultimamente ò scritto. Per passare da 

' , una occupazione all'altra m'era necessario un si valido aiuto. — 

La prego onorarmi di qualche suo comando e credermi il 

Suo devotissimo afT.mo servitore 
Gaetano Trevisani. 

Napoli 10 settembre 1858 

# 

V. 

V Onorandissimo signor Duca, 

' « La sua lettera del 21 del corrente è stata una vera festa per 

vr me e per i pochi amici che l'àn letta, dolenti solo che non vi 

1 abbia potuto partecipare il grande uomo che non è più, il quale 

l'avrebbe letta avidamente, si come faceva, e grandemente se ne 
sarebbe consolato. Negli ultimi suoi momenti egli si trattenne 
piacevolmente leggendo l'ultima lettera che io avea allora da Lei 
ricevuta. Cosi piacque a Dio! — Spero che Le sia pervenuto per 
mezzo del Duca di Caianello un grosso pacco contenente le cin- 
*.*. quanta copie della Matelda, il dialogo del Manna, ed il nuovo scritto 

del Baldacchini. Questi à preso a bastonare non un turco, che 
•"^^ sono cosi buona gente, ma un turco,....,, che à preso a sragio- 

nare sugli studii danteschi in Italia. Ò gran curiosità di leggere 
la cicalata del B., e nella speranza che me la volesse rimettere 



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— 261 — 
gli ò spedito per la posta una copia del mio lavoro. In ogni mo- 
do, prego la bontà di Lei, signor Duca, di appagare questa mia 
curiosità. — Spero che sieno giunti alla Contessa B. 1 libri che 
per la mia cura e della vedova di farle subito avere, ma che dal 
signor D. S. furono chiesti, in vero, con una energia che sentiva 
dell'aspro. Non credo di poterle prima della metà di ottobre, spe- 
dire alcune copie delle mie Brevi Notizie, imperocché comunque 
il manoscritto sia stato tutto consegnato, pure la stampa procede 
con grande lentezza. Ne debbo rimettere cinque copie in Bologna 
per la Contessa Martinetti, la Contessa Gozzadini, il Marchese 
Matteo Ricci ed i professori Raietti e Medici. Ma non avendo 
mezzo diretto per farle pervenire, né avendo fiducia nella posta, 
io mi permetterò collo stesso mezzo del Duca Caianello rimetterle 
a Lei, che mi perdonerà per questa volta, ed in grazia del de- 
funto amico, questa mia indiscrezione. 

Ella mi offri gentilmente le lettere del Troya a Lei dirette, ed 
io La pregherò di farmene tenere le copie ove mai fosse possi- 
bile di attuare il pensiero di pubblicarle. Ma, nello Stato Romano 
ed in Roma e specialmente in Bologna debbono esservi di molte 
persone le quali posseggono lettere del Troya. Sarebbe utilissimo 
pensare a raccoglierne gli originali o le copie per quanto si può 
affinchè non andassero disperse. Chi più del Duca di Sermoneta 
sarebbe da ciò e potrebbe riuscirvi? Credo che la contessa 
Gozzadini Le potrebbe essere un'utilissima ausiliaria. 

La ringrazio delle notizie che mi à dato della salute della Du- 
chessa, alla quale prego di presentare i rispettosi miei ossequi e 
di mia moglie. La principessa Lancellotti à scritto una sua let- 
tera alla vedova Troya cui dice quello stesso che Ella, signor 
Duca, ne scrive, cioè di non potere ancora tollerare il moto della 
carrozza. La ringrazio poi e Le fo i miei più vivi complimenti 
per quello che mi scrive sui Tedeschi. La frase malinconica fi- 
lologia vale un tesoro, ed io ne farò tesoro alla prima occasione. 
Il costo della ristampa della Matelda é una bagattella, ma ancor- 
ché tale non fosse, deve Ella pagare un dono che mi à fatto? 
Non sono io forse in questo il donatario? Non Le debbo io esse- 
re obbligato di avere accolto il mio povero nome sotto l'ombra 
del suo grandissimo? — Forse ai cinque dell'entrante sarò in 
Gampagna, ma per esser qui di ritorno nel giorno venti e prepa- 




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— 262 — 
rarmi alle battaglie forensi del mese di Novembre, che Dio ne li- 
beri ogni fedel cristiano t — Mi conservi la sua preziosa amici- 
zia e benevolenza e mi creda 



Suo devot.mo ed óbU.mo 
Gaetano Trevisani. 



Napoli 28 settembre 1858. 



VI. 

Veneratissimo signor Duca, 

La sua gentilissima lettera del 14 marzo mi é pervenuta colla 
posta interna, ed io non ò potuto risponderle subito, perchè sono 
stato lungamente infermo, ed ora non sono in istató da poter molto 
scrivere. La lettura intanto della sua lettera mi è riuscita gusto- 
sissima per la definizione da Lei data de' diplomatici, la quale 
vale tanto oro, e per le cose osservate intorno alla rosa posta in 
mano a Dante nel ritratto di Giotto. Mi paiono cose si vere che, 
se fosse lecita la maraviglia, mi maraviglierei dell'ostinazione di 
chi, non ostante tali osservazioni, à voluto ritener quella rosa e, 
che peggio è, farne argomento di commenti; è il caso del dente 
di orol — La Gozzadini mi à scritto di aver ricevuto i libri e 
m'incarica di ringraziarla, come avrà praticato direttamente con 
Lei. È questa una delle poche donne che uniscono molto sapere 
a molta modestia, e però degnissima di ammirazione. Le sue let- 
tere poi sono un modello di urbanità e di cortesia. — La rin- 
grazio della cura affettuosa che Ella prende della mia salute, che 
da qualche tempo non va troppo bene. Aggiunga a ciò le noie 
forensi e quest'atmosfera variabile che è si poco propizia agli 
studii che richieggono calma, e vedrà che io posso fare assai po- 
co, ed il poco non è che nulla. Mi attendo da Lei e dagli ozi della 
sua prossima villeggiatura che Le auguro prospera, qualche cosa 
di solido e degno del suo nobile ingegno. Me ne ha fatto conce- 
pir la speranza nella sua ultima lettera, e quella speranza si fa 
giornalmente più viva ed inquieta. — Mi dia qualche notizia del 
Serani; cui scrivendo, La prego di presentare i miei ossequi. Mi 



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-^ 263 — 
dia l'onore di qualche suo comando, e di presentare 1 rispettosi 
ossequi miei e di mia moglie alla signora Duchessa ed agli spo- 
si (1)^ né si dimentichi del 

Suo devotissimo 

Gaetano Trevisani. 
Napoli, 19 aprile 1859. 



VII. 

Rispettabilissimo signor Duca, 

La sua desideratissima lettera del 18 agosto mi è giunta con 
ritardo, visibilmente aperta e senza soscrizione. L'ultimo incidente 
è andato a proposito col secondo. In qualunque modo è stata sem- 
pre la ben venuta, tanto più che mi partecipa migliori notizie 
della sua preziosa salute. Godo assai delle sue presenti occupazioni 
platoniche, e sento tutto il conforto che Le dovranno procacciare 
puro e sereno, come son dolente con me stesso che, per la mia 
ignoranza del Greco idioma, non posso parteciparne. Ma non ab- 
bandoni per carità i suoi studi Danteschi, ne' quali à saputo e 
saprà sempre cogliere fecondissimi, quantunque invidiosi veri, ed 
io Le ricordo le sue ultime promesse. — Fra le grettezze assi- 
deratrici del forensume io da qualche giorno ò ripreso un mio 
lavoro abbandonato da circa tre anni, sulle milizie borboniche as- 
soldate dagli Imperatori. Il quale, ove potrò compierlo, non man- 
cherebbe di opportunità ne' tempi presenti tutto Bizantini, almeno 
per i luoghi ne' quali ambedue fummo posti a vivere. Sono dun- 
que in pieno periodo Bizantino. L'animo rimane contristato e ma- 
ravigliato del trovarvisi, ed i paragoni saltano agli occhi siffat- 
tamente chiari e sicuri che è uno sconforto." In mezzo a tali e 
tanti dolori l'umanità si sforza di pervenire all'ignota sua meta ! 
Ella si trova in miglior compagnia, ma credo che dalla contem- 
plazione della sorridente atmosfera Greco-Latina o dell'aura morta 
di Bisanzio l'uomo non tragga diverse conseguenze che sieno at- 



ei) L'egregio conte Giacomo Lovatelli di Ravenna, oggi deputato di 
Roma, e la dotta ed amabile figlia del Duca di Sermoneta, contessa 
Ersilia Caetani. 



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— 264 — 
tuali e presenti. Beato chi può immergersi in quella prima atmo- 
sfera in guisa da rendersi insensibile come Archimede, alle mi- 
serie ed alla morte che lo circondano. Ma hoc opus, Mg làbor ! — 
Sento tutta la importanza di quanto Ella mi scrive sul Patriziato. 
E certo a rimetterlo in seggio ora più che mai dovrebbe l'Italia 
affaticarsi, e l'Italia più d'ogni altra nazione. La sua unità come 
nazione non potrebbe meglio ritrovarla che nel suo stesso Patri- 
ziato ora specialmente che questo, sbarazzato degl'ingombri feu- 
dali e fatto italiano, può agevolmente riprendere le tradizioni Ro- 
mano-venete, ora che, se troppo non ardisco sperare, la demago- 
gia par vinta. Ma il Patriziato nostro (parlo di Napoli) non co- 
nosce né sé stesso né i tempi; è nobiltà di anticamere, la quale 
vive delle anticamere o fa per dispetto la democratica, male 
sempre. In verità è questa la principale se non l'unica cagione 
delle sventure del Regno, e di ciò è cagione sola l'ignoranza. Non 
mancano certamente de' giovani che cominciano a studiare, ma è 
poco. Per i rimanenti è ancor suprema felicità ottenere una qual- 
che divisa ricamata sul corpo e sono ignari di tutto, traduti che 
tradono, come direbbe il 1 boccaccio, senza campar dalla mala ven 
tura, e ciò mi tormenta più che questo letto. — Quando avrà oc- 
casione di scrivere ai Serani non si dimentichi di ricordargli il 
mio nome. Non mi si è ancora presentato un modo da farle per- 
venire l'Indice del Codice diplomatico insieme con un ritratto 
dell'illustre nostro amico assai più somigliante del primo. Non 
credo che dopo la sua lettera, in cui mi parlava di cose Dante- 
sche, vi sieno state in Firenze od altrove altre pubblicazioni di 
siffatto genere. Io qui sono all'oscuro di tutto, e prego la sua cor- 
tesia di dirmi qualche cosa. Il Gigli aveva promesso una Storia 
del priorato di Dante, ma non so che sia pubblicato. Non ricordo 
se Le ò fatto tenerfe la prima parte di un mio lavoro : Il Cri- 
stianesimo in relazione col Diritto Romano, Nel caso negativo 
mi permetterò di offrirle l'ultima copia che mi sia rimasta. I miei 
distinti ossequi e di mia moglie alla signora Duchessa alla quale 
ed a Lei rispettosamente si raccomanda il 



Suo dev.rno servo ed amico 
Gaetano Trevisani. 



Napoli, 8 settembre 1859. 



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POESIE 



VsSQx' 



I. 



CREOO 



1. 



Estro educato ai placidi 
Gaudi sereni 
Sulle fragranti pagine 
De' prischi Elléni, 
Che più t* indugia ? vibra 
Dalla commossa fibra 
Il fulgido pensiero 
Vendicator del vero. 



3. 

Quando di Caro e d' Eschilo 
L'audace idea 
Ruppe de' numi il fascino 
Che l'avvolgea, 
Qual da irritata cote 
Fulminee uscian le note 
Dai forti petti, esempt. 
Che precorreano i tempi. 



Liberi canti io medito, 
E reco in petto 
Due potenze dell'anima: 
Pietà e dispetto; 
L'umanità delira 
Il cor mi stringe, e d'ira 
Sfolgoro e mando un grido 
Che a'patrii cieli affido. 



Or come un di I singhiozzano 
Le meste torme 
Nella strozza dell'incubo 
Proteiforme ; 
Pesan sui capi umani 
I dommi e i tetri arcani 
Come fatai retaggio 
Nel secolar viaggio. 

18 



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5. 

Odo de' bronzi il rauco 
Suon che si lagna 
E la voce dell'organo 
Che l'accompagna; 
Ai riti fraudolenti 
Procombono le genti, 
E scoppian dopo gli inni 
Del chierico i cachinni. 

6. 

Dolore! e sotto i vigili 
Astri ridenti 
Cosi s'immola Finclito 
Re de' viventi I 
Cosi prona si volve 
Fino all'abbietta polve 
La fronte ove dio vero 
Regna l'uman pensiero. 



Non sotto gli archi splendidi 
Per oro e ceri 
Tra le diffuse porpore 
Sopra i misteri, 
E non più nel latino 
Stanco carme è il divino 
Vivente che cercate, 
anime affannate. 



8. 



Gli antichi domi aerei 
Son tomba al nume 
Che nuovi sensi e imagine 
Più pura assume; 
miseri mortali, 
Ne' vuoti penetrali 
Requia occulta e s'annida 
Cauta la serpe infida. 



266 - 



Ma invano, invano vigila 
Le sacre sedi 
E ai quattro venti sibila 
Le morte fedi: 
Ninna virtù ravviva 
Il nume che periva; 
Sol dov'ei fu cosparte 
Stan le malie dell'arie. 

10. 

Ben altro dio le rapide 
Progenie incalza 
Pel monte arduo de* secoli 
Di balza in balza; 
A ricercar le preme. 
Dono di invitta speme. 
La verità smarrita 
Nel turbin della vita, 

11. 

Non ei, non è di simboli 
Bugiardi cinto 
Qual renitente pargolo 
Da bende avvinto: 
Ma libero, ma immenso 
Più e più si sviela al senso 
E spira ovunque e brilla 
Alla mortai pupilla; 

12. 

Nell'oceàn che palpita 
Come un cor fido 
Mandando il forte anelito 
Di lido in lido 
Ai vasi continenti 
Con blandi abbracciamenti, 
Fra Tonde in esultanza 
Spira la sua possanza; 



k 



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267 — 



13. 



16. 



Spira nei cicli uranici 
Là nei profondi 
Azzurri al ritmo armonico 
Di mille mondi; 
Per quelle vie di luce 
Egli maestro e duce 
Rompe gli estremi veli 
Del gran mister de' cieli. 



E le consocia e a splendide 
Conquiste e nove 
A ogni fugace battito 
Del cor le move; 
Franto Torgoglio imbelle 
D'un regno olfcra le stelle. 
Mostra ai gagliardi in terra 
La gloriosa guerra. 



14. 



17. 



Nella feconda cellula 
Onde infinite 
All'aureo sole erompono 
E forme e vite, 
E nell'assiduo moto 
Del sempiterno loto (1) 
Veglia le nozze ascose 
Delle universe cose. 



Né a lui davanti assidue 
Ardon prostrate 
Mille ecatombe d'anime 
Inconsolate, 
Né tutta si consuma 
In olocausto e fuma 
L'alta virtù del core 
Che fa operoso amore. 



15. 



18. 



E tutto scalda ed agita 
Il sofi3o ardente 
Di questo santo spirito 
Onnipotente. 
Scruta gli. abissi, e apprende 
Gli ajinali e le vicende 
Di etadi e genti arcane 
Alle famiglie umane. 



Ma i fiacchi schiavi ei vendica, 
E le catene 
Ne torce in dolci vincoli 
Di mutuo bene; 
Al forte oprar li desta, 
E nell'immensa festa 
Dell'immortal natura 
Li allegra ed assicura. 



(1) Mi si perdoni la 'licenza d'avere usato di questo vocabolo a si- 
gnificare r eterna materia. 



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— 268 — 



19. 



20. 



Nei vostri cori, o miseri, 
Nell'intelletto 
Ha questo santo spirito 
Tempio e ricetto; 
Di qua di qua deriva 
Come da fonte viva 
Il suo poter sovrano; 
Osanna; è il genio umano t 

Udine, febbraio 1875. 



In lui tranquillo ed arbitro 
Del suo pensiero 
Libando le ineffabili 
Gioie del vero, 
Vinto il timor di morte, 
Spera e s'affida il forte; 
Se stesso e il tutto esplora, 
Crede, ma non più adora. 

L. PlNELLI. 



II. 



OBBLIAR NON SO 



DI 



Ida Reinsberg von Diiringsfeld 



Se quei rai t'han detto addio 
Che d'amor brillaro un di, 
Se il bel sogno omai svanio 
E la speme inaridi; 
Se le rose son qui smorte. 
Altro al miser non restò 
Che Tobblio — ovver la morte 
Se obbliare ei più non può. 

Di tue luci il dolce dardo 
Mi discese un tempo al cor. 
Poi da me fuggi quel guardo 
Rotto è il serto dell'amor. 

Napoli. 



Del mio mal fui preso all'amo 
Non più, infida, io ti vedrò; 
E morir, morire io bramo, 
Che obbliare, ahimè, non so. 

Che mi giova il freddo invito. 
Quello sguardo di pietà ? 
Or fra noi tutto è finito, 
Non mi cai dell'amistà. 
Era un solo il mio desire, 
E quel solo a vuoto andò ; 
Su, mi lascia omai morire. 
Che obbliare, ahimè, non so. 

Traduz, del Prof, Persico. 



L 



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CESARE BETTELONI 



{Contin\mzioné) 



Né la fanciulla invocata lasciò inascoltate le preghiere del gio- 
vane poeta. Egli rimasto assai per tempo orfano; ebbe ad ammi- 
nistratore dei beni paterni, un tale ch'era padre di una creaturina 
leggiadrissima e frale di poco minore al Betteloni. La conviven- 
za quasi diuturna permise a que'due cuori appena schiusi alla 
vita d'intendersi e di amarsi. 

Corsero ad essi alcuni giorni beati, e, ad assicurarsi la felicità 
il giovane chiese la fanciulla in isposa. Qual ne fosse la ragione 
ci è ignoto, ma gli fu negata e perchè essa persisteva nell'amar- 
lo venne chiusa in un convento, ove ammalò. A conoscere 
quanto egli ne fosse atterrito vada il lettore a pag. 25 e legga 
quella maravigliosa preghiera. Ma la tisi fu inesorabile. Lo stra- 
zio del poeta non si potrebbe dire più efficacemente di quello 
che fece egli medesimo nei sonetti In morte. Fu il primo di una 
lunga serie di ineffabili patimenti, né mai potè dimenticare quel 
primo amore e quel primo dolore. 

Quando, non molto dopo, si recò a Venezia in cerca di distra- 
zione, incontrò a caso una bellissima giovinetta i cui sguardi gli 
agitarono il cuore di novo tumulto. È per lei la bella odicina a 
pag. 65 ; e l'avrebbe di certo amata se la morta non l'avesse 
tutto ancora occupato di se. 

Da quella città scriveva all'amico stesso cui- diresse le poche 
righe riferite più sopra : — ■ « Oh Dottore, Dottore I quanto son 
« malcontento di me stesso! Io non trovo pace in nessun luogo. 



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— 270 — 
« Una terribile fatalità mi perseguita e mi rende straniero a 
« tutto quello che agli altri è di piacere. Un'angelica creatura 
« l'altro di mi si affacciò allo sguardo, mentre era nei pubblici 
€ giardini. Vederla e sentirmi un brivido fu un punto. Ella se 
« ne accorse e mi ricambiava occhiate, in cui traspariva un non 
« so che di pietoso e di dolce, da farmi intendere che io non le 
« era indifferente. Dopo tre ore di continuo linguaggio cogli oc- 
« chi la folla me la fece perdere di vista. La ritrovai di nuovo 
« e i suoi occhi vidi animarsi nel rivedermi di una gioia che non 
€ si può fingere ; ma infine io l'ho perduta di nuovo, senza po- 
« terla più rivedere. » 

A questa sconosciuta che gli aveva fatto ripalpitare il cuore 
desolato — vedi gentilezza! — dedicò i sonetti in morte dell'a- 
mor suo, con una cara ode; volendo cosi associarla, come per 
gratitudine, a colei che ancor viveva dentro al suo cuore. 



Partirò, ma lasciarti vo' cosa 
Che di me ti favelli, o gentil: 
Pochi versi, ove mesto si sposa 
Non mendace l'affetto allo stil. 

Leggi e il pianto le guance t'irrori 
Pur pensando quant'ebbi a patir; 
Ah, se un di, garzon degno te adori. 
Non morir, dolce amor, non morir I 



Bastano queste due strofe e più di tutto l'ultimo verso a farci 
sentire che stiamo dinanzi ad uno di que'sentimenti cosi veri e 
gagliardi da forzar la parola a esprimere più ch'essa non potreb- 
be. Tutto qui è semplice, la forma come l'idea, perché la passio- 
ne vera è nemica mortale della rettorica, ed anche il più diffi- 
dente è perciò appunto trascinato a credere al poeta e a piange- 
re con lui. 

1 trentotto sonetti che seguono furono però scritti alcuni anni 
prima dell'ode, quindi non hanno ancora quell'impronta tutta bet- 
teloniana che codesta forma acquistò poi. Senti non di rado i 
modelli, senti talvolta un cotal fare petrarchesco, non mai però 
l'aridità e il gelo della maggior parte degli imitatori di Petrar- 
ca. Il Betteloni s'era evidentemente abbandonato a se stesso e 



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— 271 — 

cominciava a fare di suo ma i lunghi studii — specie su Dante, 
sul Petrarca e suir Ariosto — non avevano avuto il tempo di es- 
sere risanguati. 

A ogni modo pochi sonetti vanta la letteratura italiana pari a 
questi in cui il poeta — come disse Wordsworth di quelli di 
Shakespeare — ci lasciò la chiave del suo cuore. 

Furono de'primi che noi abbiamo letti nella nostra fanciullez- 
za e ci hanno allora fatto piangere; ora rileggendoli ci sentiamo 
commuovere più profondamente ad ognuno dei piccoli avveni- 
menti che il poeta notò a ricordo di tanto amore. 

È un flore ch'egli toglie al serto funereo (2) ; il crocefisso sul 
quale la morente impresse gli ultimi baci ch'egli chiede al sa- 
cerdote (3); la ciocca da lei donatagli che non rifinisce di bacia- 
re (5) ; le lettere che incessantemente rilegge (6) ; o il proprio 
ritratto ch'ella tenne sul core, e cui confidava fra i baci i suoi 
teneri segreti e che non sa ridargli di tanto pianto una stilla o 
di que' baci un solo (7) ; o rimprovera chi non conobbe il vero 
male di lei (8). 

Che cosa si può leggere di più squisito del sonetto seguente, 
che ricorda una delle più flamose pagine della Divina commedia 
e tuttavia piace e commove? 



Leggea seduta: me le assisi appresso: 
Leggea dell'Ildegonda la novella : 
Le nostre guance avvicinarsi e spesso 
Del suo crin mi baciavano le anella. 

Io spirava il suo dolce alito stesso; 
Né mai mi parve poesia si bella; 
Quando pel pianto a lungo in lei represso 
Interruppe l'angelica favella; 

E le cadde il volume; e a due a due 
Mi sentia piover lagrime di foco 
Sulle mani intrecciate entro le sue. 

Che ti turba amor mìo? — L'atro pensiero 
D'esserti tutta e di morir fra poco. 
Come Udegonda. — Ahi, ohe predisse il vero ! 



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- 272 — 

Il giuro da lei scritto col sangue di non essere che sua (10); 
il sogno in cui essa gli appare (11); le note di un cembalo (12); 
i baci dati a una bambina perchè li recasse a lei (15); la luna (23) 
una nuvola (23) ; una stella (24) in cui gli par di vederla — ogni 
più fuggevole impressione è perpetuata dal poeta. Né poteva di- 
menticare il Benaco (17, 19, 20, 21 etc.) ove sperava d'esser bea- 
to con lei ed ove gli tocca invece assaporar t amara DeUe me- 
morie voluttà col pianto (27). Gli par talora che la sua barchet- 
ta lo possa condurre fino al luogo ove crede ch'ella dimori: 



curva mia dipinta navicella. 
Che a tergo gorgogliar ti fai le spume, 
E a fior dell'onde scivoli si snella 
Che invan ti segue del veder l'acume. 

Recami a quella lieta ìsola bella. 
Di cui veggo brillar nell'acque il lume. 
Recami al porto di quiete a quella 
Stanza dove colei drizzò le piume. 

Ahi ! troppo lunge ed alta è cotal sede ; 
Né per traittar di remi o pellegrina 
Vela spiegar, si giunge a porvi il piede; 

Pur la notte mirandone Timago 
Nell'onde azzurre, io la credei vicina 
Isoletta di luce in grembo al lago. 

(30) 



Questi sonetti e fra le Ballate e leggende quella intitolata la 
Memoria delV Amore, sono le migliori composizioni di quest'epo- 
ca. Più tardi fu condannato a vuoti di piacer sterili amori, o a 
sterili d!amor vuoti piaceri ma il suo sentimento non mutò mai. 

E già che ci si porge il destro aggiungiamo subito che non 
questo solo, ma tutti i più nobili affetti gli albergarono in cuo- 
re. Deve trovare qualche cosa di più delicato che la sua tene- 
rezza per una bambina (pag. 56) o della sua riconoscenza per il 
rozzo servo che lo veglia con tanta devozione (19) ? E come sente 
l'amicizia chi ha scritto i sonetti 79, 80, 84, diretto quest'ul- 



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- 273 — 

timo ad Aleardo Aleardi, cui diede prova di essergli affeziona- 
tissimo fino agli estremi! Per gli amici è pieno di sollecitudine: 
ora dice le più dolci cose sopra la culla di un neonato (88); ora 
si scusa del non aver potuto attenere una promessa (87); ora 
sente il bisogno di spiegare la sua inospitale salvatichezza {Inf. 
e Dal). Come si commove per la morte del Biasi (95 e seg); del 
Conte Mosconi (106); di una fanciulla (116); della BonBrenzoni 
(122, 123) ! 

E questa sua affettività egli estende, nel modo che può, agli 
uomini in generale. Cosi compiange gl'infelici, che comperano 
Toblio, prima di saziare la fame; né va molto volentieri nello 
splendido cimitero cittadino per non vedere 



Né segno redentor, né nome sculto 
Sulla virtù degli umili riposi. 
Ma di cifra crudel più atroce insulto 

(25) 



Egli non mostra dispetto che per le basse cose : il conversar 
mordace, che gli impoverisce Tanima (64); la critica ingiusta 
{Inf. e DoL p. 219) le arti volpine e Yarmi codarde, che vengo- 
no adoperate (8). 

Si mostra avverso, gli è vero, alla scienza medica, (46, 48) ma 
per le ragioni che indussero a disamarla altri nobili intelletti : 
l'impotenza sua a guarirli da non medicabili malattie. 

Della patria •— quantunque nel volume non se ne trovi la pro- 
va — fu amantissimo e fece per essa tutto ciò ch'egli poteva e 
le circostanze consentivano di fare. Di tanto in tanto egli scri- 
veva, meglio improvvisava, qualche scherzo opportuno, che gi- 
rando poi manoscritto, come allora avveniva di queste cose, valea 
mirabilmente allo scopo di tener desta e vigile sempre l'avver- 
sione per gli stranieri. Di tali composizioni, che non hanno se 
non un merito relativo, ne conosciamo circa una cinquantina, 
alcune delle quali imitate da Beranger. 

Al dottor Rasoi, dice egli, dedico 

codeste mie 
(Son zanzare o poesie) 
Che non mancano di sale. 



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- 274 — 
Per la noia le composi 
Ingannando il mal umore 
Di ben lunghe e torbid'ore, 
Oh, che giorni dolorosi! 



Ma che le componesse per sola noia, nessuno può crederlo, 
poiché egli non ignorava quale effetto producessero e come, ca- 
dute in mano all'occhiuta polizia, avrebbero potuto farlo manda- 
re in compagnia de'suoi amici Aleardi, Gazzoletti e tanti altri. 

Poiché codesti scherzi non verranno, crediamo, stampati mai, 
tornerà gradito al lettore che riferiamo almeno il titolo di alcu- 
ni. È notevole la tirata Viva Radetzhi; La licenza alla musa; 
La resa di Milano; I Croati, che cacciati dall'inferno e dal pa- 
radiso ove mettevano ogni cosa a ruba, tornano nel Lombardo- 
veneto a continuarvi lo stesso mestiere; il Canto dei Croati; Il 
povero Croato che ricorda il Sani* Ambrogio del Giusti non nella 
forma, ma nel concetto. Narra di un croato che penetrò nella sua 
villa di Castelrotto per dissetarsi e che veduti alcuni bimbi, i 
quali stavano baloccandosi, corse a loro, gli abbracciò e baciò 
piangendo desolatamente e sparti fra loro tutti i quattrinelli che 
aveva seco e. frattanto cercava far capire alla loro madre ch'egli 
aveva lasciato nella sua patria lontana moglie e figlioli, che non 
isperava di rivedere. Cosi sia é una specie di profezia ispirata 
forse dal Meràer, per il 1900, e, valga il vero, fu in molte cose 
indovino con lieve differenza di data. Uno scherzo, abbastanza 
pepato « Tedeschi e tedesche » comincia così : 



Io son vero amico 
Dei buoni tedeschi; 
Di core lo lo dico 
Ammiro Radeschi; 
Ma assai più di loro 
Apprezzo, anzi adoro 
Le belle, le fresche 
Le buone tedesche. 

(Che braccia di latte I 

Che gambe ben fatte! 

Che poma! che pesche! 

Che care tedesche t) 



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- 275 - 

A que'giorni fu accolta con entusiasmo La Censura di cui gio- 
verà riferire qualche strofa. 



Giù dal tuo tremendo scanno 
Correttor del fervid estro ; 
Quelle forbici che fanno? 
Via que'ceppi e quel capestro 
Crude insegne di tortura: 

É caduta la censura. 



Carcerier del servo ingegno 
Rendi alfin le inique chiavi ; 
É finito il giogo indegno ! 
Ai pensier tuoi mesti schiavi. 
Sia spezzata ogni chiusura : 

E caduta la censura. 

Noi poeti originali 
Amiam meglio la prigione. 
Che sentirci il vischio all'ali 
Per la vostra protezione. 
Protezione ? Ah no, cattura ! 
È crepata la censura. 



Cosi anch'eglì scagliava la sua freccia contro il nemico, e nello 
stato suo ci voleva un coraggio non comune. Bastava una sola 
di codeste piccole poesie per tenerlo sempre con l'animo sospeso, 
col pover'a me di vedersi la sbirraglia addosso, che il traesse 
perduto della salute com'era, in qualche lontana fortezza. Insi- 
stiamo su codesto perchè ci preme di allontanare anco il sospetto 
che il Betteloni fosse di coloro che fanno se stessi centro del- 
l'universo e non sentono che le proprie gioie ed i proprii dolori. 

Se Siam giunti a mostrare quanto fossero generosi tutti i suoi 
sentimenti possiamo sperare venga meglio intesa quella parte dei 
suoi canti, che è più singolare e più profonda, ma più sogget- 
tiva. 



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- 276 



IV. 



Già da quello che s'è detto fin qui e meglio dai versi riportati 
appare assai chiaramente quanto il.Betteloni fosse infelice. Tut- 
tavia non abbiamo ancora detto esplicitamente quali fossero le 
cause di codesta sua infelicità e si potrebbe credere che si tratti 
più ch'altro di patimenti morali, che in generale sono vinti quan- 
do l'anima è gagliarda e temprata alle forti cose. Certo se i mar- 
tini del poeta fossero stati di codesta natura soltanto, egli avrebbe 
combattuto, né gli sarebbe mancata la vittoria, perchè gli avve- 
nimenti politici lo avrebbero soccorso a tempo. Ma Betteloni ebbe 
non solamente quella disposizione speciale alla infelicità, che è 
comune a tanti artisti, non solamente fu percosso, come notam- 
mo fin dalla giovinezza da una crudele sventura, ma appunto in 
uno stato cosi miserissimo — a torsi dal quale occorrevano tutte 
le forze di un uomo — crebbe paurosamente la malattia, i cui 
germi avevano cominciato a svilupparsi fin dalla fanciullezza. 

Egli avea ben tentato di superare l'abbattimento morale viag- 
giando {Inf. e Dal, p. 212) e distraendosi in ogni modo — ma 
ecco una infermità fisica si sovrappone alla morale che in lui exu- 
perai magis egrescUque medendo. 

Seguiamo il tetro e lento procedere del suo doppio dolore. 

Fin dal 19 ottobre 1838 scriveva : « Fui ad un pranzo di let- 
« terati, con Carrer, dove fui onorato e festeggiato più che non 
€ meritassi. Il marchese Gargallo, celebre traduttore di Orazio, 
« sapendo che io era a Venezia, mi colmò di carezze. Il mio a- 
« mor proprio non potea venir più soddisfatto, ma questo non mi 
« appaga, né mi rende contento. » — Qualche tempo dopo prese 
moglie e si credette felice; le lettere che abbiamo veduto di al- 
lora, non potrebbero essere più serene, ma quel matrimonio riu- 
sci per contrario infelicissimo, e quanto ne sofl'risse il poeta ap- 
pare abbastanza da questo brano di lettera, pur scritta quando 
già cominciava a riaversi. — « À présent je suis tranquille et 
^ bien loin de cet état de violence, qui faiUU de me pousser au 



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— 277 — 
« suicide. Ma positìon est' bìen triste^ sans doute ; mais elle est 
« tenable. Toujours attendre sans rien esperer; toujours de l'in- 
« quiétude sans désirs, des semaines nulles^ de femmes sans 
« amour, des conversations ou l'on parie pour piacer des mots, 
€ des spectacles dont on ne desìre que la un, des amls sans intì- 
4c mite des plaisirs sans volupté, du rire pour contenter ceux qui 
« baillent d'ennui comme vous : et pas un sentiment de joie dans 
« cinq mois, hormis la pensée de mon fils, pensée douce et cruelle 
« ensemble I — Avoir sans cesse le corps inactif» la tète agitée 
« et rame malheureuse, et n'echapper que fort mal dans le som- 
€ meil à ce sentiment d'amertume^ d'ennui, de contraiate c'est 
« la lente agonie de mon coeur: ce n'est pas ainsi que je vou- 
« drais vivre! Voila ma viel (2 Apr. 1841) » — 

( Continua) 

G. L. Pàtuzzi. 



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Une galerie de Porlrails en Province 

par Mademoiselle KOHANOVSKY, traduction de M. I. 



(Continuation) 



Ce jour là, le dìner était un vrai festin ; le choeur des chan- 
tres chantaJt et les visages commencaient à s'échauffer. Gavrllo 
Michailovitch se leva de table, pria ses hótes de Texcuser disant 
quii était un vieux cheval, que les harnais élégants le gènaient; 
ota son habit, mit sa robe de chambre et les pantouffles usées et 
n'en fut que plus gai. On parlait beaucoup et bruyamment; mais 
il y avait un des convives qui s'attristait de plus en plus et qui 
ne buvait pas. Ce convive, c'était Marka Pétrovitch. Les chan- 
teurs ayant probablement compris la raison de la tristesse de l'il- 
lustre convive, cu peut-ètre sans intention malicieuse, se mirent 
à chanter une chanson, faisant allusion au chagrin d'amour d'un 
noble faucon. L'ayant achevée, un des convives frappa dans ses 
mains et: 

« C'est à vous, » dit-il, « Marka Pétrovitch de payer pour la 
chanson. 

€ Qui, oui, crièrent plusieurs voix. 

4k II faut guérir la blessure du jeune homme » dìt Tun des 
voisins a Gavrilo Michaiìovitch : « A Toccasion de la grande fète, 
guéris sa blessure. » 

ik Je ne suis pas un médecin allemand, dit Gavrilo Michaiìovitch > 



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— 279 — 
en froncant les sourcils; nous ne sommes pas médecins dans la 
famille. » 

« Àu diable les médecins allemands, » dit le voisin^ « nous som- 
mes russes et prenons la chose autrement. Vous avez une belle 
marchandise et nous un vaillant marchand. » 

€ le ne la donnerai pas, » dit Gavrilo Michaìlovitch, en don- 
nant un violent coup de poing sur la table. 

a Force de Moustique, du vin ! » « Si c'est ainsi, » dit Marka 
Pétrovitch, se levanti « Veuillez me dire pourquoi vous ne voulez 
pas me donner votre Alle. Ma noblesse est digne de la vòtre et 
je n*ai rien sur ma conscience. Veuillez me dire pourquoi vous 
me faites cette iujure? » 

Gavrilo Michailovitch, assez échaufie par le vin semblait vou- 
loir encore Trapper la table ; mais se retint et cria aux chanteurs 
de chanter une chanson qu'il leur indiqua. Il s'agissait dans 
cette ballade d'une jeune femme qui se plaint de ce que son pére 
l'a mariée à un homme qui ne Tapprécie pas: 

« Il m'appelle, » dit-elle, « une pauvresse, mon village un dé- 
sert, mon église une cbapelle, mon faucon un corbeau, mon che- 
vai une vache. » 

« Et pour qu'il n'y ait pas un autre homme que celui là, je ne 
la donnerai pas » dit Gavrilo Michaiìovitch, et, frappant dans son 
assiette, il la flt voler en éclats. Alors seulement Marka Pétro- 
vitch et les convives se rappelerent qu'en effet, Gavrilo Michaì- 
lovitch avait marie sa Alle ùmée à un homme pareil à celui de 
la chanson. Non content de la dot de sa femme, il la maltraitait, 
afin qu*elle obtint encore plus de son pére et, dans l'espace d'un 
an et demi, mina si bien la terre de sa femme, que Gavrilo Mi- 
chaìlovitch, changea le bien ruiné pour un autre. Mais, lorsque- 
mème, après ceci, son gendre fut encore mécontent, Gavrilo 
Michailovitch dit à sa lille: 

« Rappelle-toi, mon enfant, que j'ai une autre Alle et toi une 
soeur. » 

Le mari rossa sa femme à cette occasion et défendit à la pau- 
vre créature de revoir son pére et sa soeur. 

Il y avait trois ans que Gavrilo Micheìlovitch n'avait revu sa 
fìUe bien-aimèe. Les petits enfants naissaient et mouraient sans 
qu'il sùt-rmème leurs noms. 



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— 280 — 

Les amìs de Gavrilo Michailovitch ne Tentendant jamaìs se 
plaindre ni prononcer le nom de sa Alle, croyaient qu'il Tavait 
oubliée ; mais le coeur du pauvre pére saignait profondément^ et 
on le Yoyait, maintenant qu'assis devant les débris de son assiet- 
te, il les arrosait de ses larmes. 

€ Je ne la doniierai pas, » murmurait il, « Dieu m'a donne une 
fille malheureuse ; je ne sacriflerai pas Tautre. Elle vivrà fille 
dans la maison de son père^ entends-tu^ Marka Petrovitch ? > 

€ J'entends. Farce qu'un faucon a été tue en mangeant de la 
pourriture, faut-il qu'on autre faucon ne doive plus manger de 
viande friande? » 

« Mange^ Marka Petrovitch; mais pas dans mon nid; j'ai des 
griffes. » • 

« Et moi j'ai des aìles, Gavrilo Michailovitch. Si vous ne me 
donnez pas votre fiUe^ je l'enléverai. » 

« Quoi? dit Gavrilo Michailovitch, en regardant Marka Petro- 
vitch, presque en souriant. 

« Et puis quoi ? > dit Gavrilo Michailovitch, croisant les bras 
sur sa poitrine. 

« Ensuite rien. » 

€ Et moi je forai voir à votre Seigneurie ce qui arriverà en- 
suite. » Moustique « cria Gavrilo Michailovitch d'une voix telle 
qu'on aurait cru Force de Moustique à une lieue en place d'étre 
derrière le fkutenil de son maitre qui lui chanta quelque chose à 
l'oreille. Force de Moustique s'éloigna. Ensuite Gavrilo Michailo- 
vitch appela le chef des chantres et lui dit aussi quelque chose 
à voie basse. Gavrilo Michailovitch avait l'air très-gai. Marka 
Petrovitch aussi se leva et sa tristesse avait dìsparu. 

« L'audace prend des villes » murmurait-il. 

€ Et frotte les chaines » ajouta Gavrilo Michailovitch. 

Force de Moustique revint tenant un grand plateau d'argent, 
avec une coupé en vermeille rompile de vin. Il y avait encore 
quelque chose sur le plateau; mais c'ótait couvert d'une serviet- 
te. Le choeur entonna des couplets connus. 

« Ma coupé, ma coupé dorée qui doit la vider? » 

Marka Petrovitch, reprenait le choeur. Force de Moustique lui 
présente la coupé et un autre domestique retirant la serviette 
laissa voir un paquet de verges. Le choeur reprit: 



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— 281 — 

« C'est pour le guérir, pour que la tòte ne lui fasse plus mal 
et que le coeur batte moins fort. » Marka Pétrovitch s'approcha, 
prit la coupé, salua Gavrilo Micba'ilovitch et sa Alle, la vida d'un 
trait, jeta les dernières gouttes sur le paquet de verges. 

« On ne punit jamais un ambassadeur, » dit Marka Pétrovitch, 
en donnant à Force de Moustique quatre pièces d'or. 

« Je vous remercie, » dit il aux. chanteurs, et, mettant les deux 
raains dans les poches, il leur jeta des poignées d'or. 

« Maintenant je remercie votre Seigneurie, Gavrilo Michaìlo- 
vitcb, pour vos paroles aimables, » dit-il. 

« Je vous prie de ne point vous offenser, » répondit Gavrilo 
Michaìlovitch. « Mais une autrefois ce ne sera pas Force de Mou- 
stique qui vous regalerà. » 

« Que cela soit le diable en personne 1 murmura Marka Pé- 
trovitch, puis il ajouta tout haut; 

« Pardonnez moi, Anna Gavrilowna; mais je vous enlèverai. » 

En disant ces mots, Marka Pétrovrtch se mit dans son landau 
et partit. * 

« Il n'y avait pas de chagrins; les diables en ont apporté » 
disait Gavrilo Michaìlovitch, prenant non sans quelque plaisir 
les précautions voulues après la déclaration si nette de Marka 
Pétrovitch. 

« Il faut tenir Anna comme un rossignol en cage, » disait-il, 
et il ordonna de mettre les doubles croisées dans la chambre 
d'Anna Gavrilowna, voir mème au salon. Puis il ordonna avec 
une sévérité, excluant toute négligence, que des gardiens se pro- 
menassent toute la nuit autour de la maison, afìn que ni oisean 
ne fùt volé ni souris ne pùt s'enfuìr à soh insù? Mais cepen- 
dant Gavrilo Michaìlovitch cómprenait bien qu'avec ce système 
continuel de fètes et de banquets, rien n'était plus facile que 
d'enlever sa Alle mème en plein jour. Il n'avait pas envie le vieil- 
lard, ni de gèner sa fiUe ni de laisser voir à Marka Pétrovitch 
qu'il craignait son audace,- il n'en avait pas envie, et pourtant 
il s'y voyait contraine 

4c On ne peut pas plaisanter avec Marka, » disait-il en secouant 
la tète. Il fit prier les pères des jeunes amies d'Anna Gavrilowna 
de venir chez lui. 

19 



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— 282 — 
« Voici, Seigneurs, de quoi il s'agit, » leup dit.il, « vous de- 
vez savoir les raenaces proférées à mon banquet par ce voleur 
de Marka Pétrovitch et bien que je ne me soucie guère de ses 
vanteries, cheval soignó est soigaé de Dieu. Vos filles sont les 
amies de la mienne; elles mangent, dorment et vivent ensemble, 
sans avoir de secrets les unes pour les autres. Ainsi, appréciant 
mon hospitalité corame vous Je faites, vous me répondez de vos 
fllles, si jamais Tune d'elles osait aider Marka Pétrovitck. » 

« Gavrilo Michaìlovitch f dirent les pères des jeunes fìlles en 
levant les bras, ne nous mets rien de pareli sur la conscience. 
Est-ce possible qu'un pére puisse répondre de ce que fera sa Alle; 
il est plus facile d'écrire sur l'onde. » 

€ C'est une chose connue, » dit l'un d'eux, « que là où le dia- 
ble n'y peut rien, une femme se tirerà d'affaire; elles sont tou- 
tes prètes à aider Marka Pétrovitch et lui donneraient de suite 
leur amie. » 

« Si c'est ainsì, dit Gavrilo Michaìlovitch, alors reprenez les 

toutes. » Et Anna Gavrilownà resta seille. Son pére flt appeler 

la vieille benne. 

€ As tu entendu, vieille Emilcanika? » dit-il. 

« J'ai entendu ce malheur, mon petit pére. » 

€ Regarde bien quii n'y ait pas de malheur chez moi;prends 

pour aide Nastia la rasée. C'est une forte femme; elle regardera 

bien du reste que tout le monde fasse son devoir. Les coupa- 

bles et les innocents seront également responsables à mes yeux.» 

Ayant pris ces prócautions Gavrilo Michaìlovitch pouvait étre 

assez traquille; mais Anna Gavrilownà prenait la vie en dégoùt 

sans amies, sans danses, sans chants, et toujours gardée par 

Nastia la Rasée qui dormali mème en travers de la porte de la 

jeune Alle. Si Anna Gavrilownà allait se promener au jardin, elle 

était accpmpagnée d'un essaim de femmes de chambres qui ava- 

ient l'air de chercher Marka Pétrovitch dans chaque brin d'herbe. 

Si elle voulait quitter le jardin pour aller dans le bois, Nastia la 

Rasée se jetait par terre, disait que sa jeune maitresse n'irait 

dans le bois qu'en passant sur son corps à elle; qu*elle pourrait 

l'écraser de son pied mignon; mais que, tant qu'elle, Nastia, se- 

rait vivante sa maitresse ne passerait pas. Anna Gavrilownà 

. vexée revenait chez elle, se promettant de ne plus aller au jardin 



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P^li 



— 283 — 

et le lendemain demandait à y retourner. Elle n'aurait pas été ^ 
femme, Anna Gavrilowna, si elle n'eùt pas désiré de toute son 
àme que Marka Pétrovitch Tenlevàt. Ne fùt-ce que pour faire 
enrager Nastia et que celle-ci restàt corame une écrevisse sur 
terre ferme. Mais qui restait corame une écrevisse sur terre fer- 
me, c'était Anna Gavrilowna et non Nastia. Le temps passait 
lentement et cependant trois mois s'étaient écoulés depuis sa 
captivité forcée. Les soirées devenaient longues et froides, et 
chaque soir, Anna Gavrilowna espérait que cette nuit serait celle 
où Marka Pétrovitch Tenlèverait. Mais cette nuit ne venait ja- 
mais, Anna Gavrilowna gardait des fèves sous son oreiller, pour 
compter pair ou impair à la réussite de ses désirs. Le désir était 
toujours le mème, mais le sort variaii prédisant tantót du bon 
tantót du mauvais. Elle rèvait aux vieux contes populaires, aux 
puissants Seigneurs qui avaient enlevé Natalie la Sage, et Hé- 
lène la Belle, puis elle s'endormait, croyant entendre les colom- 
bes roucouler corame dans la fable: 

€ Emportons, emportons notre belle Princesse. » Mais person- 
ne n'emportait Anna Gavrilowna ni les seigneurs de la fable, ni 
mèrae Marka Pétrovitch et Anna Gavrilowna eùt dépéri d'ennui 
si elle n'avait eu les mille occupations de la journée pour la dis- 
traire. Les fruits du jardin avaient muri; il fallai t les sécher, 
les saler, en faire des confitures et quoique Anna Gavrilowna en 
gàtàt beaucoup, cependant après avoir ramasse un millier de pom- 
mes elle s'endormait plus vite et n'en rèvait que raieux. Puis elle 
disait à la vieille bonne en souriant et en rougissant: « J'ai vu 
que Marka Pétrovitch m'avait enlevée. Que le Christ soit avec 
tei, ma Colombe, » répondait la vieille bonne, « Prie Dieu et 
n'exaspère pas ton pére; lave toi, ma Colombe » et Anna Ga- 
vrilowna se lavait dans l'eau qui réflétaitson joli visage, lui don- 
nant des regrets de ce qu'elle n'avait personne pour qui ètre 
belle. Enfin vint Septembre et Anna Gavrilowna avait cueilli de 
ses jolies mains les derniers fruits du jardin. On n'avait plus en- 
tendu parler, de Marka Pétrovitch, et il n'avait pas mème essayé 
de tenir sa parole. Il avait disparu et les diables alezans avec 
lui; portes et vitres avaient été fermées dans sa maison; elles 
restaient closes. L'herbe poussait mème sur les allées de son 
jardin. 



.i^ 



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— 284 — 

« Il parait que le raisin est vert » disaient les voisins^ « Il s'est 
vanté, mais la chose lui a paru difficile. » 

« Je connais Marka Pétrovitch, » répondait Gavrilo Michailo- 
vitch. 

« Rien ne luì paraìtra difficile et il n'oubliera pas ce qu'il a 
dit. » 

Et il ne permettait mème pas à sa Alle d'aller à l'église. 

Quatre mois se passèrent sans qu'on entendit parler de Marka 
Pétrovitch. Les chasses commencaient. 

« Gavrilo Michaìlovitch ! » disaient les chasseurs qui arri- 
vaient des environs, « qu'allez-vous faire? Dieu nous donne un 
temps splendide^ Tàme respire en liberté. » 

€ La liberto est benne jTour vous; mais moi, je reste à garder 
mon trésor précieux. » 

€ Mais qu*estce que vous vous imaginez, Gavrilo Michaìlovitch? 
Le jeune homme a dit des paroles de trop à dìner et vous vous 
en ètes effrayél Vous avez l'air d'étre attaché à la chaìne et 
cette pauvre Colombe d'Anna Gavrilowna aussi. » 

« On devrait t'attacher la langue, » répondait Gavrilo Michaì- 
lovitch. 

'« Marka est comme son pére: Ce qu'il a dit ayant bu, il lac- 
complit dégrisé. » 

€ Vous ne retrouverez pas Marka Pétrovitch mème avec une 
mente, » répondait le voisin. 

« On n'a pas besoin de chercher Marka, il se retrouvera tout 
seul. » 

Mais Gavrilo Michaìlovitch disait plus qu'il ne pensait. 

On croyait qu'il avait peur d'aller à la chasse; nuUement, car 
il savait qu'il n'avait qu'à donner des ordres et que sa fflle se- 
rait tout aussi bien gardée sans lui qu'en sa présence. 

Mais Gavrilo Michaìlovitch trouvait que de chasser avant la 
fète de la protection de la Sainto Vierge tombant le 1®^ Octobre 
était une honte car les bètes n'étaient pas assez développées, et 
ceux qui chassaient avant cette date/il les appelait des égorgeurs 
de chats. 

« A quoi pensez-vous? » disait-il, » le lièvre est encore petit; 
le froid ne Ta pas encore aguerri; quant aux renards et aux 
loups, il n'y a pas mème à en parler. » Aussi on peut se figurer 



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- 285 — 
avec quelle impatience Gavrilo Michailovitch attendait le l^^Octo- 
tre; surtout depuis qu'il était attaché à lachaine, comme disaient 
ses voisins. Le l®^ Octobre était une doublé fète pour lui : car 
c'était aussi la fète de son églìse. C'était ordinairement le lende- 
main de ce jour là, que Gavrilo Michailovitch partait pour la 
chasse qui durait plusieurs semaines. Il partait avec sa meute^ 
ses piqueurs^ ses amis. Cependant cette fois-ci, il était si impa- 
tient qu'il avait décide de partir immédiatement après la messe 
pour dégourdir les chiens, disait-il. Les voisius commencèrent à 
arrivar la velile au soir, parlant beaucoup da temps qu'il ferait 
pour la chasse du lendemain. 

€ Gavrilo Michailovitch I » disait Tun d'eux, il fait un temps 
admirable. G'est le Paradis ; on ne voit pas le bout de son nez à 
cause du brouillard et le vent hurle comme une mente » — « C'est 
bien, » répondit Gavrilo Michailovitch. 

€ Nous verrons quel temps il fera demain. > 

Mais Gavrilo Michailovitch ne pouvait oublier que c'était la 
fète de son Eglise et qu'Anna Gavrilowna ne pouvait s'abstenir 
d'assister aux matines. Il le lui fit dire la velile au soir. La vieille 
bonne d'Anna Gavrilowna était malade depuis une semaine et 
chauffait ses vieux os couchée sur un poèle chaud. Ce fut dono 
Nastia la Rasée qui dut prendre sur elle tous les arrangements. 
De grand matin, Anna Gavrilowna se leva pour faire sa toilette. 
Les cloches commencaient à peine à sonner, qu'elle était déjà 
prète. Qu'elle était belle Anna Gavrilowna, avec son petit bon- 
net de velours vert attachée avec des rubans roses et une petite 
pelisse de satin blanc, gamie de zibeline. 

Gavrilo Michailovitch et ses voisins étaient déjà partis pour 
l'Eglise et Anna Gavrilowna frappait du pied d'impatience, tandia 
que Nastia la Rasée faisait ses derniers arrangements. 

{à coniinuer) 



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LE FORZE 

DELL'ITALIA E DELLA FRANCIA 

DOPO 

LE ULTIME LEGGI MILITARI 

( Continuazione) 



Ecco infatti cosa si legge a questo proposito, nella già citata 
relazione del generale Chareton sul riordinamento deiresercito 
francese: 

« Hanvi tre maniere per impartire l'istruzione a questi uo- 
mini: (gli uomini in congedo illimitato) la prima consiste a ri- 
chiamarli ai depositi dei corpi più vicini, la seconda neiristruirli 
alle case loro con sott'ufiìciali e caporali della riserva dell'eserci- 
to attivo domiciliati nel comune o nel mandamento, la terza di- 
staccando nei capoluoghi di mandamento tutti od una parte dei 
quadri di deposito dei corpi per un certo tempo come propone il 
maresciallo Bugeaud. 

« Il primo sistema sarebbe certamente il migliore, poiché ri- 
chiamando i disponibili in un corpo numeroso ed organizzato, si 
ritemprerebbe lo spirito militare; ma è anche incontestabilmente 
il più costoso. Il secondo non darebbe luogo che ad una spesa in- 
significante, quella cioè delle piccole indennità da corrispondersi 
ai quadri istruttori, ciascuno rimanendo a casa sua. Senonchè 
questi quadri della riserva possono, per avventura, aver essi stes- 
si perduto parte della loro vigoria e della fermezza necessaria 
per l'istruzione a causa di una lunga permanenza alle case loro. 



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— 287 - 

« Il terzo sistema che tiene la via di mezza fra i due primi, 
non produrrebbe altra spesa da quella in fuori della indennità 
pelle spostamento e pel soggiorno dei quadri, la quale non po- 
trebbe esser considerevole. Qualunque sia il partito a cui si at- 
terrà il ministro che ha il diritto di decidere etc. » 

Da questo brano di relazione appariscono due cose : la prima, 
che nessuna idea nuova s'affaccia per una conveniente soluzione 
della questione; la seconda, che nessuna delle tre proposte è con- 
veniente. 

La prima delle tre, che è incontestabilmente la migliore non è 
pratica poiché riuscirebbe di assai grave peso alle finanze, senza 
tener conto del danno che n'avverrebbe agli interessi particolari 
dei richiamandi ; la seconda non è conveniente sotto niun aspetto, 
e già ne dissi il perchè e lo conferma la relazione stessa, la ter- 
za infine, che è quella sulla quale pare si concentri il maggior 
favore, non è pratica neppur essa, dappoiché quando l'istruzione 
venisse concentrata nel capoluogo di mandamento, i soldati domi- 
ciliati nei vari comuni che lo compongono, sarebbero pur sempre 
troppo lontani per potere intervenire alle istruzioni senza asse- 
gnar loro un soldo qualsiasi. Si farà un'istruzione semplicemente 
festiva, per non essere obbligati di spesare gli uomini, ed allora 
cosa farà per tutta la settimana questo piccolo quadro d'istruzio- 
ne distaccato nel capoluogo di mandamento? Si vorrà dare una 
tenue indennità agli uomini chiamati all'istruzione nel corso della 
settimana? E allora tanto varrebbe richiamarli presso un corpo 
numeroso e solidamente organizzato, ove l'istruzione sarebbe sen- 
za dubbio più efl3cace. Né è a credersi che facendo l'istruzione 
nel capo luogo di mandamento, il soldo da corrispondersi ai ri- 
servisti sia di molto inferiore a quello che loro spetterebbe se 
fossero chiamati ad un centro più lontano da casa loro, dappoi- 
ché, calcolando il tempo che dovranno impiegare per recarsi dal 
rispettivo comune al capoluogo di mandamento, quello necessario 
per l'istruzione, l'altro per tornarvi, una mèzza giornata se ne sarà 
sfumata. Osservando poi che codesti soldati giungeranno alle pro- 
prie case abbastanza stanchi per ripigliare i quotidiani lavori, la 
giornata sarà per loro interamente perduta. Con qual coraggio 
darassi a questa gente una semplice indennità, quando vi perde 
pressoché l'egual tempo come se fosse chiamata molto più lungi ? 



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-288 — 

Da queste brevi considerazioni parrai che neanche questo si- 
stema possa attecchire. Dove si può fare una conveniente istru- 
zione locale, si è nei grossi comuni, nelle grandi e piccole città, 
ma nelle campagne, sarà sempre assai problematica. 

Ma in fin dei conti, mi dirà il lettore, c'è o non c'è codesto 
mezzo per istruire abbastanza bene tali riserve, con poca spesa e 
lieve danno per gli individui; e se si, quale sarebbe? 

Ad una domanda fattami cosi a bruciapelo, mi permetterò di 
rispondervi col manifestare il mio pensiero in proposito. 

I nostri distretti militari hanno sede in città aventi una popo- 
lazione variabile tra i 15 ed i 600 mila abitanti, epperò in ognuna 
di esse vi sarà un numero rispettabile di soldati in congedo illi- 
mitato. 

Ebbene, cominciamo col dare a questi soldati una seria istru- 
zione, riunendoli nel locale del distretto quasi tutte le feste del- 
l'anno. 

Evidentemente un siffatto sistema non arrecherebbe ninna spe- 
sa all'erario, come non sarebbe causa di danno agli interessi par- 
ticolari degli esercitandi, dacché alla fin fine verrebbero ad es- 
sere un paio d'ore per alcune feste dell'anno, che codesti soldati 
in luogo di recarsi al passeggio, consacrerebbero all'istruzione 
militare. 

È certo però, che mediante siffatto temperamento, potremo e- 
sercitare annualmente alle armi un buon numero di soldati in 
congedo. 

Siccome sono d'avviso che tale concetto racchiude in sé vantaggi 
economici e militari di una certa importanza, parmi sia prezzo 
dell'opera cercare di applicarlo possibilmente sulla più vasta 
scala. 

Nel territorio di ciascun distretto militare hannovi in massima 
città e comuni con una popolazione superiore alle 10 mila ani- 
me, ef)perciò aventi nelle loro mura, in proporzione, un numero 
considerevole di soldati in congedo illimitato, i quali riuniti in 
alcune feste dell'anno, presenteranno un nucleo di un certo ri- 
guardo per farvi un'utile istruzione. Trasportiamo in questi co- 
muni le compagnie permanenti dei distretti, facciamole quivi sog- 
giornare per un mese almeno, ed in tutte le feste cadenti in que- 
i^tp mese raggruppiamo intorno ad esse i soldati stanziati nel 



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-^ 289 — 
comune, avremo per tal guisa esercitati alle armi per ben quat- 
tro cinque volte in cotal periodo di tempo tutti codesti soldati, 
senza che a loro venga danno o disturbo di sorta. Un tale tem- 
poraneo dislocamento delle compagnie permanenti dei distretti, 
non causerà maggior spesa pel loro mantenimento, né verrà in- 
caglio alla loro graduale istruzione, avvegnaché all'infuori dei 
giorni festivi, in tutti gli altri non avranno che a pensare per 
se, come se fossero alla loro sede permanente del distretto. È 
perciò opportuno che siffatti distaccamenti vengono fatti per com- 
pagnie intere, onde poter curare puntualmente la loro istruzio- 
ne, e darne in pari tempo una efficace, ai soldati del comune 
quando radunati. L'occorrente in armi ed in alcuni effetti d'equi- 
paggiamento, tanto per dare una certa flsonomia militare ai 
soldati da istruirsi, può essere portato dalle compagnie in parola 
servendosi di carri del treno appositamente posti a loro disposi- 
zione. Tuttociò riguarda unicamente le città capoluogo di distret- 
to, ed i comuni esistenti nel territorio del medesimo aventi un 
numero d'abitanti non inferiore ai 10 mila. Per i comuni di mi- 
nor popolazione, non é certamente applicabile codesto concetto, 
poiché il numero dei soldati in congedo presso ciascuno di essi, è 
troppo esiguo per compensare la perdita di tempo che deriverebbe 
alle truppe permanenti dei distretti, né guari conveniente dal lato 
disciplinare, come già ebbi occasione di rilevare trattando dei si- 
stemi ventilati nella commissione francese per il riordinamento 
dell'esercito. Non é neppur conveniente, onde aumentare il nu- 
mero di codesti esercitandi, il riaggrupparli per mandamento, 
perché ordinariamente la distanza che corre dai comuni al capo- 
luogo di mandamento, è troppo sensibile per poterla imporre agli 
esercitandi sensa un equo compenso pecuniario, cose d'altronde 
che già ebbi occasione di rilevare, per cui anco per il maggior 
profitto che ne ridonda a favore dell'istruzione e della disciplina, 
torna più acconcio il riunirli addirittura alla sede del distretto, 
ove si rinvengono più facilmente tutti quei mezzi morali e ma- 
teriali, che valgono ad infondere in pochi giorni i sentimenti del- 
l'ordine e dei doveri militari. 

Perciò, se per una parte dei soldati in congedo illimitato do- 
miciliati nel territorio del distretto é possibile di dar loro un'i- 
struzione continua senza aggravar d'un centesimo il bilancio del- 



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— 290 — 
la guerra, non lo è ugualmente per tutti; quindi dovremo per 
l'altra parte appigliarci al sistema ordinario di richiamarli per 
alcuni giorni presso la sede del distretto. 

Vediamo ora quali proporzioni avranno fra di loro queste due 
parti. 

La popolazione contenuta in via d'approssimazione nelle città 
sedi dei 62 distretti militari stabiliti dalla presente legge, può va- 
lutarsi a 3,400,000 abitanti. Se a questa noi aggiungiamo quella 
compresa in tutti, comuni aventi una popolazione non inferiore 
alle 10 mila anime, la prima cifra verrà per lo meno duplicata. 
Quindi saranno tutti i soldati in congedo risultanti di una popola- 
zione di 6 milioni d'anime, che verranno si può dire continua- 
mente esercitati senza arrecare nessuna spesa all'erario e con 
lievissimo disturbo dei soldati stessi. 

Dunque il quarto della forza in congedo. 

Ricorderà il lettore, che nel capitolo II, parlando appunto di 
codesti richiami alle armi delle riserve, le feci salire ad una cifra 
annuale di 240 mila uomini, partendo dal principio che ognuna 
delle classi di prima e seconda categoria fosse richiamata almeno 
ogni tre anni per due settimane. La spesa che ne era la conse- 
guenza, risultava eguale a quella di 10 mila per un intera an- 
nata. Col proposto sistema i 240 mila più sopra indicati sceme- 
ranno del quarto, e del quarto diminuirà eziandio la spesa, cioè 
si ridurrà a quella di circa 7 mila per un anno. 

Veramente l'economia non sarebbe gran cosa, se in questo mio 
concetto per l'istruzione delle riserve, non si racchiudesse un 
principio che può, a mio credere, esser fonte di grandi vantaggi 
morali ed anche materiali. 

10 che ho data tanta importanza al principio su cui poggia l'or- 
ganizzazione della milizia mobile, veggo in questo mio concetto 
per l'istruzione delle riserve, il mezzo, per dare al nucleo perma- 
nente di detta milizia un grande impulso, ed insieme un rilevante 
sussidio materiale. 

Per meglio chiarire il mio concetto prenderò per base, di quanto 
intendo dimostrare, un distretto. 

11 distretto di Firenze, sarà quello che servirà al caso mio. 
La città in cui è posto questo distretto ha una popolazione di 

200 e più mila abitanti, perciò somministrerà un contingente 



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— 291 — 
annuo di 1* e 2» categoria di circa 750 uomini^ o in cifra ton- 
da, 700. 

Le classi di 1* categoria in congedo illimitato sono 9, calcolan- 
do altresì le quattro già passate alla milizia mobile ; e quelle di 
2» tutte, se si eccettuano quei pochi mesi dell'anno in cui sono 
chiamate al distretto per ricevere la prima istruzione. Avremo 
quindi 9 interi contingenti di 1» e 2* categoria, cioè 6300 uomini, 
più altri 3 di 2,* che complessivamente daranno un effettivo di 
230 uomini e cosi fra tutti 6500 uomini dì soldati in congedo il- 
limitato nella sola città di Firenze, 

Facciamo per tutte queste classi una deduzione del 35 0[o; avremo 
però sempre a nostra disposizione una massa di 4000 individui. 

Ora, l'immenso benefìcio che noi potremo ritrarre con una 
massa di soldati di tal fatta domiciliati in un solo comune, e dove 
trovasi un nucleo di quadri pronti a riceverla per darle e procu- 
rarsi essi stessi una conveniente istruzione militare, non v'ha 
chi noi vegga. Anche non chiamandoli, come non chiamerannosi 
di certo tutti in una volta al distretto, avrassi pur sempre un 
numero rispettabile di soldati per praticarvi una profittevole 
istruzione. Se noi stabilissimo a mò d'esempio, che gli uomini ap- 
partenenti a tre o quattro classi di 1* e 2» categoria venissero nei 
due tre mesi della primavera e dell'autunno chiamati per due 
ore nei giorni festivi alle armi, vedremmo un grosso battaglio- 
ne, il quale potrà farvi una serie di utili lezioni, che torneranno 
evidentemente e a benefizio dei richiamandi e dei quadri stessi 
del distretto. Questo bel battaglione di riserve, potrà unirsi tal 
fiata con quelli dell'esercito permanente onde dare il maggior 
sviluppo alla sua graduale istruzione, nel mentre stesso che si 
cementerebbero fra le due specie di milizia i vincoli del recìpro- 
co rispetto e di buon cameratismo. Il nucleo permanente del di- 
stretto vi troverebbe in codesto battaglione un buon numero di 
graduati, i quali concorrerebbero a coadiuvarlo nell'impartire l'i- 
struzione ai semplici gregari. Anzi questo sistema può esser fonte 
di sensibili vantaggi per la solida costituzione della milizia mo- 
bile. Negli elementi della città si rinvengono in massima più fa- 
cilmente gl'individui di una certa coltura e svegliatezza d'ingegno 
in forza dei maggiori e migliori mezzi d'istruzione, che presen- 
tano le città a petto dei piccoli comuni delle campagne, per dare 



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— 292 — 
anche ai semplici operai quelle prime nozioni del viver civile, 
che li fanno più adatti a coprire i primi gradi della milizia, per 
cui fra le classi di 1* categoria appartenenti alla milizia trove- 
rassi oltre ai graduati usciti come tali dall'esercito permanente, 
ancora un buon numero di semplici soldati, i quali ammaestrati 
con cure e mezzi speciali, potranno, in occasione di dover mobi- 
lizzare détta milizia, coprire vantaggiosamente i gradi di sergen- 
te e caporale. 

Perciò, data una conveniente istruzione alle classi di 1* e 2* ca- 
tegoria ancora appartenenti all'esercito permanente, vorrei che 
la maggior cura del distretto si rivolgesse a quelle che più di- 
rettamente gli appartengono, e che a queste classi s'industriasse 
d'infonder un ben inteso spirito d'emulazione con le truppe per- 
manenti. Vorrei, che con questi mezzi il distretto accrescesse di 
gran lunga il suo nucleo permanente di milizia mobile. Per con- 
seguenza tutti coloro, che dopo accurata scelta venissero a ri- 
sultare avere mezzi sufficienti per adempiere alle funzioni suac- 
cennate di caporale e di sergente, fossero esercitati ed istruiti in 
modi ed ore speciali, dando loro, a titolo di morale compenso ed 
incoraggiamento alcune distinzioni, come ad esempio, una volta 
promossi a tali gradi, la facoltà, a somiglianza degli ufficiali della 
milizia, di vestire quando lo credono la divisa militare, corri- 
spondendovi magari un qualche lieve soprassoldo annuale, onde 
farli capaci del conto in cui sono tenuti e dell'assegnamento che 
si fa sopra di essi. Di cotal guisa, la milizia mobile avrà ogno- 
ra e sempre i suoi quadri di bassa forza assicurati e freschi d'i- 
struzione se non forniti di un soddisfacente spirito militare. 

Ma questo sistema di milizia mobile raccolta in date feste del- 
l'anno per comune, a modo di una guardia nazionale, ispirerà fi- 
ducia nelle popolazioni, e darà loro un concetto chiaro e palpa- 
bile sull'importanza di codest' istituzione; imperocché le masse 
poco curandosi per l'ordinario del fondo delle cose, prestano dif- 
ficilmente fede a ciò che da vicino non conoscono. 

Potrassi parlar loro quanto si vuole di riserve e di milìzie 
perfettamente organizzate, pronte al primo cenno a prendere le 
armi, ma fino a che non le vedono co'propri occhi, non le scor- 
gono in armi, muoversi, esercitarsi non ci aggiustano guari fede. 
Mziy se coasiderazioai polìtiche d'alta importanza non cel vie- 



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— 293 — 
tasserò, sarebbe sotto molti rispetti conveniente di dare alla mi- 
lizia in discorso una formazione reggimentale permanente, facen- 
done ben inteso sempre centro il distretto, poiché se noi potes- 
simo dire, oltre ai tanti reggimenti dell'esercito permanente, ab- 
biamo altresì 50 o 60 reggimenti di milizia, e che vedendoli, 
almeno buona parte di essi, in armi in alcune feste dell'anno, 
n'andrebbero grandemente soddisfatte, avvegnaché le masse in ge- 
nere danno maggior peso a cinquanta o sessanta reggimenti di 
quello che si possa ottenere ripetendo loro le mille volte, che la 
nostra milizia ascende a 200 mila uomini, in breve, la parola reg- 
gimento empie loro la bocca. 

E veramente non solo sotto a codest'aspetto sarebbe opportuna 
la formazione reggimentale, ma anche per coltivare e dare mag- 
gior impulso allo spirito di corpo della milizia stessa, impercioc- 
ché è fino ad un certo punto col reggimento che in massima si 
forma la storia militare di una frazione di truppe. Ma ciò non 
essendoci per ora consentito, studiamoci se non altro di dare ai 
battaglioni di milìzia rappresentati da ogni distretto, quella mag- 
gior appariscenza e quel maggior valore che per noi torna pos* 
sibile. 

Con le riunioni dal capoluogo di distretto che io propongo, 
s'otterranno senza dubbio risultati morali importantissimi sul 
conto della milizia, dappoiché quando gli abitanti della città di 
Firenze vedranno quasi tutte le feste dell'anno un bel battaglione 
di milizia in armi, esclameranno certamente, oh f questa volta 
la milizia mobile esiste davvero, e non solamente sulla carta ì 
Andranno anche superbi del loro bel battaglione, giacché non 
tarderanno a farsi persuasi che all'occorrenza saprà fare il de- 
bito suo. 

{Continua) 

F, Deambrosi. 



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Rassegna scientifica, letteraria ed artistia 



SOMMARIO 



Rassegna degli stadi! storici in Italia (Giovanni Sforza) — Rassegna deb 
l'istrusione elementare e secondaria In Italia fC. Rosa] — Rassegna 
scientifica (F. Y. Orlando) — Rassegna artistica (P. L. Cecohij — Revue 
littéraire francaiso (A. Roux) — Lettera siciliana (C. Pardi) ^ Gazzettino 
bibliograflco italiano — Notizie letterarie italiane — Notizie letterarie rumene 
(S. St. S.) — Notizie letterarie slave (L. L. ) ~ Notizie letterarie deirindia (A.. D. 
G.) — Notizie letterarie tedesche (PhileleutherosJ — Rassegna politica fA.. M. M.]. 



Hassegna degli studìi storici in Italia 



Le Società di Storia Patria. 



Lavori di erudizione e di Storia della R. Accademia Lucchese. — 
IL Deputazione di storia patria fondata a Torino dal Re Carlo Al- 
berto. — IH. Il Ronchini e la collezione dei monumenti spettanti 
alla storia parmense e piacentina. — IV. Società Ligure di storia 
patria — V. Deputazioni di storia patria per le provincie di Mo- 
dena e Reggio, di Parma e di Piacenza — VL Deputazione di sto- 
ria patria per la Romagna — VII. Assemblea di storia patria in 
Palermo — VIIL Deputazione di storia patria per la Toscana, l'Um- 
bria e le Marche — IX. Società di storia municipale in Siena — 
X. Commissione municipale di storia patria in Mirandola — XI. 
Società storica lombarda — XII. Società di storia patria in Ve- 
nezia. 



L — Fu un nobile esempio quello che dette per la prima al cominciare 
di questo secolo TAccademia lucchese, pigliando a illustrare la storia 
paesana. B di questo esempio, poi così operosamente imitato dalle al- 



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— 295 — 
tre città, bisogna serbarne gratitudine affettuosa alla menaoria di Eli- 
sa Baciocchi, sorella di Napoleone; alla quale ne balenò per la mente 
il disegno, e con tutte le forze lo favorì nel breve periodo che fU si- 
gnora di Lucca e Piombino. Agli accademici, per comando di lei, ven- 
nero aperti gli Archivi dello Stato, fino allora affatto inaccessibili; e 
l'Accademia, che prese il nome da Napoleone, fu dotata con una certa 
larghezza, perchè potesse provvedere alle spese che bisognavano. Il 
primo tomo delle Memorie e documentiper servire all'istoria del Prin- 
cipato lucchese usci fuori, coi torchi del Bertini, Tanno 1813; l'ultimo 
tomo (col quale, peraltro, non si chiude ancora la raccolta) vide la luce 
nel 1870. In dodici dissertazioni il padre Antonio Nicolao Cianelli prese 
a illustrare il Sistema di Governo in Lucca dal tempo degli Etruschi 
a tutto il secolo XVIII; dette una serie ragionata dei Podestà; trattò 
delle fazioni dei ghibellini e de'guelfi ; discorse dei conti rurali. Questo 
lavoro è compreso nei tre primi tomi; e, benché vi sia. assai da ag- 
giungere ed anche da correggere, nullameno per la novità delTargo- 
mento, non mai da altri trattato, per la pienezza delle notizie, e per 
la copia dei documenti co'quali il Cianelli lo avvalora, riuscirà sempre 
utilissimo ed opportuno a quanti piglieranno a studiare gli ordina- 
menti di quella vecchia Repubblica. Al contrario ben poco profitto ca- 
veranno essi dalla lettura delle Dissertazioni sopra la legislazione luc- 
chese del prof» Biagio Gigliotti, che occupano la parte II. del tomo III. 
L'autore, versatissimo nel diritto romano, si divaga del continuo in 
nozioni generali, senza mai incarnare l'argomento, e senza sapercene 
dare un'idea esatta, compiuta, diligente. Parecchi statuti e varie leg- 
gi gli furono ignote o non le studiò come bisognava. Molto saggia- 
mente pertanto TAccademia per riparare, almeno in parte, alla pover- 
tà del lavoro del Gigliotti, dette alle stampe nel 1867, affidandone la 
cura al cav. Salvatore Bongi e all'avv, Leone Del Prete, lo Statuto del 
Comune del 1308, che è il più antico monumento della legislazione 
lucchese che sia scampato alle ingiurie del tempo. Forma esso la parte 
IIL del tomo III. Ha un indice larghissimo e diligente dei nomi e delle 
materie. Nella prefazione (opera del Bongi) si dà una storia generale 
degli statuti lucchesi ; si espongono le condizioni politiche e governa- 
tive di Lucca nei giorni che lo Statuto in discorso fu posto in esecu- 
zione; e si tocca brevemente del suo contenuto e delle sue vicende. 

Col tomo IV. ha principio la Storia ecclesiastica lucchese. Nella pri- 
ma parte di detto tomo l'abate Domenico Bertini, dopo aver trattato 
a lungo degli antichi e moderni confini di quella diocesi, e descrittone 
le prerogative ed i privilegi, incomincia a tessere la serie cronologica 
de'Vescovi che la governarono; serie alla quale unisce il racconto de- 



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— 296 — 
gli avvenimenti religiosi, e spesso anche di quelli politici^ richiesto che 
sia dal soggetto. A guisa di appendice pensò l'autore di corredare il lavoro 
di un Codice diplomatico della Chiesa di Lucca, e ne dette un sago^lo 
pubblicando 127 documenti de'pìù importanti in calce al volume. Fu 
certo una grave sciagura che la morte cogliesse il Bertini prima che 
avesse condotto a termine Topera faticosa, e che perciò la storia di 
lui non vada oltre la fine del secolo Vili. Dagli Archlvii ecclesiastici 
di Lucca, e soprattutti da quello Arcivescovile, che è senza dubbio uno 
de'più ricchi d'Italia, possedendo oltre quattrocento pergamene del solo 
secolo Vili, seppe cavare il Bertini abbondantissimi materiali e quello che 
è più se ne seppe giovare con crìtica spassionata e severa. La connes- 
sione che passa tra la storia ecclesiastica e la civile, specialmente nei 
bassi tempi, è così, stretta, che questa più di una volta prende luce da 
quella. E la storia religiosa di Lucca, quasi affatto inesplorata prima 
del Bertini, larghissima luce venne a spargere sulla civile non solo 
di Lucca, ma d'Italia al tempo de'Longobardi e de'Carlovingi. 

Nel 1836, morto che fu il Bertini, pubblicò l'Accademia come parte 
II. del tomo IV, il seguito del Codice diplomatico da lui raccolto, cioè 
115 documenti^ in gran parte inediti, che dair802 vanno al 1202. A 
continuare l'opera interrotta venne scelto l'abate Domenico Barsocchi- 
ni. Vi dette egli mano animosamente, e nel 1837 ne incominciò la 
pubblicazione, che condusse a fine il 1844. Occupa essa il tomo V che 
si spartisce in tre volumi. Nel primo si comprende la storia de' Vesco- 
vi e della Chiesa lucchese dair801 al 120O ; lavoro fatto con fretta, 
non sempre spassionato, più di una volta mancante di esattezza 
neir esposizione dei fatti. Negli altri due volumi si hanno a 
stampa 1823 documenti, in grandissima parte inediti, preceduti da un 
dotto Ragionamento cronologico intorno ai re ed imperatori che res- 
sero V Italia dal 700 al 1000. Di questi documenti (che sono d'interes- 
se grande per la storia del medio evo, dandoci esempi di contratta- 
zioni di ogni maniera, di giudizi maggiori e minori, di placiti di im- 
peratori e di re, di messi dominici e di vescovi, d'investiture di livell 
e di feudi ec); di questi documenti, dico, 150 appai'tengono all'epoca 
longobarba, 911 ai Carlovingi, 481 ai Marchesi e Re d'Italia, 325 agli 
Ottoni. Nel trascriverli dagli originali, peraltro, il Barsocchini non è 
sialo scrupolosamente fedele : difetto che divide con lui lo stesso Ber- 
tini, che tanto gli era al disopra per critica e per ingegno. Doveva 
seguitare la storia ecclesiastica dal 1200 in poi monsig. Telesforo Bini; 
ma niente ne fece, e rosta da scriversi ancora. 

Il tomo VI è destinato a contenere la storia del commercio in Luc- 
ca, e quella dell'agricoltura. Aveva pigliato l'incarico di scrivere la 



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— 297 — 
prima Favv. Giuseppe Pellegrino Frediani, poi il marchese Antonio 
Mazzarosa; la seconda Gio. Vincenzo Lucchesini, poi il prof. Benedetto 
Puccinelli; tutti morti senza mettervi mano, e senza che altri (almeno 
per adesso) voglia darvi opera. Nel tomo VII monsig. Paolino Dinelli 
tratta de'sinodi della diocesi lucchese. 

Anche alle helle arti pensò TAccademia, e della storia di esse in 
Lacca affidò la ^ura a Giacomo Sardini, amante e raccoglitore di libri, 
assai poco idoneo però a giudicare di arti e di artisti. Venuto a morte, 
i materiali da lui raccolti furpno riuniti, riordinati e accresciuti da Tom- 
maso Trenta, anch'esso di belle arti debolissimo conoscitore. Il lavoro 
di costoro (che abbraccia buona parte del tomo Vili) molto lascia a 
desiderare; anzi può dirsi addirittura una cosa infelice. Fu giudicata 
così fino dal suo venire in luce, e per molti anni se ne fece lamento, 
ma senza frutto. Di recente TAccademia, con savio consiglio, destinò il 
prof. Enrico Ridolfì a dettare una nova storia dell'arte lucchese. Il 
tomo Vili si chiude con le Memorie relative al fabòt^icato delle nuove ' 

mura che al presente circondano la città di Lucca, e che di Lucca so- 
no ornamento bellissimo ; buona scrittura del padre Nicolao Antonio 
Ciancili. , ' 

Nel secolo XVII ebbero il pensiero di compilare la storia letteraria 
lucchese il padre Lodovico Sesti, Mario Fiorentini e Giovanni Clnelli 
Cai voli, ma non lo incarnarono. Vi dette mano nel secolo scorso Ales- 
sandro Pompeo Berti, ma la morte non gli concedette di colorirlo pie- 
namente. Bernardino Baroni pigliò a riordinare e trascrivere le molte 
notizie lasciate dal Berti, di continuo correggendo, annotando, aggiun- 
gendo a segno che il lavoro suo è due tanti quello dell'altro. Da questo 
lavoro, che non fu dato alle stampe, e conservasi autografo nella Bi- . 

blioteca di Lucca, il marchese Cesare Lucchesini trasse il più ed il 
meglio per la sua Storia letteraria del Ducato, che spartì in VII libri, 
e che l'Accademia pubblicò nei tomi X e XI delle Memorie e docu- 
menti. Cattiva è la distribuzione data dal Lucchesini all'opera sua, e 
muove quasi le risa il vedere come di una città, la quale non solo non 
ebbe mai una letteratura propria, ma che non dette che uno scarso 
numero di scrittori, e ad eccezione di pochissimi die tutti scrittori me- 
diocri e a volte anche cattivi; muove quasi le risa, ripeto, il vedere 
come esso di questa povera e modesta letteratura lucchese si sforzi -^ 

di rappresentarne come in ampio quadro le origini, il successivo svol- 
gersi e gli incrementi; di delinearne l'indole ed il carattere distinti- 
vo; indole e carattere che non ha nò può avere! Sarebbe bisognato 5^ 
che la scrivesse a modo di biblioteca o biografia; allora i pochi scrit- 
tori sarebbero diventati, come sono di fatto, la parte principale : e di 



20 

r 

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— 298 — 

ogni scrittore si avrebbe avuto la vita, accompagnata dall'esame e dal 
giudizio delle sue opere. 

La trattazione ^ella zecca e delle monete lucchesi fu dairAccademìa 
affidata nel 1813 al conte Giorgio Viani della Spezia, che allora in 
fatto di numismatica andava molto lodato in Italia. Prese egli a rac- 
cogliere quante più monete poteva, e un bel jiumero ne adunò ; e certo 
avrebbe con lode condotto a fine il lavoro, se di 54 anni non moriva 
il 4 dicembre del 1816. La sua collezione delle monete lucchesi ed i 
suoi manoscritti vennero comprati dal Municipio di Lucca, e cosi l'una 
come gli altri si conservano nella R. Biblioteca di quella città. A Giu- 
lio Corderò dei conti di Sanquintino venne data la cura della conti- 
nuazione dell'opera. Trasse egli dai pubblici e dai privati musei d'Ita- 
lia e d'oltremente i disegni delle monete lucchesi, che mancavano alla 
collezione del Viani, e a spese deirAccademia furono incisi in 27 tavole. 
Illustrò con due dissertazioni le monete battute in Lucca prima che la 
città fosse riunita al regno de'Longobardi e durante la signoria loro; 
ma poi, non so perchè modo, lasciò in tronco il lavoro e venne a mo- 
rire senza che fosse condotto a fine. Le XVII tavole e le due disserta- 
zioni del Sanquintino furono pubblicate dall'Accademia nel 1860 nel to- 
mo XI delle Memorie e documenti^ insieme con una nova tavola, eoa 
un ragionamento dello stesso Sanquintino sulle zecche e sulle monete 
degli antichi marchesi della Toscana, e con un discorso dell'abate Do- 
menico Barsocchini sulle vicende della zecca in Lucca sotto Carlo Ma-' 
gno e sotto la stirpe di lui in Italia. L'Accademia non ebbe lodi per 
questa pubblicazione. Le tre dissertazioni del Sanquintino avevano già 
veduto, e da più anni, la luce ne'suoi Atti, e niente importava che ve- 
nissero ristampate: si sarebbe potuto farlo quando qualcheduno degli 
Accademici avesse preso a seguitare l'interrotto lavoro, e perciò della 
zecca si fossero raccontate tutte le vicende e illustrate tutte le 
monete, e così reso un servigio alla scienza numismatica e soddi- 
sfatta l'onesta curiosità degli studiosi. De'quali fu grande la maravi- 
glia, quando in cambio di un lavoro che credevano novo, si .videro 
messe dinanzi agli occhi le svecchiate dissertazioni del Sanquintino^ e 
XVIII tavole di monete senza una riga sola che le illustrasse. Anco 
più grande fu la maraviglia loro quando dieci anni dopo, cioè il 1870, 
comparve la parte II del tomo XI contenente la Storia della zécca e 
delle monete lucchesi di Domenico Massagli ; lavoro che la R. Accade- 
mia dovrebbe ritirare e distruggere. Eppure era facile scrivere una 
buona storia della zecca lucchese ! Il Sanquintino ne aveva reso age- 
vole il modo, raccogliendo le impronte delle monete da'musei numisma- 
tici di Europa e facendole disegnare ed incidere. Molti ed importanti 



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— 299 — 
sono i documenti per illustrarla che somministrano gli Archivi lucchesi 
e soprattutti quello Reale di Stato, che possiede pure una bella e co* 
pìosa raccolta di coni e di punzoni del tempo repubblicano. 

Di pregiate monografie storiche sono assai ricchi anche gli Atti 
della R. Accademia lucchese, de'quali se ne hanno alle stampe 19 vo- 
lumi, che dal 1321 arrivano al 1874. Di queste monografie accennerò 
soltanto quelle che hanno un'importanza maggiore: di tutte non met- 
terebbe conto il discorrere, essendoverie parecchie che non meritavano 
certo l'onore di vedere la luce. Michele Ridolfi dal restaurare che si 
facevano i monumenti lucchesi, prende occasione d'illustrarne alcuni 
de più singolari : il Berlinghieri, il Puccinelli e Deodato, pittori luc- 
chesi anteriori a Gimabue, sono da lui restituiti alla patria e giudicati 
nel vero. Il marchese Antonio Mazzarosa descrive le sculture di Matteo 
Civitali che abbelliscono In chiesa di S. Lorenzo di Genova e la catte- 
drale di Lucca. Giulio Corderò di Sanquintino tratta delle medaglie di 
Giunia Donata moglie di M. Cassiano Postumo tiranno e signore delle 
Gallio ; ragiona delle zecche già possedute dai marchesi di Saluzzo in 
Piemonte; discorre del commercio dei Lucchesi coi Genovesi nei secoli 
XII e XIII, e del valore delle monete colle quali a quei tempi si con- 
trattava dai due popoli. Monsignor Telesforo Bini dà la storia de'Tem- 
pieri in Lucca; poi quella de'Tempieri nel resto della Toscana e del 
processo che vi ebbero; ragiona de'Lucchesi a Venezia con ricchezza 
di notìzie, ma senza lume di critica, della quale in grandissima parte 
difettano tutti i lavori di lui. Niccola Felice Tomeoni coll'aiuto delle 
due più antiche pergamene esistenti nell'Archivio Arcivescovile dì Luc- 
ca dilucida più di un passo controverso della serie dei re longobardi. 
Dotte sono le osservazioni del Barsocchini sulla Storia del diritto ro- 
mano nel medioevo del Savigny ; importanti le sue memorie sullo stato 
della lingua in Lucca avanti il mille; sopra l'epoca di Desiderio e Adel- 
chi ultimi re de'Longobardi; e intorno alle cagioni dalle quali deriva- 
rono in Italia nel medio evo le minute divisioni dei terreni operate 
sulle immense possessioni romane. Carlo Minutoli illustra Gentucca e 
gli altri lucchesi nominati nella Divina Commedia; discorre della vita 
e dei tempi del poeta Giovanni Guidìccioni. Salvatore Bongi narra le 
vicende delle patrie marine ; e della intiera provincia lucchese ricerca 
i monumenti d'arte il pittore Enrico Ridolfi^ 

(Continua) 

Giovanni Sforza. 



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— 300 - 



Rassegna deiristruzione elementare e secondaria 

IN ITALIA 



Isiommarios I. Questioni educative: 1. Ancora delle Scuole Normali — 2. Un articolo 
sullo stesso argomento della Gazzetta d'Italia — 3. 11 nuovo ordinamento dell'esa- 
me di licenza liceale — 4. Circolare intorno agli insegnanti di Roma sprovvisti del 
titolo legale — 5. La legge sull'indennità di trasferta agl'Ispettori scolastici — 
Posti gratuiti nel collegio pei Agli d'insegnanti in Assisi. — IL Bibliografia scola- 
stica ed educativa: 1. Città e Campagna, dialoghi dell'avv. E. Franceschi Torino . 
tip. degli Artigianelli — 2. Pizzi, Ammaestramenti di letteratura per la quinta gin- 
nasiale. Lodscher, editore — 5, Gianandrea, Canti popolari marchigiani. Loescher, 
edit. — 4. Comparetti, Novelle popolari italiane. Loescher, editore — 5. M. A. Se- 
rajSni, Pensieri sui doveri e diritti della donna. Salerno, tip. del Progresso — 6. 
Curti, Istruzione popolare sull'innesto delle piante fruttifere. Como, tip. Ostinelli — 
7. Dal Lago, Discorso per la distribuzione dei premii ed Inaugurazione del ginna- 
sio. Legnago, tip. Bardelliui — 8. Rivista dei giornali. 



I. 

1 . -*- A quanto già qui ebbi occasione di scrivere intorno alle scuòle 
normali mi si permetta di aggiungere alcune poche considerazioni, per 
meglio chiarire il concetto mio intorno alle riforme che, secondo il mio 
modo di vedere, dovrebbero farsi in questa istituzione, la quale, anche 
per confessione d'uomini assai più autorevoli di quello ch'io mi sia, 
non dà quei risultati che si sarebbe in diritto di aspettare. Io proposi 
innanzi tutto che le scuole normali maschili per le scuole elementari 
fossero abolite, e ciò perchè, ponendo mente all'istruzione che in esse si dà, 
può la medesima aversi migliore e nelle scuole tecniche e nelle classiche, 
e, quando si abbia a continuare a spendere delle centinaia di migliaia di 
lire per mantenere un'istituzione male attuata, che non risponde assp- 
lutamente allo scopo, ò meglio risparmiare quella somma, e spenderla 
invece a dare un più ampio sviluppo alle altre. Con questo non intendo 
di dire che le scuole classiche e tecniche vadano bene, già qualcosa 
intorno ad esse ebbi altre volte ad osservare, ma certo vanno meglio 
delle normali, e quindi non si capisce perchè chi deve diventare mae- 



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— 301 — 

stro debba studiare peggio di cbi studia per esercitare un'altra pro- 
fessione qualunque. Insomma nelle condizioni attuali delle nostre scuole 
mi pare, che Tabolizione di quelle normali sarebbe la via più spicciativa 
che si potrebbe seguire. Ma egli si dice che è necessario che vi sia un 
istituto in cui i Maestri ricevano un indirizzo pratico^ imparino proprio 
ad insegnare le varie materie, ad educare; sta bene, voglio concederlo, 
però le scuole normali d'adesso fanno questo? no, poi no, sempre no. 
Lo potranno fare con delle modificazioni ai programmi attuali? Permet- 
tetemi di dubitarne, dopo i tanti programmi d' insegnamento che per 
esse furono fatti, e che hanno sempre lasciato il tempo che trovarono. 
D'altra parte io penso che anche chi ha studiato fuori delle scuole nor- 
mali può riescìre un buon maestro elementare, e spesso migliore di 
quello che è uscito dalla fabbrica dei maestri: son 13 anni che vivo in 
mezzo alle scuole, ho avuto occasione di avvicinare tanti insegnanti , e 
ho visto sempre che migliori riuscirono quelli che non hanno mai var- 
cato la soglia d'una scuola normale; in essi è più amore allo studio, 
maggior corredo di cognizioni non superficiali, maggiore coscienza della 
benefica e santa missione che sono chiamati ad esercitare. Invece quanti 
n'ho visti di maestri che uscirono dalle scuòle normali, (forse sarà stata 
una fatalità che mi avrà fatto sempre incontrar male) ho dovuto per- 
suadermi che son deflcenti in fatto di cognizioni le più necessarie, 'che 
esercitano il magistero come tante macchinette che fanno il movimento 
che vien loro impresso, che son tanti pedanti i quali non infondono un 
po' di vita neirinsegnamento, ma tengono i loro ragazzi come un reg- 
gimento di soldatini, che, come le pecore matte di Dante, quel che l'uno 
fa gli altri fanno; amore allo studio in questi normalisti ben di rado 
n'ho visto, questo però so che errori madornali di grammatica, di lin- 
gua e di storia etc, da essi n'ho intesi parecchi, che se volessi qui ri- 
prodarli andrei troppo per le lunghe. Ma a loro non voglio farne tutta 
la colpa, la colpa principale è dell' istituzione che ti piglia un ragazzo 
che alla peggio ha fatto le quattro classi elementari, e poi dopo tre 
anni te Io fa diventare Maestro ! E questo è davvero prodigioso mira- 
colo, che al paragone ci scapitano tutti que'miracoli che i libri santi ci 
raccontano, e fanno rimanere a bocca aperta le femminucce che li sentono 
raccontare! — Queste, lasciatemelo pur dire, non sono scuole normali, ma 
anormali, e quando le abbiano a rimaner cosi griderò sempre con quanta 
ne ho in gola : abolitele I abolitele ! La mia sarà la voce gridante nel de- 
serto, lo capisco, ma almeno non avrò il rimorso d'aver tenuto nascosto 
il male, di non aver tentato, secondo mie forze, di metterlo in chiara 
luce. — - Le scuole normali pei maestri avrebbero la ragione di essere, 
qualora si proponessero tutt'altrò scopo da quello che adesso si pro- 



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_ 302 — 
pongono, e cioè che non insegnassero le materie che formano roggetto 
deirinsegnamento elementare, ma sibbcnè insegnassero teoricamente e 
praticamente come insegnare si debba, e in una riforma che si falcesse 
in questo senso^ io converrei pienamente^ perchè la crederei la sola 
rera e possibile per ottenere dei buoni insegnanti. Però per attuarla 
lo Stato dovrebbe andare incontro a spese maggiori di quelle che fa al 
presente, poiché importerebbe innanzi tutto affidare Tinsegnamento a 
professori veramente abili, che abbiano una profonda e perfetta cono- 
scenza dei metodi d'insegnamento ; e cogli stipendi con cui al presente 
si retribuiscono gì' insegnanti delle scuole normali non si possono as- 
solatamente avere; bisognerebbe aggiungere alla scuola normale una 
scuola elementare modello, con i migliori arredi scolastici che vi siano; 
non vi dovrebbe mancare una collezione dei migliori libri didattici e 
pedagogici e via dicendo. Ma se lo stato non intende di fare questo, 
l'abolizione delle attuali scuole normali maschili è l'unico partito migliore 
a cui possa appigliarsi. — Intorno alle suole femminili, già scrissi con 
maggiore ampiezza, quindi non stimo necessario di aggiunger qui nulla 
a quanto già ne ho detto. 

2. — La Gazzetta éCItalia^ persuasa della necessità di serie riforme 
nelle scuole normali, sull'argomento ha scritto alcuni articoli, ed in essi 
ha creduto di accennare a quanto ne dissi nella mia rassegna dello 
scorso febbraio. Allo scrittore però pare che non garbi gran fatto l'abo- 
lizione ch'io propongo delie scuole normali maschili, e ciò perchè non 
avremmo mai una scuola speciale nella quale venga creata V abitudi- 
ne dell'educare. Ma questa abitudine, domando io, la si contrae dav- 
vero nelle scuole normali attuali? Dopo quanto ho scritto di sopra bi- 
sogna convincersi che no, e quindi perchè mantenerle così ? Lo scrittore 
stesso poi crede che la cattedra di metodo ch'io vorrei aggiunta o alle 
scuole classiche, o alle tecniche per quei giovani che vogliono abbrac- 
ciare l'insegnamento non riescirebbe se non a rimpinzare il cervello 
dell'alunno di teorie non fondate su base scientifica. Ma qui mi sia 
permesso di dirgli che egli non ha bene inteso il concetto mio^ forse 
perchè non l'avrò saputo ben dichiarare. La cattedra che io vorrei ag- 
giunta agli stabilimenti d'istruzione secondaria non è una cattedra di 
pura pedagogia ma di scienza educativa, e s' egli ha la pazienza di leg- 
gere la mia Scienza dell'educazione, vedrà che anzi per tal modo i 
giovani possono davvero riescire abili insegnanti, e che la base scien* 
tifica alla loro coltura didattica non può mancare ; di più , siccome le 
teorie da sole giovare non possono, non ho mancato di consigliare delle 
esercitazioni pratiche nelle scuole elementari, sotto la guida dell' inse- 
gnante di metodo ; e questo sarebbe qualcosa di più ampio, di più com- 



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— 303 — 

pleto che non la pedagogia che s' insegna oggi nelle scuole normali. Ad 
ogni modo son contento di vedere che l'egregio scrittore conviene con 
me che gli studenti che si ammettono adesso nelle scuole normali non 
sono sufficentemente preparati, ed è costretto a suggerire che prima 
si faccia fare ad essi un certo numero d'anni nelle scuole secondarie, e 
che queste scuole normali dovrebbero mostrar come s'insegna, e non 
insegnare le cose più elementari. In quanto alle scuole normali femmi- 
nili si trova quasi d'accordo con quanto io ne ho scritto : vede impos- 
sibile che queste sieno di soli tre anni, le vorrebbe ragionevolmente di 
cinque, e che l'istruzione da darsi in esse fosse divisa in modo che i 
primi tre anni servissero a dare un'istruzione di perfezionamento a ( 

quella delle scuole elementari e gli altri due servissero a dare quel 
corredo di cognizioni ch'è necessario à*chi vuol dedicarsi all'insegna- 
mento. Per tal modo si provvederebbe efficacemente all'istruzione su- 
periore femminile, meglio che colle scuole superiori consigliate dal mi- 
nistro Bargoni. Il lasciare che anche gente che non fu alle scuole nor- 
mali si presenti agli esami di abilitazione è ragionevole, ma non so so 
sia del pari ragionevole che non gli si abbia a conceder subito il di- 
ploma. Più a proposito invece mi parrebbe che si stabilisse che l'esa- 
me fosse fatto in modo da dare una piena idea dell'abilità ad insegnare; 
il che dagli esami magistrali di oggi non può assolutamente risultare; 
e questo credo si otterrebbe facilmente quando il candidato dopo di aver 
dato saggio del grado di coltura che possiede , dovesse darne un altro 
per dimostrare come sappia insegnare le varie materie. Queste sono le 
mie idee su tal proposito, e non le credo al tutto dispregiabilf. 

3. — Fra le cose notevoli che il 3° num. del Bollettino Uffioiale del 
Ministero della Pubblica Istruzione ci reca sono le disposizioni rela- 
tive all'esame di licenza liceale; ne riepilogherò le principali. L'esame è 
diretto da una giunta di tre membri dei Consiglio Superiore, la quale 
sarà coadiuvata da 12 professori scelti dal Ministro tra i più chiari 
nell'insegnamento universitario e secondario. Le sessioni annuali d'esa- 
me son dae : la prima in luglio^ la seconda in ottobre. Gli aspiranti al- 
l'esame tra gli altri docnmenti debbon presentare la licenza ginnasiale 
conseguita tre anni prima : questa disposizione però non è, secondo me 
ragionevole, perchè se qualcuno ò capace di prepararsi all'esame di 
licenza liceale in un tempo minore non gli dovrebbe esser tolta la fa- 
coltà di dare l'esperimento, il quale, quando sia fatto a modo, dovrebbe 
di per sé solo essere guarentigia della capacità del candidato. — Le 
prove dell'esame sono orali e scritte, e versano sulle materie d'inse- 
gnamento fissate dai programmi per il Liceo. Nell'italiano, nel greco, 
nel latino e nella matemàtica le prove son tanto orali che scritte, nelle 



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— 30-1 — 
altre materie soq solamente orali. Nella sessione di luglio si fanno le 
sole prove d'italiano, Jatino, greco, matematica, le altre son riservate a 
quella di ottobre, però è in facoltà di ciascun candidato di subire V e- 
same su tutte le materie o nell'una, o nell'altra sessione. Chi in luglio 
fallisce in una materia può ripararla neirottobre, chi però ha fallito 
nell'italiano o in due delle altre materie, non potrà dar l'esame di ri- 
parazione che nell'anno successivo La disposizione per cui gli esami 
sulle varie materie vengono dati in tempi diversi è giusta, e gioverà 
a rendere la prova meno onerosa ai giovani, i quali potranno prepa- 
rarsi convenientemente a tutte; l'altra disposizione poi che si riferisce 
alla prova d'italiano e a due delle altre principali materie, .sebbene 
possa parere severa, è giustissima, poichò quelle sono materie essen- 
zialissime della coltura classica, e non si può supporre che colui che in 
una delie sessioni ha mostrato di non averne la richiesta cognizione, 
In tre mesi di studio possa averne acquistata la debHa conoscenza. — 
L'attestato di licenza non verrà conseguito da chi ha fallito in qualche 
prova, però chi si sia segnalato nel greco e sia stato insufficiente in ma- 
tematica, in questa si sia segnalato fallendo nel greco; nel primo 
caso potrà dalla Giunta Superiore essere autorizzato a frequentare le 
facoltà di filosofìa e lettere, di diritto e di medicina ; e nel secondo 
caso la facoltà di scienze naturali e matematiche: però non potrà 
conseguir la laurea senza rifare e vincere la prova in cui fallì. — An- 
che questa disposizione sarà trovata ragionevole da quanti sanno che 
le attitudini dei giovani son varie, e che capiscono non sarebbe giusto 
troncare ogni via a quelli che per certe materie non hanno disposizione 
mentre n'hanno per altre in modo da farvisi onore. Chi ha fallito o 
nelle prove stabilite per il luglio, o in quelle stabilite per l'ottobre, 
dovrà nell'anno successivo ripetere tutte le materie del gruppo a cui 
appartiene quella in cui ha fallito. Compiuti gli esami i nomi di quelli 
che vi si segnalarono verranno pubblicati nel giornale ufficiale della 
provincia. I direttori degli istituti privati a cui possono appartenere 
alcuni dei candidati possono assistere alle prove orali, anche per dare 
agli esaminatori gli schiarimenti opportuni. — Queste sono le disposi- 
zioni principali ; da esse pare che l'esame di licenza liceale possa riu- 
scire più serio senza essere soverchiamente oneroso ai giovani, però 
l'esperienza dimostrerà meglio d'ogni altra cosa se sia raggiunto pie- 
namente lo scopo che si voleva raggiungere, e dove e come importerà 
fare ad esse delle modificazioni. 

4. — Una circolare del Ministro di pubblica istruzione al Prefetto di 
Roma stabilisce che gli insegnanti pubblici e privati di quella provin- 
cia debbano come quelli del rimanente del regno munirsi del diploma 



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~ 305 — 
di abilitazione, anco che appartengano ad alcune delle soppresse corpo- 
razioni religiose. Ricorda quali siano questi titoli, e come si possano 
conseguire ; poi invita tutti gl'insegnanti sprovveduti del titolo legale 
a notificare il loro nome al Consiglio Scolastico accompagnando la no- 
tificazione colla storia della loro vita d'insegnanti, con 1 loro titoli: 
il Consiglio passerà il tutto al Ministero che giudicherà quale abilita- 
zione possa darsi a ciascuno; però il Ministro dichiara che non accor- 
derà il diploma ad alcuno, ma sibbene darà un valore temporaneo a 
titoli preesistenti. Però mi pare che se alcuno lo meritasse dovrebbe 
accordarglielo. 

5. — L'attuale Ministro dell'Istruzione aveva presentato alla Camera 
dei Deputati, che non lo ha approvato, uno schema di legge con cui si 
stabiliva che gli ispettori scolastici erano in obbligo di visitare le scuole 
da essi dipendenti una volta Tanno, e che per ogni giorno che fossero 
obbligati a star fuori del luogo di loro residenza dovessero avere una 
indennità di lire 9, che dovevano pagarsi dalle provincie. Per le visite 
straordinarie, o ordinate dal Ministero o dalla Provincia, l'Ispettore 
avrebbe ricevuta la medesima indennità, che sarebbe stata pagata da 
chi avesse le visite ordinate. — Scopo del progetto era di far si che 
gV Ispettori potessero subito essere rimborsati dalle spese dei loro viag- 
gi, e di potere col risparmio che avrebbe fatto il Ministero aumentare 
il personale degli Ispettori, — Il Ministro dell'Istruzione ha con savio 
pensiero stabilito 20 posti a L. 500 annue Tuno da essere goduti nel 
Collegio Convitto d'Assisi da figli d'insegnanti: inoltre ha stabilito al- 
tri due posti gratuiti da ripartirsi fra le 11 province meridionali sulla 
proposta dei Consigli Scolastici. — Anche il Municipio di Assisi ha sta- 
bilito altri posti gratuiti, sicché è da sperare che la benefica istituzione 
presto possa attuarsi. 



li. 



1. — In una delle prime mie rassegne ebbi occasione di parlare dei 
Dialoghi in lingua parlata della signora Bulgarini, e com'ebbi a lodare 
il concetto di essi, così oggi debbo dar lode al libro del sig. avv. En- 
rico Franceschi intitolato Città e Campagna, che lo stesso nobile scopo 
si propone. Io credo che ai bambini la lingua si debba insegnare più 
che a forza di noiose ed aride regole grammaticali, praticamente, fa- 
cendo correre per le loro mani dei libri fatti con tale scopo, si che vi 
imparino a chiamare le cose con i loro nomi^ ad esprimersi insomma 



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— 306 - 
con chiarezza e disinvolta eleganza. I dialoghi del Franceschi procedono 
natarali e vivaci, son dettati nel puro linguaggio che corre per la hocca 
di quel popolo d'Italia che Titaliano sa meglio d'ogni altro ; nulla in 
essi sa d'artificioso come suole accadere in libri di tale natura e i vo- 
caboli, e le frasi vengon giù dalla penna dello scrittore sempre spon- 
taneamente ed a proposito. Inoltre uno dei meriti di questo, libro è di 
non riescire noioso neppure a quelli che il nostro bellissimo idioma 
conoscono a perfezione, perchè nel tempo istesso che ogni dialogo 
può benissimo stare di per so solo, va però unito ed armonizzato 
con tutti gli altri in modo che si eccita la curiosità di chi legge e 
la si soddisfa. — Ma se l'autore avesse pensato solo ad insegnare la 
lingua il libro avrebbe avuto il suo merito, però non tutto quello che 
devono avere 1 libri specialmente dedicati alla gioventù : invece il Fran- 
ceschi ha voluto mirare più alto, e non si è lasciato sfuggire alcuna 
opportunità per porgere utili documenti morali e civili, che fanno de- 
siderare viemaggiormente che questa opera entri nelle famiglie e nelle 
scuole italiane, sia letta e studiata con cura ed amore a preferenza di 
certi libri, a cui oggi da molti si suole fare buon viso, e che sem- 
brano scritti in ottentotto piuttosto che in italiano. 

2. — Il sig. prof. Italo Pizzi nella prefazione del suo libro osserva che 
i libri di ammaestramenti di letteratura per la quinta classe ginnasiale 
« intendendo forse troppo alla lettera l'ordinazione del programma, in 
< generale espongono le regole senza assegnarne le ragioni, ovvero di- 
« monticano di far qualche cenno intorno alla storia del componimento 
« letterario che vanno trattando. » Il difetto notato, certo non è di 
lieve momento ; ma io non conosco tutti i trattati di rettorica stam- 
pati sin qui, quindi dir non potrei se a tutti od a quali potrebbe im- 
putarsi ; però questo so e posso dire che tra* libri moderni già io ebbi 
occasione di lodare le Istituzioni di letteratura del prof. Mestica edite 
dal Barbèra, le quali contengono anche e più di quello che può biso- 
gnare agli studenti dei Ginnasi, in cui sono le ragioni delle regole che 
si danno e le si avvalorano con esempi opportunamente scelti; questo 
so che per mostrare l'opportunità d'un proprio libro non mi par con- 
veniente cominciar dalla prima pagina a gettare in terra, sia pur 
con tutto il buon garbo possibile, quelli fatti prima dagli altri. E qui 
si badi ch'io non parlo per interesse, che delle rettoriche non ce 
ho mai scritte, ma per mettere in sodo un principio di rispetto re- 
ciproco che vorrei vedere tra gli scrittori, i quali dovrebbero cer- 
care d'elevarsi sugli altri coi meriti proprii, non gridando la croce 
addosso ai libri degli altri. — Non voglio però di questo fare un ad- 
debito al prof. Pizzi, ma dalle parole sue ho voluto prendere occasio- 



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~ 307 - 
ne a notare un vizio di questa così detta moderna repubblica lettera- 
ria. — Il nostro Autore del resto non ha punto sbagliato il concetto 
dell'opera sua ; egli ha considerato 4: di quante scoperte si sieno ar > 
« ricchiti gli studii letterarii nel secolo presente » ed ha compreso che 
« molti giudizi! intorno a cose di letteratura dovettero modificarsi e 
« correggere » insieme alle teoriche che anni sono s'insegnavano, e 
tuttavia s'insegnano nelle scuole. La letteratura é divenuta scienza, e 
come tale deve insegnarsi, e come tale l'insegna il Pizzi nel suo lìbro^ 
in cui sono le dottrine che la moderna critica ha ormai accettate e che 
tutti i dotti d'Europa, iniziati ai nuovi studii, non dubitano di accet- 
tare, ed esso gioverà, io credo, a meglio preparare i giovani agli studii 
letterarii superiori. Ma un difetto pur non mi par da tacere che in que- 
sto libro si trova. L'esporre le regole^ il portare le ragioni di esse sta 
bene, ma ravvalorarle con degli esempiì tolti dai buoni autori non sa- 
rebbe egli molto meglio ? Alle volte una regola si ricorda perchè si ri- 
corda l'esempio, mentre quelle che ad esso non sono congiunte si di- 
menticano : di più il vedere come altri hanno fatto, ci persuade del 
come si deve fare ass^i meglio che non una voce autorevolissima che 
ci venga a dire con mille ragioni plausibilissime: si deve far cosi. — 
Del resto al libro del sig. prof. Pizzi son lieto di poter di cuore augu- 
rare buona fortuna, e son fortunato che mi si offra l'occasione propizia 
di raccomandarlo in queste rassegne. 

3. — Io penso che dai canti del popolo possano gli scrittori trarre 
non lieve profitto, perchè ricchi di belle immagini, pieni di fantasia, e 
di cuore. Di più l'indole vera del popolo traspare in questi canti, come 
dai proverbi, sicché giovare possono a quanti rivolgono il loro studio 
a conoscere quali siano i veri costumi d'un popolo. Però anche il filo- 
logo può dallo studio del varii dialetti in cui questi canti sono dettati, 
trovare spiegazioni sull'origine di molti vocaboli, sulle varie trasforma- 
zioni che hanno subito nella lingua letteraria. Ma non è qui il luogo di 
mostrare tutto l'utile che può derivare dallo studio della lingua del po- 
polo, a me basta di averlo accennato per poter dire che gli studiosi 
debbono accogliere lietamente ogni nuovo libro, che i dialetti d'Italia 
sia diretto a far bene conoscere. — Il eh. prof. Gianandrea col suo vo- 
lume di Canti popolari marchigiani, edito dal Loescher, ci ha por to 
una raccolta di essi accurata, e più completa di quante la precedettero , 
ma però non può dirsi che non lasci nulla a desiderare : per esempio 
io v'ho notato la mancanza di parecchi rispetti di quelli che si cantano 
nel contado di Ancona, e che pure vi avrebbero degnamente flgurat o. 
È vero che molte volte questi rispetti non sono che leggiere varianti 
di quelli che già sono raccolti nel libro, ma pure al filologo queste ra- 



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— 308 — 
rianti credo possano riuscire di qualche interesse. — Lo studio cbe il 
Gianandrea prepone al suo volume intorno ai Marchigiani ed al loro 
dialetto è assai diligente ed importante, e mi piace eh' egli mostri come 
il dialetto del popolo nostro, generalmente, si scosti meno di qualun- 
que altro d'Italia dalla lingua nazionale, come già in una sua bella e 
lunga lettera anni sono il compianto Tommaseo mi faceva notare, e 
come molte aitìinità vi siano con la lingua parlata dal popolo toscano; 
come pure mi piace ch*egli difenda il popolo nostro dalla taccia che 
gli dà il prof. Ciavarini-Doni nel suo studio, ad ogni modo pregevole, 
SvXV indole dei Marchigiani cioè d'essere d'animo poco aperto^ anzi 
simiUato» Le note apposte ai cauti giovano a far conoscere il valore 
dei vocaboli più difficili che vi s'incontrano, e ad istituire degli oppor- 
tuni raffronti con altri simili di altre parti d'Italia, ed accrescono il 
pregio del libro. 

4. — Non meno che dai canti la fantasìa e Timmaginazione del popolo 
traspare dai racconti ch'esso fa specialmente nelle lunghe serate d'inverno 
allorché la famiglia sta raccolta intorno al focolare domestico, e perciò il 
distinto filologo prof. Gomparetti ha creduto ulrile d'intraprenderne la 
pubblicazioncy e già n'è uscito in luce il primo volume, a cui ne terranno 
dietro forse altri due. Però io credo che maggiore importanza, dal lato 
degli studii linguistici, avrebbe avuto questo libro se i racconti fossero 
stati tutti riferiti nel loro rispettivo dialetto, poichò nella traduzione, 
per quanto ella sia diligente, certe bellezze tutto proprio del dialetto 
e provenienti da giuochi di parole, da equivoci bisogna per forza che 
si perdano. È vero che per tal modo pochi avrebbero potuto capire il 
contenuto del libro, ma a questo sconcio di facil guisa si poteva rime- 
diare aggiungendo accanto al racconto in dialetto la traduzione, o cor- 
redandoli di molte note dichiarative: lo scopo della pubblicazione di 
questi racconti del popolo non è di farli soltanto conoscere, ma sibbene 
di fornire materia da considerare per la risoluzione di vari problemi 
filologici agli studiosi di lingua, e questo scopo principalissimo si perde 
senza dubbio offrendone soltanto una traduzione. Un'altra cosa mi par 
poi da notare; molti di quei racconti son proprii o d'una, o d'altra parte 
d'Italia, mentre altri invece son proprii a più paesi ; or perchè non si 
sarebbe dovuto far questo conoscere? Perchè almeno non si sono no- 
tate le varianti di maggior momento che corrono d'uno stesso racconto 
da luogo a luogo ? Mi pare che con queste modificazioni il libro avrebbe 
acquistato pregio maggiore, sarebbe riuscito più importante : del resto 

. anche come è credo che gli studiosi gli faranno buon viso. 

5. — La signora Maria Àlimonda Serafini in un suo recente opuscolo 
unisce la sua voce a quella di molti altri per proclamare V emancipa- 



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— 309 "^ 
zione della donna, ma con sua buona pace io penso che dì tale eman- 
cipazione, non ci sia di bisogno perchè ella al presente non può dirsi 
schiava. Se queste teorie àQÌV emancipazione della donna, che alcuni filo- 
soft non hanno dubitato di metter fuori, dovessero attuarsi, ciò sarebbe 
con grave danno della società domestica: perchè la madre dovrebbe 
attendere ai pubblici uffici!, i figli sarebbero educati da mani venali, a 
cui poco importerebbe della loro buona o cattiva riuscita: il marito- 
dovrebbe pensar da so a tutte le più meschine cose domestiche perchò 
la moglie occupata in cose «di più seria importanza, non può, non deve 
occuparsi delle sciocchezze di casa! — Per abbracciare tali teorie bi- 
sogna aver perso il ben dell'intelletto. In questo mondo ognuno ha dei 
doveri da compiere, ma gli uni agli altri sono coordinati e formano un 
tutto armonico. Così nella famiglia all'uomo spetta- una parte, alla donna 
l'altra, ma questo non vuol dire che uno di questi due esseri sia schiavo 
dell'altro: anzi dirò che nella famiglia alla donna sposa e madre è ri- 
serbata la parte più nobile, l'educazione dei figli ! Che le donne di que- 
sto si lamentino non è giusto ; esse che pur dovrebbero andar superbe 
che tanta parte degli umani destini sia alle lor mani affidata. Che si 
istruisca la donna, che la. si educhi per renderla capace di adempiere 
la sua benefica missione di pace e d'amore, sta bene; ma per carità, 
per il bene della domestica società, ognuno resti al suo posto e la donna 
continui nel silenzio della casa ad educare a virtù ed amore le genera- 
zioni crescenti, che di tal benefìcio le serberanno gratitudine eterna, e 
non si curi di accrescere il numero di quelli che frequentano il fòro, 
il parlamento e gli impieghi. — Il giorno in cui la donna sarà tolta 
dalle cure della famiglia, la famiglia sarà distrutta, e dalla dissolu- 
zione della società domestica nascerà legilitimamente quella della società 
nazionale. La teoria propugnata dalla signora Serafini con tanto calore 
potrebbe benissimo mettersi tra le tante dei socialisti. 

6. — L'Italia è nazione eminentemente agricola; la natura delle sue 
terre, la sua felice postura, il suo mitìssimo clima concorrono a ren- 
derla tale. Però le terre non possono rendere quel frutto che dovreb- 
bero e come dovrebbero senza un lavoro assiduo ed intelligente, quindi 
è che se noi vogliamo rendere la patria nostra veranaente ricca, dob- 
biamo dare opera assidua allo sviluppo della agricoltura, ed agevolare 
la cognizione di tutti quei mezzi che valgono a far dare alla terra una 
miglior qualità di prodotti. A questa santissima opera di carità patria 
possono eflìcacemente concorrere i Comizi agrari e le Scuole rurali, 
che in mezzo ai contadini debbono, colla scorta di buoni libri, diffonder 
la cognizione di tutti quei trovati che la scienza insegna per la miglior 
coltivazione delle terre. I libri di lettura delle scuole rurali dovrebbero 



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— 310 — 
specialmente trattare di materie agricole^ che ì maestri dovrebbero con. 
là magrgior possibile chiarezza spiegare ai loro alunni^ per abituarli a 
lavorare con intelligenza piattosto che a seguire, come fanno adesso, 
meccanicamente l'esempio altrui: e libri di lettura di tal genere non 
mancano del tutto, ed oltre la Biblioteca delV agricoltore, che anni sono 
cominciò a pubblicare il Brigola a Milano, oltre VAncora d'Italia, se> 
rie di volumetti a tenue prezzo su materie agrarie che vede la luce in 
Torino, c'ò anche V Istruzione popolare sull'innesto delle piante f inulti- 
fere dell'egregio prof. Giuseppe Curti di Bellinzona, operetta che spiega 
in modo facile e chiaro l'importanza degli innesti delle piante ed il 
modo più conveniente di farli, operetta che fu giudicata degna di pre- 
mio all'esposizione agricola di Como del 1872, e che vorrei vedere in- 
trodotta nelle nostre .scuole rurali, e diffusa tra i contadini dai nostri 
comizii agrarii, sicuro che ne deriverebbe utilità di non lieve momento. 
Su questa pubblicazione ha scritto un importante articolo V Agricoltore 
Ticinese di Lugano, che mi duole di non poter riportare stante l'an- 
gustia dello spazio di cui debbo disporre. ìi^eW Almanacco popolare di 
Bellinzona trovo pure la relazione che fece il prof Biraghi intorno a 
quest'opera in occasione della esposizione di Como summentovata : in 
essa tra le molte cose si leggono le seguenti parole le quali credo di far 
mie, non trovando miglior modo per raccomandare questo libro alle 
scuole italiane. Eccole : « Fu trovato che questo lavoro riempie una 
€ lacuna ancora esistente nell' insegnamento agronomico, e ciò con un 

< metodo quale in simil genere di scritti si vede raramente praticato. 
€ In particolare sugi' innesti siamo ben lungi dall'avere sin qui un'istru- 

< zione popolare accurata^ semplice e bene ordinata. In quella di cui 
« qui diamo relazione riescono felicemente superate le difficoltà di unire 

< la brevità colla chiarezza e coWamenità, la scienza colla popolarità. » 
Quindi dopo avere accennato alla distribuzione della materia nel libro, 
la relazione conclude : < Il giurì, al cui esame fu sottoposto il lavoro 

< vi trovò somma perizia della materia trattata, economica distribuì 

< zione delle parti e chiarezza; dichiarò che l'operetta appartiene al 
« novero di quei libri che riducendo in poco il molto sparso in opere 
e di più vasta mole^ raggiungono lo scopo con accurata diligenza, e 

< nel suo verdetto conchiude col desiderarne la stampa. » Ed ora che il 
libro fu stampato io conchiuderò facendo augurii per la sua diffusione. 

7. — Per la distribuzione dei premi agli alunni delle scuole di Le* 
gnago e la inaugurazione del Ginnasio il eh. Prof G. B. Dal Lago pro- 
nunziava un discorso diretto a dimostrare l'importanza e l'utilità degli 
studii classici, contro i quali, giustamente egli osserva, oggi da parec- 
chi si fa una guerra spietata, quasi che lo studio degli autori greci e 



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— 311 - 
latini fosse un perditempo^ una cosa non conveniente ai progressi fatti 
in questo secolo. Riconosce il Dal Lago la necessità della divisione at- 
tuale deiristruzione secondaria in classica e tecnica, ma non vuole che 
a questa si dia una importanza maggiore di quella che abbia realmente. 
€ Lo studio delle lingue classiche, dice Tegregio scrittore, non è uno 
«studio inutile; i vantaggi che da esso si traggono non sono subiti, 
« ma tanto maggiori, tanto più sicuri. > Di più nota che « un'istru- 
« zione verace e soda non deve tanto tendere ad insegnare cognizioni 
« di utilità pratica quanto a formare l'uomo e specialmente quel carat- 
« tere, che deciderà dì lui per tutto Tavvenire, » e questo gli pare non 
a torto che debba conseguirsi con gli studi! classici^ i quali hanno di 
mira la mente ed il cuore j le parti più elette dell' uomo. Proseguendo 
nel suo ragionare mostra i danni del disgiungere gli studii letterari 
dagli scientifici, e come la lettura dei classici sia più proficua, sotto 
ogni rispetto, se fatta sugli originali piuttosto che sulle traduzioni. Chiu- 
de l'egregio autore il suo dire mostrando l'onore in che si tengono 
presso le altre nazioni gli studi di greco e di latino , e fa voli perchè 
si faccia lo stesso da noi. 

8. — Il Monitore di Bologna ha pubblicato tre articoli sull'istruzione 
secondaria, nel secondo dei quali parla delle scuole normali che vorrebbe 
radicalmente riformate, imitando specialmente quelle inglesi, e non am- 
mettendo per allievi in esse, se non che i giovani che abbiano la licenza 
tecnica o ginnasiale. Non vorrebbe in esse l'insegnamento religioso. — 
In Foligno esce da qualche tempo un nuovo giornale scolastico col ti« 
tilo: U istruzione nazionale italiana; ne è direttore il prof. Matti i. — 
Son venuti in luce i numeri 3 e 4 della Riabilita zione y giornale pei 
carcerati che vede la luce in Milano dalla tip. Agnelli, e che già fu in 
queste rass3gne raccomandato. — L'Educatore della Svizzera Italiana^ 
che si stampa a Bellinzona, nel suo num. 4 del 15 febbraio pubblica un 
assai notevole ed assennato articolo sull'istruzione religiosa nelle scuole, 
e, convenendo su quanto a tal proposito io scrissi nella mia Scienza 
dell* Educazione, riproduce alcuni brani del mio libro, che a tale argo- 
mento più specialmente si riferiscono. — La Jenaer Literaturzeitung^ 
nuovo giornale di critica letteraria che vede la luce a Jena sotto la 
direzione del eh. prof. Antonio Kletten, il secondo direttore del Museo 
Renano, intorno alla Scienza dell* Educazione pubblica un lungo e fa- 
verevole articolo del dott. prof. Lodovico Jeep di Lipsia. — Un articolo 
pure sullo stesso libro pubblica L'Educazione di Lugano nel suo fase. 
4", e ne raccomanda la diffusione tra i maestri con calde parole. — 
Nell'ultimo fascicolo della Rivista di Filologia è notevole una lettera del 
prof. d'Ovidio al cav. prof. Denicotti tendente a dimostrare come nei Li- 



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— 312 - 
cei sì attenda troppo poco agli studii del greco, che troppo si fanno ap- 
plicare i giovani su Senofonte, e che importerebbe introdurvi qualche 
altro degli autori greci più riputati. — Si annunzia la pubblicazione di un 
nuovo libro del prof. Caracciolo di Napoli intitolato: Il Vade-Mecum 
delVAgricóliare (1). 

Ancona, Marzo 1875. 

Cesare Rosa.. 



Bassegna Scientifica (2). 



SOMMARIO: Bibliografia. I. Gli Aracnidi, i Crostacei e i Vermi di C. 
Anfosso. — II. Annuario Scientifico ed Industriale edito dal Tre- 
ves. — III. Primi Rudimenti di Meccanica e Fisica per M. Zan- 
notti. ^ iV. Tavole di Logaritmi di G. Delalande. — V. L'Art de 
bdtir ckez les Romains par A. Ghoisy. — VI. Descendance et Dar- 
winisme par 0. Schmidt, — VII. VAnnée scientifiiue et industr ielle 
par L. Figuier. — VIII. Annuaire pour l'an 1875, par le bureau 
•des Longitudes. — IX. Etudes et Lectuì^es sur V Astronomie par C. 
Flammarion. — X. Matière et Ether, par X. Kretz. — XI. Essai sur 
les piles par A. Gallaud. — XII. Notizie scientifiche. 

I. — GMi Araonidi, 1 Orostaooi e i Vermi di 0. Anfosso. 
Milano, Treves. Un voi. in-4 di pag. 224 con 293 incisioni. Prezzo: 
L. 4. 

All'opera La vita e i costumi degli animali del brillante scrittore di 
scienza popolare, il Figuier, fa degno seguito questo volume dell'An fos- 
so. Abbiamo letta con molto interesse la storia degli aracnidi, dei cro- 
stacei, per la loro indole battagliera, veri cavalieri tra gli animali 
acquatici, e dei vermi, individui di poca importanza nella natura. L'A. 
pur conservando queirordine e quell'esattezza, che si richiedono ad 
opera scientìfica, ha saputo renderla attraente e dilettevole , mercè la 
vivacità e il brio del suo stile. 



fi) Gli editori ed autori che vogliono si faccia parola in queste rassegne delle loro 
pubblicazioni relative alla pubblica istruzione son pregati d'inviarne un esemplare di- 
rettamente a Cesare Rosat insegnante ginnasiale^ Via Capodimonte N. 26 rosso ^ Ancona. 

(2) Gli editori • gli autori di opere relative alle Scienze fisiche e matematiche che 
desiderano ne sia reso conto in questa rassegna scientifica sono pregati di spedire 
direttamente le loro pubblicazioni all'estensore della rassegna, sig. F. V. Orlando, Fi- 
renze, Via della Mattonaia, 22. . 



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— 313 — 

II. — Annuario Soientifioo ecl IndLas(tria.le fondato da 
I Grispigni, L. Trevellini ed E. Treves. Milano, Treves. Anno XI, 1874. 
Parte I. Un voi. in- 16. Prezzo: L. 3. 

Nella prima parte che abbiamo sott'occhi il prof. Celoria parla del- 
TAstronomia, e sono particolarmente interessanti i resoco'nti sui lavori 
di fotografia astronomica, sui lavori intorno alla luna, sulla struttura 
della fotosfera solare, sulla Cometa Coggìa. La Fisica, trattata mae- 
strevolmente dal prof Ferrini, rende conto di molte nuove invenzioni, 
fra le quali non ne mancano d' italiane. Citiamo la stampa naturale 
studiata dal Ricco di Modena, il termometro Negrotti e Zambra per 
esplorare la temperatura del mare a varie profondità, lo scrutinatore 
autografico del conte Roncalli. La Chimica generale e tecnologica, trat- 
tata dal prof L. Gabba, è ricca di notizie preziose per ogni qualità di 
persone. Questo resoconto annuale dei lavori e delle scoperte della chi- 
mica è prezioso non solo per gli scienziati, ma può esser letto con pia- 
cere anco dagli uomini di mondo e dalle brave massaie. L'autore ha 
voluto infine denunciare parecchi dei cosi detti < rimedii secreti » che 
sono fatali per la salute pubblica. Un solo rimprovero dobbiamo rivol- 
gere al prof. Gabba, ed è di aver taciuto delle sue proprie esperienze 
salla colorazione dei fiori, lodate altamente dalle riviste e dagli annua- 
rii stranieri. Il prof. Pigorini fa la consueta rivista di paleoetnologia, 
ed è interessante sopratutto la sua relazione del congresso preistorico 
di Stoccolma. La relazione deiring. Grattarola sulla geologia e sulla mi- 
neralogia ha proporzioni molto vaste, come richiedono due scienze così 
importanti. Aspettiamo con impazienza la seconda parte di questa pub- 
blicazione che fa veramente onore alla scienza italiana, del pari che al 
signor Treves che la dirige con tanto amore. 

III. — I^rimi radimenti eli Mieeeaniea e Fisica per M. 

Zannotti. Seconda ediz. micrliorata ed accresciuta dal prof. Luigi 
Pinto. Napoli, A. Morano. Un voi. in-16. di pag. 503, con vignette. 
Prezzo : L. 5. 

Il compianto prof. Zannotti avea già pubblicata quest'operetta ad uso 
dei candidati alla licenza liceale. Con ammirabile chiarezza e preci- 
sione erano svolte le dottrine fondamentali della scienza: di quante era 
possibile ne dava rigorosa dimostrazione esperimentale, e le altre, che 
abbisognavano di calcolo, avea solamente enunciate. Ma persuaso indi 
di trasformare quella sua opera, perchè la si potesse adottare nei li- 
cei, pregava Tegregio prof Pinto a ritoccarla e quello che avesse cre- 
duto necessario aggiungere e modificare. E difatti, questa seconda edi- 

21 



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— 314 — 
ziond ò venuta fuori quasi del tftto nuova^ mirando, più che ai regola- 
menti e ai programmi^ a ciò che la scienza impone insegnare ai gio- 
vani, se si vogliono veramente scrii e colti. 

IV. — Tavole eli Xjofifai-itmi di G. Delande estese a sette de- 
cimali da F. G. Marie. Napoli, A. Morano. Un voi. in-16. Prezzo: 
L. 1. 50. 

Il solerte editore Morano va assai lodato per questa nuova edizione 
di Tavole di Logaritmi, elegante e nitida; e quel che più monta cor- 
rettissima. Precedono alcune tavole contenenti le basi dei calcoli più 
usati. 

V. — L'-A-rt eie tofttir elieas les Romaiits par A. Choisy, 
ingénieur des Ponts et Chaussées. Paris, Ducher et C.® Un fort voi. 
in-fol., avec de nombreusen planches dans le texte et hors le texte. 

In nessun tempo come il nostro sono stati tanto studiati i monumenti 
di architettura che ci sono rimasti dell'antichità romana. Ma sin'ora ogni 
studio è staio rivolto alla forma esterna, trascurando la maniera di 
costruire dei romani ; maniera ingegnosa e potente, che riassume una 
lunga e laboriosa esperienza, consacrata da vestigia che hanno sfidato 
i secoli. A questa parte s'è applicato il sìg. Choisy, scrivendo un'opera 
dove la scienza e l'erudizione filologica danno nuovi risultati, e ce la 
fanno considerare un complemento della storia politica del popolo, 
presso cui un monumento avea tutta l'importanza di una legge. L'Au- 
tore matematico e ingegnere, ma nel medesimo tempo letterato e filo- 
sofo, con molta facilità sa presentare fatti e idee, induzioni ingegnose, 
dimostrazioni rigorosissime. Sono vere e proprie lezioni date da coloro 
che furono i primi costruttori del mondo, ed è un lavoro che avrà po- 
sto fra i più notevoli, che abbia dati la storia delle arti di costruzione. 
L'egregio ingegnere, del resto competenti ssimo in materia, non trala- 
sciò di visitare la Grecia e l'Italia, e di studiare il diritto romano, per 
aver conoscenza dei luoghi, e della condizione degli operai nella società 
romana. L'edizione è di lusso: disegni ed incisioni bellissime dimostrano 
ciò che non sarebbe stato possibile alla penna più abile. 

VI. — Descenclaiice et I>at*^«vinisiiie par 0. Schmidt. Pa- 
ris, Germer. Baillière. in-8. 279 p. (Bibliotèque scientìfìque Interna- 
tionale). Parix, cartonnó : 6 fr- 

Il gran movimento scientifico che ebbe origine dalla celebre teoria di 
Darwin sulla produzione delle specie nel regno animale e vegetale per 



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naturale selezione, ha prodotto una serie di libri importantissimi, una 
letteratura darwiniana. A questa appartiene il libro dello Schmidt che 
espone con chiarezza, ingegno e logica il problema sì complesso della 
teoria suirorigine e lo sviluppo del mondo organico nella natura. Ri- 
montando a Darwin e seguendo il progresso della scienza, esamina una 
gran parte della natura vivente e ne strappa quella triste verità, che 
le considerazioni storiche hanno in certo modo imposto al filologo: 
< L*uomo è nato da un animale inferiore. » Molti parlano della teoria 
di Darwin, ma pochi ne hanno un'opinione personale, un'idea netta e 
precisa ; ora basta leggere questo libro per farsela assai più determi- 
nata. Il volume poi fa parte della BìbUotèque scientifique Internatio- 
nale pubblicata a Parigi dagli editori della Revue scientifique^ e nel 
medesimo tempo in Inghilterra, in Germania e in America, e che riu- 
nisce le opere dei più distinti scienziati. Una propaganda per la scienza 
non mai abbastanza lodata. 

VII. — ILi'a^nnee (scienti fique et indlustrielle par L. Fi- 

guier. Exposé annnel des travaux scìentifiques, des inventions et des 
princìpales applications de la science à Tindustrie et aux arts qui 
ont aitiré Tattentìon publique en Franco et à Tétranger, avec une 
necrologie scientifique de Tannée. Paris, Hachette. 1 voi. in-12 de 
520 p. Prix; 3 fr. 50 e. 

Questo volume porta in fronte « Dix-huitième Année (1874). » fe una 
bella data per siffatta pubblicazione, ma il nome dell'autore non ce 
ne fa meravigliare punto. I più interessanti lavori e le più preziose 
notizie sull'Astronomia e la Meteorologia, sulla Mecccanica e le Arti 
industriali e di costruzione, sulla Chimica, la Storia Naturale, la me- 
dicina, la Fisiologia e la pubblica Igiene, sull'Agricoltura, sui Viaggi 
scientifici, formano la ricca materia di quest'opera, che raggiunge pie- 
namente lo scopo della diffusione dei progressi della scienza. Sono ri- 
viste pregevolissime e piene di attualità quelle del passaggio di Vene- 
re sul Sole, della Galleria sottomarina tra la Francia e l'Inghilterra, 
della cremazione dei cadaveri, della trasfusione del sangue, dei mezzi 
proposti contro la Filloxera, etc. — Non mancano estesi ragguagli sui 
concorsi proposti dai Corpi scientifici francesi, e, pur troppo parecchie 
necrologie. 

VIII. — A.]iiiuai]re poiur l'an ISVS, publié par la Bureau 
des Longitudes, Paris, Gauthier-Villars. I. voi. in-18 de 530 p. Prix; 
1 flr. 50. 

Contiene molte tavole, utili agli scienziati, come i pesi e le misure 
dei diversi paesi paragonati a quelli della Francia, le formole più usuali 



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di Fisica, alquanti dati statistici sul movimento della popolazione etc. 
Rimarchevole assai è un articolo del Signor Faye sulla legge delle tem- 
peste, che occupa 110 pagine. 

IX. — Éìtiicles et leotiiires sa.i* PA.stroii.oiiiie9 par C- 

Flammarion. Tomes. I. a V. in-12, avec fl^ures dans le texte et 
cartes. Chaque tome se vend séparément: 2 fr. 50. (Il parait un vo- 
lume par an). Paris^ Gauthier-Villars. 

Se l'astronomia è la più bella e la più va^ta delle scienze, è anche 
la più progressiva e la più feconda. Paragonando le cognizioni astro- 
nomiche d*oggi a quelle di un mezzo secolo indietro, si rimane sorpre- 
si del lungo cammino percorso. Tener dietro a questi meravigliosi pro- 
gressi, in modo conciso e ordinato è lo scopo che hanno gli annuali 
volumetti di Studi e Letture, pubblicati dall'eminente astronomo fran- 
cese. L'ultimo^ che è quello del 1874, descrive le osservazioni recenti, 
fatte sugli aeroliti e i bolidi, questi curiosi frammenti di altri mondi. 
Segue indi l'enumerazione delle comete scoperte od osservate dal 1869 
al 1872, e quella degli ecclissi del 1871 e del 1872. Di grande impor- 
tantanza per la scienza fu l'ecclissi totale del Sole del 12 Dicembre 
1871, che fece definitivamente conoscere la natura della corona lumi- 
nosa che circonda quell'astro. La rara congiunzione dei pianeti 
Giove ed Urano, avvenuta il 5 Giugno 1872, calcolata ed osservata dal- 
l'autore medesimo, forma materia di un capitolo ; e il volume termina 
con alcune considerazioni di Meccanica celeste elementare, relativa ai 
problemi della caduta dei pianeti sul Sole. 

Il volume VI in corso di stampa, promette d'introdurci nel dominio 
dell'astronomia siderale. 

X. — M!a,tièt*e et lÉ^tlieir, indication d'une méthode pour établir 
les propriétés de l'éther, par X. Kretz. Paris, Gauthier-Villars. 1 
voi. in- 16 de 72. p. 

Numerosi sistemi sono stati immaginati dal filosofi perchò tutti ì 
fenomeni del mondo esterno potessero riferirsi ad un agente o causa 
prima. Scoperti i principii della termodinamica^ si è cercato dì fare 
sparire dalla scienza la molteplicità delle ipotesi, non ammettendo 
che tre elementi : la materia, la forza e Vetere, Ma in questa nuova 
dottrina l'A. non trovando abbastanza unità, ha creduto presentarla 
sotto una forma più esatta che permettesse di farne la base di teorie 
veramente scientifiche. Da ciò indica il metodo da seguire nelle ricer- 
che, e le condizioni alle quali deve soddisfare qualunque ipotesi relativa 



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- su — 

alla materia e all'etere. Questo breve studio del signor Kretz^ merita 
seria meditazione dalla parte degli scienziati. 

XI. — £:s«aiai sur les pile» par A. Callaud. Ouvrage couronné 
par la Société des Sciences, de l'Agricolture et des Arts, de Lille. 
Deuxieme édition. Paris, Gauthier-Villars. 1 voi. in-16 de 124 p. 

La forma del tutto pratica di quest'opera, la rende utile a tutti co- 
loro che senza aver fatti studi speciali sulPelettricità, hanno bisogno 
di applicarla e quindi di trarre partito delle idee e dei fatti esposti 
da un valente fisico. In questa seconda edizione è sta,ta assai più cu- 
rata la parte matematica, sulla quale si basa lo studio deirelettricità, 
e a ciascuna formola corrisponde un esempio illustrativo. La costru- 
zione delle pile è specialmente studiata, come pure il modo di conci- 
liare i buoni effetti colla maggiore economia, e di sapere scegliere la 
pila secondo l'uso al quale viene destinata. 

XII. — IVotizie soientifielie. 

— L' ultimo fascicolo del Bullettino di bibliografia e Scoria delle 
scienze matematiche pubblicato dall'egregio principe Boncompagni, con- 
tiene: Notizie storiche sulle frazioni continue dal secolo decimoterzo al 
decimosettimo; per Antonio Fa varo (contin.) -- Annunzi di recenti 
pubblicazioni. 

— Il signor Pasteur ha presentato all' Accademia delle Scienze di Pa- 
rigi nuove osservazioni sulla natura della fermentazione alcoololica^ le 
quaìi confermano la spiegazione fisiologica, che egli ne avea data quin - 
dici anni fa. Secondo questo scienziato, la fermentazione è la conse- 
guenza della vita senz'aria, della vita senza gaz ossigeno libero. Ogni 
essere, ogni organo^ ogni cellula che può compiere un lavoro chimico, 
senza bisogno di ossigeno libero, provoca tosto i fenomeni di fermen- 
tazione. Questa teoria dapprima accolta ed ultimamente avversata, è 
stata ora riconosciuta come vera mercè altre più scrupolose espe- 
rienze. 

— In una delle ultime sedute della Società per il progresso delle 
Scienze naturali di Amsterdam, il signor Tal ma fa conoscere una se- 
rie di esperienze sui rumori che nascono allorquando un liquido passa 
con molta velocita in tubi a pareti elastiche; egli crede che questi 
ramori non siano dovuti alle vibrazioni delle pareti, ma che si formino 
nel liquido stesso. Da qui conchiude, che il rumore dei battiti del cuore 
deriva dal moto del sangue e non dalle pareti e dalle valvole. 




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— 318 — 

— Parleremo nella prossima rassegna di due interessanti pubblica- 
zioni, che ci limitiamo per ora ad annunziare: La Piante^ Botanique 
simplifiée par Ed. Grimard (Paris, J. Hetzel et C.ie); Eistoire des 
Astres oio Astronomie pour touSj par T. Rambosson (Paris, Firmin 
Didot). 

Firenze, 24 Marzo 1875. 

F. V. Orlando. 



Rassegna artistica. 

L'ESPOSIZIONE SOLENNE 
DELLA SOCIETÀ PROMOTRICE DI BELLE ARTI 



(Continuazione e fine) 



II. 



Che soggetto drammatico è la morte di Filippo Strozzi f Un 
valoroso cittadino che, vinto dalla parte avversa, si trova pri- 
gione, rifiuta la vita per la libertà e l'onore. Rinchiuso fra quat- 
tro pareti, quell'anima sdegnosa, combatte una dura battaglia con 
se stesso, i suoi sentimenti; le speranze, la vita tutta contrasta 
allo stato presente, s'agita, abbassa la fronte, Talza superbo, scrive 
col proprio sangue i versi di Virgilio per domandar vendetta , e 
si trafìgge. Tale la tradizione a cui si è appreso il signor Segoni 
nel dipingere il suo quadro. Nulla di più drammatico per chi sente 




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— 319 — 

il dramma, nulla di più estetico per chi ha il gusto della forma . 
Eppure dasranti a quel dipinto non senti nulla, V insieme tace. 
Manca la vita interiore, non c'è la composizione ideale che colpi- 
sca; si vede la fatica, l'uomo che ha concepito un pezzo per vol- 
ta, che ha mutato e rimutato, andando avanti a forza di pre- 
cetti e di regole, non di vivi impulsi e di sentimenti. 

Siamo in una stanza illuminata a pieno mezzogiorno. Un seg- 
giolone che si regge sulle gambe di dietro e colla spalliera ap- 
poggiata al muro, una tavola e poi il cadavere di Filippo steso, 
diritto come un fuso, a braccia aperte, placido, senza contorsioni, 
né traccia di penose sofferenze. Quasi vicino al capo un uomone, 
grosso, che guarda sorpreso, le braccia aperte e le chiavi serrate 
nel pugno, immobile, stupido, non impaurito, né turbato, sta li 
ritto, perchè v*è un'altro a diacere. 

Se Filippo si vibrò il colpo seduto, e lo dice il sangue schizzato 
a fonte sulla spalliera, se scivolò giù avanti, come mai il seggio- 
lone doveva cascare all'indietro ? E poi è egli mai possibile che un 
suicida, morto negli spasimi di una ferita a arme bianca, possa 
scivolare comodamente a quel modo, avendo fin la cura di non 
inciampar nella gamba della tavola che ha fra i piedi? E quel 
guardiano, cosi goffo, poteva egli in tanta luce non vedere il 
morto che dopo avergli messo un piede proprio vicino al capo? 
La sua vicinanza turba l'occhio, è contraria alle leggi di simme- 
tria, oltre essere un paradosso quanto alla verità. Qui manca l'ef- 
fetto scenico e drammatico, l'artista non ha saputo elevarsi all'u- 
nità ideale dello spirito, né a quella della forma. 

Tutt' il pensiero del sig. Segoni fu rivolto a fare un bel morto 
in contrapposto ad una ruvida figura viva, una testa ben tornita, 
inargentata dai raggi di chiara luce, vesti lussuriose, che egli fa 
bene, contrasto di linee e di colori. La seggiola messa orizzontal- 
mente stava male accanto alla tavola pure in linea orizzontale, e 
egli l'accomodò sospesa all'indietro. Se il guardiano restava sulla 
porta, il mezzo era monotono, quindi a scapito del buon senso lo 
messe fra le gambe del morto. Le linee verticali spezzavano le 
orizzontali, ed i colori delle rozze vesti davano risalto all'elegante 
veluto- La scena deve essere avvenuta a bruzzico, la poca luce 
avrebbe potuto rimediare al controsenso, ma allora il sig. Segoni 
non faceva vedpre che sa bene scherzar con Febo ed ecco in scena 
si trista, in una prigione, la luce d'una giornata estiva. Né basta 
la luce, voleva mostrare gli effetti del suo riverbero , per questa 
vanità inargenta i capelli del morto e le mani, trascurando di os- 



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— 320 — 
servare essere impossibile che la luce illumini il dicontro d'un 
corpo, tanto più se è coperto da una sedia. Il sig. Segoni ha 
delle buone qualità, è ben esperto nel disegno, qualità oggi non 
molto comune, colorisce e rileva grazioso e vivace. Se dimenti- 
chiamo il quadro e ci fermiamo ai pezzi che lo compongono, tro- 
viamo cose /degne di attenzione. La testa di Filippo, considerata 
indipendentemente dal soggetto, è bella, profili marcati con molta 
delicatezza, bene intonata nelle lime e nei colori. 11 Guardiano è 
un errore da capo ai piedi. Ma che divengono queste qualità se 
l'artista non le avviva colla forza dell'anima sua, non lo impronta 
d'un sentimento? Come giovane dell'Accademia il sig. Segoni ha 
dato prova di molto talento; ma basta ciò per essere artista? A 
lui manca la conoscenza della reale natura e se non si educa a sen- 
tirla ed a comprendrela farà male la sua carriera. • Il suo stile è 
falso, accetti con riserva gli elogi sperticati d'arcadi capaci d'in- 
vecchiare il giovane più robusto, paragoni i suoi lavori alla vi- 
vente natura e giudichi calmo e sereno. 

La Morte d* Anacreonte del sig. Tedesco è un quadro di pregi 
non comuni. C'è vigore di fantasia, armonia ed intreccio di dise- 
gno, ed anco unità d'ispirazione. Ma quella non è una scena greca, 
manca il cielo giocondo dell'Attica, le sue creature angeliche, la 
loro grazia. Quella non è la famiglia d'Anacronte. Ha mai letto 
il sig. Tedesco le poesie di quest'anima soave, ha vedute le sue 
donne, se n'è innamorato ? Pigli la traduzione del MafFei, o se no, 
obbedisca lo Schelegel, e se non sa di greco, gusti nelle statue 
la vita ellenica. Là, in quell'aria inebriante, ai tepori d'un eterna 
primavera, nel vigore della giovinezza che vagheggia il bello da 
mane a sera, danza, canta ed ama, non si trovano certamente 
visi cotanto ruvidi, carnati bruni e verdagnoli. Ed Anacreonte ? 
É là in un canto, che muore accigliato e rintontito : indarno cer- 
chi il poeta più leggiadro della Grecia, la madre delle grazie. È 
a sedere, sulle mani la colomba, al disopra la pergola coperta di 
tralci verdeggianti, le sue carni sono verde brunastro. Accanto 
molte ragazze ad una tavola che ricordano i suoi versi, in alto 
altre che vengono a vedere. 

L'armonia della forma qui c'è, ed il quadro fa bella impressione. 
Non ci si vede l'aifaticato; il pittore avviva la scena col moto 
delle figure e l'intreccio delle linee in un modo magistrale. Però 
l'unità interna manca ed indarno cerchi spiegarti il soggetto. Il 
sig. Tedesco fece un quadro a fantasia, dalla Grecia prese un sog- 
getto, in quello cercò la parte esterna, non ne meditò la vita. Egli 



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— 321 — 

è realista^ ma per esser tale qui bisognava fosse classico. La Gre- 
cia è la terra del Classicismo. Ma per lui il realismo non è un 
nuovo stile per arrivare ad esprimere in altro modo la bellezza, 
è reazione; di qui gli errori tutti di quel quadro. I carnati sca- 
bri, le tinte fredde, depresso il centro dell'azione, il cielo, le col- 
line, le piante crude e rigide; il quadro che pare la copia d'un 
dipinto a tempra. Lo spirito di partito gli ha impedito di avvici- 
nare la forma esteriore che egli bene intende ed ha tolto a quel 
quadro il suo pregio principale. 

Quadri storici che meritino considerazione a me pare non ve 
ne sieno altri. Dovunque ci si volta si vede l'impotenza dei mo- 
derni alla grandiosità della storia. Gli artisti non studiano, e per 
arrivare al realismo storico bisogna studiare anni ed anni. Di più 
è duopo avere uno stile flessibile ed un sentimento atto ad inter- 
narsi nei drammi della vita. Oggi siamo poco disposti alle impres- 
sioni vigorose, ed abbiamo la testa abbastanza scombussolata per 
non riuscire al gusto armonico della forma esteriore. Il realismo 
e il classicismo da soli non piacciono, l'artista tiene di qua e di 
là e fa come il Segoni, o si butta tutto da una parte e riesce al 
Tedesco. In entrambi la storia se ne va, l'arte resta ma senza 
quel fascino che strappa dal cuore: oh come è bello f 

Ebbene la sintesi si sta facendo, vi sono dei giovani che la 
mostrano nei loro lavori. Fra questi primeggiano Federigo e 
Guido Andreotti. Federigo giovane serio, meditoso mostra avere 
già scelto una via nella odierna confusione. Il suo stile ò italiano, 
studia la natura per cogliere in lei ciò che v'è di più eletto e 
formoso. È vero, ma grazioso, leggiadro e semplice. I soggetti 
cerca sempre adequati alle sue forze, le grandi idee non gli fanno 
gola, ciò che sceglie vuol padroneggiare, sapendo esser l'artista 
non l'argomento quello che crea. E vi s'interna, lo fa suo, lo 
rende vivo e parlante colla massima semplicità. Il suo petto non 
è agitato da potenti idee, ma lo scalda l'amore dell'arte e per lei 
pensa e lavora. Colori, stile, composizione esce tutto dalla sua 
tavolozza facile, armonioso, poetico e bello. Dura poca fatica a di- 
pingere perchè medita molto. Non è la mano che crea la compo- 
sizione, ma la composizione che fa scorrere rapida la mano sul- 
l'intonaco e sulla tela. Piglia un quadretto di genere, con un 
uomo solo alla settecento, o una danza, o un ratto, l'unità ideale 
ti colpisce subito, più stai lì, più t'innamori, perchè ogni parte 
parla il suo linguaggio che risuona armonia nell'insieme. 

Guardate la Danza Pompeiana, affresco nel Palazzo Buturlin. 



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- 822 - 

Siamo ÌQ aperta campagna sulla pendice d' un colle, fra alberi di 
alto fusto e su verde prateria. É d'estate, bello il cielo, pura 
l'ombra del boschetto che invita a piacevole spasso. Lontano vedi 
l'ampia pianura, un lago che la bagna, le colline che la circon- 
dano. Qui al rezzo delle piante convennero a ricrearsi alcune belle 
giovani. La vita é gaia, gioconda, spensierata; c'à il riso delicato 
di Glori e di Fiammetta. 

Beila giovane scioglie il piede alla danza. É mezza discinta, una 
ciarpa rossa attraversa la vita coperta d'una sottil sottana. Muove 
il pie destro, il sinistro si ritira, mentre colle mani agita uno 
svolazzante velo e balla giocondamente. Guardandola vien la vo« 
glia dì batter le mani. A sinistra un altra ragazza con veste 
bianca e fuciacca bleu a tracolla, che suona i piatti e mentre colla 
bocca tien dietro alla musica e balierella fra sé e sé, guarda at- 
tenta la compagna per non sbagliar battuta. Seduta sul muric- 
ciucio é la suonatrice, con fuciacca e gonnella mezza discinta al 
petto : accanto un bambino sdraiato bocconi che suona il flauto e 
guarda attento ed allegro. La sciena è piacevole, una giovanetta 
accorre a vederla, appoggia i fianchi ad un ciglioncello, si sostiene 
sul braccio destro e guarda con gioia indescrivibile. Là in alto, 
sur un ripiano della collina, appoggiati ad un masso due pasto- 
relli che fanno all'amore. Il giovane sta seduto e guarda strap- 
pare una parola alla fanciulla, indecisa e perplessa fra il si ed il 
no. La figura é in iscorcio, i panni gli serrano addosso, le forme 
risaltono d'infra l'involucro di quelle pieghe e ti dicono il conflitto 
che si agita nel petto di quell'anima che combatte fra l'amore e 
il pudore. 

Questo quadro compare in mezzo ad una elegante cornice, 
affresco di Guido Andreotti, a stile del Rinascimento; semplice, 
vario, sempre armonioso nei chiariscuri e nei rilievi. Non e' è il 
caricato, o il tritume detto elegante dagli apostoli del barocchi- 
smo; poche linee, svelte ed intonate. Nel mezzo alle parti laterali, 
le armi di casa Bouturlin, poi dodici quadretti con putti rappre- 
sentanti i lavori e gli affetti prodotti dalle diverse stagioni. Anco 
qui r Andreotti esce dal realismo volgare e dal classicismo accademi- 
co. È vero che tutta quella nudità in campo aperto qualche volta 
stuona; e se il bambino che caccia colla flonda è un vero gioiello, 
veduto nudo desta un po' di compassione. Ma quanta vita di di- 
segno e d'anima in que' bambini I Guardate Testate ! Siamo in un 
campo di grano, il sole dardeggia infuocato, le spiche biondeg- 
gianti ricascano, un bambino esce di mezzo pieno di gioia col 



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— 323 — 
fascio ìq mano e par corra dal babbo per portarlo sulla bica. Vol- 
tatevi? Eccoci in un giardino fiorito; ombreggiato d'alte piante, 
adorno d'ogni fiori, la luce vi penetra a raggi, avviva i calori; 
nel mezzo un biondino che coglie allegro e lesto, rose, viole e 
ge)lsumini. E quella bambina tutta rannicchiata che s'avvoltola in 
grosso mantello e fa appena capolino colla testa ? Il vento tira, le 
piante ripiegano, l'aria è rigida, vien freddo anche a te che guardi. 
Qui c'è la natura còlta però nel lato suo formoso, non grottesco 
e disgustevole. L'Andreotti vuol riprodurre il fatto qual'è, ma 
conforme il gusto italiano sì ricorda che l'arte sua è arte del 
bello e non del gofifb. 

Affreschi di questa forza se ne vedono pochi ai nostri giorni. 
Levate il prof. Gatti fra i giovani che devono succedergli avrete 
fatica a scegliere. Lo stile dei bolognesi è alquanto duro, almeno 
giudicando dai dipinti che ho veduto io, essi non hanno raggiunto 
la delicatezza della pittura a olio, seati sempre l'odore del bianco. 
Siamo andati indietro a Masaccio ed a Giotto. Gli avveniristi ca- 
scan nel ridicolo e nel goffo per i soggetti e per i colori. Figu- 
ratevi una donna col vestito sgheronato, lungo quanto la fame, 
coH'ampio cignou in capo che vola sur una nuvola, che cosa ve 
ne pare ? Non dev'essere una bella cosa ? E questo lo dicono rea- 
lismo! Lascio il disegno condannato a morte insieme all'intona- 
zione dei colori. Ebbene TAndreotti, dovendo fare una figura vo- 
lante nel cielo, perchè non c'erano danari per far la terra, s'ap- 
prese ad un soggetto adatto e dipinse Amore e Fische. L'origi- 
nale ed il nuovo lo cercò nel vivo sentimento che gli stringe e 
gli porta per l'aere sulle ali del desio. Si sono incontrati. Amore 
stende le braccia, la veste si stacca dalle spalle, lascia il petto 
nudo e si serra alla vita; la stringe al seno tremante sul punto 
di darle un bacio. È Paolo, è Francesca interpretati da un arti- 
sta moderno. Cosi l'Andreotti è stato alla verità, s'à elevato alla 
bellezza, conciliando la borsa col gusto. 

La Danza Pompeiana è storica? No. Quel quadro sta bene in 
una cornice a stile del Rinascimento? Neppure; era meglio atte- 
nersi alla forma di quel tempo. Quelle donne son elleno ponjpeiane? 
Si, l'Andreotti le ama e con esse s* inebria. Ma ballano all'antica? 
No, esse son figlie del nostro teatro, e per lo meno danzano a suono 
dei waltzer di Strauss. L'Andreotti può osservare giuste queste cri- 
tiche, pur rispondendo che non fanno al caso, perchè egli non fece una 
danza pompeiana, bensì una danza alla pompeiana. Dipingendo in 
un gran quadro, né avendo i mezzi per fermarvisi a lungo, egli 



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- 324 — 

ricorse alle forme del mondo antico e con esse espresse senti- 
menti moderni. La forma classica é sempre un espediente per sal- 
varci dalle difficoltà che incontra l'arte nel dipingere la vita 
odierna. Incaricate l'Andreotti di fare una donna dopo il ballo, 
una donna al passeggio e vedrete che ve la fa tale e quale è al 
Borghesi o alle Cascine. Ma ditegli : via, coraggio, una festa da 
ballo. La volontà c'è, l'ingegno non manca, ma come mettere in 
movimento cento sottane, con gente in giubba e coi pantaloni 
a tromba? L'arte vi tende, manca però di mezzi. Se ciò scu- 
sa gli artisti per un lato, per l'altro gli obbliga a tentare, a 
studiare, studiare e ristudiare, cosa che va loro poco a sangue. 
Quando il Dello voleva risolvere le difficoltà prospettiche non an- 
dava a letto e si dimenticava perfino di desinare I Se il sig. An- 
dreotti si fermasse alla Danza Pompeiana, a quello stile eccletico, 
illuderebbe tutti coloro, e non son pochi, che su di lui hanno ri- 
posto tante belle speranze. Egli è stato forte d'aprirsi una via 
propria fra gli Accademici e gli Avveniristi; coraggio, allarghi 
il suo stile e tenti ritrarre nelle forme moderne la nostra vita, i 
nostri sentimenti. Studio, ingegno n'ha dimolto e buona qualità. 

Rientrando nelle sale dell'Esposizione m'esce la voglia d'andare 
avanti. Ecco là cento personaggi; eppure, togliete qualche qua- 
dretto facile a trovarsi dovunque, il resto son cose da non si cre- 
der possibili. Povera Italia, e tu, ridente Toscana, ancora gioconda 
e bella, che siete diventate nelle menti oscure di questi artisti? 
Sempre in burrasca, nebbie eterne, nuvoloni, monti squallidi sotto 
cielo tetragginoso, giallognolo, turchino, perfino verde, mari ne- 
ri, pianure, città, viali senza sfondo, privi di prospettiva e di vi- 
suale. Né si creda ciò renda viva l'immagine di qualche stranez- 
za fantastica; tutto tace nella morta natura. Qualcuno la senti, 
restò ammirato d'una bella occhiata la dipinse e riesci. Ed ecco 
la Marina di Portici ed il quadro del sig. Telemaco Signorini, 
magnifico, pittoresco quanto l'altro è delicato e gentile. Perchè il 
quadro? non ha titolo? Voglio raccontare un fatterello che 
prova l'elevatezza dell'intelligenza di chi presiede a quell'espo- 
sizione. 

Un castello antico, sul davanti uno scalone tutto rovinato, a de- 
stra un argine di terra erbata, che fiancheggia una stradacela 
ripidissima, quasi borro, la quale va su dritta e fa capo dietro 
casa. In cima dello scalone un muricciuolo con due ragazzucci 
cenciosi. Tutto è animato, la luce sfarzosa che batte sulla bianca 
argilla e si riflette limpidissima; i sassi che rotolano, le mura 




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— 325 — 

crepolate^ il castello nell'austerità medievale^ superbo e maestoso 
in tanta miseria, e la strada tutta in isconquasso, sul ripieno poca 
erba ma viva; l'insieme una scena stupenda che colpisce e fer- 
ma. Io mi trovava dentro quella terra; quel castello nero fra le 
rovine, in mezzo allo splendore della luce, sempre giovane e ri- 
dente mi agitavano, mostrandomi il contrasto fra la decrepitezza 
delle opere nostre e l'eterna gioventù della natura, la grandezza 
medievale e il suo abbandono per parte di generazioni chiamate 
ad altr'opere, il genio che ammira e ferma nella tela scene e ri- 
cordi che non debbono passare. Quel castello abbandonato, cadente 
in mezzo ai campi toscani, commosse l'artista che lo rappresentò 
ricordo d'una vita che morta nella realtà rivive nell'arte e nel 
pensiero. Ebbene, mentre sono agitato da tanti sentimenti quella 
piccola tela m'inalza a si alte idealità, guardo il catalogo e leggo: 
/ dissidenti di Leonardo da Vinci. Come ? I dissidenti? o se non 
c'è nissuno. Compare un'amico e mi dice : un errore di stampa ; 
deve dire : discendenti. Peggio che mai ! che il Vinci ebbe per 
discendenti una torre ? Le mie idee si arruffavano e non racca- 
pezzava più un numero. Allora mi si spiegò il rebus. Bisogna sa- 
pere che ì premi non si danno al più bel lavoro, ma al più gran 
soggetto. Un'anno tocca al paesaggio, un'altro al quadro storico 
e via su su a vicenda come si trattasse di seminar grano o di 
montar la guardia. L'anno di Santo Paesaggio dite che Raffaello 
presenti la Trasfigurazione o il Norlini la Battaglia di S. Mar- 
tino, premio di prima classe non c'ò. La natura umana é più 
arguta dei regolamenti, inventa un sofisma e te li cheta vera- 
mente bene. Il Signorini, fatto il quadro, dovette torturare il cer- 
vello, per farlo entrare nella categoria del Santo Protettore, e ri- 
corse ad un titolo che contraddice al lavoro, ma contenta il capo 
vuoto de'promotori, unica, condizione per riportare il premio. 

Si cessi dal considerar l'arte cosi materialmente, smettetela con 
questa gerarchia che negherebbe al Bartolini il premio per la 
sola disgrazia di esser nato scultore e non pittore, guardate me- 
no ai soggetti e più all'arte. Libero crei l'artista quel che gli 
pare e piace, libero il cuore nostro di provar gioie a cui l'arti 
sta stesso non pensò, ma che la sua opera fu capace di produrre. 
Non imprigionate nelle angustie d'un soggetto, d'un nome ciò che 
è ideale e deve sollevare all'idealità. Nella palestra dell'arte come 
nel circo degli atleti premiate il primo, il più forte senza doman- 
dargli quant'anni ha e come si chiama. L'opera sua ò bella? vi 
agita ? vi muove l'animo, il pensiero ? appaga tutti col fascino 




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— 328 — 

dei colori, Tarmonia del disegno ? E perchè volete imporgli di 
dire a tutti ciò che voi soli sentite? Se un lavoro non è capace 
di fecondar l'animo di tutti, di svegliare in ciascuno sentimenti 
nuovi, non è opera d'arte, ma di mestiere ; il quadro non vai 
più d'un paio di scarpe. Il nome è nulla, diceva il Goethe, è rom- 
bo, è fumo che intorbida il cielo — Gefùhl ist aUes. Eppure vi 
son tanti che non la pensano cosi: il guaio è che ad essi spetta 
l'ufficio di giudici f 

Gli artisti hanno fatto però una cosa santa liberandosi da que- 
sti avanzi d'arcadia e di privilegio, aprendo da se stessi un'espo- 
sizione permanente, nella quale il solo giudice è il buon senso del 
pubblico. Cosi facevano i nostri vecchi; stavano consociati, però 
uno non dipendeva dall'altro, e colla libertà individuale s'arrivava 
a fare quel che si fece. Oggi anche questa s'è alquanto affievolita 
e r arte ne risente. Ad un' altra volta lo studio di questo feno- 
meno. 

Dott. Pier Leopoldo Cecohi. 



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-^ 327 — 



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REVUE LITTÉRAIRE FRÀNCMSE 



CHRONIQUE LITTÉRAIRE 



École, V^ avril 1875. 

SOMMA IRE. — Les romans nouveaux: — La dame à Vmllet ronge, 
par M. Jules Janìn, I voi. in-18. — Gavotte^ par M. Paul Féval, 1 
voi. in-18. — Madame Eugenio, par M. Champfleury, l voi. in-18. 
— Fromonf jeune et Risler atné, par M. Daudet, 1 voi. in-18. — La 
conquéte de Plassans; — Nouveau contes à Ninon, par M. E. Zola, 
2 voi. in-18. — Le Brigadier Frédéric, par M. Erckmann-Chatrian, 
1 voi. in-18. — Flavieny par M. Henri Rivière, 1 voi. in-18. 

Six mois à peine, se sont écoulés depuis la mori de Jules Ja- 
nin, et l'on a déjà fouillé, — non sans succès, — au fond de ses 
cartons. Son habile et dévoué secrétaire, M. Pleclagnel, en a tire 
d'abord une intéressante sèrie de documents biographiques, et la 
digne veuve du célèbre feuilletoniste nous offre aujourd'hui un 
joli roman inédit intitulé la Dame à VosiUet rouge (1). Le sujet 
pour ètre simple n'en est pas moins piquant, il s'agit de Taima- 
ble Adele de la Villetardieu qui entame une lutte difficile devant 
le parlement pour disputer un héritage considórable à des parents 
cupìdes et influents. ]glle vient à Paris « Solliciter » ses juges, 
comme on disait jadis^ et dès le début elle se heurte à un jeune 



(1) 1 voi. in-18 ehez Maury. 



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— 328 — 
puritain, Tavocat general, M. de Frémiet qui refuse obstinément 
la vìsite de la belle plaideuse. Elle laisse sa requète et s'en va; 
puis au bout de quelques jours la cause étant en état, les plai- 
doiries commencent et c'est le fameux Nicolas Gerbier qui porte 
la parole contre la pauvre Alle. Cependant l'avocat general se 
lève; il parie sans passion, car il ignore encore si l'héritière est 
jolie, mais il est si éloquent et la cause est si bonne que tout 
l'art de Gerbier ne saurait prévaloir: « si bien, ajoute doctement 
le romancier, que la Cour de Paris brisant les motifs des pre- 
miers juges, Mlle de la Yilletardieu fut maintenue en possession 
de ses domaines paternels... » On disait dans ce temps-là: « Ri- 
gueur de ToiUouse, humanilé de Rouenjustice de Paris, » Après 
la victoire, le triomphe I les amis de M. de Frémiet lui offrent 
un banquet au célèbre cabaret de la Cornemuse et Tentrainent 
ensuite au bai de l'Opera... e Notre avocat general, dit l'auteitr, 
avait toujours resistè à ce travers universel; mais ce soir-là il 
ne savait rien d'impossible; seulement il oublia qù'il avait le droit 
au masque, et comme il était perdu dans cette foule, à visage 
découvert, — pas un ne remar quant sa présence, — il fut abor- 
de par une grande et frèle personne, en domino noir et masquée... 
Elle tenait à la main un bel osiUet rouge qu'elle offri t au jeune 
homme... Ils se promenèrent longtemps dans le foyer de l'Opera. > 
Ainsi qu'on doit le supposer, la dame a Tceillet rouge n'est au- 
tre qu' Adele qui, avant de s'humaniser s'amuse à torturer un ins- 
tant l'austère magistrat dont elle n'a pu forcer la porte. En dépif 
des instances de Frémiet elle n'a pas consenti à òter son mas- 
que, et Tinfortuné partirà malade pour la campagne; mais par 
bonheur « sur le bord d'une rivière dont le flot silencieux mor- 
dait amoureusement de belles prairies » une filile cbarmante ne 
tarde point à paraltre portant à son corsage un brillant oeillet 
rouge. Avant de s'enfuir à la vue du jeune homme elle aura soìn 
de lui jeter son bouquet, et l'avocat general recevra bientòt une 
lettre ainsi conine: 

« Que je suis désolée, Monsieur, d'avoir gagné mon procès, 
gràce à vous ! Car enfin, si je l'avais perdu, vous ne m'eussiez 
pas ferme votre porte sans me voir, corame vous l'avez fait. // 
aurait hien fallu me consoler; et je vous jure, sur mon àme et 
sur Dieu, qu'il m'eùt été bien plus doux d'ètre consolée par vous 



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- 329 — 
qae de tenir de vous ma fortune. Que voalez-vous que je fasse 
de ma fortune sans vous ?... Àdieu^ puisque je ne puis dire à re-» 
voir I Soyez heureux méme dans mon malheur. » 

« Adele de la VUletardieu. > 

Voilà, convenons-en une déclaration matrimoniale assez singu- 
lière... Mais quoi! nous sommes en plein dix-huitième siede, et 
]es gens d'esprit de ce temps-là ne s'étonnaient pas pour si peu. 
Souhaitons dono bonne cliance aux deux jeunes amants et fólicitons 
les mànes souriants du vieux Janin qui, à soixante-dix ans son- 
nés et presque mourant, a su improviser cette jolie bluette. 

Gomme Tauteur de YAne mori et des OaUés champétres, la 
plupart des romanciers qui ont illustre le règne de Louis-Phi- 
lippe sont déjà rentrés dans le silence et l'ombre, mais parmi ceux 
qui ne se contentent point de survivre à eux-mémes, il en est 
un qui vient de nous surprendre par un rajeunissement imprévu, 
et en lisant Gavotte (1) je me suis reportó aux belles annóes de 
Paul Féval et à ses brillants débuts qui promettaient à la France 
un écrivain si distingue. Il tarda peu, par malheur, à succomber 
aux séductions de la littérature industrielle et c'est à la Bourse 
seulement qu'on a pu assigner une valeur quelconque à ces gran- 
des machines qu'on nomme le Fils du diàble, Mme GU-Blas, etc; 
aussi ai-je éprouvé une vive sensation de plaisir en retrouvant 
le conteur d'autrefois dans ce petit récit si simplement écrit, si 
fortement intrigué que Tauteur place dans la bouche du baron 
Taylor, le fameux philanthrope: 

Deux banquìers s'adoraient; une fille survint 
Et voilà la guerre allumée... 

Villermoy et Charlemagne, nos deux financiers, se disputent, jen 
effet, la possession de la séduisante fruitière Gavotte et sont bien 



(1) 1 voi. in-18, chez Dentu. 



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— 330 — 
Tainement jaloux l'un de Tautre car la belle enfant accepte des 
deux mains sans accorder à ses soupirants autre chose que des 
apparences. Cette « rouée innocente » a une idée fine^ elle veut 
se procurer, — en tout bien tout honneur, — assez d'argent pour 
corrompre les geòliers d'un pauvre artiste qui aspire à l'épouser 
et qu'un crime commis par amour a fait envoyer au bagne. Mais 
Pierre Champ, c'est son nom, a déjà rompu ses fers; et a couru 
à Paris pour faire appel h Tarnour de Gavotte, puìs au moment 
de se presentar devant elle il a eu un remords, il s'est dit qu'un 
reprìs de justìce ne pouvait associer une femme à son déshon 
neur, et dans un accès de désespoir est alle se pendre dans la fo- 
rèt de Fontainebleau. Par un hasard providentiel le philanthrope 
Taylor se trouve là pour couper la corde et en sauvant ce sui- 
cide il signe sans s'en douter l'arrét de mort des deux banquiers 
ses amis, car à peu de temps de là Pierre, averti par la rumeur 
publique, attiro dans un piège ceux qu'il considero comme les cor- 
rupteurs de sa fiancée et disparait avec eux dans la Seine. Et 
Gavotte? se domande l'auteur en tète du dernier chapitre; Ga- 
votte toujours charmante mais dont les cheveux ont bianchi en 
une seule nuit, Gavotte dit adieux aux amours et sous le costu- 
me de soBur de charité expiera jusqu'àr la fin de ses jours ces 
trois meurtres involontaires. Cette histoire qui semble sinistre 
lorsqu'on l'exposé en bloc et en deux mots, et qui est remplie 
d'ailleurs de situations fort dramatiques, est égayée pourtant ca 
et là pas des scènes d'un comique excellent. En laissant à part le 
personnage de Gavotte qui péche selon moi par excès de naive- 
té, on ne saurait qu'admirer la perfection des types représentés 
par les deux banquiers gastronomes, l'artiste Pierre Champ et le 
carabin Ladumat. Oavotte, pour tout dire, est une des oeuvres les 
mieux réussies de l'auteur, et le fécond romancier doit des remer- 
ciements à M. John Lemoinne qui, en lui demandant un roman- 
feuilleton, l'a contraint de rentrer dans la bonne voie et d'appor- 
ter à son nouveau travail ces soins consciencieux qui ont jadis 
assuré le succès des Conles de Bretagne et de la QuUtance de 
minuiL 

Auri sacra farnesi si M. Féval n'eùt par tenu à gagner le 
plus d'argent possible, il aurait écrit sans doute une demidouzai- 
ne de chefs-d'oeuvre^ car il a beaucoup de talent et ses théories 



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— 331 — 

littéraires soni parfaitement saines. Il faut reconnattre là l'in 
fluence de l'epoque et du milieu, vu qu*en 1840 on n'avait encore 
inventé ni la vilaine chose qu'on nomme réalisme, ni le vilaln 
mot qui sert à Texprimer. Dix ans plus tard le niveau moral de 
la France s'ótait prodigieusement abaissé et tandisque nos pein 
tres ea renom barbouillaient de petites toile pour les petits bou- 
doirs bonapartistes, l'étoile de M. Champfleury grandissait lente- 
ment à Thorizzon. Ce n'est certes pas moi qui médirais de cet 
écrivain que j'estime à sa juste valeur, mais c'est bien pour lui 
qu'a été compose le vers fameux: 

L'esprit qu'on veut avoir gate celui qu'on a... 

On peut appliquer cette maxime à tous ses romans, et toujours 
elle semblera vraie. On a beau le compromettre pourtant, le ta- 
leni reste et il y en a beaucoup non pas seulement dans les Bour- 
geois de MolmchaU, mais méme dans ce volume de riouvelles qui 
tire son nom du récit princìpal: Madame Eugenio (1). Ce petit 
roman constitue une oeuvre assez vulgaire et qu'on lit pourtant 
jusq'au bout sans trop se préoccuper des nombreuses invraisem- 
blances. Thérèse et Juliette, ces deux femmes du monde qui vi- 
vant avec des étudiants sans que les pères, les frères les maris, 
tous très-vertueux pourtant, paraissent les gèner le moins du 
monde, cette blonde et cette brune qui contrastent par le carac- 
tère comme par la couleur de leurs cheveux, nous offrent deux 
types qui seraient intéressants s'ils n'étaient un peu trop poussós; 
quant au dénoùment, il arrivo parco qu'il faut bien que ce qui 
a commencé ait une fin, mais il est comme on va le voir mèdio - 
crement sensé, Thérèse, en effet, meurt de chagrin parco qu'elle 
ne peut mettre son mari à la porte, bien qu'elle soit pleinement 
autorisée à introduire l'amant' de son clioix sous le toit conjugal; 
et Mme Eugenio quitte son cher André parce que celui-ci est 



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(l) 1 voi. in-18, Charpentier. *^ 

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- 332 — 
las d'un concubinage qui dure depuìs trois ans et que le lecteur 
trouve déjà bien long. Farmi les autres nouvelles, il en est qui 
sont inférieures encore à Mme Eugenio; le Marronnter et la 
Sonnette de M. Berloquin sont deux bouffonneries assez miséra- 
bles; les Deux hras de la Vénus de Milo, coupable satire à l'a- 
dresse de'M. Revaisson. ne m'ont nullement récréé, mais je dis 
et je pense un bien infini des deux autres récits qui ont pourti* 
tre: le LientenarU Valentin et Les deux amis. Dans le premier 
.comme dans le second la mise en scène est peu do chose, mais 
on se sent constamment ému et charme^ et lorsqu'il les composa, 
l'autéur était certainement sous le coup de la gràce efficace. Ces 
nouvelles sont l'équivalent de l'or pur qu'un artiste habile sut 
bien dégager d'un amas d'alliage^ et rien que pour les lire les 
connaisseurs s'empresseront d'acheter le volume. 

Un autre ouvrage qui ne s'achète pas seulement^ mais qui sten- 
le ve, on peut le dire, c'est le joli roman qui a pour ti tre Fro- 
moni jeune et Risler atné (1). Cette rubrique, heureusement trou- 
vée, renferme une antithése que Tauteur, M. Àlphonse Daudet, 
développe et soutient jusqu'au bout avec une véritable puissance 
et nous n'aurions à lui reprocher qu'un dénoùment par trop lu- 
gubre et quelque invraisemblances qui pour avoir été introduites 
à dessin n'en sont pas moins répréhensibles. Mais n'anticipons 
pas et donnons en deux mots une légère idée de ce brillant vo- 
lume. Au moment où s'ouvre le rócit, Risler, associa récemment 
à la maison Fromont, vient d'épouser à plus de quarante ans une 
jeune Alle pauvre, la séduisante et perverse Sidonie Chèbe. Cet 
ennemi domestique une fois introduit dans la place, de sinistres 
péripéties ne tardent pas à se produire et, négligeant Claire sa 
charmante femme, George Froraont se precipiterà tète baissée dans 
les lacs de l'astucieuse Risler qui le ruine par ses folles prodi- 
galités. C'est en vaia que le vieux caissier Sigismond appellerà 
à son aide l'ingénieur Frantz Risler qui, domine lui-mème par 
Sidonie, se retirera honteusement san rien révéler à son frère. 



(l) 1 voi. in-18^ Charpentier. 



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— 333 - 

Celui-ci ne sortirà de son aveuglement qu'à la velile d'une catas- 
trophe presque inévitable, et après avoir sauvé l'honneur de la 
maison Fromont, gràce à un suprème et sublime effort, il se tue- 
ra après avoir acquis la conviction qu'il a été trahi par les 
deux ètres qu'il aimait le plus au monde. Ce récit qui se termine 
d'une facon si tragique, est tout plein de scènes vigoureuses et 
de charmants détails, et les type de femmes sont généralement 
concus avec un rare talent. Claire Fromont, Désirée Delobelle, 
Sidonie Chèbe sont des personnages bien vivants et qu'on ne sau- 
rait oublier pas plus que le pére Chèbe, le caissier Sigismond et 
le Comédien Delobelle, trois silhouettes copiées d'après nature et 
reproduites avec une fidélité prodigieuse; mais, quoì qu'en aient 
dit les admirateurs de M. Daudet, il est deux de ses héros qu'il 
faut absolument remettre à la forme au risque de bouleverser 
toute l'economie du roman. Comment admettre, en eflfet, que ce 
vieil émployé si positif et si méticuleux qui a été associé à la 
maison Fromont précisémeùt pour guider les premiers pas d'un 
enfant frivole et débauché, comment admettre dis-je, que ce vieux 
routler scus prétexte' de s'occuper d'une invention nouvelle, laisse 
la fabrique à Tabandon, accepte sans les contróler des comptes ri- 
dicules et ne prenne mème pas la peine de causer de loin en lo in 
avec le caissier? Un tei excès d'aveuglement n'est point nature! 
et Ton voit trop que l'auteur a besoin de gagner du teraps afìn 
de nous retracer plus à loisir les hideux déportements de Sidonie, 
cette ^Messaline égarée dans une fabrique de papier peint. Quant 
à Frantz Risler, cet autre industriel froid et sage comme doit 
Tètre un fils de la Suisse allemande, nous ne saurions supposer 
qu'il ait contribué personnellement au déshonneur de son frère; et 
lorsqu'il est bafoué par Sidonie en dépit des pièces compromettan- 
tes dont il est possesseur, il semble que rien ne doive Tempècher 
de tout révéler puisqu'il est venu d'Afrique pour cela. Si l'on veut 
bien, toutefois, fermer les yeux sur cette doublé invraisemblance 
on ne pourra que se rallier à l'opinion generale qui assimile l'oeu- 
vre nouvelle de M. Daudet aux compositions les plus estimées de 
Balzac. Il est fàcheux seulement qu'en reproduisant jusqu'à un 
certain point les qualités du maitre, le jeune romancier en ait 
aussi singulièrement exagéré les défauts. Il ne faut pas se le dis- 
simuler; dans Fromont jeune et Risler atné, c'èàt le style qui est 



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— 334 - 

la partie faible, et l'auteur nous dira par exemple sans sourciller 
que € chaque matin le jeune Frantz partati à VÉcole centrale, » 
Cela me rappelle cette autre phrase exquise d'une jeune pari- 
sienne qui disait ingénùment. « C'est un homard qu'on m'a fait 
cadeau l » Mais lorsqu'on a eu le malheur de naitre dans la ville 
de France où l'on parie la langue la moins correcte; il faut sa- 
voir se résigner comme les provinciaux à apprendre Tidiorae na- 
tional « par raison démonstrative » et nous sommes persuade que 
M. Daudet, qui est déjà un penseur, finirà par étre un écrlvain. 

Disciple de Balzac, M. Daudet peut étre considéré comme un 
modéré, voire mème comme un róactionnaire, car si l'auteur de la 
Peau de Chagrin revenait au monde il serait certainement épou- 
vanté des audaces de la nouvelle école. M. Emile Zola le « réa- 
liste » en vogue semble en efiet affectionner de plus en plus les 
teintes sombres, et dans son dernier volume: la Conquéle de Plas- 
sans (1) les principes de la morale se confondent absolument avec 
ceux de Thistoire naturelle. Qu'est-ce en réalité que cet abbé Fau- 
jas, ce conquérant d'un nouveau genre, sinon une espèce de jetta- 
tore, un homme qui exerce à distance ou de près sur ses belles 
clientes une sorte d'influence magnétique? Et qu'est-ce que Mar- 
the, l'héroine du livre, sinon une pauvre créature dominée par 
une puìssance pbysique fatale et qui arri ve à la dévotion par l'àys- 
térisme? Écoutez plutót: 

« Le ciel était gris, Téglise s'emplissait d'un lent crépuscule. 
Dans les bas-còtés, déjà noirs, luisait l'étoile d'une veilleuse, te 
pied dorè d'un chandelier, la robe d'argent d'une vierge; et, en- 
filant la grande nef, un rayon pale se mourait sur le chéne poli 
des bancs et des stalles. Marthe n'avait point encore éprouvé là 
un tei abandon d'elle-mème; ses jambes lui semblaient comme 
cassées; ses mains étaient si lourdes qu'elle les joignaìt sur ses 
genoux, pour ne pas avoir la peine de les porter. Elle se laissait 
aller à un sommeil, dans lequel elle continuait de voir et d'en- 
trendre, mais d'une facon très-douce, les légers bruits qui rou- 
laient sous la voùte, la chute d'une chaise, le pas attardò d'une 



(I) 1 voi. in-18, Charpentier. 



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— 335 — 

devote, rattendrissaient^ prenaìent une sonorité musicale qui la 
charmait jusqu'au ccBur; tandis que les derniers reflets du jour, 
les ombres montant le long des piliers comme des housses de 
serge, prenaient pour elle des délicatesses de soie changeante, 
tout un évanouissement exquìs qui la gagnait, au fond duquel 
elle sentait son ètre se fondre et mourir: puis, tout s'éteignit 
autour d'elle. Elle fut parfailement heureuse dans quelque chose 
d'innomé... » 

Dans cette jolie page nous n'en sommes encore qu'aux débuts de 
la dévotion et de la maladie, Tauteur les fera progresser de front 
avec une véritable habilité, et lorsque l'infortunée Marthe en se- 
ra arrivée aux convulsions elle sera tout près de devenir une 
sainte. On reconnait là Tabus du système adopté par l'auteur, mais 
on ne peut nier qu'il ait apportò une admirable vigueur dans la 
peinture de certains caractères. L'abbé Faujas est un beau carnas- 
sier et dès qu'il se présente on se sent fremir au qontact de cette 
force occulte qui se déguise sous les déhors d'une humilité af- 
fectée. Pour tirer tout l'efifet possible de ce type largement con- 
cu, M. Zola a fait pourtant plus d'une fois violence à la réalité 
et s'est moins preoccupò de frapper juste que de frapper fort. Il est 
par trop évident qu'il a peu vécu avec le clergé et qu'il est mé- 
diocrement verse dans la connaissance de la hiérarchie ecclésias- 
tique, aussi pourrait-on l'arrèter à chaque pas et lui dire : cela 
n'est pas vrai, et ceci n'est pas vraisemblable. Mais le public n'y 
regarde par de si près et le monde religieux est d'ailleurs un 
monde à part inaccessible aux profanes. Ce qui a surtout inte- 
resse le lecteur et assuré le succès du livre, c'est la description 
exacte de la petite ville de Plassans et surtout celle d'un salon 
où certains commentateurs ont cru retrouver un petit club politi- 
que prèside par la belle-mère d'un ministre fameux, Quant à nous 
nous disons simplement qu'il y a dans ce livre beaucoup de talent 
mal employé et nous souhaitons vivement que l'auteur change 
de manière. Cette transformation est vraiment urgente, mais la 
publication des Nouveaux contes à Ninon (1) est là pour attester 



(1) 1 voi. in-18, Charpentier. 



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^ 336 - 
que M. Zola pQurra quand il voudra exécuter sans trop de diffi- 
culté ce changem^nt de front. Dans ce recueìl de nouvelles « à 
Teau de rose >, comme il est dlt dans la préface, il est plus d'un 
morceau exquis tei que tó Bain, — le Jeùne, — le Sermon du 
Vicajre, lesquels auraient pu ètre attribués facilement au Droz des 
meilleurs jours. Il y a aussi bien de l'agrément dans le court ro- 
man intitulé : Les quatre joumées de Jean Gjiirdon, Les amours 
de Jean et de Babet constituent une charmantis idylle^ le vieux 
Lazare est un bon type de cure de campagne et il eùt été à dé- 
sirer que ce récit se terminàt d'une facon moins lugubre. Quoi 
qu'il en soit néanmoins, ce volume sans prétention est celui d'un 
homme d'esprit et d'un homme de coeur et nous sommes bien aise 
d'apprendre que le sombre M. Zola sait se derider à l'occa&ion. 
Lorsque je lis ses gros livres, en revanche, il m'est impossible 
de ne par songer à M. Wagner et à ses compositions excentri- 
ques : tous les deux, le romancier et le n^usicien^ ont du talent, 
peut-ètre mème du genie, mais depuis longtemps déjà ils ont pu 
s'apercevoir que les grandes prétentions ne leur réussissaient pas 
et leurs plus belles pages comme leurs plus vrais succès sont dus 
à l'emploi de procédés ordinaires habilement maniés. C'est que 
dans la littérature aussi bien que dans Tart, la perfection est la 
compagne presque inséparable de la simplicité, et celuilà seul ne 
paraìt ètre vraiment créateur qui arrivo ainsi que l'auteur des 
mondes à faire quelque chose de rien. C'est ce tour de force sans 
cesse renouvelé et toujours accompli avéc aisance qui me charme 
dans certaines oeuvres contemporaines et notamment dans la sè- 
rie déjà longue de récits d'Erckmann-Chatrian, ces deux frères 
siamois qui nous offrent aujourd'hui le Brigadier Frédéric (1). 
Il ne s'agit en somme que d'un obscur employé de l'administra- 
tion forestière, d'un Alsacien expulsé par les AUemands en 1870 
et ce, sujet parait fort mince au premier abord; mais comme il 
est harmonieusement développé et avec quelle adresse les auteurs 
savent faire valoir les moindres incidents l Frédéric, digne fils de 
la vieille Alsace, est connu, aimé et estimé dans tout son arron- 



(1) 1 voi. in-lS, chez Hetzel. 



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— 337 — 
dissement. Pére d'une aimable fiUe, Marie-Rose, sur laquelle il a 
reperto toutes ses affections, il a découvert parrai ses subordonnés 
rhonnéte homme qui sera son gendre;, et arrivé à l'àge de la re- 
traite il entrevoit avec une douce émotion le moment òù il lui 
sera permis de jouir d'un repos honorable)nent gagné. Toute la 
première partie du roman est une ravissante idylle et tout ce qù'il 
y a de bonheur sur la terre semble s*étre abrité sous l'humble 
toit du forestier. Mais tout cela ne tient à rien, car il va sufflre 
d'un caprice d'en haut pour briser cette destinée et bien d'autres 
avec elle. Napoleon III et M. le due de Gramont ont décide qu'il 
fallait égorger quelques centaines de mille hommes pour ressai- 
sir le prestige perdu au Mexique et à Sadowa et déjà des syrap- 
tómes précurseurs de la guerre éclatent de toutes parts. Dans 
une réunion de chasseurs, le vieux Frédéric a entendu des propos 
insensés et les politiques au ccBur léger vont à Tetourdie se pre- 
cipiter sur TAllemagne en poussant follement au combat une poi- 
gnée d'hommes commandos par d'ineptes courtisans. Cette se- 
conde partie du récit revét sous la piume de MM. Erckmann- 
Chatrian un caractére vraiment tragique et Témotion qu'on éprou- 
ye est d'autant plus poignante que le ton du narrateur reste cons- 
tamment simple et naif; il compte ce qu'il a vu, et ce qu'il a 
vu est horriblement navrant. Il n'y a qu'un témoin oculaire qui 
puisse avoir une vague idée du désarroi de nos états^majors à cette 
epoque, et gràce aux fonctions spécialés qu'il remplissait alors, 
Frédéric peut se poser en accusateur et demander pourquoì on 
n'a pas mème tenté de défendre ces défilés des Vosges où quelques 
hommes déterminés eussent pu arrèter une armée tout entiére. 
Après rinvasion vint l'occupation avec ses conséquences dou- 
loureuse pour les pauvres Alsaciens qui, à de^ titres divers pou- 
vaient étre considérés corame fonctionnaires publics; et rien n'est 
plus saisissant que cette séance chez l'Obfoerster qui somme les 
malheureux forestiers d'avoir à prèter serment à la Prusse s'ils 
ne veulent mourir de faim. La réponse de notre brigadier était 
dictée par ses antécédents, et à partir de ce moment une incroya- 
ble sèrie de désastres va mettre à Tepreuve la constance et le 
patriotisme du brave Alsacien; c*est d'abord cette maison fores- 
tière qu'il faut abandonner, cette maison souriante que son beau- 
pére l'ancien brigadier habitait avant lui, h laquelle se rattachent 



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— 338 — 

tant de chers souvenirs; il va falloir transporter dana une ma- 
sure d'emprunt, ce mobilier modeste qui, tout insufflsant qu'il est, 
excitera pourtant la convoitise prussienne. Ce déménagement une 
fois opere, les scènes de^dueil vont se raultiplier. La belle-mère 
de Frédéric, cette vieille femme si alerte et si*bien portante jus- 
que-là s'affaisse tout à coup et meurt littéralement de désespoir; 
Merlin, le fiancé de Marie-Rose, quitte son pays pour aller rejoin- 
dre l'armée de la Loire, et après ce départ, les Prussiens exaspé- 
rés font main-basse sur le pauvre bétail de Frédéric dont la Alle 
recevra dans la bagarre un coup de crosse en pleine poitrine. On 
prévoit le dénoùraent. Frédéric, expulsé de TAlsace, verrà Marie- 
Rose s'éteindre lentement sous ses yeux. Il apprendra bientót la 
mort de Merlin tue dans le journée du Mans et il sera ainsi con- 
damné à survivre dans l'exil à tous ceux qu'il aimait. Cette his- 
toire du brigadier est d'autant plus attendrissante que tous les 
incidents en sont passablement vraisemblables et qu'elle est en 
somme celle de beaucoup d'autres infortunés sortis de cette Alsa- 
ce qui nous envoyait au lendemain de la séparation deux cent 
mille émigrants jaloux de conserver leur titreJde'Francais. Aus- 
si et plus encore que le joli volume satirique de M. About, Tou- 
vrage de MM. Erckmann-Chatrian deriendra populaire sur la ri- 
ve gauche du Rhin et l'influènce, d'un tei récit colporté de chau- 
mière en chaumiére se fera certainement sentir, le jour où les 
fautes accumulées des ministres prussiens auront fait déborder le 
vase où fermente le courroux de l'Europe. 

Dans leur dernier récit les deux conteurs des Vosges sont res- 
tés fldèles à leur vieille manière, qui est la benne, et je les en 
félicite; mais je n'oserais adresser le mème compliment à M. Hen- 
ri Rivière qui peut-ètre ferait bien de changer de méthode. Quand 
donc le jeune romancier, — comme on Tappelle encore bien qu'il 
friso la quarantaine, — quand donc cet ofl3cier de marine: 



Qui mores hominum multorum vidit et urbes, 



consentira-t-il à admettre les lecons de Texpérience et à persua^ 
der que roriginalité n'a rien de commun avec Tétrangeté? Son 



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— 339 — 
petit volume intitulé Flavien (1) est là, par malheur, pour nous 
démontrer que le coup de la gràce se fait encore attendre et que 
rheure de la conversioa ne sonnera certainement par d'ici à bien 
longtemps. Il y a pourtant dans ce livre une conception assez in- 
génieuse et qui. eùt été susceptible de beaux dévelOppements si 
Tauteur se fut berne à creuser son sujet au lieu de recourir, sui- 
vant sa fàcheuse habitude, au trompe-roeil et aux coups de théà- 
tre plus cu moins motivés. Il y avait là màtière en un mot à une 
piquante étude psychologique laquelle pourrait fort bien revètir 
la forme du roman, mais sous le spécieux prétexte de donner du 
corps à son récit M. Rivière l'a gate et l'a fait volontairement 
déscendre au rang des oeuvres les plus vulgaires. Une courte 
analyse de ce petit drame invraiserablable sufflra d'ailleurs à 
prouver que nos critiques n'ont rien d'exagéré. Le general d'Her- 
bet est un de nos plus brillaats divisionnaires;. il ne tiendrait 
qu'à lui de devenir maréchal de Franco, mais il vient de perdre 
son frère, riche manufacturier qui laisse une charmante-flUe or- 
pheline, et pour mieux remplir ses devoirs de tuteur notre he- 
ros soUicite sa retraite et va s'installer dans un des manoirs de 
sa jolie nièce Léonie. Tout ce début du récit est fort agréable- 
ment concu et M. Henri Rivière nous trace avec talent ce ca- 
ractère d'un grognard qui se transforme peu à peu en egoiste au 
sein de la felicitò et qui s'imaginerait volontiers que la pupille 
a pour mission unique d'entourer de ses soins un onde dévoué, 
qui lui a fait le sacrifice d'un si bel avenir. Léonie semble se plier 
sans difficulté à toutes les habitudes du vieillard, et cette situa - 
tion anormale pourrait se prolonger Indéfiniment si celui-ci n'a- 
vait un fils, séduisant capitaine de Chasseurs d'Afrique, lequel 
s'empressera d'accourir vrai Iwpus tnfabvda. Il va sans dire qu'Em- 
manuel fait beaucoup de chemin en peu de temps dans la voie qui 
conduit au marìage; imperceptiblement le general commence à se 
voir délaissé et une lutte sourde bien qu'inégale s'engage entre 
le fils et le pére qui n'ose s'avouer le sentiment qu'il éprouve et 



(1) 1 voi. chez Hachette* 



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-- 340 — 

cherche à gagner du temps en renvoyant à la majorìté de Léonie 
la conclusion de son mariage avec Emmanuel. Jusqu'ici le roman 
marche à merveille, et si l'auteur eùt su donner à ce drame in- 
time les développements qu*il comportait et arriver au denoùment 
d'une facon logique et naturelle, notre littérature compterait un 
petit chef-d'oeuvre de plus. Malheureusement, M. Rivière n'est 
point un penseur et pour se tirer d'affaire en cette conjoncture il 
n'a rien imaginé de mieux que de coudre à son sujet un incident 
des plus invraisemblables, ainsi qu'on va le voir. Le general, dans 
un accès de mauvaise humeur, part en effet pour Paris sous pre- 
teste d'y régler quelques affaires, et là il retrouve une espèce 
d'aventuriére, une comtesse Sampara, à laquelle il a fait la cour 
avec succés pendant le siège de Rome en 1849. Cette comtesse a 
un fils nommé Flavien qu'elle prétend ètre issu de leurs amours, 
et cette créature, dirigée par un misérable nommé le chevalier 
Griotti, manoeuvre si adroitement qu'elle réussit au bout de quel- 
ques semaines à épouser le general. lei débute en realité un nou- 
veau roman, et le pauvre Emmanuel n'aura plus à lutter seule- 
ment contre son pére qui n'est plus qu'un instrument inconscient 
entre les mains de la comtesse, mais, il aura en face de lui le 
jeune Flavien guide par la redoutable Griotti. Ce Flavien, dont 
Tauteur a cherché vainement à faire le héros de son livré, est 
un compose bizarre de tous les vices et de toutes les vertus; il 
est à la fois capable des plus noires infamies et susceptible de se 
réhabiliter par la plus généreuse abnégation, si bien que nous le 
voyons dans Tespace de quelques heures tenter de conquérir Léo- 
nie par la violence, puis dénoncer à cette méme jeune Alle, qu'il 
vient d'offenser si grièvement, les projets détestable de l'infame 
Griotti, Au moment suprème il prò voq nera le chevalier et le tuera 
pour assurer Tunion d'Emmanuel et de Léonie, et une fois de- 
barrasse de ce mauvais genie il s'engagera pour jamais dans le 
sentier de la vertu en passant par l'école de Saint-Cyr. On voit 
que cette seconde partie de l'ouvrage ne souffre mème pas la dis- 
cussion, Flavien, type ignoré jusqu'à nos jours par les profes- 
seurs d'anthropologie, Flavien n'intéresse point et sa conversion 
nous inspire une assez mediocre confiance. Griotti n'est pas au- 
tre chose qu'un borri ble traitre de mélodrame, et la comtesse 
Sampara une aventurière de la pire espèce. En dépit d'un dénoù- 



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— 311 — 

meni relativement favorable, l'esprit du lecteur n'en reste pas 

moins sous l'impression la plus pénìble, car toute cette famille ' ' . 

d'Herbel-Sampara se trouve dans une situation fausse : le general 4 

affiibié d'une aussi triste fémme est vraiment fbrt à plaindre, car -^ 

nous ne savons pas au juste si Flavien est le flls d'un homme ''i$ 

d'hónneur ou celui d'un gredin; -quant à Léonie et à son mari 

ils feront sagement d'habiter l'Algerie et de remettre le pied aussi 

rareraent que possible sous le toit paternel. Cette fln de roraan 

est bien étrange, mais cela se lit jusqu'au bout gràce à quelques 

scènes entraìnantes, et Ton est obligé de convenir, après tout, qu'en 

dépit de ses nombreux écarts, M. Rivière est un homme jde beau- 

coup de talent. 

Amédée Roux. 



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342 "- 



NOUVELLES DRAMATIQUES 



Comédie frangaise: — La fitte de Roland, drame en quatre 
actes et en vers par M. de Bornier. 

Il y avait longtemps que la Comédie francaise ne nous avait 
offert un long ouvrage en vers et la pièce de M. de Bornier, lau- 
réat des plus estimables, était attendue avec quelque impatience; 
nous allons voir qu'en dépìt de ce qu'il y a d'étrange, le sujet 
choisi par l'auteur, l'attente universelle n'a point été entièrement 
décue. Les deux premiers actes de ce drame se passent dans un 
chàteau de la frontière saxonne, et nous sommes chez le comte 
Amaury lequel n'est autre que la fameux Ganelon dont la trahi- 
son causa le sanglant échec de Roncevaux. Tout le monde le croit 
mort, et cache sous un faux nom il ne songe plus qu'à gagner 
le ciel, quand un incident singulier le remet en présence de la fa- 
mille Roland à laquelle il était allié du reste gràce à son secood 
raariage. Le propre fils d' Amaury- Ganelon, le brave Gerald, vient 
en effet de délivrer sa cousine tombée dans une embuscade de sa- 
xons et la fiUe du martyr de Roncevaux est déjà éprise de son 
sauveur. On seni ce que cette situation a de poignant, mais bien 
qu'accablé sous le poids de son secret, Amaury n'ose le confier à 
Gerald, et à la fin du second acte nous voyons Gerald s'acherai- 
ner avec le due Nayme de Bavière vers la cour de Tempereur. Au 
commencement de Tacte suivant nous sommes à Aix-la-Chapelle, 
et l'entourage de Charlemagne est en émoi ,• un émir sarrazin est 
venu d'Espagne pour défier le chevaliers francs, il possedè l'épée 
de Roland, la fameuse Durandal qui doit étre le prix du combat, 
mais tous les chevaliers qui se sont présentés dans la lice ont 
été vaincus et personne n'ose plus se mesurer avec le farouche 
enfant de Mahomet. Gn volt que Gerald arri ve fort à propos; il 



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— 343 — 
aura l'honneur de vaincre sous les yeux de son souveraìn et pour 
prix de la glorieuse victoire on lui offrirà sans balancer la main 
de la charmante Berthe. Mais alors, par malheur^ Ganelon se 
croit obligé d'intervenir et de se présenter à Charlemagne pour 
procéder à un aveu complète. L'empereur, fort ennuyé d'avoir à 
s'occuper encore de ce vieux traitre, consulte les étoiles et le sort 
de Ganelon est bientòt flxé: après le mariage de Gerald, il pren- 
dra la robe de pélerin et s'en ira mourir en Palestine. Mais he- 
las I on ne peut cacher à Gerald qu*il est le flls de son pére et 
associa à l'infàmie d'un traitre ; il va se sentir indigna de s'u- 
nir à la fiUe d'un héros. La situation semble inextricable et c'est 
ici que Tauteur a été fortement inspirò. Toute la cour est ras- 
sembléé, et parmi les seigneurs présents personne n'ignore que 
Gerald est fìls de Ganelon^ mais la honte se lave dans le sang ; 
aprés le glorieux' exploit qu'il vieni d'accomplir ils s'empressent 
autour de lui et le due Nayme, le vieux compagnon de Roland, 
prend le premier la parole: 

Honneur à toi, Gerald I Ton triomphe d'hier 

A racheté l'honneur de ton pére. Sois fler, 

Car devant toi, héros que la faveur divine 

Nous a donne, moi, prince et vieillard, je m'indine. 

Après Nayme, c'est le dernier fils du baron Angelier mort à 
Roncevaux qui s'approche de Gerald et qui lui tend la main. Puis 
le Chevalier Geoffroy s'avance avec son frère: 

Hugon et moi, Gerald, nous sommes les neveux 
De Turpin, nous serons tes frères si tu veux! 

Tous entourent le jeune brave, tous lui crient: « sois fieri » 
Berthe lui engagé de nouveau sa foi, et Charlemagne saisissant 
Durandal, la donne au brillant chevalier qui l'a reconquise. 
Mais au milieu de tous ces témoignages de sympathie et d'admi- 
ration Gerald est reste pensif et c'est lui qui, prenant la parole à 
son tour, va nous indiquer le vrai dénoùment: 

Laissez-mois m'expliquer devant vous, 

Devant Tempereur, Berthe, ainsi que devant tous. 



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— 344 — 

Oui, sine, le bienfait, cette faveur insigne 

C'est en les refusant que j'en puis ètre digne ! 

J'entends là cette voix qui né saurait mentir; 

Je suis le flls du crime et non du repentir ! 

Afln qu'aux yeux de tous la lecon soit plus haute, 

Je veux que le malhenr soit plus grand que la fante. 

Et le pére sera d'autant mieux pardonné 

Que le fils innocent se sera condamné 1 

Sans cela l'on dirait, en citant mon exemple, 

Que rexpiation ne fut point assez ampie. 

Et j'aime mieux briser mon coeur en ce moment 

Que d'ètre un jour témoin de votre étonnement I 

Oui, vous-mèmes, vous tous qui plaignez mes souffrances, 

Vous qui me consolez de mes orribles transes, 

Peut-ètre cet élan de vos coeurs généreux 

S'arréterait bientót à me voir plus heureux f 

Mon pére s'exilait: nous partirons ensemble.. 

Il sied que le destin jusqu'au bout nous rassemble 

Que mon malheur du moins serve à tous de lecon 

Pour mieux vaincre à jamais l'esprit de trahison, 

Songez à vos enfants! songez que d*un tei crime 

Votre race serait Téternelle victime. 

Et que tous les remords, tous les pleurs d'ici-bas, 

Toutes les eaux du ciel ne l'effaceraient pas! 

Ce sont là de nobles sentiments et le sujet étant donne ce dé- 
noùment était le moins mauvais des dénoùments possibles. Mais 
un auteur dramatique ne saurait courir impunément après le pa- 
radoxe, et le drame si bien versifié de M. de Bornier est un long 
tissu d'invraisemblances. De tous ses personnages Gerald est le 
Seul qui constitue réellement un type remarquable et nous féli 
citerons en terminant M. Monnet-Sully qui a tire de ce ròle tout 
Teffet qui l'auteur en pouvait attendre. 



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3tó- 



NOUVELLES ET FAITS DIVERS 



— La commission administrative de l'Institut a approuvé le 
compte de rAcadómie frangaise pour l'année 1874. Voici à ce su- 
jet quelques détails intéressants. Chaque membre de TAcadémie 
touche à titre d'indemnité et de droits de présence, une somme 
annuelle 1500 francs, soit 60,000 fr. pour les quarante membres. 
Le secrétaire perpétuel touche en outre 6000 fr. Les cinq mem- 
bres de la commission du Dictionnaire Msiorique de la langue 
frangaise recoivent une indemnité supplémentaire et annuelle de 
1200 fr., soit 6000 fr. Les travaux du Dictionnaire et les frais 
s'élèvent à 6000 fr.; la publication du recueil des Mémoires et 
discours coùte 2000 fr., les ports de lettres, 1500 fr. A ce total 
de 83,500 fr., il faut ajouter la part qui revient à TAcadémie 
francaise dans les dépenses communes aux cinq Académies, dépen- 
ses qui s'élèvent encore à 82,500 fr. On répartit ainsi cette som- 
me: Prix biennal fourni par le décret du 11 aoùt 1869 : 10,000 fr., 
Bibliothéque : employés 19,000 fr.; gens de service, 2400 fr .; achat 
de livres, reliure, 2000 fr.; secrétariat: employés, 21,400 fr.; gens 
de service 5020 fr.; ports de lettres, fournitures de bureaux, 6280 
fr. Bois, luminaire, mobilier, voitures, illuminations, frais de sé- 
ances publiques. 

— L'Institut a nommé son bureau pour 1875. M. Lefael de l'A- 
cadémie des Beaux-Arts a été élu président; Vice-présìdents : 
MM. Patin de TAcadémie frangaise, M. Maury des Inscriptions et 
Belles-Lettres; M. Baudrillart des sciences morales et politiques; 
M. Frémy de TAcadémie des Sciences. M. Delaborde de l'Acadé- 
mie des Beaux-Arts a été nommé secrétaire. 

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- 346 — 

— Il est ouvert par rAcadémie des BeauxArts un concours de 
poesie dont le sujet est une scène lyrique destinée à étre mise en 
musique par les concurrents au grand prix de Rome en 1875. Catte 
scène à trois ou à deux personnages, doit donner matière à un 
solo plus ou moins développé pour chaque personnage, à un duo 
et, en outre, à un trio si la scène est à trois voix ainsi qu'à des 
récitatifs reliant ces différents morceaux. Une médaille de cinq 
cenis francs sera accordée à l'auteur de la scène choisie comme 
texte du concours. L'auteur devra se mettre à la disposition de 
la section de njusique de TAcadémie des Beaux-Arts pour faire 
les changements jugés nécessaires. Les pièces de vers devront étre 
adressées, par paquet cachete, au secrétariat du conservatoire na- 
tional de musique et de déclamation, avant le 20 mai, terme de 
rigueur. Les pièces de vers ne seront pas signées. Chaque pièce 
porterà seulement une épigraphe reproduite sur un pli cachete 
contenant le nom et Tadresse de Tauteur. Ils ne sera recu que 
des pièces inédites. Les manuscrits ne seront par rendus. 

— M. E. Desjardins a lu récemment au sein de TAcadémie des 
Inscriptions et Belle-Lettres un Mémoire intitulé: Des divisions 
de l'Italie inscrites sur la Table de Peuiinger. L'auteur se pro- 
pose plus spécialement de répondre à cette questioni Qu*étaU-ce 
que les onze régions d* Auguste? « On considère communément, 
dit M. Desjardins, la TaJ)le de Peutinger comme une carte rou- 
tière de VOrUs romanus, et Ton neglige trop souvent peut-ètre 
les indications que renferme ce monument touchant sa géogra- 
phie physique ou sa géographie politique. Quoi qu'il en soit^ c'est 
à tort que Marmest assigne une date unique, Tannée 230, à la 
Table de Peutinger; il est plus probable qu'elle ait été moditìée ou 
retouchée à plusieurs reprises. M. Desjardins motive cette maniè- 
re de Toir et discute ensaite la composition des régions, les noras 
inscrits le long des routes et diverses autres particularités. Il re- 
cherche et cite enfln les textes dans lesquels les régions ont été 
mentionnées. Mais quelle était leur signification? L'auteur pro- 
cède par voie d'élimination. Étaient-ce des ressorts judiciaires? 
Non ; car du temps d'Auguste, il n'y avait pas d'instance inter- 
mediare entre la justice municipale et les tribunanx suprèmes de 
Rome. Étaient-ce des circonscriptions domaniales ? non plus ; car 



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— 347 — 

es domaines ne formaient pas un territoire continu. Les proprie- 
tés de la Couronne étaient nombreuses et considérables, mais dis- 
persées sur Tensemble du pays. Ce n'était pas non plus une di- 
vision faite en vue de Tentretien des routes, car les curaiores 
viarum ne s'exergaient pas dans des districts délimités, mais par 
route, puisqu'on trouve des curatores viae Cassice, viae Flami- 
niae, viae Appiae etc, M. Desjardins croit que les régions avaient 
un but statistique, des agents spéciaux y étant chargés de cen- 
traliser les opérations du cens et du cadastre faites par les mu- 
nicipalités à des époques déterminées. L'auteur clte de nombreux 
teites à l'appuì de cette opinion. 



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- 348 — 



NECROLOGIE 



Oa annonce !a mort de M. Paul Fouchet qui a succombé à une 
inflammation d'entrailles dont il avait Tessenti quelques jours au- 
paravant les premières atteintes. Auteur dramatique, rendu cé- 
lèbre par les drames populaires de Jeanne de Naples, du Pacte 
de Famine, des Chevaux du Carrousel et de la Bande noìre oeu- 
vre de sa jeunesse, cet homme laborieux s'était fait critique dra- 
matique successivement à la France, à V Opinion nationale et à 
la Presse, Il était à la fois le rédacteur des lettres politiques de 
V Indcpendance belge et sufflsait à la diversité de ces difierentes 
tàches par une activité infatigable. La critique dramatique perd 
en lui un juge de goùt et de sens, et la Presse un écrivain dis- 
tingue, qui honorait sa profession autant par son talent que par 
son caractère. 



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— 349 



BULLETIN BIBLIOGRAPHIQUE 
et annonces littéraires 



Mme de ChoisetU et son tempsj 
étude sur la société francaise à la 
M du dix-huitìème siècle, par M. 
J. Grasset, président à la cour 
d'appel de Montpellier; 1 voi. in-8 
chez Didier. 

La duchesse de Choiseul a óté 
sans contredit une des femmes les 
plus aimables et les plus sympa- 
thiqaes du dernier siècle et le peu 
qua nous connaissions d'elle par 
sa coprespondance avec Mme Du 
Deffant nous faisait souhaiter vi- 
vement de détails biographiques 
plus complets. C'est cette lacune 
que vient combler, en partie du 
moins, rintéressant ouvrage de M. 
le président Grasset et la duches- 
se a trouvé dans Taustère magis- 
trat un admirateur qui doit étre 
jaloux à distance du bon abbé 
Barthélemy. C'est que Mme de 
Choiseul était réellement une ra- 
vissante petite personne, car elle 
aséduit Walpole lui-méme, ce froid 
Anglais qui à son sujet s'exprime 
en ce termos des plus honorables: 
« La duchesse de Choiseul, écrit- 
il, — et nous reproduisons ce por- 
trait biea qu'il soit parlout» — la 
duchesse de Choiseul n'estpasjo- 
lie, mais elle a de beaux yeux. 
C'est un petit modèle en ciré qui, 
peiidant ^ quelque temps n'ayant 
pas eu la permission de parler, 
sous prétexle qu'elle an était in- 
capable, a contraete une modestie 
qui ne s'est point perdue à la cour 
et une hésitation qui est compen- 
sée par le plus intéressant son de 
voix effacé par Texpression la plus 



convenable. Ah ! c'est la plus gen- 
tìUe, la plus honnète petite créa- 
ture qui soit jamais sortie d*un 
oeuf enchanté, si correcte dans ses 
expressions et dans ses pensées, 
d'un caractére si attentif, si bon I 
Tout le monde Taimel » — Et 
ailleurs: « Elle a une jolie figure, 
pas très jolie; tonte sa personne 
est un petit modèle; gaie, modes- 
te, pleine d'attention, avec la plus 
heureuse propriélé d'expression, 
une remarquable promptitude de 
jugement et de raison; vous la 
prendriez pour la reine d'une allé- 
gorie qu'on craint toujours de voìr 
finir autant qu'un amoureux, si 
elle voulait en admettre un, pour- 
rait souhaiter d'en voir la fin. > 
Mais la duchesse ne se laissait ja- 
mais allez aux frivoles amours. 
Ange du dévouement et de la ré- 
signation, elle ne pensait qu'au 
bonheur des autres et vécut dans 
la société la plus indisciplinée sans 
que jamais le plus léger soupcon 
soit venu effleurer sa réputation. 
Elle excusait les fautes de son 
mari ; elle n'avait que de la ten- 
dresse pour sa vieille et incorré- 
gible amie, Mme Du Deffant; elle 
se pliait dans ses rapports avec 
Mme de Pompadour aux exigen- 
ces de la politique et de la recon- 
naissance de M. de Choiseul; mais 
elle était si simplement vertueuse 
elle -me me que les amis les plus 
intimes et ies moins scrupuleux^ 
óprouvaient en sa présence la me- 
mo impression que le doux et ti- 
mida autear du Yoyage d'Ana- 



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■V 



- 350 - 



charsis. Mais elle avàìt dans sa 
vertu quelque chose de vif qui res- 
semblait à la passioni: a Les coeurs 
froids sont réprouvés, disait-elle, 
Je ne sais s'ìls brùleront dans Tau- 
tre monde, mais je suis sùre quMls 
sont glacés dans celui-ci, ils sont 
morts avant que de nattre. Lajea- 
nesse est dans le feu. » On com- 
prend que cette noble femme à la 
fois ardente et contenue était des- 
tinée surtout à faire le charme 
d'une société intime. Mme de Choi- 
seul, en effet, n*appartenait à au- 
cune coterie; son salon n'a point 
été un centre llttéraire ; elle ai- 
mait peu les philosophe, son in- 
fluence sur les idées et les moeurs 
de son temps a étó nulle. A Ver- 
sailles comme dans le triomphant 
exil de Chantaloups, elle a ftii les 
grands róles qu*elle voulait laisser 
à M. de Choiseul; elle n'a été la 
première que dans les réunions 
privées. Cast là que M. le prési- 
dent Grasset est alle la chercher 
et qu'll a su la peindre avec une 
simplicité émue qu'elle aurait pré- 
férée à toutle reste. Quelques traits 
heureux lui ont suffi pour faire re- 
vivre autour de Mme de Choiseul 
les accessoires nécessaires à la 
netteté et à Texactitude de sa 
physionomie mais c'est sur sa phy- 
sionomie elle-méme que M. Gras- 
set a épuisé ses plus fines et ses 
plus douces couleurs. Il n'a negli- 
gé aucun détail pour nous faire 
connaitre tout ce qu'il y avait de 
sensibilité, d'esprit et de raison 
dans cette femme un peu negli gée 
jusqu*ici parlessiens et par l'his- 
toire et sa curieuse biographie 
sera recherchée avidement par 
tous ceux qui ne réprouvant pas Tan- 
cien regime, se plaisent à Tétudier 
ailleurs que dans les diatribes de 
ses détracteurs systématiques. 



Samson et ses élèves, conférence 
de M. Ernest Legouvé, 1 voi. in-18 
chez Hetzel. 

Cette publication de M. Legouvé 
se rattache à bon droit à ce pre- 



mier volume des Conférences 
parisiennes qui vient (chez le mé- 
me libraire) d'arriver à sa 4® édi- 
tion. Tant de gens aujourd'hui 
n'arrivent à rienl Le mèrito de M. 
Legouvé, c'est d'avolr un parti- 
pris sur toutes les questions qui 
touchent à l'art, au théàtre, à la 
famille, j'allais dire à la politique; 
mais sa politique, à lui, n'estpas 
comme celle des autres. Elle ne 
comporte ni la violence ni l'aigreur, 
ni Torgueilleuse exclusion, ni l'i- 
dolatrie de ses idées aux dépens 
de la patrie. Tout au plus se per- 
met- il, contro les adversaires de 
ses opinions (il en a de très arré- 
tées), l'inofifensive épi grammo. Il 
n'en faut pas trop ; mais k un au- 
teur dramatique, qui peut refuser 
le castigai ridendo? M. Legouvé 
fait de la satire un emploi aussi 
modéré que délicat. En résumé, 
ses entretiens tournent toujours à 
la morale, k l'humanité, au eulte 
de la patrie et de la liberté; — 
et ils vous amusent pardessus le 
marche. Lisez dono, vous qui n'as- 
sistiez pas à la dernière conféren- 
ce de M. Legouvé, et méme vous 
qui Tavez entendue, lisez son écritl 
L'orateur ne vous devait qu'une 
heure de plaisir : il vous en donne 
deux. Àvec son public, il ne compte 
pas. 



Dictionnaire des sciences philo- 
sophiques, par M. Ad. Franck, avec 
le concours de Musium, membre 
de rinstitut. Première livraison 
in 8 chez G. Bailliòre. 

Plus de vingt ans se sont écou- 
lés depuis que ce livre a paru tout 
ontier pour la première fois, mais 
il n'a pas fallu tout ce temps pour 
répuiser. De pressantes sollécita- 
tions en appelaient bien aupara- 
vant une édition nouvelle, qui était 
en grande partie préparée quand 
les événements de 1870 ont force 
M. Franck à l'ajourner. Ce retard 
n'a pas été perdu pour son oeu- 
vre. Sans se croire obli gè d'intro- 
duire aucun changement essentiel, 



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351 — 



ancone modification generale dans 
la rédaction primitive, il avait un 
certain nombre d'articles à rem- 
placer, d'autres, dans une plus 
grande proportìon, à ajouter ; les 
renseignements bibliograpliiques à 
compléler par tous les oavrages 
mi8 au jour dans ce dernier quart 
de siècle. Une énumération détail- 
lée de ces additions et substitu- 
tions serait ici superflue; nos lec- 
teurs les reconnaltront dans le 
corps de Touvrage. Mais il en est 
quelques-unes qui, plus propres 
que les autres à donner une idée 
de ce trayail de révision, nous ont 
paru dignes d'ètre signalées. La 
place que dans la première édi- 
lion Tauteur pouvait donner à 
Aristote sans manquer aux pro- 
porlions qui lui étaient imposf^es 
s'esttrouvée absorbèe tout entìè- 
re par la biograpbie et la biblio- 
graphie de ce philosophe. Son sa- 
vant traducteur qui avait bien 
voulu se charger de cette teche, 
et qui Ta complétée dans le pré- 
sent volume, n'a rien laissé à dire 
sur ce doublé sujet. Mais il restait 
encore à faire connaìtre, dans ses 
traits les plus caractéristiques et 
les plus essentìels, et dans les ef- 
fets principaux de sa longue domi- 
nation, la philosophie méme qu'A- 
ristote a fondée. Dans un article 
qui a pour titre: Philosophie pé- 
ripatéticienne^ cette lacune a étó 
comblée avec autant d'éruditlon 
que de talent par M. Ch. Leveque. 
Un autre membre de Tlnstitut et 
du haut enseignement, qui avait 
déjà concouru pour une part im- 
portante à la rédaction de la pre- 
mière édition, M. Paul Janet, a 
rem place Tarticle Devoir, écrit 
dans un esprit trop systématique, 
par un article nouveau, plus con- 
forme k Timpartialité du vrai phi- 
losophe. Une substitution sembla- 
ble, inspirée par le méme motìf, a 
eu lieu pour les arlicles: Bien, 
Anthropomorphisme Honnéte, Ins- 
tinct, etc. Farmi les noms nouveaux 
dont la mort a permis à M. Franck 
de prendre possession, il y en a 
certainement beaucoup d'obscurs. 



mais il y en a aussi d'éclatants^ 
fournis en proportion inégales par 
les nations familiarisées avec les 
études philosophiques, et d'autres 
qui sont particulièrement chers à 
la Franco. Nous nous contenterons 
de citer ceux de Cousin, Rosmini, 
Shopenhauer, Stuart Mill, Gioberti, 
lialuppi, Hamilton, Balmès, Dono- 
so Cortes, Ballanche, Auguste Com- 
te, Pierre Leroux, Jean Reynaud, 
Gratry, Buchez, Bordas-Dómoulin, 
Bautain, Damiron, Garnler, Saisset, 
Lamennais. Nous nous absteoons à 
dessein de tout ordre hiérarchique 
et de tonte classlflcation dans cette 
énumération rapide. En somme, 
Tauteur a fait ce qui était en son 
pouvoir pour ne rien omettre d'im- 
portant et ne rien laìsser subsis- 
ter de défectueux: aussi croyons 
nous que ce dictionnaire, qui, sous 
sa nouvelle forme est destine à 
rendre de si grands Services, sera 
accueilli favorablement par tous 
les amis des sciences philosophi- 
ques. 



Ces Messieurs et ces Barnes y 
par E. Navarro, 1 voi. ln-18, chez 
Leroix et Cie 

M. E. Navarro est sicilien, et je 
lui en fais mon compliment, car 
les sicilìens sont généralement gens 
d'esprit^ mais ce qui le distingue 
de l'immense majorité de ses com- 
patriotes c'est qu'il manie la lan- 
gue franeaise avec une facilitò des 
plus renaarquables. Il parait en 
outre connaìtre à fond notre litté- 
rature et le joli volume que nous 
avons sous les yeux prouve quMl 
a étudié soigneusement notre ca- 
ractère national ai usi que nos pe- 
tits travers. Nous croyons dono 
que cette sèrie de piquantes es- 
quisses faites d'après nature sera 
bien accueillie du public et nous 
souhaitons bonne chance à ce pe- 
tit recueil International si agróa- 
blement illustre d'ailleurs par 
notre spirituel dessinataur Hadol. 



^Comment les evtpires revien^ 



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f 






- 352 — 



neni! par M. Albert Doroy, 1 toL 
clies Laebaod. 

Camment lei empire* revien- 
nentl tei est le titre d*aiie bro- 
ebare qae patii e Tao de corypbées 
da parti de l'appel aa people. Tao 
des plas iotr^pides lieatenants de 
M. Roaber, l'bonorable M. Alliert 
Daray. Cette rabriqoe est déja bien 
Instmctive, mais le public gagnera 
beaacoap à ne pas s'eu tenir a 
Texamen de la cooTenore et noas 
rinvitoos /ortemeot à promener 
ses regards indiscrets ao travers 
des cbapitres intitalés: 1^ La «u- 
périorilé de noire principe ; ^ Les 
fautet et Vimpuissance de nos ad- 
versaires; 3 La réacUon produi- 
te par les calomnies cantre l'em- 
pire — Toutes ces thèse sont ba- 
biiement développées dans un style 
académique avec une apparence 
de convictioD qui fait frissonner 
et je ne serais pas ótonné si i'on 
m'affirmait que la lecture de cet 
opuscnle a cootribué a la conver- 
Sion presque ìnstantanée de M. 
Gambetta. Nous trouvons là enef- 
fet force paragraphes des plus per- 
fides à Tadresse dn centre droit 
et plus d*nn de ses membres a 
peut-étre enregistré avec une sc- 
erete complaisance les promeses 
accumulées dans le passage sui- 
vant: < L'empire restauré, dit M. 

< Albert Duruy, mettra son hon- 

< neur à rallìer les classes diri- 

< geantes; il comprendra qu'ilne 

< sauraìt étre fort et durabie, 
€ ayant déjà le peuple, qu'en for- 
€ q&nt le suffrage de la bourgeoi- 
€ sie. Le temps n'est plus où le 
€ TierS'Etat devait étre tout ; mais 

< ce serait une grande faute de le 
€ réduire à n'étre rien qu'un foyer 

< d'opposìtion. Et cette faute , 

< le troìsiòme empire ne la com- 
« mettra pas. Il gouvernera sui- 

< vant le mot de notre leader, 

< avec fermeté mais avec modé- 

< ration. Il ne proscrira personne; 
« la république a laissé rentrer en 

< Franco les princes d'Orléans: 

< ils y sont, quMls y restent. L*em- 
€ pire ne serait pas^ comme on l'a 

< dit, une petite chapelle, mala 



€ one grande égMf»^ largement 
€ oorerte à toos oeox qui Toodront 
€ entrer, accessible à tootes les 
€ capacit<^s, a toutes les éuergies, 
€ noe église Tnsie comme la place 
€ de la Concorde et disme d'en 
« porter le nom. > A moios poar- 
tant que M. Doniy^ à rexemple 
d*un certain nombre de des core- 
li^ionnaires, ne pretende y faire 
entrer aussi la Commane afin de 
la décbatner au besoin sor le boar- 
geois félon qui troavera quelque 
cbose a redire à cette constitu- 
tion que les bonapartifttes déOois- 
sent compiei samment en ces ter- 
mos signi ficatifs: i^ Tempi re com- 
me avant 1850. » Quoi qu'il en 
soit de nos conjectares plus oa 
moins hasardéci^ il est au moins 
un conseìl que nous voulons donner 
en finissant à M. Albert Duruy 
c'est d'inst^rer en appendice k la 
procbaine édition de son livre, le 
fameux rapport de M. Savary. 



Uorganisation électorale et re- 
présentatice de tous les pays ci- 
vilisés, par M. Charbonnier, 1 voi. 
in-8 cbez Guillaumin. 

Meme au lendemain de la dis- 
cussion des lois con.<^titutionneIles 
et du succès ioespéré qu'elles ont 
obtenu, nous croyons devoir at- 
tirer Tattention de nos lecteurs 
sur Texcellent ouvrage qu'a publié 
récemment M. Charbonnier sur Tor- 
ganisation électorale de tous les 
pays civilisés. C'est un résumé à 
la fois succi nt et complet de tou- 
tes les Constitutions menare hiques 
ou républicaines qui fonctionnent 
en ce moment avec plus ou moins 
de succès dans les diverses par- 
ties du monde, et nous ne con- 
naissons point pour notre part d'ou- 
vrage plus propre à donner à ré- 
fléchir aux gens qui croient enco- 
re à la vertu des panacées poli- 
tiques, qui sMmaginent ceux-ci 
qu'il suffit de proclamer la répu- 
blique à perpétuité,ceux-làde faire 
un roi ou un empereur, pour assu- 
rer le bonheur d'une nation. Hélas I 



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— 358 - 



le problème à résoudre n'est pas 
si simplel II y a sans doute des 
ÌDstitutìons qui valent mieux les 
unes que les autres, mais il n'en 
est point de parfaites, et surtout 
il n'en est point qui aient par el.- 
lea-mémes la propriélé de fai re le 
bonheur des peuples. La Suisse, les 
Etats-Unis, le Chili, nous montrent 
le parti qu'une population suffl- 
sammènt éclairée et de sens ras- 
sis peut tirer d'une rópublique, 
tandisque, d'un autre coté, l'An- 
gleterre, la Belgique, la Hollande, 
l'Italie nous fournissent Texenaple 
de monarchies qui comptent par- 
mi les meilleurs gouvernements. 
Ce n'est par à dire néannaoins 
que le choix des institutions soit 
indiffèrent , il y a des systèmes 
électoraux, pas exemple, dont l'ex- 
périence a démonlré les vices; il 
y en a d'autres au contraire, dont 
elle a attesté la supériorité et 
parmi ces derniers on peut citer 
tous ceux qui, à des degrés divers 
reposent sur le principe de laré- 
présentation proportionnelle des 
intéréts. L'expérience a démontré 
ancore, jusqu'à en faire un axio- 
me politique, la nécessité de l'u- 
nite du pouvoir exécutif et de la 
duali té du pouvoir législatif. Mais 
nous ne voulons pas plus que l'au- 
teur de l'organi sation électorale 
ne l'a ftiit lui-méme discuter les 
institutions qu'il décrit, et nous 
renvoyons à l'ouvrage lui-méme les 
hommes spéciaux qui se plaisent 
aux dóbuts constitutionnels et tout 
particulièrement les conscien- 
cieux députés qui vìennent de nous 
doter du regime républicain, et 
desquels on est encore en droit 
d'attendre un loi électorale su 
périeure à celle dont nous nous 
sommes si mal trouvés jusqu'à ce 
jour. 



Correspondance de P. J, Prou- 
dhon, précédée d'une notice par 
M. Langlois (1837-1849) 3 voi. in-8 
chez Lacroix. 

Il est bien peu d'hommes qui 



aient été de nos jotirs plus dìscn- 
tés que le fameux auteur du livre 
sur la propriété. Tandisque des 
fanatiques le considéraient comma 
une sorte de prophète infaillible, 
il inspirait d'autre part, — et bien 
à tort, — le dédain et l'horreur à 
la grande majorité des personnes 
appartena'nt aux classes supéiieu- 
res. Ce n'est ni si haut ni si bas 
qu'il fiiut piacer un homme aussi 
incomplet que Proudhon; et sa cor- 
respondance qui vient de parailrje 
va nous le montrer entìn sous son 
véritable jour, bonhomme au fond 
avec toutes sortes dedéfauts dés- 
agréables. Les preraières lettres 
remontent à l'année 1837 alors 
que le jeune Bisontin était sur le 
point d'obtenir de l'Académie de 
sa ville natale la pension Suard 
qui devait le mettre pour quelques 
années au-dessus du besoin. Ce 
premier succès, fort modeste d'ail- 
leurs, conquis de haute lutte, il 
semble que cet adolescent va se 
jeter dans le monclp offlciel qui lui 
ouvre les bras, mais c'est préci- 
sément au lendemain de la victoire 
que va se trahir le caractère ori- 
ginai et indépendant de notre hé- 
ros et il est curieux de l'entandre 
fulminar contre les gens qui s'in- 
téressent à lui et voudraient le 
voir s'élever d'une facon normale: 
< J'ai recu dit-il les compliments 
de plus de deux cents personnes ; 
de quoi pensez-vous qu'on ma fé- 
licite surtout? De la presque cer- 
titude que j'ai maintenant, si je le 
veux, de faire fortune, et de par- 
ticiper à la curée des places et 
de gros appointements ; d'arriver 
aux honneurs, aux postes brillants; 
d'égaler, sinon peut-étre de sur- 
passer les Jouffroy, Pouillet, etc. 
Personne ne vient me dire: « Prou- 
dhon, tu te dois avant tout à la 
cause des pauvres, à l'affranchis- 
sement des petits, à Pinstruction 
du peuple; tu seras peut-étre en 
abomination aux riches et aux 
puissans; ceux qui tiennent les 
clejfe de la science et de Plutus te 
maudiront; poursuis ta route de 
réformateur à traverà les perse- 



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-^354 - 



cutions, la calomnie^ la douleur et 
la mori méme; croìs aax desiinées 
qui te soot promises, mais ne va 
pas préférer au martyre glorieux 
d'un apòtre les jouissances et les 
chaines dorées des esclaves. Se- 
rais-tu vaincu par les flatterles, 
les séductions du plaisìr et de la 
fortune? Toi, enfant da peuple, 
fUius faòrì! ... » — Je suis op- 
presse des honleuses exhortations 
de tous ceux qui m'environnent. 
Quelle fureur du bien-étre maté- 
riel ! Quel abject épicuréisme je 
voÌ3 partenti » Voìlà bìen ce ton 
d'outrecuidance juvenile, qui^ chez 
Proudhon persisterà jusqu'à la fin 
et qui Ta rendu hai'ssable aux yeux 
de tant de gens ; mais il n'est pas 
rare en revanche de trouver dans 
la correspondance de notes atten- 
dries. En dópit de cette intoléran- 
ce qui choque dans la plupart de 
ses ouvrages, il sut acquerir et 
conserver des amis tels que Berg- 
mann et Ackumann, et dans l*in- 
timité il se transformait au point 
de devenir mécf>nnaissable. Qui ne 
serait touché par exemple en li- 
sant ce fragment de lettre où le 
lutteur déja fatiguó nous parie de 
son bonheur domestique, de sa 
femme et de ses enfants? < J'ai 
épousé à quarante ans, écrit-il, une 
jeune et pauvre ouvrière, non par 
passion, tu congois de quelle na- 
ture sont lues passìons ; mais par 
sympathie pour sa position, par 
estime pour sa personne, parce 
que, ma mère morte, je me trou- 
vais sans famille; parce que, le 
croiras-tu? à défaut d'amour, j'a- 
vais la fantaisie du ménage et de 
la paternité I Je n'ai pas fail d'au- 
tres réflexions. Depuis quatre ans, 
la reconnaissance de ma femme 
ma valu trois petites filles blon- 
des et vermeilles, que leur mère 
a nourries et élevées elle-méme, 
et dont Texistence remplit aujour- 
d'hui presque toule mon àme. Qu'on 
me dise tant qu*on voudra que je 
me suis conduit avec imprudence; 
qu'il ne suffit pas de mettre au 
monde des enfans^ quii faut les 
élever et les do ter; ce qui est sur, 



c'est que la parternité a combló 
en moi un vide immense, qu'elle 
m'a donne un lest qui me man- 
quait et un ressort que je ne me 
suis jamais connu. ì> N'était-ce pas 
lui, en outre qui dans un moment 
d'épancbement disait à Bergmann: 
« Je ne suis pas heureu^ sans dou- 
te ; mais pas un riche, pas un de 
ces beureux du sìècle n'aura été 
aussi bien partagé que moi du co- 
té de Tamitié ! » Voilk un de ces 
élans du coeur dont les lecteurs 
des oeuvres de Proudhon ne Tau- 
raient pas cru susceptible carH ré- 
servait pour eux toutes les mani- 
festations d'un caractère aigri par 
la lutto et tous les sopbìsmes 
qu'infante d' ordinaire Tamour- 
propre en spuffrance. Le principal 
mèrito de cette correspondance 
resulto précisément de ces révé- 
lations mtimes qui nous montrent 
rhomme sympathique sous le pam- 
phlétaire bargueux, rébabiliteront 
jusqu'à un certain point aux yeux 
de la poslérité un écrivain qui n'a 
fait que du mal en aspirant sin- 
cèrement au bien, et nous ne pou- 
vons qu'adbérer pour notre part 
à ce jugement de Sainte-Beuve qui 
disait en parlant de ce recueil en- 
core inódit; « Ce sera son oeuvre 
capitale; faites-la connaitre, c'est 
le moment. > 



Epreuves et luties d'un volon- 
taire neutre, par Jobn Furley, 
membro de la société nationale bri- 
tannique pour le seceurs des ma- 
lades et des blessés de la guerre, 
président du comité de Paris, tia- 
duit de l'anglais par Mme E. de 
Villers, 1 voi. in -8, cbez Dumaine. 
Mme de Villers a voulu acquit- 
ter une dette en traduisant l'ou- 
vrage de M. John Furley sur les 
epreuves et les luttes de la socié- 
té nationale britannique pendant 
la guerre contro la Prusse et con- 
tro la Commune. Si le gouverne- 
ment anglais, est reste en effet 
pendant la durée de nos désastres, 
slngulièrement froid sinon com- 



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— 355 — 



plètement indifférent, nous.devons 
en revanche beaucoup de recon- 
naissance à la nation anglaise 
qui nous a donne à cette epoque 
tant de t^moignages efficaces de 
la plus généreuse sympathie. La 
guerre était h peine commencée 
que la Société britannique dont la 
reine Victoire est la presidente, 
organisait de nombreux coraités où 
hommes, fenomes, enfanls rivali- 
saient de dévouement et de zèle 
« Jamais, dit avec raison M. Fur- 
ley, la pitie pour ceux qui souf- 
frent ne s'était manifestée d'une 
manière plus generale et plus 
spontanee. En quelques jours six 
millions étaient encaissés et tou- 
tes les classes de la société con- 
fondues dans un méme sentiment, 
s'unissaient pour réparer aulant 
que possible les désastres de la 
guerre. Le cornile britannique, au 
début surtout, ne faisait, il est 
vrai, aucune différence entro les 
combattants, et les blessés des 
deux camps avaient également 
droit à ses soins. Mais si rien 
dans les actes du condite n'a trahi 
ses secrètes pr(^férences, il suffit 
de lire le livre de M. John Furley 
pour s'apercevoir que la Franco 
avait toutes ses sympathies, et 
nous aimons à penser que les im- 
pressions de cet bomme de bien 
ont été ressenties par un grand 
nombre de ses compatri otes. Jus- 
qu'à Tarmistice, il a vécu avec 
les Prussiens, il est reste au dqì- 
lieu d'eux à Versailles, il les a 
donc vus de très-près et le por- 
trait qu'il nous en donne senable 
trace par une main francaise. Il 
décrit avec indìgnation leurs prò- 
cédés violents et inhumains; il se 
plaint des entra ves qu'une admi- 
nlstration toujours méfiante op- 
posaìt aux sociétés internationales 
de secours aux blessés et voyons 
comme il parie des incendies de 
Bazeille et de Mf^zières; « Mon 
coeur se serre, écrit-il, en pensant 
que des centaines de personnes 
ont dù porter la peine de quelques 
actes isolés comnais par ceux qui 
dans leur ignorance avaient cru 



pouyoir aider les soldats de leur 
pays. Cette ignorance est bien 
excusable. Si jamais TAngleterre 
se voyait soumise aux malheurs de 
IMnvasion, j'espère qu'on me trou- 
verait parmi ses ignorants!! » 
Fouvrage de M. Furley se divise 
en deux parties; la première dont 
nous avons déjà parie a pour tì- 
tre. La France au milieu des Al- 
lemands, M. Furley raconte avec 
une grande simplicité les scènes 
dont il a été témoin, et ces scènes 
sont tellement gravées dans nos 
mémoires quMl est impossible de 
les retrouver sans émotion dans 
son livre. On revoit les champs 
de bataille de Paris et ceux de 
l'armée de la Loire. Les incidents 
persounels à Tauteur se mélent à 
la description des horreurs de la 
guerre ; les Mémoires particuliers 
s'ajoutent à Thistoire et donnent 
aux événements une sorte de réa- 
lité douloureuse qu'ils n'ont point 
toujours dans les récits généraux. 
La seconde partie de Touvrage, 
hélas ! est ìniìiuìée: Paris à Vin- 
térieur et à Vextérieur durarti la 
Commune. M. Furley ne nous avait 
par quittés à Tarmistice, son oeu- 
vre n'était par encore terminée. 
Il est le premier qui soit parvenu 
à introduire des vivres dans Pa- 
ris, et il s'occupait pour complé- 
ter sa mission à distribuerdes se- 
mences aux fermiers francais dont 
les champs avaient été foulés par 
l'invasion. Puis pendant le second 
siége est rentré dans la place in- 
vesti e de nouveau et a observé de 
près les désordres de la Commune. 
11 ne faut donc pas s'étonner si sa 
sévérité pour la France augmente 
en passant de Tinvasion à la guer- 
re civile: « Après six mois passés 
en France, dit-il, durant la cri se 
la plus pénible de son histoire, 
ceux qui me connaissent et à l'o- 
pinion desquels je tiens le plus 
me rendront ce ju>'te témoignage 
que, pendant ces deux mois de la 
Commune, je m'identifiai, en vie 
et en sentiment, avec ceux au mi- 
lieu desquels je vécus, et si j'ai 
outrepassé les lìmìtes que je m'é- 






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— 356 — 



taìs tracéòs, en laìssant écbapper 
quelques mots amers, il ne faut 
rattrìbuer qu'à mon attachement 
pour la France, attachement que 
ses malheurs ne flrent qu'accrol- 
tre. » Tous les lecteurs de M. Four- 
ley s'empresseront de lui accordar 
le témoignace qu'il demande, son 
livre est celui d'un ami de la Fran- 
ce et c'est à cet titre sans doute 
que Mme de Villers l'a traduit. 
Elle s'est d'ailleurs acquittée di- 
gnement de sa tàche et le succès 
qu'obtient cette traduction sera la 
plus digne récompense de son zòle 
patriotique. 



Histoire de France contèe à mes 
petits enfants, tome IV, in-8 chez 
Hachette. 

Depuis quelque mois déjà M. 
Guizot estdescendu dans la tombe, 
mais le grand homme d'état qui 
pensait lui aussi comme le vieìlle 
Arnaud « que Thomme a bien as- 
isez de l'éternitó pour se reposer, » 
le rénovateur profond et ingéniéux 
de notre histoire nationale ne s'est 
pas endormi du dernier sommeil 
sans achever ToBuvre capitale dont 
la composition avait été son su- 
prème effort, et le quatrième vo- 
lume que nous offre aujourd'huì la 
maison Hachette ne sera point con- 
sidéré comme inférieur aux pré- 
cédents. Nous parlerons bientót 
avec quelque étendue de ce beau 
travaii, mais en attendant cette 
analyse qui sera peut-etre différée 
de quelque mois, non croyons de- 
voir détacher de cet attrayant 
récit un long et intéressant frag- 
ment qui constitue un jugement 
des plus remarquables sur Tépo- 
que iroublée qui suivit immédiate- 
ment la mort du grand Henri: 

« Henri IV était aussi clair- 
voyant sur sa femme que sur son 
fils. Les personnes qui connais- 
saient le mieux le caractère de Ma- 
rie de Médicis et qui en jugeaient 
avec le plus d'indulgence, disaient 
d'elle, en 1610, quand elle avait 
déjà trente-sept ans: « qu'elle 



était couragease, hautaìne, ferme, 
discrète, glorieuse, opiniàtre,vin- 
dicative et méfiante, disposóe à la 
paresse, peu curieuse des afTaires, 
et n'aimant de la royauté que la 
pompe et les honneurs. » Henri 
n'avait pour elle ni goùt ni con- 
fiance, et dans son ìntime ménage 
il avait eu avec elle de fréquentes 

querelles En 1600, lors de son 

marìage, elle avait amene, de Flo- 
rence à Paris, Léonore Qaligai, 
fiUe de sa nourrice, et Concino 
Concini, mari de Léonore, flls d'un 
notai re florentin, tous deux gres- 
sièrement ambitieux, avides, vani- 
teux, et décidés à profìter de leur 
situation nouvelle pour s'enrichir 
et s'élever sans mesure et à tout 
prix. Marie leur donnait à cet é- 
gard toutes les facilités qu'ils 
pouvaient désirer; ils étaient ses 
cofldens, ses favorìs, ses instru* 
mens, pour ses propres afTaires 
comme pour les leurs. A ces ser- 
viteurs intimes et subalternes vin- 
rent bientót se joindre des grands 
seigneurs, des hommes de cour, 
ambitieux et vaniteux aussi, égois- 
tes, brouillons, que la fort et ha- 
bile main d'Henri IV avait tenus 
à récart, mais qui, à sa mort, 
rentrèrent en scène, uniquement 
préoccupés de leur fortune et de 
leurs rivalités. Je ne ferai ici que 
les nommer pèle-méle, membres 
ou parens do la fami Ile royale ou 
simplement grands seigneurs, les 
Condé, les Conti, les Eoghien, les 
ducs d'Epernon, de Guise, d'El- 
beuf, de Mayenne, de Bouillon, de 
Nevers, grands noms et petits ca- 
ractères qu'on rencontre à chaque 
pas sous la régence de Marie de 
Médicis, et qui formaient autour 
d'elle, avec leur clientèle, une na- 
tion de cour aussi remuant qu'inu- 
tile. Le temps rend justice à quel- 
ques hommes et fait justice de la 
foule; il faut avoir valu beaucoup 
pour mèri ter de n'étre pas oublié. 
« Sully reparut à la cour après 
sa retraite momentanee à l'Arse- 
nal ; mais, malgró les apparences 
de faveur que Marie de Médicis 
jugea prudent et convenable de lui 



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— 357 — 



conserver qaelque temps, il recon- 
nut bientòt que ce n*étaìt plus là 
sa place, et qu'il y était aussl 
inatìle h TEtat qu'à lui-méme; il 
donna snccessivement sa démission 
de toates ses grandes charges et 
termina sa vie dans une retraite 
solennelle k Rosny et k Sully-sur- 
Loire. Da Plessi s-Mornay essayait 
d'exepcer encore sur son parti une 
influence salataire: <c Qu'on ne 
parie plus entre nous de huguenots 
ni de papistes, disait-il ; ces mots 
sont défendus par nos édits. Quand 
il n'y aurait. pas d'édit au mónde, 
si nous sommes Frangais^ si nous 
aimons notre patrie, nos familles, 
nous-mémes, ils doivent étre dé- 
sormais effacés en nos àmes. Qui 
sera , bon Francais me sera ci- 
toyen, me sera frère. » Ce vertueux 
et patriotique laugage n'était pas 
dénué de tonte efficacité morale; 
mais il ne réglait plus, il nMnspi- 
rait plus le gouvernement ; Tégoìs- 
me, rintrigae et la médiocrité 
des idées comnjie des sentimens 
avaient pris la place d'Henri IV. 

ce Lej9 fàits mirent bientot en é- 
vidence ce tri&te resultai Tous 
les partis, tous les personnages 
en scène et qui se croyaient quel - 
que importance crurent le moment 
venu de poursuiyre leurs préten- 
tions et s'empressèrent de les ma- 
nifesiter. Je les passerai en revue 
sans m 'arre ter à aucun d'entre 
eux. L'histoire n'a pas de place 
poor tous ceux qui s'agitent k sa 
porte sans parvenir à y entrer et 
à y laisser des traces de leur só- 
jour » 



La liherté religieuse en Europe 
depuis 1870, par M. E de Pressen- 
sé membro de l'Assemblée natio- 
naie 1 voi. in-8 chez Sandoz et 
Fischback. 

Depuis cinq ans bientót, la Fran- 
co a renoncé aux róves trop am- 
bitieux qu'elle avait fatalement 
causés durant les premières années 
du règne de Napoléon III, mais 
si quelque chose pouvait engager 
les nations européennes à se rap- 
peler avec indulgence nos préten- 
tions d'autrefois, c'est sans doute 
la triste situation à laquelle l'Eu- 
rope se trouve condamnée aujour- 
d'hui alors que la glorieuse épée 
de Magenta et de Solferino est ró- 
duite k rétat de troncon. L'Aile- 
magne, pour ne parler que d'elle, 
subit un despotisme ignoble dont 
elle n'avait pas eu l'idée dans les 
plus mauvais jours qui ont suivi 
la réstauration de 1815 et il sem- 
ble que la monomanie de la per- 
sécation commune a gagné un 
pays voisin et à demi germanique, 
cotte libre Helvétie dont nous pou- 
vions envier naguère le paisible 
bonheur. C'est l'histoire lamenta- 
ble des troubles religieux en Prus 
se et en Suisse que M. de Pres- 
sensé s 'attaché à retracer avec 
son talent ordlnaire, et tous les 
hommes de benne foi liront avec 
un douloureux respect mèle de 
sympathie cotte oeuvre eloquente 
dans laquelle le digne pasteur de 
réglise évangólique se fait le cou- 
rageux champion du catholicisme 
aux abois. 



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— 358 - 



PÉRIODIQUES FRANCAIS 



Journal des Débats. 



5 février : Chronique littéraire de 
M. Amédée Achard. — 6 février: 
le cinquième volume de la corres- 
pondance de Lamartine, par M. 
Guvillier-Fleury. — 7 février : le 
Mus(^e du Louvre et sa réorgani- 
tion, par M. Ch. Clément. — 9 et 
10 février: Le J. J. Rousseau de 
M. Saint-Marc-Girardin, par M. 
Bersot. 



Revue des Leux Mondes. 



15 février: Flamarande seconde 
partie, par M. George Sand. — 
Laureni-Ie-magnifique et son róle 
politique, par M. Gruyer. — Con- 
tes et romansderancienneEgypte 
par M. Jules Soury. — Le general 
Pliilippe de Ségen, par M. Saint- 
René-Taillandier. — Les progrès 
de rinde anglaise, par M. Valbe- 
zen. — Elude sur les travaux pu- 
blics en France, par M. H. Blezzy. 



— Coup d*oeil sur la situation fi- 
nancière de la France; Tamortis- 
sement, par M. Fr. Barlhélemy. — 
Chronique de la quinzaine. — Bul- 
letin bibliographique. 

ler mars: Flamarande, troisiè- 
me partie, par M. George Sand. — 
Etude sur le travaux publics (sui- 
te), par M. Blezzy. — Le dernier 
prophète juif, par M. E. Renando 
rinstitut. — Les Persans chez eux, 
par M. J. Patenótre. Le troisième 
centenaire de TUniversité de Ley- 
de, par M. George Perrot de Tlns- 
titut de M. Ch. Remusat historien 
de la philosophie anglaise, par M. 
P. Jànet de Tlnstitut. —Chronique 
de la quinzaine. — Bulletin biblio- 
graphique. 



L'Economiste frangais. 



30 janvier: Les emprunts de la 
ville de Paris ; — Du renouvelle- 
ment des pertes de commerce en 
1876 et en 1877. — Le rendement 
des impòts en 1874. — Les varia- 
tions de prix en France depuis un 
demi-siècle: les textiles; — Les 
grèves en Angleterre; — Le con- 
grès des Trades-Union en Angle- 



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— 359^ — 



terre; — La réforme judiciaìre en 
Egypte; — Les finances de l'Ita- 
lie; — LMmpót sur les contrats 
d'assurance; Le monopole des al- 
lamettes ; — Tableau du rendement ' 
des impóts en 1874. — Revueéco- 
nomique; — Nouvelles d'outre-mer: 
Colombie, Chili, Cuba, Uruguay; 

— Parti e commerciale et partie 
financiòre. 

6 février: De la proportion des 
impóts directs et des impóts indi- 
rects dans les budgets francais et 
étrangers ; — • La révision du trai- 
té de commerce franco-italien ; — 
La production agricole dans le bas- 
sin de la Scine ; — Les Grèves en 
Angleterre; — L'exposition natio- 
naie d'agriculture; — Le commerce, 
la navigation et Tindustrie de l'In- 
de anglaise ; — Les finances ita- 
liennes et l'exposé de M. Minghetti; 

— Revue économique; — Exposé 
de la situation de TAlgérie par le 
general Chanzy; — Partie com- 
merciale et partie financière. 

13 février: La conférence mo- 
nétaire et la dépréciation crois- 
sante de Targent; — Les variations 
de prix en France; les textiles 
(suite); — Le mouvement écono- 
mique et financier en Allemagne; 

— Les grèves et l'industrie de la 
lìouille en Angleterre ; — Les dis- 
cussions de la Sociélé d'economie 
politique: le chemin de fer sous 
la Manche; — L'exposition uni- 
verselle à Philadelphie ;. — Le re- 
gime de la propriété fermière en 
Angleterre, sixième session an- 
nuelle de la Société des agricul- 
teurs de France ; — Les chambres 
syndicales; — Revue économique; 

— Partie commerciale et partie 
financière. 

27 février: Les chambres syn- 
dicales de patrons; — Les che- 
mins de fer aux Etat-Unis; — 
L'enseignement professionnel en 
France et en Belgique ; Lettres 
d'Italie ; — Lettres de Turquie ; — 
Le bilan de l'immìgration en Al- 
gerie; — Revue économique; — 
Nouvelles d'outre-mer: Piata, Uru- 
guay etc. — Partie commerciale et 
partie financière. 



Le Tour du Monde. 



— 735« livraison (6 février 1875) 
Récit d'jine expidition dans l'Afri- 
que centrale pour la suppression 
de la traite des noirs, commandé 
par sir Samuel White Baker (1869- 
73) : Deux dessins de Rion et Ba- 
yard. 

— 736« livraison (13 février 1875). 
Un voyage dans l' Entre-Sierra 
(Bas-Pérou, par M. Marcoy, 1862- 
63. Texte et dessins inédits. 

— 737" livraison (27 février 1875). 
Un voyage dans l'En/re-St^ra (sui- 
te), par M. Marcoy. Dessins de 
de Rion. 

— 738« livraison (6 mars 1875). 
Un voyage dans V Entre-Sierra (sui- 
te), par M. Majcoy. 12 dessins de 
Rion. 



La Gazette des Beaux-Arts. 



Le numero de mars contient 
trois eaux-fortes des plus remar- 
quables et les principaux articles, 
trois illustrés de dessins orìginaux^ 
sont dus h la piume de MM. Oh. 
Blanc et Clément de Ris. 



Journal de la Jeunesse. 



— 114« livraison (6 février 1875). 
Le Gypaète, par Lesbarelles-Sou- 
vestre. — Comment on mesure la 
distance du soleil à la terre^ par 
A. Guillemin 15 dessins par Adrien 
Marie, Em. Bayard, Clément. 

— 115» livraison (13 février 1875). 
Le tudnel sous-marin de la Man- 
che. — Les deux coupables par M. 



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- 360 — 



Jules Girardin. — Dessins de Ba- 
yard. 

— 1 16« livraison (27 février 1875). 
Les épices, par M. Norval. — Les 
épagneuls, par M. Lucien d'EIne. 
— Excursion en France: Pithi- 
viers, par M. Saint-Paul. Dessins 
de Bfiyard. 



— 117* livraison (6 mars 1875). 
Le patriotisme, par Ch. de Ray- 
mond. — Le David Créton, par 
Mme de Witt. — Tout vient à 
point à qui sait attendre, par MUe 
Marie Maréchal. Dessins d*Adol- 
phe Marie, Philippoteaux, E. Ba- 
yard. 



Amédée Roux. 

Rédactetur respomable de la Rbtub LirrésAiBi fràncaxsb. 



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I 



361 



Lettela Siciliana. 



Egregio signor Direttore 

Ella mi permetterà senza meno cHé io in questa lettera dia non solo 
il posto d'onore ma unico posto ad una importante pubblicazione fatta 
dairamico nostro^sig. Giuseppe Pitrè. Senza tema che Tamìcizia faccia 
velo al mio giudizio, francamente dirò cbe un' opera, la quale onora 
non solo Fautore ma la Sicilia e Tltalia, opera paziente, accurata, eru- 
dita, piena di sana critica^ unica anzi che rara, e che niuno fì'a noi 
ancora ha tentato, è questa che s'intitola, Fiabe, Novelle e Racconti 
popolari siciliani (1) 

0, che mai ha fatto il Pitrè, se non raccogliere dalla bocca delle 
sue novellatrici i così detti canti^ ordinarli, e metterli alla luce ? Chi 
dice questo o non ha visto l'opera, e giudica per sentita dire, o dà un 
parere in tutta mala fede. Se questo solo avesse egli fatto il signor 
Pitrè, si direbbe che ei fece un lavoro di pazienza, che altri molti a- 
vrebbero potuto compiere del pari. Ma è questo, è proprio questo ciò 
che ha fatto l'amico nostro ? No, di certo. 

Altri, all'udire il titolo dell'opera, sorriderà di compassione, e de- 
plorerà l'ingegno e il tempo sciupato. Io invece dirò, che l'opera del- 
l'egregio sig. Pitrè è lavoro coscienzioso, fatto per cinque anni di Se- 
guito, con quella alacrità che un giovane ingegno sa mettere ne'pìù 
geniali lavori. Il sig. Pitrè ebbe la pazienza di raccogliere dalla viva 
voce del popolo minuto quattrocento tradizioni popolari, trecento nel 
testo, e cento sotto la rubrica: Varianti e Riscontri. Mentre la bene- 
merita signora Laura Gonzenbach, ne'suoi due volumi ne raccolse soli 
novantadue. Si aggiunga a ciò, che nell'opera della signora Gonzenbach 
messere a contributo le forze e l'ingegno oltre la eulta signora, chele 
novelle tradusse anco in tedesco, il dottor Hartwig, che ne scrisse la 
introduzione, ragionando sul Dialetto siciliano, e il Kòhler, tanto dotto 
nella Novellistica, che vi fece i riscontri. 




''éé 



■ -'$? 



fi) Fiabe. Novelle e Racconti popolari siciliani, raccolti ed illustrati da Giuseppe Pi- 
trè, con Discorso preliminare, Grammatica del dialetto e delle parlate siciliane, Sag- 
gio di novelline albanesi di Sicilia e Glossario. Voi. T, pag. CCXXX-431.; Voi. IT, di 
pag. 403; Voi. Ili, di pag. 406; Voi. IV, di pag. 456. Palermo, Luigi Pedone Lauriel, 
editore, 1875. 

24 



f 



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— 362 - 

Il prof. Domenico Comparetti pubblicava testò un volume di Novelli- 
ne popolari, ne'dialetti di parecchie provincie d'Italia, e fece cosi: Di 
ciascuna novella ne lasciò, conae saggio, una nella lingua parlata, tra- 
dusse poi il resto nella lingua comune. Note e riscontri promessi in un 
volume a parte. E anche questo del Comparetti è lavoro ben diverso 
da quello del nostro. li Pitrè in questo lavoro non ebbe aiuto da alcu- 
no, perchè niuno era in grado di dargliene. 

Altri, più di me versato in codesti studi, dirà de*pregi di questa 
opera; io, ristretto ne'limiti di una corrispondenza, mi contenterò 
dirne quel tanto che basti a darne una semplice idea. 

Il signor Pitrè raccolse dalla bocca della sua valente novellatrice, 
Agatuzza Messia, i più belli e immaginosi racconti. L'esimio ricoglito- 
re ci lasciava il ritratto di questa popolana che, dotata d'ingegno, di 
memoria portentosa e di ricca e feconda fantasia, gli forni buona parte 
de'racconti che adornano i suoi quattro volumi. Agatuzza Messia è cu- 
citrice di coltroni d'inverno, ha settantanni, ed è madre, nonna ed 
avola; ma niuna donna ha vigore, spirito e brio giovanile al pari di 
lei. « La Messìa non sa leggere, dice il Pitrè, ma la Messia sa tante 
« cose che non le sa nessuno, e le ripete con una proprietà di lingua 
« che è piacere a sentirla. (1) » 

L'altra novellatrice è la Rosa Bruscla, su' 45 anni, già tessitrice, oggi 
cieca, pur rassegnata alla sua sventura. Per quel raccoglimento, che 
le viene dalla cecità, i suoi racconti sono ordinati, ed esposti nelle loro 
più minute circostanze. 

Una terza narratrice è la Elisabetta Sanfratello da Vallelunga, che 
tocca i 55 anni. Semplice, credula, piena di buona fede; i suoi racconti 
hanno il pregio di una ingenuità singolare. 

Da queste tre novellatrici e da altri contatori, e, da altre contatrici 
di minor valore raccolse il signor Pitrè i suoi canti. Altri racconti 
trovò in provincia, e fuori di provincia altri parecchi. Alcuni li deve 
alla cortesia di pochi amici, che li raccolsero per lui, e glieli manda- 
rono manoscritti. Ma il Pitrè non potevasi accontentare a questo solo. 
E che fece egli? Ebbe la pazienza di scrivere ogni racconto con la 
grafia propria della parlata di quel paese ov'esso racconto venne tro- 
vato. E questo è uno degl'intenti ch'egli si propone nell'opera sua: mi- 
rare cioè alla utilità che può ricavare la linguistica da un accurato e 
coscenzioso studio sulle parlate siciliane. E dissi uno degl'intenti, per- 



tl) Voi. I, Prefazione, pag. XVIII. 



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— 363 — 
che essa raccolta ad altro scopo è subordinata ; a trovare, cioò^ nelle 
fiabe e ne'racconti italiani de'riscontri co'racconti siciliani. Per conse- 
guire qaesto scopo egli dovette leggere meglio che dugento cinquan- 
ta novelle popolari, cominciando dal Novellino fino alle novelle con- 
temporanee del Balbo, del Thouar, di Temistocle Gradi. Passò quindi 
alla lettura di libri molto curiosi, ma caduti in disuso; di novelle dive- 
nute assai rare, come Le tredici piacevoli notte, dello Stra parola ; di 
racconti in dialetto, come il Pentamerone o Lo Cunto de li cunti, 
trattenimento de Peccerille, di G. B. Basile, o Gian Alessio Abbattuti^, 
una specie di Decamerone napoletano, e delle Novelle popolari stam- 
pate col titolo La Posillecheata de Masillo Beppone di Gnanopóli, di 
Monsignor Pompeo Sarnelli, Vescovo di Bisceglie. E come ciò fosse po- 
co, lesse da quattrocento e più fiabe e tradizioni popolari pubblicate in 
tedesco e in inglese. Poi compendiò fiabe, novelle e racconti, per modo 
che, avendo tutto sottocchio, potesse meglio giudicare nel concetto, 
neirintreccio e nello sviluppo i vari racconti, e metterli a raffronto 
coYacconti siciliani. Perchè l'opera fosse quanto più speciale, estese sin- 
golarmente i suoi raffronti alle novelle italiane. E trovò in molte no- 
velle e fiabe parecchi punti di somiglianza co'racconti siciliani ; e ne 
trovò alcune che, da poche varianti in fuori, sono identiche nel con- 
cetto, ed altre che paiono proprio una versione del tale o tal altro 
racconto siciliano, o viceversa. Tentò d'indagare come mai un raccon* 
to che fra noi corre in un modo trovi il suo perfetto riscontro in una 
fiaba d'Italia e fuori. Appoggiato all'autorità del Benfey, professore di 
Gottinga, e del MuUer, professore di Oxford, afferma che codeste tra- 
dizioni in generale provengono, più o meno, dall'India; perchè questi 
ingenui racconti hanno tali caratteri, che danno loro un tipo perfetta- 
mente orientale, e, «a rincalzo dell'argomento, cita parecchi bellissimi 
esempi di novelle siciliane a fondo orientale. Dice che questi racconti 
furono introdotti e diffusi in Europa con la tradizione orale da'pelie- 
grini e da'crociati, dagli arabi che governarono la Spagna, e co'libri 
indiani di novelle, cominciando dal più antico fra essi il Panschatan^ 
tra, del quale furono fatte molte versioni orientali e occidentali, 
insieme con molte imitazioni, amplificazioni, riduzioni e ricompilazioni, 
e cita le traduzioni e le imitazioni che nell'Europa di questo libro si 
fecero, specialmente in Germania, includendovi anche i lavori del d'An- 
cona, del Camparetti, del Teza. 

Queste ed altre ragioni il Pitrè dottamente espone in un lungo di- 
scorso sulle Novelle popolari, ove non sai qualcosa tu debba meglio 
ammirare, o la solida, varia e copiosa erudizione, o la sobria e pro- 
fonda critica, il semplice ed elegante dettato, che rendendo amene 



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— 364 — 
tante astruse teoriche, ne appiacevolisce la lettura. In questo discorso 
Tegregio A. ragionato della natura, importanza ed efficacia della no- 
vella presso i popoli antichi e moderni, segue passo passo il movi- 
mento intellettivo^ specialmente straniero, in codesti studi novellisti- 
ci, trascurato per lo innanzi, seguito anche oggi da pochi ingegni pri- 
vilegiati italiani. Detto della provenienza di tante tradizioni popolari, 
accenna alle varianti che esse necessariamente subirono passando di 
bocca in bocca, e informandosi accostumi de*lnoghi ove furono esse 
introdotte. Vede nelle novelle un avanzo della mitologia indiana, e, un 
resto della mitologia ellenica, e ne'personaggi mitici delle novelle parte 
di questa mitologìa, rifatta, raffazzonata e accomodata al modo popo- 
lare, non solo nelle novelle, ma fino nelle leggende medievali, che at- 
tingono leggermente all'evangelo il fatto o il personaggio principale, e 
che, vestite di tanti accidenti fantastici rappresentano come un ciclo 
evangelico popolare. L'Ebreo Errante, che respinse Cristo portante la 
croce, cammina sempre, e non posa mal ; Malco, che, innanzi al pon- 
tefice, gli diede uno schiaffo; in una prigione sotterranea, batte col 
guanto ferrato la colonna intorno alla quale gira perpetuamente; Giuda^ 
che lo tradì, condannato a correre, spirito maledetto, per Tarla; Pi- 
lato, che lo condannò a morte, sepolto vivo sotterra, con innanzi gì. 
occhi spiegazzata la sentenza, eterno pungolo di rimorso al suo cuorei 
I racconti sono preceduti da una Grammatica del dialetto e delle 
parlate siciliane, nella quale la fonetica siciliana è esaminata con gran 
diligenza ed amore. 

I testi siciliani sono seguiti da sei Novelline albanesi, perchè 
questo esempio fosse di nobile eccitamento a qualche Albanese di Si- 
cilia, acciò si volga ad una simile raccolta nel paese nativo. Chiude 
Topera un Glossario, ove sono annotate tre mila voci, tanto generali 
quanto vernacole, utilissimo a coloro cui il dialetto siciliano non è molto 
famigliare. 

É questa l'opera del sig. Pitrè, della quale io, profano a codesti studi, 
ho tentato dare un incompleto abbozzo. Questo prezioso lavoro sarà in 
Italia, pur troppo, degnamente apprezzato da pochi ; ma esso avrà si- 
curamente più numerosi ammiratori fuori d'Italia, specialmente nella 
dotta Germania, ove siffatto genere di studi! è tanto coltivato. 

Quanto a me son lieto che in questa Corrispondenza Siciliana, io 
abbia potuto dare a* lettori della sua Rivista notizia di questa impor- 
tante pubblicazione, e se la presente lettera contiene questo solo an- 
nunzio, io sono ugualmente lieto per l'onore che da questa opera ri- 
donda al mio Pitrè e alla diletta nostra isola nativa. 

Palermo, 15 marzo. Carmelo Pardi. 



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— 365 — 



Gazzettino bibliogra:fi.co Italiano. 



Grioi*iiale IVapoletano 

di filosofia e lettere scienze mo- 
rali e politiche diretto da France- 
sco Fiorentino, compilato da C. M. 
Ta'iarigo; anno 1^ voi. l^ fase, in 
foglio; 2 febbp. 1875.; un voi. di 
pag. 196 (usciranno 6 fascicoli al- 
l'anno; prezzo dell'associazione per 
l'Italia L. 16). — Il primo fasci- 
colo contiene : Le origini^ dialogo 
tra Ceppino e il Nonno, di L. 
Settembrini, Il Gran Basile stu- 
dio biogr. e b'bl. di V. Imbriani, 
Rambha, novella indiana di F. Per- 
sico ; La r?' forma religiosa giudi- 
cata dal Campanella secondo un 
manoscritto inedito, di F. Fioren- 
tino; le due fasi della scienza econo- 
mica, di L. Miraglia; La prefazio- 
ne di A. Dumas ad una nuova e- 
dizione di Manon Lescaut, di M. 
Cafiero; Studio di Mitologia com- 
parata di M.Kerbaker; Critica bi- 
bliografica; notizie varie.— Il primo 
erultimo degli scritti compresi in 
questo fase, sembrano essersi messi 
a riscontro per dimostrare la bella 
concordia che regna in certi nostri 
istituti universitani, e la distanza 
che corre fra un antico maestro 
elementare, mediocrem.ente istrui- 
to, che la politica ha trasformato 
in un professore di università, ed 
un vero uomo di scienza che 
può alla scienza bene servire, 
perchè fu spinto ad essa dal più vivo 
amore; nel vero, mentre il prof. Ker- 
baker, si prepara, con questo suo 1° 
studio comparativo di mitologia, 
in cui si raffronta felicemente l'in- 
diana Sàvitrì con la greca Alceste, 
a crescere lustro alla scienza ita- 
liana, il signor Settembrini con un 
articolo leggiero, scipito e petu- 
lante arriva, per potenza del suo 
peregrino ingegno, fino a negare 
l'esistenza d'una razza indo-euro- 
pea, ch'egli chiama una sciocchezza 



biblica, e a stabilire che tal razza 
da'suoi inventori (que buoni tede- 
schi), fu collocata da prima nel- 
Vlran, perchè ivi nasce spontaneo 
il frumento (!!) e a dichiarare 
conseguentemente una invenzione 
la parentela dei linguaggi indo- 
europei. Il signor Settembrini cre- 
de all'autoctonia ; il primo italia- 
no fu generato secondo lui da un 
raggio del padre Sole sopra l'u- 
mida madre Terra, su per giù, co- 
me il volgo crede che nascano i 
rospi, o come si moltiplicano i fichi 
settembrini. Ed egli è. padrone, nella 
sua autoctona ignoranza, di credere 
ciò che vuole, ma, se gli preme di 
non riuscire intieramente ridicolo, 
si guardi dal combattere la scien- 
za; male si combatte un nemico 
che non si conosce punto ; e il si- 
gnor Settembrini avrà, come uo- 
mo, tutte le qualità ideali più in- 
vidiabili; ma ciò non toglie ch'ei 
si dimostri un gran fanciullone 
quando s'accinge a scrivere d'ar* 
gementi gravi prima d'averci pen- 
sato su. 



Bil>lioteca clelle traclì- 
zioni popolari sicilìa.iie 

per cura di Giuseppe Pitrè: Fiabe 
novelle e racconti (quattro bei vo- 
lumi ; prezzo dell'opera, L. 20 ; Pa- 
lermo, Luigi Pedone Lauriel) — Il 
prof. Pardi informa distesamente 
in questo stesso fascicolo del con- 
tenuto di quest'opera, frutto di 
lunghe e diligenti investigazioni, 
di un pronto e coltissimo ingegno, 
di un sentimento felice di tutto 
ciò che appartiene alla letteratura 
popolare. Il Pitrè non ci ha dato 
soltanto la più larga raccolta di 
novelline popolari fìnquì uscita in 
Ualia; ma la più completamente 
illustrala con note comparative, e 



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Googje 



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filologiche, arricchite pure da un 
primo lodevole tentativo di gram- 
matica scientifica del dialetto si- 
ciliano, il quale prova come il Pi- 
trè, quantunque segregato in un'i- 
sola, quantunque solo e distolto da 
cure diverse sappia tener dietro 
con amore e profitto al progresso 
degli studii filologici, per vantag- 
giarne e migliorarne le proprie 
pubblicazioni. Con prudente consi- 
glio, il Pitrè limitò i risconiri alla 
letteratura popolare italiana ; è 
questo, per ora, il metodo più si- 
curo e più vantaggioso, che rac- 
comanderemmo pertanto a tutti gli 
altri nostri raccoglitori. Chi sia 
fuori d'Italia deve cercare nelle 
opere nostre tutta la maggior co- 
pia di notizie riferenti si alla no- 
stra letteratura, mentre non viene 
sicuramente a cercar ne'libri no- 
stri riscontri con novelline germa- 
niche, le quali cercheranno piutto- 
sto nelle raccolte tedesche. Prece- 
de l'opera un'ampia e dotta intro- 
duzione sopra le novelle popolari; 
segue il citato saggio di gram- 
matica siciliana, poi quattro volu- 
mi di novelle in dialetto siciliano, 
con opportune note dichiarative del 
testo, a pie di pagina, e, al fine 
d'ogni novellina, varianti e riscon- 
tri novissimi e tali da crescere 
non lieve importanza a questa ben 
. concepita raccolta. Il quarto volu- 
me si conchiude finalmente con un 
glossario siciliano, che agevola non 
poco la lettura delle novelline, con 
una dottissima lettera di riscontri 
e varianti diretta al Pitrè da Vit- 
torio Imbriani (ove notiamo sol- 
tanto che anch'egli battezza come 
un mascolino la raccolta indiana: 
Cukasaptati ch*è un noto femmini- 
no) , e con due fogli di aggiunte note- 
volissime del nostro intrepido e 
benemerito raccoglitore, a cui già 
devono tanto gli studiosi della let- 
teratura popolare, e che tiene cosi 
alto in Sicilia il decoro de'buoni 
studii. 



Stoida delP arte cri- 
fstiana nei primi otto secoli 



della chiesa scritta dal P. Raffaele 
Garrucci D. CD. G. corredata della 
collezione di tutti i monumenti di 
pittura e scultura, incisi in rame 
su cinquecento tavole ed illustra- 
ti ;'fa>cicoli 26 e 27; Prato, Fr. 
Giachetti editore ; tìiachetti figlio 
e C. tipografi (prezzo Lire cinque 
il fascicolo). Dopo avere n-1 primo 
libro compiuto la storia della pri- 
mitiva architettura cristiana, il 
dotto padre Garrucci imprese nel 
secondo libro dell'opera sua monu- 
mentale a descrivere le varie fi»g- 
gie di vestire degli antichi cristia- 
ni, fondandosi, molto più che so- 
pra le affermazioni spesso inesat- 
te degli scrittori, sopra l'autorità 
de'monumenti, autorità non sem- 
pre, in vero, infallibile, poiché, per 
non pochi monumenti lo stesso 
Garrucci ci rende consapevoli che 
egli modificò il dise<rno d'alcuni 
archeologi suoi predecessori, ma 
generalmente, sicura e degna di 
essere principalmente consultata. 
Cento . ventisette tavole con ogni 
cura disegnate permettono poi agli 
studiosi di verificare quale erudi- 
ta guida sia il Garrucci, offrendo 
altresì il modo di procedere a 
nuove ricerche dal Garrucci tra- 
scurate, poiché non formavano og- 
getto speciale dell'opera sua. Così 
non è senza perchè, dopo quanto 
ci è sembrato di potere altrove 
affermare intorno alla parentela 
ideale mitica delle leggende bìbli- 
co-cristiane con le indo -europee, 
che ne'monumenti cristiani rap- 
presentati da. 127 tavole, dopo la 
figura del buon Pastore, quella che 
torna più spesso, è la figura del 
pesce che dapprima ingoia e poi 
vomita il peccatore Giona sulla 
spiaggia, entro una barca, come 
ci si rappresenta Noè che si salva 
dal diluvio, e il peccato originale 
del primo uomo e della prima 
donna, cui Cristo verrà poi a la- 
vare col battesimo ossia con l'ac- 
qua. Vi è successione mitica fra 
la Bibbia ed il Vangelo ; perciò 
ancora le rappresentazioni bibli- 
che e le evangeliche dovevano tro- 
varsi riunite. Ma, oltre alle no- 



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zioni mitiche che da quest'opera 
insigne si possono raccogliere, le 
storiche, le archeologiche, le arti- 
stiche hanno singolare importanza; 
noi ci vediamo rivivere innanzi in 
queste tavole tutto un mondo 
scompar«o, e ci par quasi sogna- 
re, tanto siamo lontani dal con- 
servare alcuno de'caratteri propril 
di quella primitiva società cristia- 
na; a segno che se non sopravvi- 
vessero i rituali ecclesiastici, do- 
vremmo accostarci allo studio 
delle antichità cristiane come ad 
un mondo intieramente ignoto. 11 
dotto padre Garrucci che ne rac- 
coglie e ne illustra gli sparsi fram- 
menti, il henemerito editore Fran- 
cesco Giachettì che dalla piccola 
città di Prato rivaleggia per lo 
splendore deiredizione coi primi 
editori dell'età nostra, meritano 
ogni maniera di riconoscenza; ma 
la forma più gradita di gratitudine 
crediamo abbia ad essere per en- 
trambi che r opera in corso 
di pubblicazione sia ricercata 
dagli studiosi, e che ogni gran- 
de biblioteca così italiana come 
straniera non tardi ad adornar- 
sene. L'opera è ora arrivata ol- 
tre al quarto del suo volume; dei 
100 fascicoli promessi sono già u- 
sciti 27. Noi promettiamo tornare 
ad informarne i nostri lettori 
quando essa sia più avanzata, e, 
tìnalmente, ad annunziare il com- 
pimento di una intrapresa colos- 
sale, tanto più considerevole, in 
quanto sarà stata condotta a ter- 
mine dalla perseveranza di due 
soli privati, in tempi ne'quali il 
pubblico va per lo più, dietro alle 
cose minime. 



A.ircliLÌvio jg^lottoloij^ico 
ita,lia.no diretto da G. I. Ascoli; 
voi. terzo; puntata prima: Fone- 
tica del dialetto di Val-Soana, di 
Costantino Nigra; Schizzi franco- 
provenzali di G. I. Ascoli (pag. 
120 ; prezzo L. 5; Torino, Loescher). 
Dopo avere abbracciato Tltalia con 
lo studio sapiente dei dialetti al- 



pini della sezione orientale, il prof. 
Ascoli viene ad illustrarci da pa- 
ri suo i dialetti della sezione 
transalpina occidentale, i quali e- 
gli qualifica per dialetti franco- 
provenzali^ qualificazione contro 
la quale non avremmo nulla a ri- 
dire per parte nostra, s'ei non vi 
comprendesse pure il dialetto della 
Val Soana nel canavese, dotta- 
mente illustrato dal valsoanino 
Costantino Nigra, il quale non ci 
sembra avere una fisionomia cosi 
distinta da altri dialetti pedemon- 
tani, per stare da sé, ed entrare 
in un gruppo diverso da quello dei 
pedemontani. Che se l'aostano che 
reca tipo franco, ha rapporti col 
valsoanino, questo ne ha molti più 
con gli altri dialetti canavesani, 
per quanto ne pare a noi, che in 
simili studii, del resto, anzi che 
presumere d'insegnar checchessia 
al più dotto e più acuto de' moder- 
ni glottologi, ci confesseremo 
sempre volentieri suoi discepoli 
devoti e riverenti. 



A-nnali Tortonesi, ossia 
compendio storico cronologico dei 
principali avvenimenti occorsi nel- 
la città, contando le diocesi di 
Tortona dal princìpio dell' Era 
Cristiana fino al 1300, raccolti^ or- 
dinati e pubblicati con documenti 
inediti da Gius. Salico tortonese; To- 
rino, fratelli Bocca (un voi. dì pa- 
gine 794; prezzo Lire 7). — Utile 
compilazione, calda d'amor citta- 
dino, che i tortonesi per i quali 
specialmente fu preparata, apprez- 
zano già da cinque anni, e che i 
fratelli Bocca ripresentano ora con 
maggior pompa al pubblico degli 
studiosi. È un emporio di notizie 
multiformi, tratte da fonti diverse, 
non tutte storiche (come, ad esem- 
pio, il Fotchetto Malaspina del ro- 
manziere Varese), non tutte sicure, 
come, per es., la memoria di quel 
Paolo Rampini che fioriva nel 1550 
in Tortona, il quale lasciò scritto 
che nel suo tempo i tortonesi usa- 
vano ancora della lingua celtica, 



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(Ecco le parole battezzate come 
celtiche, le quali il signor Salice 
riferisce dal suo autore: casticia 
= ediflzio ; castitadea = castità ; 
coeur c=» cuore ; covrach = barca ; 
dere c= scala ; disparla == diavolo; 
dour meal = togliere le barre ; 
drut =i forte ; gloss= verde di ma- 
re ; grill == rumore ; gureg = don - 
na; w»^irc/i = cavallo; i professori 
Ascoli e Flechia e il Nigra vedran- 
no qual conto sia da farsi delTau- 
tenticità e pretesa celtici tà di que- 
ste parole). Quasi 250 pagine del 
presente volume sono riserbate 
ai documenti, che hanno impor- 
tanza non solo per le notizie sto- 
riche che contengono, ma, in parte, 
anche pel latino barbaro, che tra- 
disco, talora, forme dialettali, con 
cui furono scritti. 



"SXsLVoo M!asti*ofìiiì, sue 

opere edite ed inedite e suoi, con- 
tradittori ; memorie storico-apolo- 
getiche di Saturnino Ciufifa, con 
importantissimi documenti inediti 
(Roma tip. della Pace ; pag. 368). 
Gli importantissimi documenti, in 
verità, non li abbiamo saputi ri- 
trovare ; ma posto che sian tali 
qualche sonetto, qualche lettera, 
qualche epigrafe inserta nella bio- 
grafia del Mastrofini, essi sono im- 
portanti, senza superlativo, sola- 
mente rispetto alla biografia do- 
vuta alla pietà dell'erede, e con- 
giunto del Mastrofini, avv. Satur- 
nino Ciuflfa. Il Mastrofini, buon 
grammatico, buon lessicologo e 
buon filosofo, non fu certamente 
stimato, secondo il merito, nel 
tempo suo che dava nominanza a 
ingegni assai meno robusti ed o- 
perosi ; anzi, per gli intrighi dei 
gesuiti, egli ebbe a patire in Ro 
ma lunghe e crudeli persecuzioni. 
Il nome di lui meritava quindi di 
essere rivendicato dairoblio, e, fra 
tanta fretta di dimenticare i morti, 
dopo averli pomposamente, secondo 
ij costume odierno^ menati in se- 
poltura, ci piace, per T eccezione, 
l'esempio dato dal sig. GiufiTa, il 
quale al Mastrofini morto da ben 



trentanni consacra ora le pagine 
più calde, come se le polemiche so- 
stenute dal chiaro autore delia ilfe- 
tafisiea Sublimiore contro i suoi 
perversi awersarii fossero fresche 
di ieri. Ma, in quella stessa Roma 
in cui un pronipote di Vincenzo 
Monti ne stampava dopo quasi un 
mezzo secolo dalla morte di lui, 
Tapologia, reca minor meraviglia 
che il parente Saturnino Ciufla 
scriva e pubblichi dopo sei lustri 
le memorie sioriche-apologetiche 
di Marco Mastrofini, quantunque 
siamo d'opinione che una buona 
biografìa critica avrebbe reso alla 
memoria del Mastrofini miglior 
servizio dell'apologia più ardente. 



ILie Ora^zioni eli Demo- 
stene tradotte e illustrate dal- 
Tavv. Filippo Marietti deputato al 
parlamento ; voi. II ; Firenze, G. 
Barbèra (prezzo L. 4). ^ Le qua- 
lità che raccomandavano il primo 
volume di questa versione si ritro- 
vano anche più evidenti nel se- 
condo ; il Marietti non solo si di- 
mostra scrittore corretto, e di buon 
gusto, che ha profondamente stu- 
diato ed egregiamente voltato il suo 
Demostene, ma ha un senso mira- 
bile della sapienza pratica della 
quale possono, in più casi, ritor- 
narci maestri gli antichi, studiati 
da chi come il Marietti, oltre che 
agli studii, attenda con amore e 
con onore alla cosa pubblica. I suoi 
riscontri tra gli usi degli oratori 
greci con quelli degli oratori mo- 
derni ci paiono trovati con felice in- 
gegno e con verità. Solamente te- 
miamo che il M. ecceda alquanto 
neirammirazione del proprio siste- 
ma, e del proprio autore. Poiché 
egli s'indirizza ai giovani, non ci 
pare in vero che alcuna lettura sia 
pei giovani meno edificante delle 
orazioni di Eschine e di Demoste- 
ne raccolte in questo volume, 
scritte più per odio e vendetta 
personale che per amor del vero, 
sopra argomenti sozzi, da oratori, 
al certo, non pudichi ; il consiglio 
poi che egli dà ai giovani di at- 



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tendere più agli affari che agli stu- 
dii ci pare meno opportuno in un 
tempo in cui vi è tanta abbon- 
danza fra noi d'uomini politici e 
tanta sovrabbondanza d'analfabeti, 
e tanta impazienza ne* giovani a 
lasciare i banchi della scuola per 
divenire presto uomini d' alto af- 
fare. 



luCL Repiil3l3lica. Roma- 
na del 1849 r^er Giuseppe Beghelli, 
con documenti inediti e illustrazioni; 
Lodi, Società Cooperativa-Tipografica 
(2 Voi.; prezzo lire 5). — Edizione 
democratica; stile, pensieri, senti- 
menti da scrittore democratico maz- 
ziniano; Fautore scrive per i suoi e 
in quella forma che sola piace a'suoi; 
tuttavia lo studioso di storia non può 
ignorare e trascurare un libro così 
ricco di importanti documenti storici 
in gran parte inediti^ coraggiosa- 
mente pubblicati, sebbene per alcuni 
di essi dovrà dirsi che il signor Be- 
ghelli ha tirato sassi contro la pic- 
cionaia (veggansi, per esempio, le 
pagine e i documenti che riguadano 
il Guerrazzi). Nessun lettore giudi- 
zioso vorrà per i fatti della repub- 
blica romana attenersi a questa sola 
guida; ma nessuno studioso che sia 
innamorato sovra ogni cosa della ve- 
rità, vorrà chiudere gli occhi in- 
nanzi a troppi episodi eloquenti di 
quel periodo della nostra storia na- 
zionale che il signor Beghelli ebbe 
cara d'illustrare. Per quanta sia la 
parzial tà e la passione che governa 
i giudizi! del Bìeghelli, a segno di 
portarlo, per esempio, a scrivere che 
il generale Lamarmora, quando an- 
dò all'assalto dì Genova/ non avea 
tiretto pure un colpo di moschetto 
contro l'Austria (ponendosi in obblio 
tutta la parte bellissima che il gene- 
rale- piemontese avea avuta nella 
campagna del 1848), un lettore, pre- 
venuto che si tratta d'uno storico 
partigiano avrà sempre a trarre il 
suo profitto dalle rivelazioni d'un 
uomo di parte, che se non fu, per- 
chè troppo giovane, attore e spetta- 
tore degli avvenimenti che narra , 



ebbe da parecchi de' principali attori 
e spettatori che vi presero parte, pre- 
ziosi aiuti e consigli ed eccitamenti. 



Il l^aeio della oontesisa 
Sa^ioa, racconto di Antonio Gac- 
cianiga (Milano, fratelli Treves , un 
voi. di pag. 356); prezzo lire 3).— 
Daniele dà un bacio alla contessa 
Savina ; questa invece di rispondere 
come la celebre Gualdrada, dà la mano 
di sposa ad un patrizio che la fa infe- 
lice, e muore straviziando, lascian- 
dola madre d'un bambino. Daniele 
intanto ha sposato la bionda Agata, 
•gelosa del bacio dato alla contessa 
Savina, e sempre nel sospetto che la 
giovine vedova non voglia renderlo 
un giorno o l'altro a Daniele. Daniele 
ed Agata hanno anch'essi una bam- 
bina. Pasano quasi vent'anni; le 
gelosie durano; il contino Saverio, fi- 
glio della Savina^ chiede la mano 
della figlia di Daniele; le nozze si 
celebrano. Dopo un anno, nasce una 
figlia, cui s'impone il nome di Sa- 
vina ; la piccola Savina restituisce al 
nonno Daniele il bacio di cui egli po- 
teva trovarsi in credito verso la non- 
na contessa Savina. Graziosissimo 
racconto, e pieno di verità e d'one- 
stà, scritto con quel brio, e con quella 
semplice disinvoltura che piace tanto 
nelle opere del Caccianiga; cresce 
poi l'interesse il sospetto, vorremmo 
dire la certezza che nasce, nel rac- 
conto si veli un po' d'autobiografia 
delio stesso geniale scrittore; il quale 
del resto non ha voluto neppure in- 
titolare romanzo o racconto il suo 
libro, per esser libero di correre 
sbrigliato su molti minuti argomenti 
che non hanno, in vero, nulla che 
fare col bacio della contessa Savina 
ma che attraggono pur sempre, co- 
me bozzettini pieni di grazia e na- 
turalezza. 



Peti*ai*oa e ILiaiiira» studio 
di Bernardino Zendrini ; Milano, tip. 
Lombardi (pag. 91 in-8.). — Questo 
che s' intitola modestamente sttuUa 






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-^370- 



ò la più profonda analisi critica che 
siasi tentata finqul dell'amore di Pe- 
trarca, intorno al quale il Leopardi 
avrebbe voluto comporre un libro. 
Ma sperava il Leopardi che quei li- 
bro sarebbe riuscito^ attenendosi alla 
sola guida del Canzoniere, la storia 
più autentica degli amori dei poeta, 
quali furono in realtà, mentre lu 
Zendrini, ci dimostra come sia ne- 
cessario distìnguer bene Laura dal 
Petrarca, e metter tanto alto il poe- 
ta, quanto la donna merita d'essere 
poco punto considerata, in quanto 
sotto la donna ideale si nasconda una 
Laura storica. Il Canzoniere non ci 
offre che un monologo continuo^ il 
quale rimane senza risposta ; quanto 
esso vale a farci comprendere la im- 
mensa capacità d'amore del Petiarca, 
il quale, non corrisposto^ manteneva 
il suo ideale costante , e de' più pic- 
coli pretesti che la realtà gli offriva 
compone vasi una nuova illusione, la 
quale dissipandosi, riusciva ad un 
nuovo tormento, tanto ci lascia freddi 
innanzi alla figura di Laura, e in- 
differenti alia sua persona reale. Certo 
non tutte le lettrici di questo scritto 
originalmente concepito vorranno be- 
ne allo Zendrini d'aver tanto dimi- 
nuito nella mente nostra la statura 
di Laura^ a cui non dispiaceva la 
fama di bella e casta donna che il 
Petrarca le preparava nel mondo, ma 
che a tanto affetto, a tanta devozione, 
a tanto disperarsi d'un'anìma amante 
érasì sempre dimostrata fredda come 
marmo ; ma, poiché sarebbe difficile 
il trovare in esse il cuore ghiacciato 
di Laura, è sperabile che nella critica 
vendicatrice dello Zendrini esse fi- 
niscano per sentire, con noi^ la voce 
della verità, che, a traverso gli idilli 
scolastici, si è fatta strada per dare 
all'amata, non amante, del Petrarca il 
posto che, innanzi alla corte d'amore, 
la crudele indifferenza di lei le ha 
pur troppo meritata. 



F^onolofi^ italiana ; pa- 
gine dettate giusta i risultati delle 
più recenti investigazioni lingui- 



I stiche, soprattutto germaniche, co- 
me introduzione e chiave allo stu- 
dio della Grammatica Storica ed 
alle ricerche etimologiche per For- 
tunato dott. Demattio, professore 
pubblico ordinario nell'I. R. Uni- 
versità d' Insbruck. — Insbruck, 
Libr. Accademica Wagner, 1875. 

Nella prefazione, pag. 9-15, il 
chiaro autore, definita la fonologia, 
detto dell'importanza di questa 
nuova scienza negli studi! lingui- 
stici ed accennato al metodo sto* 
rico comparativo che questa segue 
nel ricercare le leggi delle trasfor- 
mazioni de' suoni, chiarisce le idee 
espresse con alcuni esempi scelti 
molto a proposito. 

Nel trattatello delle vocali toni- 
che, pag. 17-29, avremmo deside- 
rate che Tautore giunto a parlare 
de' riflessi di e lunga, di e breve, 
di lunga e di o breve, avesse 
notato la differenza delia pronun- 
zia loro, prima d' arrecare esempi 
de' loro riflessi. Infatti chi legge il 
libro giunge a sapere che Ve e Vo 
toniche possono avere due suoni, 
uno cioè aperto o largo, e chiuso 
stretto l'altro, dopo aver di già 
fermato la sua attenzione su* loro 
riflessi, senza conoscer punto la 
differenza del suono che assumono 
nel riffettere le vocali latine. 

Anche nel trattare i riflessi di e 
in posizione, l'autore sarebbe riu- 
scito più chiaro se li avesse clas- 
sati secondo i diversi gruppi con- 
sonantici a' quali Ve precede, no- 
tandone subito la pronuncia o a- 
perta o chiusa. In conseguenza a- 
vrebbe potuto trattare la materia 
in questo modo : e in posizione si 
mantiene in italiano con suono 
chiaro innanzi a rvy rbj rp, ee; 
èrba, tèrra, sèrpe, ecc. Fatto ciò, 
avrebbe potuto toccare delle ecce- 
zioni seguendo l'i stesso ordine. 

Ne' riflessi dell'i lungo avremmo 
desiderato che agli esempii d'ec- 
cezione citati fosse aggiunto anche 
quello della parola fégato (ficatum 
-jecur). Finalmente a pagine 25 
l'autore nelfosservare come da o 
lungo non derivi in molte voci o 
chiuso, ma o aperto, ò caduto nel- 



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— 371 — 



Tabbaglio preso anco dal Diez (1), 
e cita come aventi o con pronun- 
zia larga le parole atroce, Bologna, 
nome, cote, mentre si pronunzia: 
atróce, Bologna, nóme, còte con o 
stretta. 

Nel trattare le vocali Fautore è 
stato assai felice. 

Sennonché, a pag. 30, parlando 
delle vocali protoniche Tautore è 
caduto nell'inesattezza di conside- 
rare atone le vocali nelle parole 
dopo (depost) e ghiova accanto a 
gleba. A pag. 32 correggasi folaca 
con folaga (fulica). 

Nel trattare delle consonanti , 
Fautore ha esaurito bene tutta la 
materia; e quindi l'avere un pò 
scarseggiato ne^^li, esempì, e Fave- 
vere omesso, a riguardo delFr, che 
questa consonante qualche volta si 
indebolisce e poi cade, come in 
Batti steo (-ero), scaleo (ero), sca- 
lea (-era); andar caendo (carendo) 
i=» andare elemosinando; desio (de- 
siro) ; leandro (lorandrum = rodo- 
déndron), sono cosi piccole mende 
che non tolgono niente al merito 
del lavoro. Finalmente a pag. 44, 
Fautore agli esempi d'inserzione di 
m poteva aggiungere Campidoglio 
(capitolium) ; strambotto (prov. : 
estribot) ; gombina (copula). 

A. Poli. 



(1) Diez. Gramm. der RomanischeiiSprA- 
chen. Erster Theil. pag. 816. 



Olarà, per P. G. Molmenti ; 
Milano, Treves, 1875. — È la bio- 
grafia d*una donna, forse studiata 
dal vero. Il nome delFautore la 
raccomanda alla lettura dei buon- 
gustai. C'ò analisi psicologica, mag- 
giore e più acuta che nei prece- 
denti lavori del Molmenti — . po- 
tenza di paesista nelle descrizioni 
della natura fisica - un fondo di 
vaga melanconia che non è lo scet- 
ticismo ora alFordine del giorno. 

Clara è una vittima della fami- 
glia e della società — una vittima 
come ce ne sono tante — una don- 
na né straordinaria, né volgare, ma 
vpra. Il suo antagonista é pure un 
tipo riuscito. E non dico altro per 
non prevenire il lettore. Peccato 
solo che alla precisione quasi ana- 
tomica di questo stadio d' un ani- 
ma, non risponda a volle più pa- 
catamente la forma. Di forma, ben- 
ché aggraziata, c'è abuso. Meno 
diffusa sarebbe stata più bella. Non 
bisogna accarezzare troppo un pen- 
siero od una frase, né presentarla 
da tutti 1 lati. L'arte di lasciare 
indovinare e desiderare qualche 
cosa è una delle più felici civette- 
rie. Non pertanto, lo ripeto, il nuovo 
libro del Molmenti, potrà far for- 
tuna, perché inspirato al vero, e 
per tanto lontano dalle convenzioni 
realistiche quanto dalle ideali. Non 
è poca lode per un giovane autore. 

L. M. 



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— «74 



Notiiie letterarie italiane. 



— L'ultima lettera spedita la vigilia della sua morte, dal compianto Eu- 
genio Camerini era diretta al nostro professor Giambattista Giuliani. Nella 
sua brevità, la lettera del Camerini rivela i pregi più caratteristici di quel- 
Tamabile ed arguto ingegno, a cui il sapere e valer molto non solo 
non tolsero ma accebbero squisita cortesia. Siamo poi lieti di intendere co- 
me Tultimo giudicio espresso dairillustre critico, si manifestasse onorevol- 
mente sopra un'opera che noi abbiamo pure vivamente raccomandata agii 
studiosi, e che va oramai per le mani di gran parte dei nostri lettori : « Illustre 
Signore^ Ella ha messo il colmo a*suoi meriti verso Dante con la bella edi- 
zione del Convito, recato alla nativa purità e cementato con un valore che 
non lascia forse luogo ad altri miglioramenti. A veder tanto non surse il 
secondo, lì proemio è cosi sensato e quasi direi affettuoso che fa amare lo 
scrittore, quanto il cemento lo fa stimare. Io mi propongo di rituffarmì in 
Dante con sì fatta guida, e verrò confortando con la dottrina di lei i miei 
ultimi giorni (povero Camerini !). Intanto La ringrazio dell'onore e me Le 
proffero e raccomando 



Milano, 28 febb. 1875. 



Suo devottssimo serv. 
E. Camerini. 



— Gli editori Piccitti e Antonici di Ragusa, hanno pubblicato in elegante 
edizioncina un nuovo racconto di Carlo Simiani, intilolato: Fior di mesti- 
zia. — Dedicato a Dora D'Istria, riceviamo un romanzo storico di argo- 
mento albanese, intilato Costantino o Vamor primitivo, di Luigi Lauda, 
il quale, come tutti gli albanesi residenti in Italia sognano l'indipendenza 
della loro patria, quanto l'hanno dimenticata gli Albanesi rimasti in Alba- 
nia (Napoli, St del Fibreno; un voi. di pag. 128; prezzo lire 3). — È 
uscito il secondo dei dodici nuovi romanzi di Medoro Savini, da pubbli- 
carsi entro un anno; è intitolato Luisella: contiene U4 pag.; costa L. 1,50. 
— In elegante edizione di cinquanta esemplari numerati dei quali soli venti 
in commercio, il signor Carlo Volterra ha pubblicato a Pisa, pe'tipi del Ni- 
stri due sue nuove storielline, intitolate: Alla posta e Vna vendetta in 
mercato. Presso lo stesso editore Nistri di Pisa, in elegantissima edizione 



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— 373 -. 
di soli cento esemplari, Diego Martelli servito da Telemaco Signorini di tre 
illustrazioni ba pubblicato un opuscolo il cui titolo, essendo più o- 
sceno del libro stesso, non possiamo riferire. — La casa Brigola di 
Milano ba pubblicato il secondo volume del teatro di Achille Torelli; Vna 
Corte nel secolo XVI l^ commedia in cinque atti in versi (di pag. 140,v 
prezzo L. 2,50). — Da Genova^ estratte dal pregevole Giornale storico Li- 
giisticOf riceviamo due importanti biografie critiche, scritte con molta eru- 
dizione storica e letteraria dal signor A. Neri, di due storici genovesi del 
secolo XVII, Pier Giovanni Capriata, e Luca Assarino. — Presso l'editore 
di Palermo Michele Amenta è uscita la seconda edizióne della pregevole 
versione poetica di Giuseppe Sapio della Qeorgica di Virgilio. Il signor . 
professore Alfonso Gerquetti, egregio lessicologo forlivese, ha pubblicato 
una- sua Risposta al Discorso di Cesare Guasti letto nell'adunanza 
pubblica della R, Accademia della Crusca ; che il signor Guasti abbia 
fatto prova di non toscana urbanità, nel cenno con cui ricordò il Gerquetti 
alla Crusca è vero pur troppo; ed egli stesso a quest'ora ne sarà forse 
convinto ; ma ò vero altresì che uomini del valore del Gerquetti non hanno 
nulla da guadagnare neirimpegnare polemiche letterarie sopra alcune parole 
sfuggite ad un relatore malaccorto d'un Accademia, in verità, più morta che 
viva ; la Crusca acquistò fama finquì più da'suoi avversarli che da'suoi ami- 
ci; esagerandosene, specialmente Aior di Toscana, la infallibilità, alla quale 
non sappiamo che alcuno degli accademici pretenda, si pose ogni cura per 
dimostrare che'era anch'essa fallibile, e in tale dimostrazione, se ne divul- 
gò maggiormente il nome. Ella sarebbe morta a quest'ora se le battaglie 
dé'lessicografi non l'avessero condannata a vivere; e il Gerquetti per la sua 
parte, volendo provare all'Accademia gli sbagli commessi dai compilatori 
del suo dizionario, (tanto scarso e di poco rilievo, nella somma, ò il nume- 
ro degli errori da lui notati), potrebbe esser riuscito molto più a provare 
invece la diligenza de'signori compilatori, se alle mende notate dal Ger- 
quetti, ogni studioso, per la propria parte, non avesse ad aggiungerhe al- 
tre più gravi, ed in molto maggior copia, onde si dimostrerebbe che l' o- 
pera del Dizionario è lontana dal rendere agli studii que'servigi per i quali 
TAccadeniia della Crusca è, con non lieve dispendio, mantenuta dallo Stato. 
— Abbiamo inoltre ricevuto gli scritti seguenti: Poesie di Dioniso Carrara 
da Barga; Firenze, Tipografia Carnesecchi (prezzo Lire 1); Canto e Pa- 
tria, versi di Giuseppe Micali La Wall; Messina (Nicotra); Dello scri- 
vere, sermone di Carlo Baravalle (Milano); Filosofia deW immortalità 
dettata in brevi lezioni da Francesco Altardi (Palermo, Bondl, prezzo una 
lira); La RinnoveUazione degli studii letterarii del professor Simone 
Rossi; fascicolo primo, prezzo cent. 80; Messina (D'Amieo); Troppo Se- 
nofonte nei Licei e podó Greco, Lettera di Fraacesco D'Ovidio CTortno) ; 



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— 374 - 
Delle iniezioni ipodermiche di calomelano nelle malattie sifilitiche os- 
servazioni di Efisio Valle, capitano medi6o in ritiro (Sassari; Azuni); Rap- 
porti fra Veconomia degli esseri organizzati e Veconomia sociale, di- 
scorso Ietto nella solenne riapertura della libera università di Ferrara dal 
dottor Aristide 'Stefani; Ferrara (Taddei); La lotta per il diritto nel pro- 
cesso Ofenhein del valente giurista avvocato Francesco Forlani ; Trieste, 
tipografia Morterra, (prezzo Lire 1,50); Primi elementi di enciclopedia 
universitale ad uso dei ginnasi, licei, scuole normali e magistrali, uni- 
vers. etc, compilati nell'Ateneo dal professor Vincenzo Pagano; volume 
unico; quaderno 4. Agatologia (Napoli, Lorenzo Rocco; prezzo L. 5); una 
pregevole e interessante biografia dei naturalista ed agronomo Giuseppe 
Gaulieri pubblicata per nozze da Carlo Negroni, in Novara ; e dello stesso 
autore: Sulla nuova tariffa capitolato delle acque demaniali (Novara, 
Miglio); Proposta del comitato per l'acquisto dei canali già concessi alla 
compagnia del canale Cavour; Amaritudo amarissima, titolo di una 
fantasia lirica di Gius. Fara Musio (Cagliari); Francesco Ramognini ha pub- 
blicato un poemetto sul Duca Ferdinando di Genova'^ Undici lettere ine^ 
dite di Pietro Giordani, pubblicate per cura di Venerio Orlandi (per nozze ; 
Forlì, Demecerati) ; Per V inaugurazione del ^nonumento a Daniele Ma- 
nin, canzone di Ferdinando Galanti (Venezia, tipogr. Antonelli ; un bel 
canto, pieno di dignità e di severo affetto); Nella inaugurazione del 
monumento a Daniele Manin, Versi di Fortunato Novello (Venezia, ti- 
pogr. Antonelli) ; Lo spirito di Daniele Manin, Ode di Antonio Malmi- 
gnati (Padova, Sacchetti); La morale e il teatro, discorso di Antonio 
Sartini (Pisa, Ungher ; onesta e ben ragionata scrittura contravveleno 
alla nota lettura sullo stesso argomento, di Ferdinando Martini). — Ri- 
ceviamo ancora la Guida Spilim^òergo e suo distretto di L. Pognici (Por- 
denone, Gatti; ne sarà discorso nel prossimo fascicolo). 

— Riceviamo copia d'alcune belle epigrafi in onore di Michelangelo, di 
cui il 6 marzo ricorreva il centenario. Crediamo far cosa grata ai nostri 
lettori pubblicandole, con la lettera che ce le accompagna: 

Pieve S. Stefano, i3 marzo i875. 

Pregiatiss. Sig. Professore, 

Come ben saprà, il Comitato fiorentino iniziatore per festeggiare il quarto 
centenario della nascita del sommo Michelangelo Bonarroti, doveva portarsi 
il 6 del corrente marzo nel Comune di Caprese per collocare nella sala di 
quel diroccato castello una lapide commemorattva in onore di un tanto no- 
me. Dal sindaco poi di quel Comune furono invitati tutti i Municipii della 



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— 375 — 

Valle Tiberiana superiore, non che le Accademie a mandare i loro rappre- 
sentanti per assistere a questa solenne cerimonia. Ma, attesa la gran neve, 
e l'incostanza della stagione, il Comitato credo bene rimettere la sua venuta, 
e per conseguenza la festa nella futura primavera, allorchò la stagione sa* 
rebbe stata più propizia. 

Io come uno dei possidenti di quel Comune, e come uno dei rappresen- 
tanti il Municipio di Pieve S. Stefano, fui pregato di fare alcune epigrafi 
per collocarsi nel detto Castello in occasione della surriferita festa. 

Eccole adunque, sig. Professore^ queste epigrafi che a Lei rimetto, men- 
tre col più distinto ossequio ed affetto ho Tenore di soscrivermi 

Suo Devotiss. Servo 
T. Barciulli. 
1. 

Questa deve collocarsi sopra la porta d'ingresso del castello : porta senza 
affissi, e priva anche dell'architrave. 

Diruto Castello 

Non il Despota edificatore 

ma il sommo 

Michelangelo Bonarroti 

Etema il tuo nome 

Ossequio, riverenza, affetto 
I tuoi visitatori 
Comprendono. 

2. 

Nella sala ove sarà collocata la lapide che il Comitato ha di già fatto fare 
in Firenze e dove sarà tenuta l'adunauza. 

Al Comitato Fiorentino 

Che nel quarto centenario 

Il giorno natalizio 

di 

Michelangelo Bonarroti 

volle celebrato 

All'eletta schiera di Rappresentanti 

Comuni e Accademie 

scientifiche, artistiche letterarie 

convenuti a questa solenne cerimonia 

Il Municipio Capresano 

lode perenne riconoscenza 

tributa. 



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376 - 



Sopra alla porta, che da questa sala si accede nella camera, ove la tradi- 
zione vuole che sia nato il divino artista. 

Umile cameretta 

Fortunata di accogliere i primi vagiti 

di 

€ Michel più che immortai angiol divino » 

Oggi 

Nei suoi cultori 

Le Scienze, le Lettere, le Arti 

Riverenti ti onorano 

Splendida magione il Genio non cura 

4. 
Entro la detta Camera. 

Scultura Pittura Architettura Poesia 

Impalmandosi 

Come le prische Grazie 

Carolavano 

Attorno alla cuna di Bonarroti 

che 

Generose < lattar, più eh' altri mai >» 

Infusero al neonato 

dell'arti loro la perfezione 

Fausto memorando giorno 
6 marzo 1474. 

— Finalmente i Veneziani hanno pensato e provvedono sul serio ad in- 
nalzare anch*essi un monumento al loro immortale commediografo, a Carlo 
Goldoni. 



— Due insigni bibliotecarii di due illustri biblioteche, il nostro Ferrucci, 
bibliotecario della Laurenziana, il Walther, bibliotecario della Imperiale pe- 
tropolitana si scambiarono ne*mesi scorsi complimenti latini internazionali, 
che cercano e trovano oppoftiMia ospitalità m questa rassegna internazionale 

mensile degli studìì. 



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-377- 

Ad virum clarissimum 

ALOISIUM CHRYSOSTOMUM FERRUCCIUM, 

Regine Bibliotkecae Mediceo-Laurentianae 

Florentince Prc^fectum 

Salve, Ferrucci, quo Tuscia cive superbii 

Artibus urbs Fiorens^ nomine et omen habens^ 
Quas mihi vovisti latìas, vir docte, camoenas', 

Egregii ingenii dona probata nitent^ 
Dieta quibus splendent Russorum facta per orbem^ 

Extensis cultu et relligione sacra^ 
Ergo grati animi placidus yerba atque salutis 

Suscipe, quse mìtto^ candida vota Tibi. 
Sed me quo celebras, equidem non dignor honore, 

Nec meret has laudes Musa modesta mea. 
Tu potius Rector Medicese Bibliothecad 

Promeritus flores atque poèta simul, 
Scriptorum custos, Hermes tutela librorum, 

Pieridum Ausonise praesidium atque decus. 
Te doctae Italiae colit urbs, Florentia pulchra, 

Et Latii gaudet Te duce M'usa redux. 
Falior an emine Tu merito Chrysostomus audis, 

Cujus ab ore pio 3uada benigna fluit ? 
Visere Te mihi cur sors nuper iniqua negavit, 

Quum pulchra hospes eram laetus in urbe Tua? 
Russia sed dudum celebrem Te jure colebat^ 

Et jam laeta Tibi tendit amica manum. — 
Quando ìterum visam te felix. Itala tellas> 

desiderii summa capatque mei ! 
Forsitan bsec etiam nobis dabit otia Divus; 

Mitia fila qiK)ad Parca benigna trahit, 
Ut tandem adspiciam Romam, seternum decus OrbiSj 

Parthenopes orse deliciasque simul, 
Hesperii ingenii ut miracula Te duce lustrem, 

Palladis^ et^ quibus est urbs Tua dives, opes. 
Tibi tot coelique artisque bonis cumulato 

Det Deus incolumi luce manente frui 1 
Pieridum invigilans tempio latiseque Camoense, 

Vir venerande, litans vive faveque mihi 1 

Peiropolt, d, 27 m. Decembris 1874, 8. m. Januarii i87S. 

Tibi addiciissimus 

D.r Christoph. Fridericus Walther 

Imperialis Bibliothecse pubL Petropolitanae 

bibliothecarius super, ord. 

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- 378 - 
Ad Cìir. Fr. Walther Imp, Biòlioth. Petropolit Bibliothecarium Su- 
per. Ord. etc. 

Walther, habes dìgnum prò Carmine nomea ab Illa, 

Quse mente, ac forma prsetulit omne decus. 
HsBC Catbarina fuit Juno, Yenus, atque Minerva ! 

Unica tres capiens, nec generosa minus. 
Nomina virtutum sunt ista adhibenda poètis: 

Splendent virtutes, nomina palerà sonant. 
Forma, et Majestas, Sapientia viva tenebris 

Temporum, et errorum sic in honore manent. 
Sed genus a Caelo est animarum^ ad grandia facta 

Quas Deus ìnstructas mittlt ab arce sua. 
Sideris Arctoi longe lateque refulgens, 

Walther, ea est speculum, quam Catharina, canis. 
Imparem adhuc meritis iinguam si cantor habebis, 

Vertendum vitio non erit arlis opus. 
Solares radios quis sustinet orbe reflexos 

Triplice crystalli? Juno, Minerva, Venus 
Hic habitaverunt, Catharina recepit et illas ; 

Par eadem ment^ et corde futura trium. 
Ut sit laudandum, potius venerabile Numen 

Hoc est in terris, et prope stella polì, 
Lumino quae regat ìmperium, spem provehat armis, 

Et quo magna vocat gloria, sternat iter. 

Al. Chr^ Ferruccius. 



Notizie letterarie rumene. 



Si ò pubblicato il 3"" volume delle Cronache della Romania per cura 
del noto storico Michele Cogalniceanu. Una prima edizione di queste 
importantissime Cronache fu pubblicata in Moldavia nel 1854 sotto il 
regno di Gregorio Ghica per opera dello stesso Cogalniceanu. La se- 
conda edizione ora intrapresa è non solo riveduta e corretta, ma an- 
cora vi sono aggiunte le cronache della Valachia che nella prima edi- 
zione non vi erano. Questa raccolta si comporrà di 5 grossi volumi ed 
in ultimo vi saranno le tavole storiche della Romania dal 1766, epoca 
a cui giungono le cronache più moderne, qnal'ò quella del Sincaiu fino 
al 1866. I primi due volumi furono pubblicati nel 1872: 11 primo di essi 
è preceduto da una prefazione la quale se contiene apprezzamenti po- 
litici contetnporanei che non possiamo dividere, pure è scritta con uno 
stile robusto ed efficace che dimostra l'amor patrio dell'autore. A questa 
prefazione segue un discorso prelimiuare al Corso di Storia nazionale 



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-379 - 
che rautore pronunziò nel 1843 a Jassy all'Accademia allora fondata da 
Michele Sturza, principe di Moldavia. Le cronache più importanti pub- 
blicate in questi tre volumi sono quelle deMue fratelli Costin, di Gre- 
gorio Urechi, di Giovanni Neculcea e di Enachi Gogalniceanu. L'appun- 
to che si potrebbe fare a questa raccolta è di aver trascurato alcune 
cronache perchè simili a quelle pubblicate, aggiungendo solo in nota 
le varianti, mentre si avrebbe dovuto pubblicarle tutte per esteso non 
tanto per la Storia della Romania quanto per la storia della lingua 
Rumena. — Ciò non toglie che l'opera sia pregevolissima, il che vien 
pure provato dairessere già da gran tempo esauriti gli esemplari de*due 
primi volumi. 

Il distinto economista ed uomo politico Giovanni Ghica ha pubblicato 
il sesto fascicolo delle sue dotte ed interessanti Convoràiri economice 
delle quali ci occupammo altra volta. In questa puntata sono fra gli 
altri notevoli ì seguenti articoli: L* accentramento ; Bukarest or son 100 
anni; Bukarest industriale e politica. 

L'erudito filologo Hasdeu ha intrapresa la pubblicazione del suo corso 
di filologia comparata che egli tiene nell'Università di Bukarest ; esso 
ha per titolo ; Principii di filologia comparata Ario-europea compren- 
dente i gruppi; Indo-persico- tracico; greco-italo-celtico e letto-slavo- 
germanico con applicazioni alla Storia della lingua rumena. Ogni mese 
sarà pubblicato un foscicolo di 32 a 48 pagine e sono già apparse le pri- 
me puntate. Ogni anno uscirà a questo modo un volume di più di 400 
pagine accompagnato da un indice analitico e da un indice linguistico . 
È un'opera che fa onore alla scienza rumena e che speriamo verrà ap- 
prezzata all'estero come lo merita. 

Apparve in Ploiesti la terza edizione dell'eccellente opera di P. Eliade, 
Ispettore scolastico, col titolo: Elementi di pedagogia e metodologia 
teoretica e pratica, nella quale si espongono con facilità e chiarezza 
"i metodi moderni d'insegnamento adattati alle scuole rumene. 

Si è pubblicata la seconda edizione del Catechismo di Economia po- 
litica del noto economista P. S. Aurelianu, uno de' direttori della Rivi- 
sta Scientifica di Bukarest. Il miglior modo di parlare di questo pre- 
zioso libriccino è riprodurre in parte ciò che ne scriveva nel Jouvm 
noi des Economistes di Aprile 1870, il Lesage, socio deirAccademia delle 
Scienze morali e politiche di Parigi: <c Réunir en moins de cent pages 
les élements de Tóconomie politique, sans rien oublier et sans negliger 
lesexemples, donner des notions claires aux gens de peu de loisir, éveil- 
ler chez les autres le désir d'etudier, tei est le but d'un catechismo. 
Ce but, notre collègue, Aurelianu, professeur d'economie rurale à Fècole 
d'agriculture de Bukarest, l'a complétement atteint et notre opinion 
est sans doute celle du ministre de l'instruction publique en Roumanie 
qui en a autorisé l'usage pour l'enseignement secondaire. » A questo 
catechismo fa seguito nello stesso volume la traduzione rumena del- 
l'aureo opuscolo di Franklin: La science du bon homme BichardL II 



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— 380 — 

Lesage parla ancora in modo lusinghiero della Notke sur la Roumanie 
che TAureliana in collaborazione coll'Odobescn scrisse in occasione del- 
l'esposizione mondiale di Parigi. 

Il sìg. Hugonnet di Ginevra annunzia la pubblicazione d*un libro col 
titolo: Siw mois en Roumanie ; lo scopo dell'autore è di « far cono- 
scere all'Europa e farle amare la Romania, paese molto simpatico, il 
quale ha fatto grandi progressi e si è posto a capo della civiltà in 
Oriente. » Se tale è lo scopo del libro, a noi non resta a far altro che 
a ringraziarne Fautore ed aspettarne con impazienza la pubblicazione. 

Il valente ingegnere di miniere Mattia Draghicónu ha pubblicato un 
importantissimo studio sulle saline rumene dal punto di vista geologico, 
tecnico ed economico, che è il primo lavoro più esteso pubblicato su 
questo argomento in Romania e del quale l'autore, oltre ad avere pro- 
fonde cognizioni tecniche, si mostra geologo valente. A questo studio 
si aggiunge, e ciò lo rende ancor più utile, una memoria sopra un 
nuovo metodo di estrazione e tasporto del sale. 

Dell'instancabile giovane Tocilescu abbiamo ancora a registrare due 
lavori di gran rilievo; il primo, che è un lavoro critico di polso, ha 
per titolo: Due storici, e l'altro, una monografia giuridica che dimostra 
grande erudizione, è intitolato ; Del legato in diritto romano ed in di- 
ritto civile rumeno. Oltre a ciò si annunzia la prossima pubblicazione 
di due altre opere dello stesso autore : BanuL Mihalcea e Vita ed opere 
di Nicola Balcescu, uno de' rigeneratori della letteratura rumena ; que- 
st'argomento fu anche svolto dall'autore in una conferenza che tenne 
quest'anno all'Ateneo. 

Il professore di lingua e letteratura greca alla facoltà dì lettere e 
filosia' di Jassy, Caragìani, ha mandato alle stampe la traduzione ru- 
mena in uno stile facile e popolare deiriliade, dell'Odissea e della Ba- 
trocomiomachia. Il Caragiani è noto per una pregevole grammatica della 
lingua greca. 

Nello scorso mese si fece l'inaugurazione delle annue conferenze al- 
l'Ateneo rumeno dì Bukarest. Il solerte vicepresidente del sodalizio, Au- 
relianu, lesse un applaudito discorso che fu seguito da un concerto 
musicale. L'Aurelianu disse che era questo il nono anno dacché furono 
inaugurate codeste conferenze ; che le quistioni economiche erano per 
essere lo scopo precipuo di esse in questo anno ed espresse la sua ri- 
conoscenza al defunto Carlo Rossetti il quale lasciò gran pa'rte del suo 
avere all'Ateneo. — Fin da principio furono annunziate 32 conferenze, 
le quali dureranno fino a mezzo aprile. La prima dì esse fu dello sto« 
rico Ureche ed ebbe per titolo : Quistioni storiche. 

Abbiamo a registrare due nuove pubblicazioni periodiche : Omul si 
natura^ periodico scientifico e pratico che si pubblica in Cahul due volte 
al mese e nel quale le quistioni scientifiche sono trattate dal lato della 
loro utilità pratica; il periodico sarebbe utilissimo se si diffondesse 
Qelle campagne. Revista Junimei (Rivista della Gioventù) si pubblica 



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— 381 — 

nna volta al mese in Bukarest ; nel primo numero ò notevole : Una 
pagina della vita d*un sognatore ed una graziosa poesia del Macedonki 
col titolo Carminella, 

Con questa occasione debbo ancora parlare del periodico letterario 
illustrato che si pubblica in lingua rumena ogni settimana a Pest, sotto 
la redazione di Giuseppe Vulcaou ed è nel suo decimo anno di vita. 
Pubblica biogratio, novelle, articoli scientifici e critici; questo periodico 
e VAlbina sono i più importanti giornali letterarii rumeni che si pub- 
blichino in Austro-Ungheria. 

L'illustre presidente della Società geografica italiana, Cesare Correnti, 
il quale non trascurò mal alcuna occasione per dimostrare la sua sim- 
patia verso la Romania e che lamentava la mancanza d*una storia ru« 
mena in lingua italiana, scrissse una lettera allo Esarcu, agente rume- 
no a Roma nella quale lo pregava di aiutarlo a far sì che nel prossi* 
mo congresso geografico di Parigi, le due Italie si mostrino all'Europa 
come Giano, con una faccia ad Occcidente ed un'altra ad Oriente. L'E- 
sarcu gli rispose ringraziandolo e disse come pel loro mutuo bene e pro- 
gresso sia necessario che i genii dei due paesi si sviluppino fraternamente. 

La direzione del periodico illustrato, Giro del Mondo, che pubblica 
queste lettere, loda TEsarcu pe' suoi lavori intorno alle scoverte di do- 
cumenti fatte neirArchivio di Venezia e di cui l'illustre critico X* Mas- 
sarani ha reso diffusamente conto. 

Al teatro di Bukarest fu applaudita una commedia, o meglio sette 
quadri comici di autore anonimo col titolo: Cer cuventul (Domando la 
parola) ; è scritta con vivacità e con eccellente vis comica. 

Gli ultimi fascicoli della Revista Contimporana^ entrata nel terzo anno 
di vita, contengono una poesia di Alexandri: La pasqua cinese; la Fi- 
glia di Chiv Tronca, commedia di Miler; le Colonie romane in Dacia, 
di Opranu ; Schizzi letterari di Gellianu ; Epoca di Mircea I, di Ureche ; 
due lettere antropologiche scritte da Roma da G. G. Cantacuzeno, ed uno 

studio giuridico di Schina. 

S. St. S. 

— Nella Trompetta KarpaUtor, si annuncia che la città di Jassy 
votò i fondi necessarii per erigere in occasione del suo centenario un 
monumento alla memoria del glorioso martire della nazione rumena, 
Gregorio III. Ghika principe di Moldavia, di cui Dora D'Istria scrisse 
la vita negli Albanesi in Romania, 



Notizie letterarie slave. 

— On annonce à Laybach (Lublanya) la mort de M. Henri Costa an- 
cien bourguemestre de cotte ville et l'un des chefs da parti national 
Slovène. M. Costa avait publié en langue Slovène quelques opuscules. 



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— 382 — 

notamment une vie du poète Vodnik et une bibliographie Slovène dédiée 
par lui au récent congrós archéologiqae de Kiev. 

— Une sociétó de littórateurs serbes vient de fonder à Belgrado une 
revue nouvelle Otaczàina (la Pàtrie). Ce recueil dont nous avons sous 
la main les deux premiers numeros parait chaque mois en un fasci- 
cule de 5 feuilles in-8. imprimé sur magniflque papier avec beaucoup 
d'élégance UOtaczbina publie des romansfort distingaès età commen- 
cé une sèrie d'études détailiiées sur les peuples Slaves et sur les na- 
tions voisines de la Serbie, notamment les Roumains et les Greca. Nous 
lui souhaitons tout le succés qu'elie parait mériter. 

M. Oreste Miller professeur de littérature russe à TUniversité de 
Saint Pétersbourg bien connu par ses belles études sur la littératu- 
re nationale. vient de publier à Saint Pétersbourg une sèrie d'étades 
fort intéressanies sur la littérature russe contemporaine. L'ouvrage à 
pour titre : Lectures publiques sur la littérature russe après GogoL L'au- 
teur y étudie avec de grands détails l'oeuvre des principaux littéra- 
teurs russes contemporains : Tourguenev, Gontcharov, Dostoevsky, Pi- 
semsky, Tolstoi, Nekrasov, Stchedrine etc... 

A Paris Tient de puraltre un ouvrage d*une moindre portée, mais 
fort utile aux personnes qui désirent avoir une idée sommaire de la 
littérature russe: UHistoire de la Littérature Contemporaine en Rus- 
sie par M. C. Courrière ancien rédacteur du Journal de S. Pétersbourg. 
11 fournit dMntéressants détails sur une fonie d'écrivains trop peu 
connus. 

— On sait que Tune des plus célébres cantatrices allemandes est 
aujourd'hni M^e Mallinger de l'opera de Berlin. Ce qu'on sait moins 
c'est que M^ne Mallinger est d'origine croate. Il y a une dizaine d'an- 
nées le gouvernement croate voyant ses heureuses dispositions pour le 
chant i'énvoya étudier à ses frais au conservatoire de Prague. En 
revanche M^e Mallinger prit par écrit l'engagement de chanter pen- 
dant 10 années de suite au Théàtre d'Agram ; ses études terminées 
elle aUa en AUemagne et y devint l'artiste célèbre que l'on connalt, 
mais malgré les instances qui lui ont été faites elle a refusé constam- 
ment de tenir Tengagement qu'elle avait pris. La Gazzette Allemande 
d'Agram (Agramer Zeitung) publie le texte de l'engagement signé il y 
a dix ans par l'illustre artiste. Cet engagement était redige et signé 
en langue croate par la cantatrice qui prétend aujourd'hui ne plus 
comprendre sa langue maternelle; sic vos non vobis I 

— La veuve de lesk Stefanovitch Karadjilch le célèbre coUectionneur 
des chants serbes s'occupe en ce moment a réediter les oeuvres de 
son mari qui ne se trouvent plus dans le commerce. Elle va prohaine- 



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£^ 



— 383 — 

mennt publìer par souscriptìon les trois premiers voiumes des Chants 
serbes (Narodne pesme) qui depuis longtemps sont épaisés. Les sous- 
criptions sont regues chez Madamo Anna Karadjitch (Candstrasse, Ma- 
rokanergasse, N. 3 à Vienne Autrìche). Le prix de chaque volume est 
fixé à deux florins. -'^ 

— L'Université de Moscon vient de conférer le titre de membra ho- * :^ 
noraìre au célèbre évéque dos Slaves Méridionanx Monseigneur Stros- 
mayer. Le mème honneur vient d'étre confóré par l'Université de 
Saint Pétersbonrg à M. Charles Schefer directear de Técole des Lan* 
gaes Orientales de Paris poar les services rendres par M. Schefer aux 
étndes orientales. 

M. A. Kotliarévsky professeur de littérature Slave à l'Université de 
Kiev vient de publìer à Prague (imprimerle Claudy) un grand ouvragd 
sur les Antiquités el Thistoire des Slaves de Poméraiue. On devait 
déjà à M. Kotliarévsky un ouvrage classique sur les rites funéraìres 
des Slaves paiens. L'ouvrage actuel complète heureusement les tra- 
vaux antérieurs d'autres écrivains russes, notamment M. M. Hìlfer- 
ding, Pawinski^ Nebosklormov. Il est accompagné de nombreuses notes 
et renferme tous les textes latìns que l'on va rarement chercher dans 
les chroniques originales. M. Kotliarévsky était anparavant professeur 
à l'Université de Dorpat; nons nous réjouissons de le voir appelé à 
l'Université de Kiev, où sa science peu commune lui permettra de 
rendre de nombreux services. 

— M. Urbanek de Prague vient de commencer dans cette ville la 
publication d'une Revue bihliografique spécialement consacrée à la lit- 
térature tchóque et slovaque, (Vestnk Bibliograficky). Ce recueil com- 
prend outre un catalogne des publications récentes, de nombreux arti- 
cles critiques et des informations littéraires. 

— On annonce comme devant paraìtre prochaineraent à Prague le 
troisième volume de l'histoire de cette ville par le professeur Tomek. 

— Les Serbes Wendes de Lusace publient actuellement 6 Journaux 
ou Revue. C'est un nombre assez considérable pour une population qui 
ne dépassé guére au maximum 160,000 àmes. 

— M. Tabbé Sasiftek, écrivain slovaque auquel on doit dejà une his- 
toire de Hongrie en langue Slovaque vient de publier k Saint Martin 
(Hongrie septentrionale) une brochure allemande sous ce titre ; Die 
Slowaken, eìne ethnographische Skizze, Cest une monographie com- 
plète du peuple slovaque au poìnt de vue ethnographique, agricole in- 
dustrie!, littéraire etc. M. Sasinek évalue le nombre des slovaques k 
plus de trois millions. Son travail vient à point à une epoque où le 
gouvernement de Pesth, sous le ridicule prétexte de panslavismo a en- 



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— 384 - 
trepris contro les slovaques d'impitoyables persécutions. Il a successi- 
vement fait fermer les trois gymiiases quo les Slovaques avaient ou- 
vert à leurs frais, et il s'attaque aujourd'hui à leur principale institu- 
tion, la Sociétó littéraire Mattea qui a jusqu'icl publié un grand nom- 
bre de publications aussi utiles aux Slovaques qae inoffensives pour la 
Hongrie. 

— Nous recevons de Prague le premier fascicule du dixième volume 
des Pamasky Archeologiche (Monuments archéologiques) publiée par la 
commissioQ archéologique du Museum de Prague. Cette intéressante 
revue est publiée dans le format in-4. avec un grand luxe d'illustra- 
tions et de typographie. Tonte fois sauf de rares exceptions elle ne 
fournit de renseignements que sur Tarchéologie locale du Royaume de 
bohème. Parmi les articles critiques nous remarquon^ spécialement une 
étude de M. Kalousek sur le dernier opuscule de Rassler: Ueber den 
zeitpunkt der Ansiedlung der Slawen an der Unteren Donau. M. Ka- 
lousek s'y mentre fort dur pour ce travail et nous sommes convain- 
cus qu'ìl a raison. 

L, L, 

— L' autore del noto e interessante volume intitolato Le Monde 
Slave, il signor prof. L. Leger sta per pubblicare un suo nuovo volume 
intitolato: Étvdes Slaves, al quale è sicuramente assicurato, fin d'ora, 
dalla competenza del suo autore il più legittimo successo. 



Notizie letterarie dell'India. 

— Mentre scriviamo o è pubblicato o sta pubblicandosi Tultimo fascicolo 
(56) del celebre Dizionario petropolitano {Satishrit- Wórterbuch herausge- 
geben von der Kaiserliche Akademie der Wissenschaften bearbeitet von Otto 
Bòhtlingk und Rudolph Roth). Sono sette volumi in L, a due colonne; ogni 
volume abbraccia più di 1000 pagine. Da più di vent'anni vi lavorano, in- 
defessamente, oltre ai due illustri direttori, Alberto Weber per la lettera- 
tura speciale dei Yagiurveda, e W. Dw. Whitney per la letteratura spe- 
ciale deWAtharvaveda. Il Weber attese, inoltre, particolarmente ancora 
alla letteratura delle Upanlshad, alla letteratura astronomica indiana, oltre 
che parecchi altri eminenti indianisti, nella loro specialità, fornirono tutti 
al munumentale Dizionario, preziose notizie; così, per citarne uno solo, tra 
i più chiari, vuol essere ricordato il prof. Stenzler di Breslau per la lette- 
ratura giuridica indiana. Ma è specialmente per la parte vedica che s'è re- 
so indispensabile il gran Dizionario petropolitano. Il dizionario parziale del 
Rigveda di Grassmann, e quello che dicesi avere in pronto per lo stesso 
Veda il chiaro prof. Ludwig dell'upiversità di Praga (del quale s'annunzia 



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— 385 — 

pure pronta per la stampa una intiera versione del Rigveda) potranno por- 
tare qualche maggior precisione in alcuna parte del Dizionario petropolita-< 
no, ma in nessuna maniera scemarne il merito, il quale com'ò universal- 
mente riconosciuto da tutti gli studiosi (malgrado il dissenso parziale di al- 
cuni), cosi merita la più sentita riconoscenza ai due intrepidi e dotti intra- 
prenditori del Dizionario ed ai loro eruditissimi cooperatori. 

— Da Tubinga, ove professa il prof. Rolh, riceviamo un interessante di- 
scorso di lui sopra VAtharvaveda nel Kashmir, il quale ci reca una ec- 
cellente notizia. Il testo deìV Atharvaveda pubblicato dal Rolh e dal Whitney 
secondo i codici esistiti in Europa lasciava pur troppo finquì molto a desi- 
derare per la correttezza e per la completezza agli stessi dotti editori. Altri 
pregevoli codici furono dal Roth ricercati e trovati nell'India, e questi, 
sebbene in alcuna parte più compiuti degli europei, non davano ancora al 
Roth la sicurezza di possedere il vero Atharvaveda^ il quale, del resto, 
per la natura speciale del suo contenuto, pel modo speciale di sua forma- 
zione, non può presentare lo stesso formulario preciso e determinato degli 
altri Vedi. Veda delle donne era chiamato neirindia, e però negletto come 
men sacro degli altri. Le formolo tramandavansi verbalmente di famiglia in 
famiglia, di luogo in luogo, e necessariamente, come accade in tutte le tra- 
dizioni orali popolari storpiavansi; di qui le ripetizioni con varianti e stor- 
piature che si trovano ne'codici ùéìVAtharvaveda. Presumere di liberarlo 
da ogni storpiatura sarebbe uno sconoscere la natura delle tradizioni popo- 
lari, e un far opera dannosa anzi che critica. Ma, se questo non si poteva, 
era almeno desiderabile che de'testl ÙéìVAtharvaveda pervenisse a noi il più 
genuino, quello ch*è adottato nel paese ove il culto di Atharvan ò più in 
onore. Il barone Hùgel ci notificò che questo paese è il Kashmir. Di tale 
notizia si valse il prof. Roth, per procurarsi con l'aiuto de'due dotti fra- 
telli Muir, il dottor Giovanni in Edimburgo, e sir Guglielmo Governatore 
delle Provincie indiane del nord-owesl, presso il re di Kashmir una copia 
dell* A^;»art?at?ecfa kashmirese, che sul fine di novembre del 1874 arrivò 
felicemente nelle mani di lui a Tubinga. L'esemplare è bene scritto, ma in 
tempo recente, da un amanuense ignorante, che lo deturpò in più luoghi 
coi più grossolani errori; perciò s'inviarono nuove sollecitazioni nel Kashmir 
per ottenere un codice più antico e più corretto. Se si otterrà, com'è da 
sperarsi, avremo finalmente per le cure che vi spenderà intorno il dottissi- 
mo prof. Roth, per le mani, il più interessante de'Vedi,. dopo il Rigveda^ 
nella sua forma più completa e più leggibile che si possa ottenere. Intanto 
i dotti appunti del Roth che descrivono materialmente il nuovo codice 
kashmirese, e lo raffrontano con gli altri, per quanto di nessun interesse 
pel pubblico, hanno la loro singolare utilità per gli studiosi. 

— Da un distinto discepolo del Weber, del Roth e del Ludwig, il dot- 
tor Vs. Miller, che coprirà in breve la cattedra di lingue comparate nell'Uni- 
versità di Mosca, vedista e mitologo, dal sapere e dall'ingegno del quale, 
specialmente per le relazioni ch'egli troverà fra il mondo vedico e lo sla- 
vo, gli studii comparativi s'attendono i migliori risultati^ riceviamo una pic- 






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-386 - 
cola memoria in lingua russa sopra la parola ariana Mitra {MUhra) da 
lui dottamente riscontrata con la parola slava mtr (egli riscontra con in- 
gegno i nomi proprii indiani Pushpamitra, Buddhamitra, Yicvamitra^ ed 
altri terminanti in mitra (amico, e amicizia), coi nomi proprii slavi Zwieto- 
mir. BìAóimir, Vsiemir ed altri terminanti in mtr (pax, mundus), 

- L*ultimo fascicolo della Deutsche Rundscliau contiene una vivace ed 
energica risposta del professor Max Mùller al Darwin e Meine Antwort an 
Herrn Darwin; » così chiamato il figlio di Darwin, cui, con poca conve- 
nienza, il celebre naturalista incaricava di rispondere alle obbiezioni 
che mosse il Miiller alla discendenza dell' uomo dalla scimmia fondandosi 
sulla ragione del linguaggio. Nel tempo stesso, il prof. Max Mùller che, fin- 
qui, aveva lasciato senza risposta, gli assalti diretti contro dì lui in 
America, ne' suoi scritti e discorsi linguistici, dal prof. Whitney, coglie l'oc- 
casione per respingere gli argomenti di questo suo illustre ed ostinato av- 
versario. Non è ora a prevedersi come questa fiera polemica terminerà, 
poiché il prof. Whitney non si vorrà, pur troppo, dar cosi presto per vinto; 
ma, sarebbe desiderabile, poich'egli non solo fu primo ad assalire, ma il 
fece pure in modo meno parlamentare che egli riconoscesse da sé medesimo 
come al Mùller, uomo e non Dio, appena liberato dall'immensa intrapresa 
della sua edizione del Rigveda, dovesse parere indispensabile di regolare 
questa partita d'onore col suo collega al di là dell'Atlantico. Ora non vor- 
remmo dire che l'onore dei due combattenti sia per questa polemica meglio 
vantaggiato, poiché crederemmo invece che senza la polemica l'onor loro ne 
sarebbe stato più grande ; ma crediamo almeno che siasi dato sfogo suffi- 
ciente agli spiriti battagliera d'entrambe le parti, senza che con altro in- 
chiostro si abbia a versare altro fiele. È un voto, e desideriamo che arrivi 
non invano ài di là dell' Atlantico, come slam persuasi che il prof. Max 
Mùller non riprenderà più volontariamente le armi contro il suo dotto col- 
lega, dal quale non volle far altro che difendersi. — I nostri lettori sanno 
già che il professore Max Mùller è in Italia, per ragione di salute; ai fioren- 
tini siamo lieti d'annunciare ch'egli si tratterrà una settimana in Firenze 
nella seconda quindicina d'aprile. 

-« Se la letteratura vedica offre allo studioso comparatore maggior copia 
di materiali primitivi, ingenui e naturali, la letteratura sanscrita ha un van- 
taggio sopra di essa dal Iato estetico, presentando una forma d'arte più de- 
terminata, e presiiandosi quindi meglio ad essere tradotta in altre lingue, e 
compresa anco da lettori profani. Quindi la ragione per cui la letteratura 
sanscrita potrà divenir famigliare al pubblico, quando la vedica rimarrà di 
dominio quasi esclusivo degli studiosi. Un tal pensiero ci aveva indotti nel 
1864 a tentare presso l'editore Daelli di Milano la fondazione di una piccola 
Biblioteca indiana destinata al pubblico, nella quale sarebbersi raccolti i più 
bei fiori della poesia e letteratura indiana. Ma l'editore non avendo avuto 
fortuna, quel disegno fu abbandonato, ed ora udiamo con piacere, che il 
signor Ernesto Leroux, libraio della Società Asiatica, intraprese una piccola 
biblioteca dei classici indiani, della quale riceviamo un bel saggio nella ver- 



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— 387 — 
sione delle celebri Stances érotiques, morales et religieuses di Bhartriharl, 
il Larochefoucauld dell'India, con qualche maggior profondità nella rappre- 
sentazione delle sensazioni d'amore. Mentre i dotti rendono il debito omaggio 
alla diligenza con cui il giovane e valente indianista Paul Regnaud ne mvò 
una traduzione molto più esatta delle precedenti^ i nostri lettori e le nostre 
lettrici proveranno una singolare compiacenza nel prestar Torecchlo alle 
melodiose sentenze del finissimo ed elegante Bbartrihari, che il Regnaud ha 
rese trasparenti con tutti gli invidiabili vantaggi d'una lingua che per chia- 
rezza e disinvoltura vince ogni altra. Un' opportuna introduzione fatta con 
garbo introduce il lettore alla conoscenza del poeta e de' suoi precedessori 
dal Regnaud facilmente superati. Dello stesso Regnaud si prepara la stampa 
della versione del Carruccio d'argilla (Mr'icch'akati), dramma sanscrito 
d£l re Sudraka, di cui anche il nostro prof. Michele Kerbaker ha in ordine 
una traduzione eccellente^ a giudicarne dal saggio finqul pubblicato. 

— La libreria orientale del Maisonneuve di Parigi ha pubblicato una se- 
conda edizione delle dotte prelezioni al corso d'hindustani recitate in Pa- 
rigi dal venerando professor Garcin de Tassy sopra La langue et la litté- 
rature hindoustanies, tra gli anni 1350 e 1869. Nessuno^ in Europa, ha con- 
tribuito quanto il Garcin de Tassy alla conoscenza delle lingua e della let- 
teratura dell'India occidentale, poiché nessuno meglio di lui ne segue la let- 
teratura contemporanea, e si mantiene in relazione coi più dotti cultori della 
lingua hindostanica nell'india. Ed anche in quest'anno egli ha regalato agli 
studiosi una di quelle sue larghe e minute revues annuelles della lingua 
e letteratura hindostanica, dalla quale ci ò dato rilevare gli annui progressi 
ch'esse fanno, la loro relativa attività, i contrasti ch'esse trovano nel!' India, 
per la resistenza delle lingue di tipo sanscritico^ le quali il Garcin vede 
condannate a disperdersi, mentre invece pare che la maggioranza degli 
inglesi ne secondi lo svolgimento, e che i nativi stessi la tutelino gelosa- 
mente. Il viaggio del Rousselet nell'India centrale ci ha confermato la per- 
manenza vivace di questi dialetti, coi quali gli indostanici possono difficil- 
mente sostenere una seria concorrenza, quantunque anch'essi abbiano dati 
prodotti letterarii eminenti, della conoscenza dei quali andiamo particolar- 
menta debitori allo zelo illuminato del Garcin de Tassy, un vero apostolo 
dell'hindoustani fra gli europei, il quale indirettamente porge pure modo ai 
puri indianisti d'istruirsi sopra il movimento annuo degli studii sanscriti 
nell'India. 

— Una prova dell'operosità che gli indiani stessi dimostrano nello studio 
delle loro antiche lingue, l'abbiamo in un libro d'un dotto uomo politico di 
Geylan, Sir M. Goomara Swamy, ossia, una traduzione in inglese dal pàli, 
ch'ei fece del Sutta Nipàta, e che l'editore Trùbner ha recentemente stam- 
pata. Cumàra Swamy era a Londra nello scorso estate, e nella sua intro- 
duzione intende a mostrare come gli sieno famigliari parecchi libri di dotti 
europei, tra i quali sono ricordati e citati Max Miiller, Ernesto Renan, Ma- 
ry Summers, Eug. Burnouf, prof. Kern, Fausbòll, il vescovo Bigandet, i 
professori Foucaux, («hilders^ James d'Àiwis, M. Àlabaster, Thomas Hood^ 



^ 



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- 388 - 
Schopenhauer, Hartmann, Lewes, Bùchner, Eyton, citati ciascnno nella loro 
lingua originale. Tutto ciò ò curioso, e se non dà un'idea di un sistema 
scientifico perfettamente organico, offre certo una nozione singolare di una 
erudizione più che ordinaria. Quanto al libro stesso^ ecco che cosa ce ne 
dice Coomara Swamy: < In questo volume è offerta la traduzione di alcuno 
dei discorsi di Buddha, e di parecchi dei dialoghi nei quali egli prese parte. 
L'originale in lingua pàli màgadht, lingua sorella del sanscrito^ già diffu- 
samente parlata nelle Provincie di Behar ed Oude> ove nacque il Buddhi- 
smo. Il nome dell'opera è < Sutta Nipàta » Fra i Buddhisti del Sud è te- 
nuto in molta stima^ derivandosi frequentemente da esso il testo de* sermoni 
che si tengono nei monasteri. Un breve sunto di canoni buddhistici, del 
quale esso forma una parte integrale, può mettere il lettore in condizione 
di conoscere la sua posizione esatta in mezzo ad essi e gli fornisce pure 
qualche idea della sua natura. La grande quantità di scritti originali, nei 
quali le dottrine del buddhismo si trovano svolte si divide in tre categorie 
(chiamate Tipitaka): 1 Vinaya pitaka, 2 Sutta pitaka, 3 Abidhamma pitaka. 
Il primo si riferisce immediatamente alla disciplina e vita quotidiana dei preti^ 
e consiste di cinque sezioni. L'ultima è dedicata a dottrine trascendentali 
metafisiche e religiose, così sottili che si dice possano esser bene intese dai 
soli dei. Consta di sette sezioni. La seconda categoria riguarda specialmente 
il nostro presente^ studia gli uomini ed è intesa al loro vantaggio. » La 
traduzione è seguita da alcune utili note, sebbene alcune possano parere su- 
perflue non solo ai dotti indiani, ma anche agli studiosi europei. 

— Dalla liberalità del Segretario di Stato per Tlndia in Inghilterra^ Sua 
Grazia di Argyll, riceviamo il prezioso dono della Flora of British Tndiay 
descritta dal dotto J. D. Hooker, in società con parecchi botanici, della 
quale uscì finquì presso l'editore Triibner di Londra il primo volume, di- 
viso in tre parti (pag. 740; prezzo 30 scellini). Intenti come siamo a studii 
speciali sopra la mitologia botanica^ nessun dono potava giungerci più gra- 
dito e più opportuno di un'opera nella quale trovasi la più minuta ed esatta 
descrizione delle piante indiane, degno complemento alla dotta Flora orien- 
talis di Boissier già da noi raccomandata. L'autore non presume certamente 
ancora di poter esaurire nell'opera sua la descrizione di tutte le piante in- 
diane; egli stesso dice che delle 14,000 specie all'incirca che compongono 
la Flora Indiana, una dodicesima parte appena finquì si può descrivere con 
qualche precisione. Un buon trattatela di botanica elementare che si mandò 
innanzi alla prima parte è molto atto ad agevolare rinlelligenza della terminolo- 
gìa scientifica adottata dai dotti compilatori di questa Flora^ botanici competenti 
che THooker s'aggiunse con molta modestia e sapienza, per rendere più sicure 
le proprie descrizioni. Dopo di ciò parrebbe che per la Flora indica non 
rimanesse almeno per ora, altro a sperare di più ; ma noi crediamo che gli 
ndianisti si troveranno unanimi nel far voto, perchè, dove sia possibile, 
nelle future descrizioni di piante, presso il nome scientifico trovato loro dai 
dotti europei^ s'aggiunga pure il termine popolare indiano nel sanscrito e 
ne' suoi principali dialetti. Il Duca d'Àrgyll che ama le intraprese gran - 






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— 389 — * 

diose e sa come vogliono essere condotte, troverà forse il modo perchò anco 
questo desiderio degli studiosi s'adempia. 

— L'editore Trùbner a Londra ha pubblicato il quinto ed ultimo vo- 
lume della traduzione poetica del Ràmàyana di Griffith. Nelle note, sono 
frequenti i richiami alla versione del nostro Gorresio, e ce ne rallegria- 
mo; ma insieme con altri studiosi europei e con gli stessi indiani ci 
meravigliamo che non siasi dal Grifflth pur fatta menzione della dotta 
memoria del Weber sopra il Ràmàyana, di cui apparve pure una tra- 
duzione inglese ueìVIndian Antiquary di Bombay. 

A. D. G. . 



Notizie letterarie tedesche. 

Furstin Eleonora LichJtenstein — (1754-4812) — von Adam Wolf, Mit 
Portràt — (Vienne, Gerold, 1875). 

L'importance que les historiens accordent aux femmes sert à don- 
ner une idée assez exacte de )'influence dont elles jouissent. En Orient, 
où la femme n'a encore qu'une action bornée sur les idées et sur les 
habitudes, on ne songe guère à écrire la vie méme de celles qui ap- 
pellent le plus Tattention. Il en est de méme en Espagne, pays semi- 
oriental depuis que les Maures y ont domine. « Ghez nous, disait 
don Louis de Haro à Mazarin, la plupart des femmes 8*occupent uni- 
quement de leurs amants, quelques-unes de leurs maris,aucun ministre 
n'a donc à s'en soucier. » Le rasò cardinal répondait en soupirant 
qu*il était bien loin d'en étre ainsi en Franco, et il citait les noms de 
ces fenunes célèbres dont Victor Cousin a été de nos Ijours Téloquent 
et spirituel historien. 

Le philosophe francais n'est pas comme Michelet un écrivain gyno- 
phobe qui applique à Thistoire les théories hargneuses de Proudhon, 
vrai paysan socialiste, révolté à la seule pensée qu'une femme puisse 
étre autre chose qu'une < servante. » Si Michelet ne dissimulo jamais 
dans son Histoire de France le róle considérable que les femmes ont 
joué dans le pays sauvé par Jeanne Dare, on voit à chaque moment 
qu'il s'en irrite. Son idéal est le roi de Prusse, « le roi de l'esprit » Fré- 
déric II, tellement en détìance contre le sexe féminin qu'il s'est exposé 
souvent aux plus amers sarcasmes du philosophe de Ferney (I). Cou- 
sin, qui n'avait aucune sympathie pour la politique socialiste, consi- 
dero, au contraire, l'influence de la femme comme le résultat naturai 
de l'existence des classes élevóes et de ces mceurs polis qui ont fait, 
au XVII* siede, tant d'honneur à la nation francaise. 



(1} V. les Mémotres de Voltaire. 



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. ^ 390 - 

Après le règne de Louis XIV Turbanitó cesse d'ètre, dans TEufope 
occidentale et centrale, un privilége des compatriotes de Voltaire. A 
mesure que les moeurs s'adoucissent et se polissent, que les lumières 
se répandent, les femmes participent de plus en plus, en Angleterre 
comme en Allemagne, à la culture generale et à la vie sociale. La 
Grande-Bretagne a méme sa Sévigné, lady Montagne, à moitié orien- 
tale et à moitié italienne, esprit largo, sagace, indépendant, cosmopo- 
lite, qui a dans ses lettres immortelles fait un admirable tableau dola 
décadence de l'islam et des moeurs lurques (1), et à laquelle une mu- 
nicipalité italienne decorna la ciUadinanza d'onore,. 

Si la Franco n'a plus ces femmes célèbres qui tinrent téte au grand 
Richelieu et qui embarrassèrent tellement l'habile et souple Mazarin, 
l'AIlemagne produit les génies politiques du XVIIP siede, Catherine 
d'Anhalt-Zerbst devenue en Russie Catherine la Grande et la reine Ma- 
rie-Thérèse^ dignes contemporaines assurément du « roi de Tesprit. » 

Le Doct. Adam Wolf, professeur à TUniversitó de Gratz, a pris d'a- 
bord pour siyet de ses études Tillustre impératrice dont le règne ter- 
mine avec tant d'éclat Tbistoire de la maison Habsbourg (2), rem- 
placée aujourd*hui par la maison de Lorraine. L'éminent historien était 
bien préparé pour de pareils travaux. Son intelligence est trop élevée 
et trop sereine pour qu'il porte dans Thistoire les préjugés gynopho- 
bes et l'imagination maladive de l'auteur de la femme et de VAmour. 
En outre, Il possedè la suro érudition et la penetrante critique dont 
Tauteur de M°»« de Longueville e de M"i« de Chevreuse donne tant de 
preuves, et c'est avec raison qu'un recueil périodique francais fort com- 
pétent, la Eevue germanique, Fa cité comme un des arbitres de cotte 
érudition allemande qui de nos jours n'a plus d'égale en Europe. 

Sans avoir l'immense réputation de Marie-Thérese, Tarchiduchesse 
Marie-Christine occupo une place azzez importante dans le XVIII® sie- 
de pour que le Dr Wolf ait cru bon d'écrire son histoire, et publier sa 
correspondance avec Tempereur Léopold IL (3) 

Les ouvrages consacré à Marìe-Thérèse et à Marie-Christine noùs 
montrent déjà l'Autriche aux prises avec les difficultés qui devaient en 
grandissant finir par rendre^sa position si précaire. La Princesse de 
Lichtenstein nous fait assister à la crise provoquée par les réformes 
de Joseph II que suit la tempète soulevée par la Revolution frangaise 
et l'ambition insatiable de Napoléon I«r. 

Le fondateur de la maison de Lorraine était assurément un prince 
fort éclairé, qui prenait au sérieux ses devoirs de souverain et qui 
comprenait la nécessìté de faire les plus grandes concessions à Tesprit 
du temps. Mais s'il avait la conscience de son illustre mère, il n'avait 



(1j The lettera mnd othtr Works of the lady Mary Worthley-Montagw. 

(2) Oesterreich und Maria Théresia, et Aus dem Hofleben Maria Theresia's. 

(Z) Maria-ChrisHney Erzherxogin ^on Oealerreich, — Leep^ld II und Maria Chriitina. 



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— 391 - 

pas ce rare équilibre de facultés qui constitoent le véritable esprit po« 
litique. Aussi cet adversaire de la théocratiey^ que le comte de Salnt- 
Priest a peint si spirituellement dans son Histoire de la chute des 
Jésuttes, éclioua-t-il dans ses réformes et eut-il aussi peu de chance 
dans la plupart de ses entreprises que Catherine II fui heureuse dans 
ies siennes. Dans la vìe privée il ne réussit pas mieux que dans la pò- 
litique. Il ne semble avoir été heureux ni dans son mariage ni dans 
ses amours. La séduisante Eléonore de Lichtenstein ne répondit à sa 
passsion naissante que par Tindifférence et la froideur. Mais elle fut 
assez habile pour transformer en ami dévoué et Constant le souverain 
qui pouvait lui assurer l'influence politique qu'elle était fort loin de 
dédaigner. Jusqu'à la inort de Joseph II ellejouitd'un crédit fort grand 
et son caractère ambitieux trouva dans la confiance de Tempereur et 
roi plus d'une occasion de se donner libre carrière. Heureuse mère de 
famille, Eléonore est devenue Taieule d'une postéritó brillante. La belle 
princesse Eléonore Schwarzenberg, morte en 1873, qui a été de nos 
jours la grande dame la plus admirée de Vienne, rappelait aux Au- 
trichiens Ies gràces de la grand'mère dont elle portait le nom. 

Dans un temps od la lutto contro l'esprit théocratique soutcnueavec 
vigueur par Joseph II recommence en Allemagne, un ouvrage qui peint 
avec tant de charme et d'exactitude l'epoque et la cour du fils de Ma- 
rie-Thérese, n'interesso pas seulement Ies Autrichiens, et il serait à 
désirer que Ies traducteurs — * souvent si pressés de faire connaitre à 
leurs pays dos publications ineptes ou puériles, — eussent l'idée de 
traduire Eleonora de Lichtenstein. 

Heureuses Ies frangaises du XVIP siede et Ies Autrichiennes du XVIIP 
d'avoir trouvé des historiens tels que Ies Cousin et Ies Wolf ! Los fem- 
mas célèbres qui ont succède en Franco aux Chevreuse et aux Longue- 
ville, n'ont pas eu une pareille fortune. Madame du Deffant, a le Voi-* 
taire féminin, > n'a trouvé jusqu'à présent aucun de ses compatriotes 
capable de bien comprendre et de faire connaitre Ies inépuisables res- 
sources de ce prodigieux esprit. La sèche notice de M^^ Necker do 
Saussure ne donne pas la moindre idée de la lutto de M">o de Staèl 
contro le maitre impérieux de l'Europe. Cependant il ne faut pas sehà- 
ter de croire que des pamphlets gynophobes tels que V Somme "f emme et 
la Justice dans la Revolution et dans VEglise, absorbent l'activité des 
ócrivains ftancais. M. Mignet, un des survivants de -la glorieuse gene- 
ration de 1830, a fait paraltre Y Histoire de Marie-Stuart, M. Hamel a 
écrit 1$ vie de la terrible reine Marie, feu Darganda publié d'intéres- 
santes histoires de Marie-Stuart, de Jeanne Gray, de la grande Elisabeth, 
dans lesquelles on retrouve, avec des rechei^ches consciencieuses qui 
manquent chez le superficiel historien des Girondins, Ies défauts qui 
déparent Ies ouvrages historiques de Lamartine, l'abus des métaphores 
et le goùt des déclaraations sentimentales. 

PhileLbutheros. 



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- 392 - 



Ultime pubblicasioni straniere. 

Oltre le pubblicazioni già annunziate ne* precedenti fascicob'^ abbiamo 
ricevute ie seguenti, che, per difetto di spazio, non possiamo, per ora, 
che annunziare: Moses und Die Zehnvort. GeseUe des Pentateuchs Yon 
dott. Martio Schuitze (Berlin, Calvary) ; il 2® e 3** fascicolo del Diction- 
naire des sdences philosophiques par une société de professeurs et de 
savants sous la direction de M. Ad. Franck , deuxième édition (dalla 
pag. 160 alla pag. 480, dalla parola beau alla parola Esthètique); Les 
actes de la conférence de Bruxelles et la partecipation de la Belgique 
à la conférence de Saint-Peiersbourg par Ém. De Laveleye (extrait de 
la fìevue de Belgique; Bruxelles, Libr. Muquardt) ; La Commune en 
Van 2073; Au bout du fosse! par R. De Maricourt (Paris, libr. gene- 
rale) ; Miss Roveh, par Victor Cherbuliez (Paris, libr. Hachette ; un 
voi. di pag. 360 ; prix 3 fr. 50 e.) ; La cape et Vépée par Amódóe Achard 
(un voi. di 444 ; Paris, Michel Lévy fr. ; prix 3 fr. 50 e.) ; Histoires de 
Petite Villej Contes, et Nouvelles par Charles Deulin (Paris, Dentu; un 
voi. di pag. 326 ; prix 3 fr. 50 e.) ; Abraham Lincoln, sa jeunesse et sa 
vìe politique, histoire de Tabelition de Tesclavage aux Etats Unis par 
Alphonse Jouault (Paris, Hachette ; un voi. di pag. 156) ; Les armées 
frangaises et étrangères en 1874 (Paris, libr. Hachette ; un voi. di pa- 
gine 370 ; prix 3 fr. 50 e ) ; Histoire de la littérature italienne depuis 
scs origines jusqu*à nos jours par L. Etienne, ancien professeur de rhé- 
torique au lycée Saint-Louis Recteur de l'Acadèmie de Besancon (Pa- 
ris, Hachette; un voi. di pag. 600; prix 4 fr.); Ritornell und terzine 
BegriissuDgsschrift der Universitàt Halle -Wittenberg zuun sechzigjàhri- 
gen Doctorjubilàum dos herrn prof. dott. Karl Witte, von dott. Hugo 
Schuchardt 144 pag. in-4; Halle Lippert. — UAnnée géographique^ re- 
vue annuelle ; treiziómó année 1574, par M. Vivien de Saint Martin (Pa- 
ris, librairie Hachette); Eecits du Golfe /wan par Juliette Lamber (Pa- 
ris, Michel Lévy; 3 fr. 50); Cavour conférence par Ernest Fontanès 
(Paris, Sandoz et Fischbacher, un voi. di pag. r6); Hermes Trismegistos 
dargestellt von D.r Richard Pietschmann (Leipzig, Engelmann ; pag. 60); 
Italische Mytìien von Hermann Usener (Bonn Georgi); De lliadis Car- 
mine quodam Phocaico scripsit Herm. Usener (Bonn, Georgi; eleg. in-4). 



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— 393 - 



RASSEGNA POLITICA 



Pare che^ quanto più viene scemando nei popoli la fede in divinità 
celesti, con tanto maggior ardore essi si volgano alla ricerca e al culto 
di numi terrestri. La Grecia, che in una età religiosa^ quando in tutte 
le pubbliche e private diflacoltà mandavasi ancora pe'responsi all'ora- 
colo di Delfo, dipingendosi nel Pecile la battaglia di Maratona, vi aveva 
veduto senza scandalo raffigurato Milziade, suo salvatore, in atto punto 
diverso dagli altri capitani, solo più tardi potè erigere a un Demetrio 
Falereo, mediocrissimo uomo, tante statue, quanti sono i giorni dell'an- 
no. Grandissimo tra i mortali fu certamente Giulio Cesare, e maravi- 
glioso sotto ogni aspetto: ma ai giorni di Cammilloe di Fabrizio, quan- 
do il popolo romano credeva ancora in buona fede alle bugie di Nama 
e agli Ancìli caduti dal cielo. Cesare non sarebbe stato chiamato au- 
gusto e divo, né avrebbe avuto altari e sacritlzi. La filosofia greca e 
Lucrezio avevano abbattuto TOlimpo; e le moltitudini, non fatte parte- 
cipi dei benefizii del pensìei'o, nella solitudine del cielo cercavano Dei 
sulla terra. 

Sono famose in questo le nazioni cattoliche, avvezze fino dalla nascita 
a non sentire mai se stesse, e a cercare sempre fuori di sé la ragione 
delle loro opere. E quando Tidolo casca sotto i colpi del tempo, il suo 
culto dura molti secoli ancora; perchè esse si gettano smaniose sopra 
i framaienti, li raccolgono, li rimettono nel posto deUidolo, illudendosi 
in un frammento di possederlo ancora intero, come fanno ora che inalzano 
templi dappertutto al Sacro Cuore^ e come si è veduto fare in Francia 
sotto il secondo impero, che fu eretta una chiesa al prepuzio dì Gesù 
Cristo, il quale era stato trovato sotto le rovine prima del cuore. 

Né vanno esenti tra esse dal vizio comune gli uomini cosi detti spre- 
giudicati : tanto può^ in chi non pensa, la forza deirabìtudine e dell'e- 
sempio, che mutato l'oggetto della passione, non muta la passione ! 
Quei medesimi, che la palese o nel loro segreto derìdono il culto dei 
santi e guardano con occhio di compassione la femminetta che accen- 
de la lampada all'immagine della Madonna, si fanno poi a lor posta 
un idolo di qualche uomo vivente; onde li vediamo, secondo i tempi e 
i costumi di ciascheduno, mostrarsi fanatici chi per lo scrittore, chi 
per l'uomo di Stato, chi per il condottiero di eserciti, chi per la mima. 

26 



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- 394 — 
E il faDatismo liberale si manifesta coi medesimi caratteri del fanati- 
smo cattolico, con questa differenza: che mentre il secondo è, per buona 
ventura, divenuto ormai In generale tollerante delle ingiurie stesse che 
si fanno a' suoi idoli, il primo ha tutta la vivacità e intolleranza delle 
nuove religioni, tanto che, non solo la discussione, ma non permette 
che altri si permetta pur un sorriso. 

Di questo ci porge ora un esempio Tltalia, dove per idolatria d*un 
uomo i popolani di Roma, i discendenti del più altero popolo dell'anti- 
chità, invidiando ì cavalli delle regie stalle, si cambiarono in bestie 
da tiro ; e dove, per quanto faccia l'idolo stesso per persuadere che egli 
non è quello che pensano, v'è ancora gente, la quale a dispetto di lui ] 
vuole che egli sia quello che non è. La statua di Memnone era adorata j 
anche al tramonto del sole, quando non dava più i suoni, che sull'alba j 
Tavevano fatta credere l'abitazione d'un Dio. ] 

Tali cose non sono possibili in Germania; e questo ò il maggiore e \ 
più certo segno della grandezza intellettuale di quella nazione. L'eser- j 
cizio del pensiero conferisce dignità alla persona tanto d'un uomo che J 
d'un popolo. Nessuno Stato forse, al pari della Germania, è salito mai 
a tanta altezza in così breve volgere di tempo: nessuno, al pari di es- 
sa, ha combattuto In cinque anni tante e cosi grandi battaglie, ripor- 
tato tante vittorie, fatto in guerra tanti prigionieri, preso ai nemici 
tante bandiere, tanti cannoni, tanto oro: nessuno potè mai vantarsi di i 
possedere contemporaneamente, come essa, tanti uomini interi, un im- 
peratore come Guglielmo, un politico come Bismark, un ministro della 
guerra come il conte Roon, uno stratego come il conte Moltke. In Fran- 
cia, dove all'indomani d'una rivoluzione più di trenta dipartimenti no- 
minano a loro rappresentante il citaredo Lamartine, quel Pier Sederini ; 
dei tempi moderni, aprendogli con ciò la via al supremo potere, e dopo 
il processo di Bazaine si continua ancora a gloriarsi d'un Mac-Mahon 
come del cavaliere senza macchia e senza paura; e in Italia, dove gli 
eroi pullulano innumerevoli come i fiori delle sue primavere, e i libe- 
rali si cambierebbero volentieri nei ciottoli delle vie per farsi pestare 
da essi; non è a dire quello che sarebbesi veduto fare per uno solo di 
quegli uomini, reduci dai campi di battaglia, coperti di tanti allori : il 
delirio sarebbe andato alle stelle. In Germania invece si onorano, si ri- 
spettano, sono anche amati e festeggiati; ma amati senza acciecamento, 
festeggiati senza perdere di dignità,. La coscienza d'uomo, annunziatasi 
colà colla Riforma e colla dottrina del libero esame, si è colla filosofia 
maggiormente sviluppata nelle moltitudini, in maniera che tra queste 
e gli uomini di merito non corre più quella distanza, vera o supposta, 
che corre tra loro presso le nazioni, rimaste ancora, in virtù del ca- 



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— 395 «. 
ratiere passivo del cattolicismo^ nello stato inconscio e selvaggio, e 
che in tatti i loro atti pubblici, a chi le guarda da parte, appariscono 
simili in tutto a quei nuvoli di quadrumani, che a salti e a capitom- 
boli per gli alberi e per le rupi si precipitavano dalle montagne sui 
passi deiresercito inglese, quando entrò per la prima volta, quasi ap- 
parizione soprannaturale, nelle gole dell'Abissinia e sali ai regni invio- 
lati di Teodoro. 

Soltanto per opera della scienza, diffusa neiruniversale ed eccitatrice 
del pensiero in tutti, la bestia diventa uomo, l'uomo popolo; ciascuno 
vede nell'altro una parte di se stesso, di milioni di corpi e d'anime si 
fa un corpo e un'anima sola; e allora si comprende ciò, che al tempo 
dell'ultima guerra dicevano i giornali tedeschi, dando all'attonita Eu- 
ropa la spiegazione delle rapide e maravigliose vittorie, che quello che 
dispone, quello che guida, quello che vince, non è l'imperatore, né Bi- 
smark, né Roon, né Moltke, conlìisi con tutti gli altri nella massa, 
ma il generale Vorwàrts, Avanti 

Avanti! Questo é il grido della Germania in guerra, questo è il suo 
grido in pace; e n'ha ben d'onde. Ogni giorno che passa, metto sem- 
pre più in chiaro la politica del Papato, e ciò ch'egli trama contro di 
essa. ^B, ora l'audacia^ che é nella enciclica del 5 febbraio e nella no- 
mina a cardinale, fatta nel marzo, dell'arcivescovo di Gnesen e Posen, 
mentre è in carcere, anzi solo perchè è in carcere, mostra che il Pa- 
pato non si sente, o crede di non essere più solo. Sotto i turbini di neve 
e di vento, che afflissero in questo mese i continenti e le isole dell'Eu- 
ropa meridionale, egli venne quietamente raccogliendo in sua mano 
gran parte dei fili caduti, con cui in altri tempi muoveva l'universo. 

La monarchia italiana stava da quattro e più anni supplice e tremante 
dinanzi al castello di Canossa. A tutte le sue protoste di rispetto e di 
devozione il Papato rispondeva di dentro: « Io credo alle tue buone 
intenzioni, e alla guardia de' tuoi soldati; se si trattasse di noi due soli, 
io ti accoglierei nel mio talamo ; ma 

Quis custodièt ipsos 
Gustodes? 

Sicuri oggi, chi guarentisce domani te e me contro la rivoluzione? » 
E la monarchia fece venire al castello il presunto capo del partito ri- 
voluzionario in Italia, e lo fece accovacciare a' suoi piedi. Da quel mo- 
mento tutta la scena é cambiata. Il gran negromante, il famoso metro 
cìibo di letame non è più che un povero e buon vecchio, che bisogna 
lasciar dire e fare; la teocrazia fu definita governo dei cattivi preti^ 



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— 396 — 
e non è a dire, quanto i preti buoni andassero ammirati della sottile 
distinzione che era loro sfuggita, e delle profonde cognizioni filologiche 
della rivoluzione; il nome delia religione risuonò ogni giorno nel Se- 
nato, i peccati teologici ebbero la precedenza nel Codice criminale^ e 
una delle grandi Luci della Massoneria propose alla Camera dei de- 
putati l'esenzione dei chierici dalla leva. Nel mezzodì d'Italia, i comi- 
gnoli dell'Etna e del Vesuvio, in luogo di pomice e di sassi liquefatti, 
gettarono nembi d'incenso e di fiori; tacquero i latrati di Scilla, e le 
ombre importune dei fucilati di Fantina migrarono ad altri lidi: a set- 
tentrione, l'arcivescovo di Milano e il patriarca di Venezia cantarono, 
in segno di giubilo, il Te Deum nel giorno santo del re. 

La rivoluzione va incontro al Messia colle palme degli olivi che na- 
sceranno nell'agro romano, e purificatasi nelle acque della penitenza, 
siede con esso in candida veste al banchetto pasquale: tutto il cielo 
d'Italia è sgombro di nuvole ; e se odi ancora qua e là qualche voce 
nemica in tuguri o in sagrestie, non sono che gli ultimi suoni di un 
temporale di estate, che si ritira brontolando e va a perdersi nelle valli 
remote. 

Prima, come è ben naturale, chiamata ad entrare nel concerto fu la 
Francia: per gli italiani, educati nell'Arcadia, la grande ira di Dante 
contro gli Angioini per il male da essi fatto all'Italia, è una figura 
rettorica. Ma i francesi, come ben dice Machiavelli, non s'intendono 
delle cose di Stato ; ed era necessario, che Roma insegnasse loro, dove 
si cercano e come si formano le alleanze. Prima d'ora non avevano mai 
osservato, con che poco canape il montanaro mena in giro per le piazze 
e fa ballar l'orso. Richiamati a ricordarsi, come nel 1870 fosse stato in 
Italia il partito rivoluzionario che aveva impedito prima di Sédan, 
quando era ancora tempo, d'inviare centomila uomini in loro soccorso, 
e come il solo nome di repubblica fosse bastato a mutare aspetto alle 
cose e ad attirarvi buon numero di volontari; per quanto tardi d'inge- 
gno, compresero finalmente ciò che era da farsi oggi. E incominciarono 
dallo sconfessare per bocca di Mac-Mahon la relazione del generale Per- 
rot, ingiuriosa pei volontari italiani e il loro duce; poi stabilirono la 
repubblica, non importa se quella dei Gracchi o della Madonna di Lour- 
des, i repubblicani d'Italia si contentano di tutto ; e per ultimo pegno, 
mandarono testò 1 loro rappresentanti a Venezia ad assistere al giu- 
ramento di Pontida, che i Comuni italiani rinnovarono sulla tomba di 
Manin. 

Sicuro in casa e dalla parte d'occidente, il Papato, per accerchiare 
completamente il nemico^ si volge ad oriente, e seguendo le grandi 
tradizioni della sua polìtica, superiore in vero a tutti i pregiudizi! di 



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— 397 — 
razza e di religione^ fa causa comune colla Porta ottomana, e la istiga 
e dispone a ricalcare, occorrendo, le vie di Serse e di Maometto IV. 

« Il governo turco, si legge nelle effemeridi del marzo, intimorito 
dalle voci dì segrete intelligenze fra la Serbia, la Rumenia e la Grecia, 
è attivamente assistito dai gesuiti nel convertire i Bulgari al cattoli- 
cismo. I gesuiti con Taiuto degli emigrati polacchi che abbondano in 
Turchia, credono che fra poco potranno aver compita la conversione di 
circa centomila Bulgari. Furono aperte agenzie per le conversioni in 
tutte le più grandi città della provincia. » 

Nò si tirano le reti soltanto alle inflme specie, ma ai principi stessi 
dei sacerdoti, ai primati della chiesa greca; per creare difficoltà al 
governo d'Atene, il patriarca di Costantinopoli scopre proprio in questo 
momento di aver diritto al rimborso d'un' ingente somma di danaro che 
ei sa che quello non può pagargli , e guarda con fiducia a Roma, a cui 
verrebbe a vincolarlo la gratitudine, virtù celeste che fu sempre scala 
all'apostasia. E poiché gli scismatici, greci o luterani che sieno, sono 
testimonianze viventi contro l'unità della chiesa e le profezie, e distrug- 
gere del tutto non si possono, così al Papato, quando non si può in al- 
cun modo farli rientrare nell'ovile di Roma, tra i due mali parve il 
minore quello di darli a Maometto. Se non devono esser miei, sieno del 
diavolo: cosi non lacereranno almeno le belle membra della sposa di 
Cristo : vi sarà il peccato, non lo scandalo. Onde si vede ora in oriente 
questo fatto singolare, e pure naturalissimo, che ì turchi s'adoperano a 
convertire al cattolicismo quelli che non vogliono farsi turchi, e i cattolici 
s'adoperano a convertire al maomettismo quelli che non vogliono farsi cat« 
tolici. Il pensiero, che informa ed eccita il fanatismo che vien ora pro- 
rompendo tra le popolaziohi mussulmane dell'Asia e dell'Africa, è quello 
stesso che informa ed eccita il fanatismo cattolico in Bulgaria: il tempo, 
come lo spazio, ha fatto sparire le differenze. Maometto e papa sono 
due nomi dati alla medesima cosa ; e i due eserciti non formano che un 
esercito solo, il cui distintivo non è la croce né la mezzaluna, ma la 
benda agli occhi. 

Ma se tra l'esercito bendato e la Riforma stanno ad occidente i ba- 
luardi di Metz e di Strasburgo, a mezzogiorno e ad oriente sta l'impero 
austro-ungarico. 

Diverse sono le opinioni degli uomini che si occupano di politica, in- 
torno alla visita che l'imperatore Francesco Giuseppe farà al re d'Ita- 
lia, e riempirono in questo mese tutti i giornali d'Europa. Noi non fa- 
remo certamente ai lettori di questo periodico il torto di credere, che 
essi coi volghi, i quali s'abbeverano facilmente alle fonti della stampa 
quotidiana, non vedano in quella vìsita che un semplice ricambio di 



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- 398 — 
cortesie ; fortuDatamente l'età di Saturno e degli idillii ò passata anche 
pei re. Riconosceranno anzi, che la ragione della visita deve essere ben 
grave neir imperatore d'Austria, se può vincere il terrore, che deve pro- 
vare egli stesso nel toccare la terra da lui per tanti anni insanguinata, 
e neiravvieìnarsi alle fosse degli impiccali di Mantova. E ove guardino 
con mente serena alle cose, e considerino, da una parte la religione 
professata da casa d'Austria, e a perdere la quale essa preferì {perde- 
re la Germania, la natura particolare del presente imperatore, nato ed 
educato dall'arciduchessa Sofia, le concessioni falte dopo le sconfitte, la 
fatica con cui in onta alle promesse si svolgono in queirimpero le leggi 
confessionali, e la bontà che in onta alle leggi confessionali il papato 
dimostra sempre verso quello impero, la natura deirUngheria, la re- 
cente chiamata al potere di Tisza, protestante per sé, cattolico per gli 
altri, e la presenza in questo momento al Vaticano di mons. Haynald, 
principe e arcivescovo di Kolocz, fanatico del Sillabo e apportatore di 
grandi somme alla cassa di S. Pietro; dall'altra parte, la religione dei 
Reali di Savoia, la pace fatta in Roma fra i tre regnanti d'Italia, la 
scelta del conte Menabrea per andare a ricevere Timperatore ai confini 
dello Stato, e soprattutto il giubilo che mena di tal visita e le speranze 
che ha concepite, e non nasconde, il partito gaelfo onnipotente nella 
penisola (tacciamo quelle della stampa francese, che la passione è un 
cattivo logico): ove, diciamo, considerino tutto questo, non troveranno 
strano, che nella Rassegna politica d'un periodico scientifico, il quale 
s'attiene ai fatti, sia registrata in ispecie l'opinione di coloro 1 quali, 
finché i fatti stessi non mutano e le cose staranno nei termini in cui 
sono, credono che scopo della visita di Venezia sia un'altra Lega cat- 
tolica contro la Germania. 

Nò gl'indizi sfuggono all'occhio di questa, sempre aperto sull'Europa: 
e mentre annunzia, che manderà anch'essa il suo imperatore in Italia 
a riconoscere il terreno, e si assicura fuori alle spalle colla Svezia e 
colla Russia per far crollare, occorrendo, il vecchio edifizio degli As- 
burgo, in casa toglie al nemico i mezzi di nuocere, sopprìmendo le do- 
tazioni del clero cattolico, invitando tutti gli affigliati di Roma a di- 
chiararsi per la legge o contro la legge, colpendo senza distinzione il 
delitto tanto sotto il saio delFuomo del popolo, che sotto l'abito del di- 
plomatico e il rocchetto del vescovo ; e dai campi di battaglia prende 
un più alto volo sopra la Francia fermatasi a' suoi diritti dell'uomo, 
che sono anche quelli dell'Ottentotto, impegnando nella contesa tutti i 
pensatori in nome dei diritti dell'intelligenza. Yorwàrts ! Così la pro- 
vocazione avrà recato il beneficio d'inalzare le quistioni e, inalzandole^ 
di semplificarle : non più guerre parziali e infinite di razza, di snpre* 



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-399 — 

mazìa, di equilibrio^ ma una sola e grande guerra, in cui converrà che 
FEuropa tutta si schieri necessariamente in duo campi, la guerra della 
scienza e del vero contro la rettorica e gP idoli della mitologia. 

Ma come anche sotto le bufere invernali la natura, quando ò il suo 
tempo, non si nasconde^ e il mandorlo è fiorito nei clivi dei monti, e 
la rondine è tornata alla gronda nativa, e il sole salito air equinozio, 
dove le dodici sorelle bionde e le dodici sorelle brune si trovano due 
volte all'anno ad alternare con egual misura i loro balli; cosi sotto i 
nembi che si preparano ai popoli, v'hanno fiori e sorrisi che ne rom- 
pono il tetro orrore, e sono pegno di certe benché tardive primavere. 
Ài traforo del Cenisio e al Tribunale internazionale di Ginevra , 
da cui queste Rassegne presero le mosse e gli auspicli, sono ora 
da aggiungersi nuovi fatti, che l'umanità deve registrare nel suo 
libro d'oro. L'università di Leida celebrò nel mese di febbraio il terzo 
centenario della sua fondazione, e vide uniti nel nome della scienza 
uomini di Francia e. uomini di Germania rappresentarvi la futura co- 
munione dei popoli. Nel marzo furono appianate le difficoltà per la 
conferenza postale di Berna» resa certa quella di Pietroburgo intorno 
al modo di mitigare i mali della guerra, annunziato il disegno d'una 
ferrovia per gli Urali e la Siberia, che batterà al cuore dell'Asia. I 
nostri voti si compiono più presto che non fosse dato sperare: l'Ima- 
laia e il Pacifico si avvicinano: ai simboli succede la realtà, alle reli- 
gioni la religione. 

Firenze, 31 marzo 1875. 

A. M. M. 



Tavole Necrologicbe. 

Amedeo Achard illustre romanziere francese. 

Mariano Alvitreti (marchese) distinto uomo di lettere ascolano. 

G. F. Baruffi fisico distinto, illustre e intrepido viaggiatore, generoso 
filantropo piemontese, morto a Torino. 

St Bennett prof di musica a Cambridge. 

Maurizio Bufalini il celebre fondatore della scuola medica sperimen- 
tale italiana, morto in Firenze in età di 87 anni. 

Eugenio Camerini amabile, arguto e dotto critico anconitano, morto 
il 1 Mairzo in Milano. 

Riceviamo la seguente: 

Mio Egregio De Gubernatis 

Milano, 4 marzo. 
« Cadde ma invitto cadde il soldato del pensiero. > Così finì com- 
mosso il suo eloquente Addio ad J^w^renio Cam^n'nt quell'alto intelletto 



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— 400,— 

e qael Dobile cuore ch*è Tulio Massarani. E noi che da anni amavamo 
il buon vecchio che morte ci rapì, siam nel dolore e nel pianto! 

Eugenio Camerini, tu lo sai più di tutti^ fu critico altissimo, e let- 
terato schiettamente erudito, e amatore d*Italia quant*altri mai. Egli 
sin dalla giovinezza trascorsa nella nativa terra d*Ànnibal Caro e di 
Giacomo Leopardi idolatrò i classici senza odio all'audace scuola borea- 
le, salvò dal naufragio dei tempi molti libri e molti autori, svelò le 
bellezze dei nostri grandi da Dante a Manzoni e Niccolini, scrisse mol- 
to e per molti con lingua eletta ed eletto stile, fu pariniano di carat- 
tere ed argutissimo, narrò le lettere straniere agritaliani, profilò scien- 
ziati ed uomini di vena con amore e serenità, e vissuto povero, pove- 
ro ed immacolato mori, dignitoso neirultima ora come altero era stato 
nell'esilio e nei df della Sventura. 

Di lui ci rimangono molte pagine, ma sono sparse qui e là e forse 
non tutte sarebbero foglie per la sua corona. Che, costretto pur troppo 
a scrivere per riviste e giornali d'ogni partito. Camerini dovette alcu- 
ne volte tacere o velare, e Tistessa necessità dello improvvisare a 
furia, abituollo alla fine ad un'analisi che acuta sempre non sempre 
gli riuscì vera e profonda. Dovrà il Gelmetti, che pare sia il suo erede 
letterario, sceglier molto e sceglier bene, ed allora gli Scritti d'Euge- 
nio Camerini saranno letti e imitati come quelli del Sainte-Beuve. Tutta- 
via la calda e robusta intelligenza del Camerini è palese porgli onesti 
e gl'imparziali nel caro libro su / Precw^sori del Goldoni^ nei proemi 
di prodigioso sapere alle Biblioteche del Daelli. del Corradetti & del 
Sonzogno, nei Profili Letterarii intitolati al Correnti, e nei Nuovi pro- 
fili che tu giudicasti in questa nostra Europea del Gennaio. E più che 
nei libri la sterminata letteratura del Camerini è viva in noi giovani 
cho da lui imparammo più che nelle scuole e nelle biblioteche. 

Tutto tuo 

Affamo Amico 

Dottor Gaetano Sangtorgio 



Oltre alla splendida e dolorosa pagina biografica scritta dal Massa- 
rani abbiamo ancora lette le afifettuose e delicate parole pronunciate 
sopra la tomba del Camerini dal chiaro prof. Luigi Gelmetti. Annun- 
ciamo intanto ch'è aperta in Milano una pubblica soscrizione, per eri- 
gere un busto che ricordi il Camerini ; si sono raccolte finqul L. 1300; 
non bastano, non solo per lo scopo di inalzare un marmo, ma perchè 
rappresentano il solo concorso de' milanesi, quando il Camerini era 
gloria della critica italiana, e degno pertanto che d'ogni parte d'Italia 
si concorra ad onorarne la memoria. 

Dora Prosper L. P. Guer anger illustre scrittore ecclesiastico francese. 

Ferdinando Hilzig illustre esegeta della Bibbia, badese. 

Carlo Lyell il celebre geologo inglese, morto in età di 78 anni. 

Angelica Palli Bartolomei distintissima poetessa e letterata italo- 
greca, morta a Livorno. 

Edgar Quinet illustre letterato, pensatore e politico francese, grande 
amico d'Italia. 

Carlo Romani valente compositore di musica, morto in Firenze. 

Seguin primo costruttore delle linee ferroviarie in Francia, nepote e 
pupillo di Montgolfier. 



ANGELO DE GUBERNATIS, Direttore responsabile. 



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Anno 6.'' - Volume 2.^ - Fascicolo 3.° 

LA 

RIVISTA EUROPEA 

^-*.^ MAGGIO 1875 




MAX MULLER 



E 
LA MITOLOGIA COMPARATA ^^^ 



Son passati sedici anni dal tempo in cui Ernesto Renan, pre- 
sentando ai lettori francesi il primo bel Saggio di mitologia com- 
parata pubblicato ad Oxford da Massimiliano Miiller, scriveva queste 
parole degne di ricordo: « Tra vent'anni, se la serie di questi 
begli studii non venga interrotta dall' indifferenza del pubblico e 
dalla scarsa intelligenza (inintelligence) di quegli stessi che do- 
vrebbero darle coraggio, noi parleremo dello stato religioso è mo- 
rale de' nostri antenati ariani quasi con la steissa certezza con la 
quale si può parlare nel tempo nostro dei Greci e dei Romani. » 
Ma-ncano ora solamente più quattro anni perchè s'attenda il com- 
pimento della lieta profezia; si può adunque incominciare a far 
qualche conto sopra la maggiore o minor probabilità ch'essa s'a- 
dempia; e se il conto ritorni in meno, ci avanzano ancora quattro 
anni per provvedere, in ogni decente maniera, affinchè esso ritorni 
in più, ed Ernesto Renan possa consolarsi d'essere stato buon pro- 



ci) Lettura fatta la sera del 3 aprile al Circolo Filologico di Firenze. 



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- 402 — 
feta. Io, per la modesta parte mia, sono disposto e risoluto di 
spendere questi quattro anni intieri intorno alla mitologia com- 
parata ; che, s'ella non ò sicuramente nata per me, io mi sento 
così ben nato per essa, da desiderare di consacrarle l'ardore e la 
forza de'miei anni migliori, e con uno zelo apostolico tanto più 
vivo, quanto più m'accorgo che questa scienza, più giovane di 
tutti noi, la quale non ba ancora finito di nascere, si vorrebbe 
già morta, anzi sepolta viva. E la ragione principale degli alti 
sdegni è forse questa; la bella giovinetta, custode pudica del sa- 
cro fuoco della tradizione ariana, la misteriosa Vestale, che ha 
rimosso gli sguardi del volgo profano, lusinghiera attrasse e tiene 
avvinta a sé la mente innamorata di qualche giovine iniziato del 
tempio; e c'è gran pericolo che da questa corrispondenza arcana 
di sensi amorosi ne nascano figliuoli ideali. La rea madre si vor- 
rebbe ora gittare in tomba; il padre temerario ed incauto si fa- 
rebbe volentieri scomparire; alla giovine mal visa prole si da- 
rebbe per nutrimento l'assenzio. Ma, per quanto ò da me, non 
solo io non mi sottrarrò punto ai doveri di questa nuova pater- 
nità; ma durerò a combattere, con ogni mio potere, per l'onore 
della madre e per la vita de'figliuoli, fin che sia loro fatta piena 
ragione, e possano rivelarsi in quella luce simpatica, nella quale 
il loro diritto all'esistenza si renderà pienamente manifesto. 

La storia della nostra giovine Vestale si racconta presto. 

Quando, innanzi l'anno 1840, Federico Rosen pubblicava in Eu- 
ropa il primo libro del Rigveda, il babbo Adalberto Kuhn fece in 
Germania un sogno; in questo sogno, gli apparvero la prima volta 
Ercole e Caco travestiti da Indra ed Ahi. Quando ei fu desto, si 
domandò che co$a il sogno potesse significare; e, di pensiero in 
pensiero, guidato nell'arcano labirinto dal filo di quella sapiente 
Arianna ch'è la filologia comparata, si trovò un giorno persuaso 
dell'unità dell'olimpo indo-europeo e desideroso di dimostrarla. 
Come il penitente indiano, per forza della sola meditazione, si ì 
provò a ripopolare il mondo che il diluvio avea fatto deserto, cosi ] 
Adalberto Kuhn, per forza di sola meditazione^ riunendo, nell'opera 
che tratta dell'origine del fuoco e dell'ambrosia, alcuni frammenti j 
dello sconcertato olimpo ariano, incominciò a creare ; e ne venne | 
fuori una figura velata di donna galleggiante sopra un oceano j 
nuvoloso, portata dai venti, circondata di lampi e dì fulmini; il 
mondo guardò attonito, con una specie di religioso terrore, a 
quella singolare apparizione; ma non si commosse ancora e non 
s'accese d'alcun vivo entusiasmo. 



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— 403 - 

Nel tempo stes.^o, al di là della Manica, ad Oxford, un altro 
babbo tedesco, un altro gran penitente, che si castigò, per quasi 
trent'anni, sopra l'edizione di sei fitti e colossali volumi in foglio 
di testo indiano, Massimiliano Miiller, levando un giorno il capo 
stanco di sopra la immensa mole che la sua pazienza d'erudito 
gli avea moltiplicato fra le mani, fissò lo sguardo acceso verso 
l'Oriente, e, dopo lunga contemplazione, . vide nel cielo orientale 
animarsi una elegante e luminosa figura fantastica, che, sopra 
un carro d'oro, s'avanzava rapidamente per occupare della sua luce 
tutto il cielo. 

La donna scura del Kuhn e la donna chiara del Mùller s'in- 
contrarono dunque nel cielo indiano; i curiosi che assistevano a 
quella novità di un duplice fenomeno celeste si domandarono gli 
uni agli altri se si trattava veramente di due donne diverse, alle 
quali si dava un solo ed unico nome di mitologia comparata, o 
se pure non era quello più tosto l'effetto della sola allucinazione 
di due dotti sognatori. E, sebbene la figura chiara veduta dal 
Miiller seducesse i più, poiché il Mùller avea pure saputo, con 
la magia dell'arte, rappresentarla in modo vivace ed attraente, 
premendo dall'altra parte l'autorità grande del nome del Kuhn, 
la mitologia comparata parve cosa instabile fin dal suo primo na- 
scimento e lontana ancora dal poter divenire la dea sovrana d'un 
nuovo culto. Non si richiese già se non fosse il caso d'un sem- 
plice spostamento d'una stessa figura in sede ed ora diversa; si 
confuse il diverso atteggiamento, il diverso costume con la di- 
versa persona, e' si vollero riconoscere due persone contraditorie, 
ov'era da riconoscersene una sola ed identica, sotto un duplice 
aspetto. Il Kuhn ed il Mùller, partendo entrambi da uno stesso 
principio critico, considerarono e penetrarono il cielo 'mitico in 
un momento distinto; la mitologia comparata in que* due momenti 
distinti prese naturalmente duplice aspetto; ma, ciò che importava 
riusciva provato del pari da quella duplice serie d'esempii, cioè 
che il cielo fu prima naturai sede de' miti, e che la filologia com- 
parata aiuta mirabilmente a dimostrar questa verità. Adalberto 
Kuhn e Massimiliano Mùller hanno raccolto le prove per due or- 
dini di miti specialmente importanti; i miti che si riferiscono al- 
l'aurora, ed i miti relativi al cielo nebuloso e tempestoso; essi 
non hanno illustrato, di sicuro, tutti i miti del vasto ciclo che 
contemplarono, e lasciarono ancora ai loro seguaci molta messe 
da raccogliere ; ma portarono la prova del principio mitologico da 
essi posto ad una evidenza luminosa; allargandosi quel principio 



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- 404 - 
mitologico ad altri cicli, dai due fondatori della mitologia compa* 
rata non ancora considerati, le prove ottengono una più univer- 
sale e completa evidenza e la mitologia comparata acquista le basi 
d'una scienza complessa ed universale quanto è complesso lo stu- 
dio della universa natura. 

Ma, prima eh' io m' inoltri a discorrere della mitologia compa- 
rata, mi giova indicare che cosa sia propriamente un mito. La 
parola è famigliare a tutti noi e può quasi parere una imperti- 
nenza il mio dubbio che alcuno l'adoperi, senza conosc^erne il pro- 
prio valore. Ma io mi vedo costretto a dubitare, per forza, della 
parola, quando m'accorgo che si dubita della cosa stessa, ossia 
della realtà dei miti. A sentire alcuno de' nostri moderni critici 
i miti non esistono, o, se esistono, i soli miti esistenti siamo an- 
cora noi altri mitologici. Un mio giovane critico, di cui pregio, 
in ogni modo, gli studii e l'ingegno, per combattere i miti ch'io 
vado illustrando, disse piaccrvolmente ch'ei non vedeva oramai più 
altro mito che me stesso. Una ingegnosa parodia uscita in un pe- 
riodico universitario irlandese (1) ci raffigura il Miiller come il 
sole in persona; il nome, la vita, le opere del Miiller avrebbero 
perfetto riscontro nella mitologia comparata; l'anonimo autore, 
terminato il proprio scherzo, sul mito solare Miiller, soggiunge 
maliziosamente: « pochi miti solari sono cosi particolareggiati e 
varii, e nessun altro forse offre come questo, insieme raccolti, 
come intorno ad un centro, i caratteri speciali della favola san- 
scrita, ellenica e norvega. » Il primo a sorridere di una tale pa- 
rodia m'immagino sia stato il Miiller; ma quanto egli si può es- 
ser tolto piacere di un tale spasso, tanto avrà poi riso di quelli 
che lo pigliavano sul serio. Si tratta adunque di far passare Max 
Miiller per un mito solare; e chi sa che il presente viaggio di 
lui in Italia, in traccia di un cielo più sereno, di aure più miti, 
di una primavera più dolce, che gli riposi lo spirito affaticato, 
non sia per fornire qualche nuovo capitolo curioso alla leggenda 
mitologica che si va foggiando intorno al suo nome. Anche la 
scienza ha i suoi ameni buffoni. Ma, come nessun buffone ò mai 
riuscito a pigliare il posto degli alti personaggi de' quali ei si 
burlava, cosi, per qualche lazzo plebeo, che lo offenda per via 



(1) Sotto il titolo The Oxford Solar Myth a contribulion to compa- 
rative mythology. 



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— 405'— 
Massimiliano Mùller non cessa di essere il più splendido come 
il più invidiato de* moderni mitologi. 

Ognuno intende tuttavia lo scopo di simili parodie. Come Max 
Mùller s'è industriato a provare che sotto un tal nome d'antico 
eroe popolare si nasconde una figura solare, come, per lo stesso 
processo, si può raffigurare sotto il nome di Max Mùller un mito 
solare, poiché Max Mùller esiste realmente, ed ogni mito che si 
foggiasse sopra di lui sarebbe vano ed illusorio, cosi è vano ed 
illusorio il mito solare immaginato sopra l'antico eroe popolare, 
sulla esistenza storica del quale non si può quindi più sollevare 
alcun dubbio. La conclusione naturale di un tale ragionamento 
rimane questa: i miti non esistono se non nella immaginazione 
de' mitologi. E la questione della mitologia comparata non si pone 
altrimenti dal maggior numero de' suoi avversarii; e, posta così, 
quando, per parte nostra, non ci adoprassimo a combattere un cosi 
volgare sofisma, tornerebbe a noi di gravissimo danno, poiché in- 
viteremmo a seguirci un pubblico già distolto dal pregiudizio che 
tutta l'opera nostra sia artificiale, priva di base e di sostanza, 
una pura fantasmagoria creata da una immaginazione malata^ 

Sogni d'infermo e fole da romanzi. 

E, per quanto sia grande la cecità di chi non vede quanto solida 
base scientifica abbiano le mitologie, nessuno è meno di me di- 
sposto a farne le meraviglie, quando mi giunge novella che il 
rettore di una grande università del Regno d'Italia, più che un 
mezzo secolo dopo la grande scoperta del Bopp, ha tuttora il poco 
invidiabile ardimento non solo di negare, in un lungo sproloquio, 
la esistenza della filologia comparata, inventata da que* buoni te- 
deschi, com'egli, fine, li chiama, ma di aff'ermare una favola l'esi- 
stenza di questa nostra razza indo-europea. Non é certo gentile 
il dirlo, ma io lo dirò, quando mi sembra necessario: simili ne- 
gazioni assolute, simili incredulità petulanti non danno segno d'al- 
tro che di profonda ignoranza, o di mala fede insigne, ,o di leg- 
gerezza colpevole, se non forse ancora delle tre cose riunite in- 
sieme. I nemici della mitologia comparata non sono mitologi; non 
sono studiosi che siansi addentrati nella ricerca e nella ragione dei 
miti; essi esclusero anticipatamente i miti dal loro studio, e, non 
essendosene occupati punto, sentono molestia di ogni ricordo che 
se ne faccia, anco di qualsiasi lontana allusione ad essi. I nemici 
della mitologia comparata sono, in gran parte, eruditi minuti. 



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— 406 — 
Ciascuno infallibile per sé; che si guardarono sempre essi stessi 
dal mettere alla tortura il dilicato cervello, ma che d'ogni superba 
altrui levata d'ingegno s'impazientano, come d' un'offesa fatta alla 
loro propria persona. Terra a terra s'ha da andare, in traccia di fun- 
gherelli, che più bassi di noi non umiliano l'orgoglio nostro ; s'han- 
no da cogliere, per via, radici, vocaboli, proverbia, ritornelli, motti 
e strambotti, e metterli ben numerati in fila, a patto che nessuno 
riesca a capirli, bastando che si sappia, e molto più che si dica, averli 
capiti quel solo che li mise in conserva. Guai per chi trovando 
tutta quella materia inerte voglia soffiarvi dentro un po' di vita, 
e farla parlare. I monumenti sono solenni ed austeri in quanto 
tacciono; il giorno in cui la parola dell'uomo li ravviva, ogni 
loro prestigio si perde; il segreto del buon archeologo sta nel- 
l'arte di conservare all'antichità il suo carattere misterioso. Squar- 
ciare il velo al mistero vai quanto distruggerlo; e lo scienziato, 
non dovrebbe essere altro che l'eterno guardiano di misteri. Fin- 
che le mitologie non erano obbligate a significar nulla, potevano 
riuscire ancor esse un ornamento opportuno d'erudizione classi- 
ca; ora che si domanda ad esse il loro importante segreto, e che 
esse minacciano di dire ogni cosa, vengono proscritte come in- 
truse, 0, per dir meglio, al di fuori d'un significato rettorico, non 
se ne vorrebbe riconoscere ad esse verun altro, e, quando un mi- 
tologo viene loro a dar novella di qualche idea riposta in un mito 
classico, lo licenziano con un sorriso olimpico, che sarebbe deli- 
zioso se non fosse fatuo e da gente scioperata. I più benevoli tra 
essi s'appagano a consigliarci molta cautela, consiglio sempre 
buono a darsi e a riceversi, pur che, per essere prudenti troppo, 
non si diventi miopi. Il mettersi in via per un senlieruolo, senza 
aver prima abbracciato largamente le plaghe dell'orizzonte, e senza 
precisamente sapere dove si voglia arrivare, può giovare e bastare 
a chi s'appaghi di piccole passeggiate igieniche, senz'obbligo e 
senza impegno di raggiungere alcuna meta; ma, è mio sentimento 
che a volere conseguire alcun frutto dall'opera propria sia ne- 
cessario non solo imprenderla sempre con animo risoluto, ma 
spingervisi usque ad finem con tutta l'energia morale ed intel- 
lettuale di cui ciascuno studioso si senta capace, e mettersi in 
condizione di osservare dall'alto la materia che si studia per po- 
terla pienamente dominare, anzi che sottostarvi oziosi, aspettan- 
do che ne piova Tarabrosia. Anche gli Dei dell'Olimpo indiano, 
se dell'ambrosia vollero rallegrarsi, dovettero muoversi a conqui- 
starla. E noi potremo diflicilmente comprendere le sovrane vi- 



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— 407 - 
cende che hanno agitato Tolimpo, moderando i nostri passi sopra 
una falsariga scolastica la quale ci contenga sempre ne' limiti 
tracciati da una erudizione stanca e pedestre. Io non dico già che 
nella mitologia s'abbia a fare il volo d' Icaro, e, s' io medesimo 
avessi alcuna volta levato un tal volo, me ne dorrebbe assai, poi- 
ché non mi rimarrebbe più speranza, ove fossi caduto a mezza 
via, di misurare altrimenti il sublime arco del cielo; ma, se Icaro 
falli, per impazienza, nel volo, non per questo sono infami le ali 
di Dedalo, le quali bastavano ad un giusto volo, che dovea levar 
l'uomo artista dalla terra, ed accostarlo alla vista degli Dei. Ora, 
fra i nemici della mitologia comparata, i più implacabili son que- 
gli eruditi per l'appunto i quali, in loro vita naturai durante, 
non hanno mai conosciuto in altrui o provato in sé stessi alcun 
tumulto ideale, di cui dorme l'ingegno, o, se pare occupato, s'oc- 
cupa, soltanto, per una specie di funzione meccanica, nella quale, 
come una macchina dottamente congegnata, deve a tempo fisso 
fornire una certa misurata quantità di materiale scientifico. An- 
che questi minuti operai sono uomini utili, anzi necessarii, poi- 
ché risparmiano un tempo prezioso all'artista scientifico, che dal 
caos deve cavar fuori un mondo luminoso. Ma, se giova che, per 
essi, l'arsenale scientifico si riempia, è poi necessario che non 
S'ingombri, e importa che se ne sappia finalmente cavare un de- 
gno profitto. Ora il materiale mitico finqui raccolto, se non può 
ancora dirsi completo, è già cosi ricco che ad un primo lavoro com- 
parativo riesce sufficiente. Quello che gli eruditi tedeschi, scandinavi, 
slavi, e ora, (dopo le pregevoli raccolte de'nostri operosi Giuseppe Pi- 
tré, Vittorio Imbriani, Domenico Comparetti, Giuseppe Bernoni, Giu- 
seppe Ferrare e d'altri), possiamo aggiungere, italiani, hanno già sot- 
tratto alla tradizione popolare, senza ricordare le antiche mitologie 
indiana, greca e latina, forma già una cosi ricca suppellettile scientifi- 
ca, che sopra le basi di essa ò lecito e possibile inalzare alcun solido 
edifizio mitologico. Ma qui si ritorna alla prima questione : sono 
poi veramente miti quelli che voi ci rappresentate come tali? 

Io so d'alcun erudito che manifesta contro i miti, anzi contro 
la stessa parola mito, una specie di odio vatiniano, non dissimile 
dal sacro orrore che desta in alcuno de' cosi detti pensatori la pa- 
rola Dio, che a nessun patto vogliono sentir nominare, neppure 
storicamente. Con tal forma d'intolleranti dalla vista corta sareb- 
be inutile ogni ragionamento, se essi tenessero per sé soli il loro 
sovrano disprezzo, e non intendessero a farne propaganda tra ì 
giovani studiosi, dai quali s'attende la prode schiera de' mitologi 



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— 408 — 
comparatori, che assicurerà il trionfo della nostra bella disciplina. 
Io lascio dunque gli ostinati avversarli ai loro puntiglio e mi ri- 
volgerò invece a quanti possono ancora concedere una parte del 
loro tempo allo studio de' miti ; se dopo essersi addentrati in que- 
sto studio^ potendo liberamente spaziare come in proprio campo 
nella mitologia, e lanciare come padroni i loro occhi d'Argo ad 
ogni angolo più riposto di essa, arriveranno alla non lieta con* 
clusioue che i miti siano una mera finzione di mitologi, rispet- 
terò la loro sentenza; ma, poiché mi lusingo molto più che una 
simile sentenza sia impossibile a chi de'miti abbia fatto uno stu- 
dio diligente, invito animoso i giovani alla ricerca, ed, intanto, 
espongo loro alcune preliminari ed elementari considerazioni, che 
agli esperti non insegneranno forse nulla, ma potranno, io spero, 
dar qualche lume agli inesperti, per fermare loro un principio 
sicuro, e generale, dal quale potranno procedere nelle loro prime 
indagini. 

Come vi è una letteratura popolare, cosi vi è una scienza po- 
polare; la mitologia consta per l'appunto di questa letteratura e 
di questa scienza riunite. Il popolo fu il primo artista ed il primo 
scienziato, poiché primo, venuto a contatto della natura, la osser- 
vò e cercò di rappresentarsela per mezzo del linguaggio. La mi- 
tologia consta di nozioni e di espressioni popolari. Ma lìnqui 
avremmo indicata la essenza generale, non il carattere speciale 
della mitologia. Il popolo artista e scienziato non si distìngue- 
rebbe dall'artista e scienziato individuale. La differenza consiste 
nel modo diverso di osservare la natura e di dare una forma de- 
terminata a quelle osservazioni. 

Il mito si genera dalla osservazione collettiva istantanea di un 
fenomeno naturale immediato ed apparente; il consenso con cui 
si nomina per mezzo di una identica parola poetica l'immagine 
viva suscitata in tutti dalla vista di quel fenomeno é il più fre- 
quente e solenne generatore di miti, la sostanza de'quali, insom- 
ma, sono le apparenze fisiche; apparenze che ora discordano dalla 
realtà, ora le sono conformi; in quanto discordino, nasce il pre- 
giudizio la superstizione; in quanto si accordino, abbiamo un 
presentimento delle verità scientifiche; per questo secondo rispetto, 
l'osservazione collettiva e la individuale della natura trovandosi 
in armonia, la storia delle scienze naturali può incominciare si- 
curamente con la storia mitologica. L'altra parte della mitologia, 
che discorda dalla scienza, ha per la scienza stessa una singolare 
importanza negativa; dallo studio di essa, il naturalista può avere 



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— 40f> — 
una ragione più sicura degli impedimenti che le scienze naturali 
hanno incontrato sulla loro via, a motivo delle illusioni che la 
rappresentazione mitologica mantenne vive. Nella sua definizione 
più larga, la mitologia non sarabbe dunque altro se non la rap- 
presentazione della natura animata, quale la raffigurò la immagi- 
nazione popolare vivamente eccitata. Il mito propriamente è una 
esposizione popolare immaginosa di un feiK)meno vivace della na- 
tura. La scena è la natura universa. Volendo studiar completa- 
mente la mitologia, non si può tenere altro ordine da quello con 
cui si procede nello studio della natura. 11 popolo ora la contem- 
pla nella sua realtà effettiva; ora rimane allucinato da inganne- 
voli apparenze; nell'un caso e nell'altro, esso adopera una figura 
poetica per rappresentare la sua impressione; questa figura poe- 
tica è il mito stesso. La mitologia è l'insieme delle figure poeti- 
che popolari nate sopra la natura e tradotte dal linguaggio. Ma, 
poiché non esistono se non pochissimi monunienti scritti dal. po- 
polo stesso di questa poetica popolare, per riconoscerla, convien 
ricercarla specialmente nella tradizione orale, come si mantiene 
ancora nella parlata, nel racconto e nell'uso popolare. Ma essa 
si mantiene in quanto deriva; la triplice storia di queste deriva- 
zioni considerata nelle parlate, nei racconti, negli usi popolari è 
lo strumento col quale la mitologia comparata diviene scienza. 
Tra i monumenti scritti, gli antichi inni religiosi già cantati 
innanzi alla natura, o fondati sopra le credenze di una religione 
naturale, e le epopee nate da una leggenda popolare, sono ottima 
testimonianza allo studioso dell'antichità ed universalità di certi 
concepimenti mitici. Vi è un'alta, una media, e una bassa mito- 
logia, una mitologia di prima, seconda e terza mano. Il mitologo 
non deve trascurare alcuno di questi stadii mitologici. L'uomo ha 
incominciato còl creare il Dio; poi l'ha messo sugli altari in for- 
ma di idolo; in fine, ha disperse sopra la terra le reliquie dell'idolo. 
Uno storico della religione deve saper tenere conto anche di que- 
ste reliquie divine per ricostrurre il suo edificio religioso; cosi 
il mitologo non può trascurare i frammenti mitici che si trovano 
sparsi nella tradizione popolare, per la ricostruzione del tempio 
mitico, ove si dovrebbe trovare testimonianza della fede insieme 
e della vita dei nostri primi padri, ossia, in una parola, della 
poetica popolare indoeuropea. 

Concedetemi ora di recarvi in mezzo, qualche esempio. Vi è un*a- 
nimaletto che voi tutti conoscete, e che avete sicuramente, nella 
vostra fanciullezza, preso più volte in mano anco voi; è la eoe- 



r 

(google 



— 410 ~ 

cinella septempunclata; in Toscana la chiamano ludo, e i fiut^ 
ciulli le dicono: 

Lucia, lucia 

Metti Tali e vola via; 

in Piemonte la chiamano QoMna dt San Michele, e ì fanciulli 
piemontesi le cantano: 

La galina d'san Michel 
Bùta j'ale e vola al ciel. 

Qui qualche lieve critico potrebbe riconoscere un'assonanza tutta 
accidentale^ e, in tali versetti non ritrovare altro t!he una scioc- 
chezzuola insignificante de' fanciulli toscani e piemontesi. 

Ma è curioso che lo stesso animaletto^ conosciuto in Francia sotto 
il nome di hétedu bon i)^eu^ chiamata uccello o vacca della madonna, 
in Inghilterra, sìa invitato, dai fanciulli inglesi, a volar via, alla sua 
dimora in fiamme (1); in Germania, lo si chiami uccellino di Dio, ca- 
vallino di Dio, galletto di Maria, galletto d'oro, uccellino del sole, 
>galletto del sole, vitellino del sole, bestiolina del cielo (Himmel- 
thierchen); in Russia, come in Piemonte, la coccinella s'inviti a 
salire al cielo : « Vacchina di Dio, Vola al cielo. Dio ti darà del 
pane » nel russo vi sia pure l'assonanza che si nota nel dialetto 
piemontese con la parola cielo, 



(1) Cow-lady, cow-lady, fly away home ; 

Your house Is ali burnt, nnd your children are gode. 



(Boszia karovka 

Paletì na niebo; \ 

Bog dast tiebé ìileha;) 

che nell'India, finalmente, un simile animaletto sia chiamato il 
protetto dlndra, Indragopa, ossia del Signore del Cielo, del Cielo 
stesso. Quando al mitologo accade la buona fortuna d'incontrar 
sopra la sua vìa, nel presente linguaggio popolare, cosi preziose 
reliquie mitiche, confortate da esempii cosi numerosi e costanti, 
tutte le malizie della critica non valgono, io credo, a tor fede 



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— 411 — 
alla evidenza della sua interpretazione mitologica. Quindi si spie- 
gano le cure che tanti dotti tedeschi spendono intorno alle vi- 
venti tradizioni popolari, e la necessità di operare nella ricerca 
mitologica non solo per via di discesa dall'alto al basso, ma an- 
cora, molto spesso, di salita dal basso all'alto. E, come, per ricer- 
care i miti antichi, corriamo alle memorie che ci rimangono dei 
popoli più antichi, ossia della fanciullezza storica della nostra raz- 
za, cosi, tra i guardiani di tradizioni mitiche, i più tenaci sono 
ancora i fanciulli. Gli antichi usi son diventati i loro giuochi; 
gli antichi motti sono la loro scienza arcana. L'imeneo catulliano 
raccomandava di distribuir le noci ai fanciulli ; non è quindi per 
me assonanza fortuita il grido odierno che persiste tra i fanciulli 
piemontesi: Pan e nw5, Yiia da spus, come non è vano il pro- 
verbio che suona in Westfalia: L'anno in cut crescono molle 
noci, porta molli fanciulli all'amore (Das Jahr, in welchem viele 
Nùsse wachsen, bringt auch viele Kinder der Liebe). Dalle noci, 
le fanciulle nel Belgio pigliano i loro augurii per le nozze; nei 
lacconti popolari pugliesi, le noci gittate dai giovani innamorati 
li salvano dalle persecuzioni demoniache. Cosi la germanica Idhuna, 
Dea della gioventù, in forma d'una noce, si salva dai giganti e 
ritorna, nella primavera, fra gli Dei. Ed eccoci di fronte ad una 
nozione non solo mitologica, ma in cui, sotto al mito, traspare evi- 
dente il fenomeno naturale. La noce mitica ò il nodo della nuova 
vita astronomica; la noce e l'uovo diventano simboli d'una idea 
comune, della generazione, la quale si compie nel cielo come sulla 
terra. Nel cielo il sole e la luna sono i genitori perpetui, le uova 
d'oro, le noci d'oro onde sguscia perennemente la vita; sopra la 
terra, in certe occasioni, si mangiano per rito e si regalano uo- 
va, si mangiano per rito e si regalano noci, per augurio d'abbon- 
danza alla vita che risorge. E cosi anche l'uso popolare, anche 
quelle tradizioni domèstiche, le quali manteniamo cosi gelosi e 
compiacenti, pur chiamandole sciocchezze hanno il loro senso poe- 
tico. Ora, se è ancora possibile il rintracciar la poesia odierna 
nelle credenze ed usanze superstiti presso la nostra società si fat- 
tamente aritmetica, che dalla poesia rifugge con una specie d'or 
rore, quanto più grate sorprese non sono ri serbate al mitologo 
il quale s'accosti ai miti primitivi con una perfetta intuizione del 
genio poetico popolare! E qual meraviglia poi, se nella lettura 
di una gran parte degli inni vedici riconosciamo alcuni miti ele- 
mentari trasparenti? So bene che ad alcuni eruditi indianisti ri- 
pugna l'interpretare gli inni vedici in modo divergo da quello che 



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— 412 — 
praticano i noiosi e forse annoiati commentatori brahmani, e clie 
essi non vedono altro negli inni antichi più inspirati se non ste- 
rili formole del rituale che accompagnava gli antichi sacrificii. 
Ma, come nessuno crederebbe esser savio se per dichiarare cri- 
ticamente la leggenda evangelica ricorresse al catechismo della 
diocesi od al Missale, cosi lo sforzo di qualche dotto per conver- 
tire gli inni vedici in altrettanti commentarii d'un rituale è un 
esercizio da pazzi, su per giù, simile a quello di colui che si pro- 
ponesse, per esempio, non solo di tradurre in prosa la DMna 
Commedia, ma di adoprare la Divina Commedia unicamente per 
cavarne fuori la ortografia della lingua italiana. Egli è certissimo 
che interpreti siffatti degli inni vedici non avrebbero essi stessi 
contribuito a creare alcun mito; per crear nuovi miti come per 
intendere i miti creati occorre una certa agilità e destrezza d'in- 
gegno, che non è dono privilegiato di una certa famiglia d'eru- 
diti scoliasti; e ch'essi non intendano nulla alla poesia della sto- 
ria, della vita, della natura non reca troppa meraviglia; sono an- 
ch'essi fenomeni naturali, non i più interessanti, a dir vero, nella 
serie, ma che bisogna pigliare quali sono, senza disperarsi che 
sian tali, senza sperare che possano riuscire diversi. Il vero ma- 
lanno é questo, che, anco ne'casi ne'quali il non capire è impossi- 
bile, essi flngonsi ignari, pur di sottrarsi all'obbligo di riconoscere 
che i mitologi hanno ragione. Voi .sapete, per venire ad un esem- 
pio, come i poeti greci e latini abbiano, per consenso quasi una- 
nime, rappresentata l'aurora, qual dea guidata da luminosi cavalli 
sopra rosee bighe od auree quadrighe, che apre le porte dorate 
d'Oriente. L'aurora è la prima ad arrivare ogni giorno nel cielo 
orientale; essa è dunque la rapida che vince la corsa celeste. 
Ecco una rappresentazione mitica elementare. Ma dove nacque ? 
La parola indiana agvd significa rapido; poi il cavallo; l'aurora, 
come la prima che arriva, è essa stessa un'agvd; e, come tale si 
trova congiunta coi due cavalieri celesti, Agvindu, guidatori di 
carri essi stessi, che pigliano, negli inni vedici, sul loro carro 
l'aurora, i due crepuscoli, l'uno lunare, l'altro solare, l'uno mat- 
tutino, l'altro vespertino ; la luna a sera, il sole al mattino sono 
i primi cavalieri celesti che arrivano; fra la luna ed il sole nel 
mattino, fra il sole e la luna nella sera, piglia posto l'aurora. La 
sola qualità di rapida, di agile luminosa riconosciuta all'aurora 
ha generato il ricco ciclo mitico della fanciulla sul carro. Da que- 
sto mito si generò tutta una numerosa famiglia di leggende, tra 
le qviali io ho pur compreso la nota storiellina della Cenerentola, 



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-- 413 — 
la quale fugge via rapidissima alla vista dello sposo sópra un carro, 
lasciando appena Torma dell'agile suo piede, una pianella perduta, 
con la quale l'antico sposo la ritroverà. 

Il professor Max Mùller accostò sapientemente il mito ellenico 
di Dafne che fugge gli amplessi di Apollo col mito indiano di 
Urvàci fuggente lo sposo Pururavas; è questa un'altra forma ele- 
gante della leggenda popolare della Cenerentola; entrambe si ri^ 
scontrano evidenti nella rappresentazione che i poeti vedici hanno 
fatto dell'aurora, ora sorella, ora sposa del sole, invitata in un 
inno ad allontanarsi prima che il sole la bruci. Ma, poiché è di 
questi inni vedici stessi che si dubita, siami lecito recarvi tradotto 
almeno uno degli inni vedici all'aurora, affinchè si renda palese 
come la mitologia non sia già una scienza fantastica e capriccio- 
sa, ma solamente richiegga, per essere compresa, di quel senso 
poetico che non manca al popolo e di cui troppo spesso difetta il 
volgo degli eruditi. È il primo inno all'aurora che ci si affaccia 
nel Eigveda; ciascuno degli altri inni all'aurora ci reca qualche 
altra nozione mitica; alcune di cosi fatte nozioni mitiche combi- 
nate in parecchi modi, ed esposte di seguito, crearono diverse 
leggende popolari, le quali ci offrono la più ricca varietà nella 
loro unità olimpica più costante. Ecco ora l'inno, a cui si può, 
senza timore di esagerare, attribuire una antichità di tre mila 
anni. « figlia del cielo, o aurora, risplendi a noi con la ric- 
chezza, col vasto tesoro, o splendida dea, di ricchezza liberale. Di 
cavalle e di vacche fornite le (altre) aurore, tutto donanti, spesse 
volte s'accostarono luminose; o aurora, tira fuori verso di me i 
(tuoi) beni, sospingi (verso di me) il tesoro dei ricchi. Risplen- 
dette l'aurora (in antico) ; e risplenda ora a noi la dea guidatri- 
ce di carri ; i quali, negli arrivi di lei, si congiunsero, come i fiu- 
mi (si congiungono) al mare. aurora, in quest' inno, Kanva, il 
primo de'Kanvi, celebra il nome di quegli uomini, i quali, savii, 
negli arrivi tuoi, rivolsero la mente ad esser liberali. Come una 
donna sollecita vien fuori l'aurora luminosa; sveglia al moto gli 
animali pedestri, fa volare gli uccelli. Gli uccelli non possono ri- 
manere dal volo, quando risplendi, o liberale di cibi, o aurora, 
che il ricco metti in moto e non trattieni il povero. Da lontano, 
prima che il sole sorgesse, questa s'è aggiogata ; quest'aurora 
fortunata con cento carri s'avanza verso gli uomini. Tutto il mon- 
do s'inclinò alla vista di lei; la bella donna crea la luce; la ricca 
figlia del cielo ha discacciato il male, l'aurora disperse con la sua 
, luce i nemici. aurora, o figlia del cielo, risplendi con la fulgida 



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lace, apportatrice a noi di molta grazia, nei sacriflcii rifulgente. 
L'alito^ la vita dell'universo ò in te quando tu risplendi^ o bella; 
tu splendida e potente^ ascolta dal vasto carro la nostra invoca- 
zione. Quel vago cibo che più ti piaccia^ o aurora, vieni a pi- 
gliarti fra gli uomini; e, per mezzo di esso^ apporta i benefici di- 
vini sapienti i quali, portando te stessa, ti celebrano (1). auro- 
ra, apporta tutti gli Dei dal cielo alla libazione della sacra be- 
vanda; tu stessa o aurora, stabilisci fra noi una potenza che sìa 
celebrata per vacche, cavalli e uomini forti. L'aurora, i cui raggi 
propizii splendettero lucenti, conceda a noi una ricchezza onni- 
forme, bella, desiderabile. aurora, con la ricchezza, con la luce 
lucente, accogli propizia i nostri inni, tu che gli antichi sapienti 
in aiuto, in difesa hanno invocata, o potente. aurora, poiché 
oggi hai con lo splendore aperto le porte del cielo, largisci a noi 
una protezione, larga continua, un alimento di vacche, o Dea. Con 
la vasta ricchezza onniforme, coi cibi, con la ricchezza che tutto 
vince, coi cibi, o ricca di cibi, o potente, c'inonda. » 

Tra gl'inni all'aurora è questo uno de' più moderni ; è evidente, 
dalla menzione che vi si fa di aurore precedenti, di antichi poeti 
che le hanno celebrate, di sacrificatori e di sacriflcii, che l'autore 
dell'inno appartiene ad un tempo in cui la mitologia incomincia 
a convertirsi in religione. Vi son critici, i quali vorrebbero, a 
questo punto, contendere al mitologo ogni indagine, e dov« inco- 
mincia la religione, abbandonare la ricerca de' miti, come se le 
antiche religioni popolari non si fossero svolte dalle mitologie, 
come se la maggior parte de' dogmi religiosi non avessero un 
substrato mitico. -Neil' inno vedico che vi ho riferito sarebbe te- 
merario, senza dubbio, il non riconoscere se non nozioni mitiche; 
esso ha pure un valore storico che merita di essere considerato; 
quell'augurio, per esempio, che vi si fa d'una potenza non solo 
in vacche e cavalli, ma in uomini forti, in eroi, ci fa intendere 
come la società vedica dal periodo pastorale sia già passata al 
periodo eroico; e il ricordo di un distinto ordine di sacrificatori 
ci avverte come presso i guerrieri che combattono vi siano già 
i sacerdoti che pregano ; e l'accenno evidente che vi si fa ai sa- 
vii lodati dal sacerdote Kanva, che si mostrarono liberali ne'sa- 



(1) Vi è nel testo, un evidente giuoco di parola fra vàha (apporta) 
e vahni (apportatore)^ Qui il divino adhvara e vahni o sacerdote cele^ 
ste ò il Dio stesso. • 



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criflcìi compiuti sul fare del giorno, ci assicura che il sacerdote è 
già un parassito del guerriero. L' inno ha dunque un pregio sto- 
rico singolare^ di cui un critico attento deve tener conto. Ma egli 
cesserebbe dì essere buon critico^ se non mostrasse di compren- 
dere come^ presso la cerimonia puramente sacerdotale del sacri- 
ficio compiuto all'arrivo dell'aurora, vi sono nell'inno sicuri indi- 
zii d'una nozione mitica intieramente popolare diffusa intorno al- 
l'aurora. Nel vero, non si capirebbe come si dovesse attendere 
dall'aurora vacche e cavalli, se essa stessa non ne fosse rìcca^ se 
non esistesse neirimmaginazion